LA MEDITAZIONE E IL FARE- Milena Nicolini

david cristobal lozano

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” dentro la O “
primo attraversamento

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E’ un poema che si snoda per le cinque vocali, ultima la o, con una ‘coda di rondine’ finale che appaia un grande amore a due ed un grande amore per i “matti ni” del “manicomioarca”. L’uno come guida maestra, sostegno, apertura, annunciazione dell’altro. Le poesie di ogni vocale sono precedute da una meditazione su quella vocale, che apre al senso e alla forma delle poesie che seguono. Che sono poesie quasi sempre lancinanti, non perché feriscano negativamente, ma perché fulminee scuotono ad un’attenzione profonda e invece densissima, tanto che non smettono di evocare e dire e chiamare, anche perché non c’è un reale stacco dall’una all’altra pagina: nel vuoto bianco del silenzio, intrecciano correnti, anche retrograde che vanno a illuminare indietro, e gorghi che coinvolgono cerchi sempre più vasti e trascinano giù nel profondo, e sospensioni che mettono nella postura di un’effettiva meditazione. Inoltre per ogni vocale un brano della narrazione che racconta di un evento del “manicomioarca” e permane, “narrando” in durata, anche nei versi, orientandoli al significato dell’incontro con gli ultimi. Infine ogni vocale ha un “canto” che dà il ‘la’ ai versi successivi, anticipandone il tema-chiave od offrendone essenziali punti di lettura.
Sulla soglia del poema, in entrata ed in uscita, ma non separati da esso, sei interventi di Anna Maria Farabbi, tesi a coniugare i versi e le prose che seguono o precedono alla concreta fisica reale esperienza che la poeta ha vissuto con i “matti ni” della comunità psichiatrica di Torre Certalda, per Asaad (PG), e con gli ospiti della Associazione Il Pellicano (PG), impegnata nell’ambito dei disturbi di anoressia e bulimia. E anche per dichiarare la congiunzione di questa esperienza con l’esperienza dell’amore personale che l’ha condotta, attraverso una ricerca profondamente meditata e trasportata sul sentire più che sul capire, ad un approdo  che vive la tenerezza, non solo per un’altracreaturina”, ma per tutte le creature, di ieri e di oggi, specialmente le ultime: “per i ciechi, per l’erba del campo incolto, per il nido in cima all’altissimo abete (…), per l’impronta di un cammello sulle sabbie del deserto, per un morto riversato in un fosso, per la pelle liquida di un torrente inquinato”. Non si tratta di facile, retorico buonismo. C’è molta fatica in questo darsi quasi incondizionato, ma soprattutto c’è un significato forte e preciso che sta piantato profondamente dentro la stessa poeta: “Il mio andare nella cruna elettrica dei matti, nel silenzio cementato dei sordi, nel buio fossile dei ciechi, nell’espressione epifanica dei bambini, nel mutismo cerebroleso, nel labirinto degli ergastolani, nella desertificazione degli anoressici, nell’esilio di ogni sofferenza (…) mi ha eroso e insegnato cosa significhi impegnarsi per questioni di vita e di morte (…) Fondo la gioia negli inferni.”, perché non si resiste abbastanza al male, “non si praticano abbastanza le vie della congiunzione, non si disubbidisce abbastanza ai comandamenti del re (…), non si esplorano, non si attraversano, non si seminano i campi incolti”, e invece bisognerebbe impegnarsi per un “qualunque tu, anche un tu apparentemente immobile e sprofondato: quel tu che la società ghettizza e consegna definitivamente alla rinuncia”. La poesia non è solo nell’esposizione di parole sulla carta o nella voce, ma è ‘organica’, fatta di una lingua che si manifesta ed è viva negli “anelli” fossili della nostra “spina dorsale”, nella condivisione intera col mondo che ci sta intorno e dentro di noi, e che agisce anche attraverso gesti, con-tatti, ascolto, con la sua specialissima capacità di aprire di nuovo la “pancia” della parola e tirarne fuori pane da mangiare insieme, in ‘colloquio’, cioè quando si realizza “il proprio io nella coniugazione con il noi”. “La mia bocca cantando crea un nido sonoro nel corpo dell’altro.” Dove l’altro, creatura, è amato nel senso di ri-conosciuto simile a sé e assolutamente anche dissimile, autonomo, rispettato nella sua divergenza e convergenza, ascoltato e parlato. In sintesi perfetta, l’exergo: “ringrazio la mia madre profonda// nell’arte/ nelle vie della meditazione/ nella tensione permanente dell’amore/ tra quotidiane pratiche civili di resistenza// il mio io femmina nasce e diviene in poesia/ corpo a corpo con tutto questo”. E “tutto questo” – in realtà solo una piccolissima parte – ce lo dice in dentro la O.    

