“La poesia è l’episodio più reale che possa accadere nell’esistenza di un essere umano”- intervista ad Antonio Bux- Alessia Bronico

daniel flaat –  like a bird of snow

dicembre

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Seguo da qualche tempo Antonio Bux sui social e sono rimasta colpita dalla sua poesia e dalla sua franchezza d’intenti, anche nel difenderla. A tratti una poesia allucinata e visionaria, gli ho chiesto di fare due chiacchiere, seppur virtuali e di darci l’opportunità di leggere qualche poesia da Naturario – Di Felice Edizioni Martinsicuro 2016, suo recentissimo lavoro. Questa la “sua voce”. Subito a seguire la breve intervista.

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FINE D’INCIPIT

Ero piccolo e vedevo gli alberi
parlare alle persone
nessuno rispondeva ma c’era
un bambino, si illuminava
in mezzo ai cespugli
credo fosse armato di cielo
era molto distante
a un certo punto smise di far luce
nel buio calpestato ricordo
gli alberi
cominciarono a dirmi

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L’UCCELLO SBAGLIATO

Gli uccelli a una certa ora
della sera rientrano
a fare tardi
non sono più liberi
da tempo hanno messo pagliuzze
al posto delle ali e volano
se li smetti di guardare fanno la luna
un po’ più sottile spiccando…
Sono esseri così veri alla morte
quando rimpiccioliscono
che tu fuori di ogni finestra zitto
vedi soffiare in loro
il gelo del tuo cuore e credi arrivi
volando anche per te la morte
con una mano spianata sulla fronte
ma non mostra niente
nessun uccello cade al passaggio
mentre qualcuno ti sostituisce le ali
quelle che hai usato anni fa soltanto
sei tu l’uccello sbagliato
ora nella polvere dei millenni

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daniel flaat-  like a bird of snow

focusone

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Un grande poeta minore?

Immagino che per “poeta minore” tu intenda non considerato dalla critica né dai grandi editori, ovviamente. Qui sfondi una porta aperta: dato che i miei poeti preferiti sono stati, in questo senso, minori. Ma è difficile fare nomi, o concludere cerchie. Tra quelli che non ci sono più e ci hanno lasciati, tra i molti, e per restare solo in ambito italiano, credo che ci sia ovviamente Luigi Di Ruscio, anche se, come spesso accade, dopo la morte è stato rivalutato, in senso editoriale (almeno, finora per i suoi romanzi – editi in unico volume antologico da Feltrinelli – ma non ancora per le poesie). Poi c’è Lorenzo Calogero, come non pensare a lui, per esempio. Il massimo che ha ottenuto è di essere pubblicato, dopo decenni dalla morte, da Donzelli; quando invece meriterebbe, un poeta della sua importanza, quantomeno un Oscar Mondadori, se non un Meridiano. Ma questa è l’Italia, e questa è la poesia: o almeno, questo il trattamento riservato a chi ne scrive e ne vive e ne muore. E poi, potrei dirti ancora: Giuseppe Piccoli, Remo Pagnanelli, Patrizia Vicinelli e altri. Ma davvero, sprofonderei in una lista infinita. Ma vorrei fare un servizio utile: tra i vivi (perlomeno, lo sono ancora ad oggi), due poeti che reputo tali e non sono compensati dal “lustro” editoriale sono sicuramente Alfonso Guida e Nanni Cagnone. Ma fare nomi è sempre riduttivo, come sai, perciò qui mi fermo, perché davvero si rischia di semplificare. Ma in realtà io amo molto di più questi poeti appartati, che soffrono l’esistenza, e non sono appagati, da niente, anzi, l’eco della loro ossessione resta vivo, anche dopo la vita. Ed è questo che conta.
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Cosa pensi della poesia sui social Network?

Penso che ci siano degli svantaggi e dei vantaggi, come giusto che sia. Se ne è già dibattuto parecchio, su questo argomento. Come sempre, credo che la verità stia nel mezzo. Se si fa davvero aggregazione, se si stringe il campo ad una cerchia, anche più o meno ampia, di gente davvero motivata a leggere e ad essere letta, e a condividere l’esperienza poetica, ha senso insistere sui social. Ma non deve esaurirsi tutto qui, il social è un incipit, poi tocca trasformare questo incipit in realtà, come giusto che sia. Ormai, però, con rammarico, devo dire che su Facebook è più un proporsi ciascuno per conto proprio, e si assiste davvero a delle vetrine, solitarie a autoreferenziali. E questo serve davvero a pochissimo. A me, è servito un tempo, per allargare le mie cerchie e per farmi “conoscere” come poeta, però ormai lo vedo più come un passatempo svilente e come un grande cimitero dove i morti seppelliscono i vivi. Ma la poesia, presa come entità a sé stante, credo possa circolare in rete, e probabilmente viene anche letta di più. Basterebbe trovare una via di mezzo e capire che la poesia è anche fuori, nella notte.