i

Con la “meditazione” sulla i cominciamo ad entrare davvero nella lingua “organica”, nella parola, nella vocale, che non sono più segni di qualcosa, ma sono cosa, anzi cose: la i è descritta come “una verticalità asciutta”, che va “eruttando” “una sfera buia”, “testa perfetta e inaccessibile”, che non è più il puntino grafico sulla i alfabetica, ma “la testa nera di un chiodo, infitto nel bianco del foglio” e nella meditazione di Anna Maria, che lo legge come evidenza della “separazione che la nostra cultura occidentale ha insegnato tra testa e resto del corpo”, dicotomia semplicistica in cui è stato eletto a preminenza il logos nella sua locazione simbolica dell’“altezza”, col suo doloroso strascico di “ascia razionale” che “abbatte” tutto ciò che essa non concepisce, nella terribilmente attuale invalicabilità “armata del confine”. Nella meditazione emerge il bisogno di scrivere sempre “io” col “carattere minuscolo”, per ribadire la consapevolezza della “propria relatività permanente” e per abbassarsi sempre più raso terra (ma una terra-madre, matericamente sacra) e al livello degli ultimi, lì dove li ha postati la società. Né “corone, né infantili autoreferenzialità”. Se in dentro la O Anna Maria Farabbi fa poesia proprio di questa esperienza con gli ultimi, qui, dentro la i, si dà e ci dà le necessarie premesse. Raso terra con gli ultimi. Senza sminuire l’intensità specifica del rapporto coi “matti ni” della Comunità di Torre Certalda e con gli ospiti dell’Associazione Il Pellicano, vorrei qui definirli solo circostanziali, esemplificativi, cioè, di un’esperienza  che, se è stata agita, da Anna Maria, o ancora è in atto, però soprattutto per lei è agibile, cioè aperta, di lata prospettiva, non conclusa non concludibile: si tratta, infatti, di un’esperienza che allarga molto di più i confini temporali e la compagine creaturale coinvolta.  Lei stessa ci dice, nella prima poesia della i che il suo “polmone profondo” è “un nido/ dentro cui sordi matti ciechi/ uccellisenzaali sono entrati in me// come tutti i miei amanti”.  Raso terra con gli ultimi, ma anche raso terra col proprio io. Se fa poesia di questa esperienza, mai però Anna Maria ha usato o vuole usare di sé come di voce, di poesia pre-creata, extra-nata rispetto al rapporto  in cui si mette. Nel rapporto ci sta col corpo tutt’intero, in contatti gestuali e cosali di pensieri e sensi, con l’attenzione dell’ascolto prima della proposta della propria voce, con la proposta della voce da sentire come respiro e da offrire come musica ad un ascolto, mangiando pane insieme con una bocca vera, eruttando parole (come il puntino dal gambo della i) con fatica, per poi condividerle, quindi non fatte uscire unilateralmente, ma soffiate insieme, soffiate corporalmente per l’ascolto. La “sol i tudine”, la divisione identitaria dall’altro, non può essere ignorata o negata; va sondata fino in fondo, e ruminata. C’è l’isolamento dal “sole” della coda “serpentina”, la “tudine”,  coda che si muove anche da sola, mozzata dalla i,  come quella di una lucertola, ma fredda nell’eco del dolore, sprofondato giù nell’“inghiottitoio carsico”, nel crepaccio della i “in cui si estingue la luce”. Raso terra col proprio io: “ vi entro”, come nel “taglio definitivo di Lucio Fontana”. Ecco perché si comincia da qui, dalla i.

E “tre i” sono i personaggi (“Lei”, Tamara, “lo spaventapasseri e io”) della narrazione che sta appesa alla durata – “narrando” –, tanto che trapasserà, senza quasi soluzione di continuità, alla poesia, come una voce che dal dire trapassa al cantare. Una narrazione ‘durante’, viva e vera, cioè, nell’unico senso possibile: è nel vedere (“luna totale” di “luce invasiva”, che penetra profondamente); è nel tempo (“Ore 0.40”); è nel respiro (“fiato lento”, qui, ed appena oltre, nel prolungarsi della narrazione alla prima poesia della i: “il mio fiato animale femmina  incide l’aria”); è nell’odorato passato attraverso il gusto (“Camminando nell’odore della neve” nella poesia e qui: “Assaggio un sorso di neve”); è tattile ed interiore insieme (“contaminata da questa fredda, muta, radiazione luminosa che voglio rompere, recuperando umanità e imperfezione”).

Se il “canto” della i annuncia che la poesia sarà “povera in un solo filo di versi”, però non si tratta di una povertà patita, ma conquistata con fatica, “dopo aver lavorato segretamente da talpa nel bianco”. Ed eccola, nel rapporto col mondo, questa voce-donna “nomade con la luce sulla lingua e sui sandali”, giudicata senza radici nel suo apparire alla luce diurna, per quel suo essere tutta –troppo per il mondo – disponibile ad andare dove la porta la poesia, anche assurdamente disponibile a “perdere per strada cantando/ i miei zecchini e il mio nome”, cioè a disperdere un ricco ruolo di eminenza sociale e culturale, in cui, per il mondo, sta l’identità (tutta registrabile nel “mio nome” appunto, e non nella “mia tenda interiore”). E pensare che nemmeno sanno  durante la notte ( non dimentichiamo il “segretamente” del lavoro della “talpa”) “dove scompaio/ ruotando” come un derviscio nella “mia tenda interiore”. Da qui è possibile arrivare, invece, al primo polo dell’esperienza di con-tatto che è stato cercato e trovato nella meditazione derviscia: la terra, che è di tutti. Camminare “scalza/ sul palmo dei miei piedi” è la scrittura, scritta dalla terra che figura l’impronta e ne fa, del congiungersi col piede, poesia. Anna Maria, coi “matti ni”, non si butta subito a chiedere parole scritte, ma spesso segna-cammina con loro sulla carta-terra con mani e piedi, a quattro zampe. Perché a volte può capitare che dalle parti di sé più evidenti, esteriori, quelle che afferrano e porgono, le mani, può capitare che scivoli via tutta la profonda esperienza che hanno toccato (“le orme delle uccelle sostate in me/ durante la migrazione”), fino all’esperienza di sé, dei propri confini identitari (“le vene le linee/ le impronte digitali”). E allora occorre rintracciare l’altro polo, regredire al proprio nerbo più irriducibile, dentro la “curva solitaria” della “colonna spinale”, che non è l’io, o non soltanto, nonostante l’individualità di quel “solitaria”, ma la coralità ancestrale delle “oralità biologiche del midollo”. Molto belle queste presenze ‘fossili’ che esistono come parlanti nella fisicità corporea. Organicamente, appunto, con quella lingua che “agisce anche nei nostri interiori strati ‘geologici’”, per cui a saper aprire di nuovo “la parola, la sua pancia, risveglia l’individuo, lo accende” a nuove conoscenze di sé e del mondo, soprattutto alla “dimensione del colloquio. Può capitare, si diceva, di lasciare scivolare via dalle mani “il grano”, quindi perduto “per sempre”. Una ricchezza, una pienezza, che nutre: forse un’amicizia o un amore o una poesia o misteriosamente una perla come quella gemma che Emily Dickinson non si ritrovò più tra le dita al risveglio. O forse gli “zecchini” di prima? La meditazione insegna comunque anche il recupero “alla vita” di quanto perduto, se lo si fa diventare nel ricordo “dono”: perché “altri troveranno ciò che perdo”. Però, come nella parabola evangelica, il chicco può cadere dove la casualità della “grandine” può assassinarlo insieme alle “cicale” e ai “papaveri”. Sarà importante, allora, sapere fare raccolto anche della “morte”, dopo avere scavato “la terra con la mia faccia”, per arrivare in profondità dove “la luce è interrata”, ma dove può arrivare la “lingua tenace” della sua poesia. Che è a rovescio, ribelle: è “il carro” che “trascina i buoi”, vivo nel suo “legno animato”, deciso a “crearsi la via”, “a modo mio” come si titolano questi versi. Tanto che, poi, alla finfine, “i buoi hanno abbandonato il carro”, contagiati, divenuti “talmente bianchi    luminosi”, che, nonostante “le mosche”,  restano sospesi nel gerundio che tutto avvolge: “dormendo”. Quiete o cedimento affogato all’afa?  Perché questa sospensione sembra appaiarsi a quell’altra dell’estate notturna sul lago, dove grava “il peso dell’aria nera/ sulla polvere ferma dell’acqua”, appunto “mentre gli insetti” e basta, appunto come queste altre “mosche”. Vero che la contrapposizione è nettissima tra il nero incombente sul lago e la luminosità bianchissima dei buoi, ma l’”estate” è la medesima. E se in questa fatica del carro ci stesse l’esperienza a rovescio coi “matti ni”? Così contrastata, così ‘solissima’ –racconta Anna Maria –  che:

ho combattuto con il drago – sto amando molto e combatto il cuore – lo apro il cuore per trarne forza ma lo stempero quando mi scaraventa corpo a corpo – sono molto preoccupata  