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Tu hai già scritto moltissimo. A breve uscirà Naturario per i tipi di Di Felice Edizioni, parlacene.

Certo, io ho scritto (anzi, pubblicato) fin troppo. E non me lo perdonerò mai, da grande. Ma, da grande, cercherò di rimediare, rinnegando tutto. Ti parlo un po’ di Naturario, va bene; sperando di non annoiare nessuno.

Naturario è una corposa auto antologia (difatti il sottotitolo è poesie 2014-2016), che a sua volta potrebbe definirsi tranquillamente una tetralogia, data la mole di ogni sezione (ciclo), che, prese singolarmente, sarebbero potute essere dei veri e propri libriccini autonomi. Ma, forse per ragioni stilistiche e formali, o forse per ragioni di indagini e accumuli sistematici, ho preferito raggruppare il lavoro in una sorta di schedario, o meglio, di Atlante poetico. E in questo Atlante ho provato ad esplorare le varie forme del comunicare e in quelle ho provato a perdermi. Le sezioni del libro (Ciclo del Fuoco, Ciclo dell’Acqua, Ciclo dell’Aria e Ciclo della Terra) dal richiamo elementale, come anche il richiamo panteistico del titolo, forse stanno ad indicare proprio questa volontà animale e minimale di essere nel mondo; certo, come esseri sì pensanti, ma dal pensiero attivo e profondamente unito alla terra e alle altre forme di vita che la popolano. Probabilmente, la maggior parte dei testi di Naturario, provano ad evocare quest’energia primordiale e primigenia che è custodita nella natura stessa e nei suoi elementi vitali. La “pioggia” di testi qui accumulati sono alternanti, dai registri e dagli scenari diversi, anche se uniti da una cadenza sincopata, univoca e ritmica, che sfocia spesso in una prosa lirica, alternandosi però ad un continuo ricercare musicale nella metrica; così i versi danno sovente l’impressione di far assistere ad una messa in onda, ad un’azione metafisica che si unisce alla parabola esistenziale, e dunque reale di me, che tento di sopravvivere a queste pagine e che da queste possenti (ben quattrocento) pagine provo a uscirne deviato, rinvigorito, e forse, perciò lavorato. Giacché pare sia il lavoro (inteso come lavorio, logorio e superamento di sé) il risultato a cui aspira il poeta. Ed è ritornare alla bestia, probabilmente, il gioco al quale il poeta si deve sottoporre. E il mio risultato sono i resti, spero anche a volte lucenti, di questa estenuazione e di questo continuo gioco al rialzo; insomma, il risultato è la bestialità del poeta, la sua dis-umanità, sfoggiata tra versi di echi ed echi di-versi; il risultato sono versi che chiamano a sé la vita e la natura delle cose, con la loro infinità riflessiva e, spero anche, autentica. Perciò posso dire, senza dubbio, che Naturario è l’anima stessa del mio essere poeta, che ritorna all’uomo, ferito, per rifluire nel sangue del proprio esistere. Spero sia un buon risultato. Forse, dopo i già corposi Trilogia dello zero (pp. 352, euro 20, Marco Saya Edizioni, Milano, 2012) e Sistemi di disordine quotidiano (pp. 274, euro 15, Achille e la tartaruga Edizioni, Torino, 2014), ho provato, con Naturario, a chiudere un cerchio: forse ho provato a chiudere il mio personale zero, per aprire, chissà, allo zenit di una nuova esperienza, la mia futura indagine poetica ed esistenziale.
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So bene di non poter chiedere cos’è la poesia e quindi: cosa non è la poesia?