Ma subito dopo ecco il brusco scatto – o il brusco scarto? – che lascia indietro il contadino, fermo a dove “il campo è finito”, quando invece avrebbe  ancora “i semi in mano”, fecondi, da seminare:  perché “la via continua nell’incolto   canta l’uccella/ che sono io”. E’ l’uccella che la nonna ha “abujeto”, allevata nel buio per farne più forte la capacità di richiamo, così che “lcanto mè nuto addosso con più corpo de me// vo via con lù”. E’ il canto che trascina l’uccella sulla scia di tutti quelli che sono nella “viandanza” “del fumo”: dalle “stelle carbonizzate di auschwitz”, dei “bambini con le dita aggrappate al filo/ spinato    i loro occhi nel forno”, all’“incolto” dei “matti ni”, dei sordi, dei ciechi, degli ergastolani, delle anoressiche. Si realizza quella profezia, che veniva certo dalla nonna-Grande Madre, che le ha previsto un destino animale per meglio congiungersi e “leggere” le vite dell’aria e dell’acqua; quell’“annunciazione” difficile da seguire: “ma camminerai bendata/ sul filo”. Per escludere cosa dalla vista, oltre la propria incolumità? Una maniera troppo fragilmente umana di guardare ciò che si deve, invece, vedere nella sua integralità oggettiva, come l’orrore, ad esempio, della violenza, della morte? Ma ci ha detto appena prima che il suo “silenzio contadino raccoglie/ anche la morte”. Forse, allora, la razionalità della “testa perfetta” della  i, che può starsene staccata, indifferente al mondo? Oppure la benda non è escludente, ma includente, nel senso che è dentro, nell’interiorità buia, che il canto deve chiudere all’egotismo ed aprire alle sorellanze ‘fossili’ e attuali dell’aria e dell’acqua, per farla non più interiorità ‘solissima’ della sua dimensione, del suo corpo, della sua testa, ma tutt’altra e femminina:  “pescia” e “uccella”, anche. Non può non venire alla mente il proposito di Anna Maria di imparare il codice LIS per pensare e sentire come i sordi e potere davvero comunicare con loro. Be’, forse aveva ragione il “babbo” quando le “urlò/ contro la poesia// nel terrore che mi trasformasse in sabbia”, perché il canto su questo “filo” senza rete è certamente rischioso. Così che il babbo prima e molti adesso, per timore ma anche per dissenso,  attaccano la “carovana” con cui Anna Maria fatica alla meta prefissata, uccidendole “l’acqua della mia oasi interiore” o bucando “la borraccia”. Ma Anna Maria dona al babbo – e a chi le chiede perché vuole “perdere per strada cantando” i suoi “zecchini” e il suo “nome” – non solo una risposta che rincuora, ma soprattutto una ostinata persistenza a mostrare “anche a te e al vento”  che la “ poesia di sabbia scesa sul foglio” non è  “la mia deposizione”, non è una sorta di corrosione ossessiva che l’ha frantumata, ma “una minima sosta di polveri con me dentro/ il gioco dell’anna” che, mentre percorre col canto affianco la sua “annunciazione” ad accogliere in sé il mondo e del mondo gli ultimi, resta “aperta anche”: cioè  anche a chi non la capisce, non l’ha capita, la disperde “al vento”, perché, gli dice, non è perdita, e se anche lo fosse, “altri troveranno ciò che perdo”.

Potente, epigrammatica, zen, la chiusura di questa davvero meditazione – e preparazione –  dentro la i:

una riga di formiche sul ghiaccio

porta il pane fino a casa      

Non possono non venire in mente certe parole da leièmaria: “sarà grano o neve?/ mia nonna diceva: non vincerà la fame// se sarà neve farò il pane anche con la neve” e ancora: “Un pesce salta fuori da un piccolo occhiello liquido incastonato nel ghiaccio del laghetto. Scompare giù non creando nemmeno un suono. La madre dei pesci mi dice cose con altro linguaggio, scende in me come il silenzio della neve. E io prima di intendermi coi pesci, respiro. Mangio la neve per terra e mi sembra di diventare bianca e poi acqua.”.