Domanda difficile. Cosa non è la poesia? Tutto ciò che manca di attenzione, o di mancanza, direi a primo impatto. Ma, rimanendo solo all’esercizio della scrittura – altrimenti diverremmo patetici o magari banali – in scrittura, o in letteratura, tutto ciò che oggi circola e viene chiamata poesia, poche volte lo è per davvero, o meglio, vorrebbe esserlo ma spesso è tentativo confuso o approssimativo (mi ci metto in mezzo pure io); se si pensa alla circolarità della ritmica odierna e alla mancanza, spesso di metrica o di musicalità, ci si accorge che lo spezzarsi dei versi non è tonico, ma è uno scalare della prosa che si continua, senza smentirsi o smarcarsi. Dato che, tralasciando la metrica e le impostazioni formali, poesia, per me, è soprattutto smentirsi e perdersi mentre si scrive. E questo manca, spesso: manca l’esecuzione al poeta, lo stordimento del lavorio, manca questo godimento a perdersi, manca il laceramento che sappia anche dare un tono al proprio distruggersi. Insomma, manca un po’ di stile, pur nella sconfitta. E manca soprattutto lealtà, la lealtà del reale. A questo proposito, mi auto cito, parafrasando qualcosa che dissi già in una vecchia intervista: La poesia è l’episodio più reale che possa accadere nell’esistenza di un essere umano. Poiché in ogni sua incertezza, nell’interpunzione abusata o nella parola sottratta o aggiunta, vi è sempre un mancamento, un buco, una paranoia indissolubile, perché è tirannia della scelta, è scarto del movimento animale. Scegliere è di per sé innaturale, solo l’essere umano sceglie, contraddicendo alla sua volontà, di bestia, diventando un paradosso anti-reazionario. Perché la vera poesia è bestiale e non sceglie, pur restando impigliata alla realtà, sfigurandola. Dunque la poesia è un episodio di realtà acuta, alla quale non siamo abituati. È una questione di dimensioni che si attraversano più velocemente del solito. Tutto sta nel farci l’abitudine, ed averci la giusta propensione (allenare l’orecchio del cuore). Oggi si è abituati al quotidiano, al giornalismo, e dunque tutto questo fa male alla poesia, inconsciamente; ma ci sono anche buoni risultati, si alternano e vagano in un mondo saturo di giornalai e prosatori imbellettati e vestiti da poeti (non ce l’ho con i giornalisti eh, che s’intenda; ma che non facciano pure i poeti, e viceversa). Negli ultimi 30 o 40 anni, o forse anche di più, la poesia è stata spesso invasa dalla prosa, dal giornalismo (o giornalettismo) e dunque ha assecondato altri ritmi, altre enfasi. Ma io non so cos’è la poesia, soltanto la bramo e la invoco, e dunque cosa non lo è, diventa giocoforza ciò che ignoro o preferisco allontanare. Però, per non deluderti, mettiamola così: tutto ciò che non è poesia è dello Stato (se vuoi, Lo Stato delle cose se non vogliamo ora entrare in polemica con l’Ente che invisibile ci massacra).
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Cosa pensi degli Slam Poetry?

Guarda, a questa domanda avevo già risposto, mi pare, in una vecchia intervista. Ma penso sempre le stesse cose di allora, e dunque ti ripropongo gli stessi pensieri.

La poesia è tramandata da sempre oralmente ed il suo scopo è di perdersi, di smarrirsi nell’atto stesso del pronunciare. Ed è sempre stato così. Si legge per dimenticare il testo, per renderlo imperfetto, così simile al puro pensiero, alla pura incoscienza, dunque passibile di errore. Tuttavia se per reading poetici si intende gli attuali poetry slam, per come sono spesso intesi e organizzati dunque dico no, non ne avevamo di certo bisogno. La poesia è un atto segreto che viene svelato in pubblico, certo, ma il pubblico migliore è sempre invisibile. Cercare l’approvazione, la comunicazione, l’ammicco è come cercare la morte, a mio modesto parere, della verità. Poiché la verità è, per me, soggettiva, dunque irreale, antisociale, anche se reazionaria, ma reazionaria per il singolo, mai per la collettività.

Grazie per avermi ospitato in questo spazio e per aver pensato a me per questa breve, ma interessante, intervista.

 

Alessia Bronico

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Antonio Bux è nato a Foggia nel 1982. Ha pubblicato vari libri (tra i quali Trilogia dello zero, 23 – fragmentos de alguien, Sistemi di disordine quotidiano, Un luogo neutrale, El hombre comido, Kevlar) due dei quali, scritti direttamente in spagnolo, sono usciti in Argentina. Ha curato le traduzioni di Finestre su nessuna parte (Gattomerlino Superstripes, Roma, 2015) di Javier Vicedo Alós, oltre che di testi scelti di numerosi autori in lingua spagnola, su tutti Leopoldo María Panero. Suoi lavori sono apparsi su importanti quotidiani, riviste, lit-blog e antologie sia nazionali che internazionali. È risultato finalista e vincitore di alcuni premi, tra i quali il premio Montano, il premio Alinari e il premio Iris di Firenze. Cura, per le Marco Saya Edizioni, due collane di poesia. Il suo blog è Disgrafie (antoniobux.wordpress.com).

 

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2 pensieri su ““La poesia è l’episodio più reale che possa accadere nell’esistenza di un essere umano”- intervista ad Antonio Bux- Alessia Bronico

  1. Grazie mille per l’ospitalità. Ne approfitto per dare a tutti un augurio di sereno Natale e buone festività. A presto, e ancora grazie.

    Un caro saluto,

    Antonio Bux

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