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eva aulmann

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U

La u viene figurata come il “vuoto camminato tra le due torri” – dall’equilibrista Philippe Petit nella meditazione – e come un canto la corda tesa sopra, che trema e trasmette il tremore agli anelli della spina dorsale dell’equilibrista, mentre congiunge “le cime altissime della U”, sorvolando quella “concavità della valle” sotto. Invece Anna Maria è “scesa dall’altezza”, non taglia il vuoto, ma entra “nel suo nido”. Non è certo facile scendere, perché “l’abbassamento umile” esige  un continuo adeguamento del proprio “baricentro”, del proprio “ritmo”, del proprio equilibrio fisico ed interiore, così che tutto ciò che si è – esperienza, punti fermi, rapporti, memoria, emozioni – si metta a vibrare e suonare “come la campana tibetana”. La “maestra profonda” di Anna Maria le dice che, se c’è “un vuoto aristocratico” sotto l’altezza che “separa fisicamente e spiritualmente” chi sta sopra “dagli altri esseri viventi”, c’è, invece, “un vuoto dentro” in cui “si è congiunti tutti, compresenti”. L’io che con la i si è liberato dall’isolamento egotico, ora va incontro al mondo-oltre-sé.

Quasi in contrappunto, nella narrazione i nomi sono tornati maiuscoli. Proprio quando segnano devastazioni di sé così terribili e definitive da cancellarli comunque, i  “matti ni”, nella loro umana identità. Tamara, maiuscola come una Dike antica, li nomina nel suo fiato che sembra un ululato dal “buio tragico della sua bocca”, buttandoli nel “bagliore” della neve, contro lo sfondo nero della notte, sfondo-fondo della “scodella” della u, in “compresenza di vivi e di morti”,  dove arriva, vero, l’“ululato di una lupa, con la sua u solissima”. Ma il “canto”, subito dopo, introduce a sensi vivissimi capaci di riempire il “vuoto” delle “narici” con “l’odore dei fossili” e di muovere a rumore “l’insetto nell’ambra”. Il vuoto è colto ovunque, tema di questa vocale, insieme all’acqua.

L’emblematico “vuoto tra le gocce” è percepito e dissipato dalla bocca che le beve;  quello della steppa bianca, attraversato da “cani”, “slitte”, “alpini”, si riempie di colpo anche solo al pensiero che cerca “la capanna” e “quel silenzio che gli usciva dal naso”, “di tolstoj”, minuscolo qui perché “pensava ai poveri”, anche lui per scelta sul fondo della u. Che adesso è come la “sotterranea pancia” interiore “della cisterna”, immensa del vuoto verticale “all’infinito” delle “gigantesche colonne” (come le torri della u) speculate dal pieno fecondo e perfetto “dell’acqua immobile”, riserva senza tempo perenne di vita potenziale nel “silenzio senza nascita” del “liquido amniotico”. E’ una potentissima, universale e sacra immagine della copula della vita come quelle sui graniti degli antichi templi maltesi della Grande Madre. E l’attraversarla, come ci dice Anna Maria, è “un’iniziazione”, che culmina nella “testa rovesciata di medusa”, segno ancora di un orrore, un male, che è stato rovesciato, vinto, o piuttosto trasformato nel vuoto della pancia/cisterna, nel vuoto della u scelto e condiviso, appunto nel “vuoto che ho creato in me”. Dove, “se non ho voce/ canto dentro”. E’ un’interiorità che va ancora lavorata, limata, bruciata nel suo “eccesso”, per poi tirarne fuori, “dal pozzo”, “l’acqua del profondo”, da bere per “tutta la notte”, con la lentezza della meditazione, in preparazione “al giorno”; quando ancora saranno camminate “le vie/ d’acqua dell’aranceto” e le vie aeree “dei profumi”, in  cui cogliere “la narrazione volatile”. Che non è nulla di straordinariamente miracolistico, come infatti anche Gesù “non camminò sull’acqua”; si tratta, invece, di qualcosa che si può scegliere, insegnare e imparare, cioè di una “postura verticale interiore    salda/ perfino su una superficie liquida”. La difficoltà, il tremore del sacro, più che nella liquidità, sono nell’affacciarsi alle “terribili trasparenze turchesi/ degli oceani preistorici”. Qui, dove Anna Maria ci ha condotto (ha davvero trovato “il modo di creare un pane/ per farne quaderni”), in un vero percorso di meditazione, qui dove ci fa toccare la continuità della vita da oggi indietro fino all’origine prima; “qui”, li troviamo davvero allora, anche noi, “i matti”, quelli che “il vento” gli “strappa la testa”; “qui” dove infine “le nostre  (sue di Anna Maria, diventate “nostre” – noi lettori e noi matti –  nell’atto concreto dell’offerta del pane cantato e mangiato insieme, eucaristico) parole di mollica” vanno “in bocca alle uccelle” e pane e neve si mescolano indistinti e anche “la morte” perde il suo tratto consueto, “viene alle mani/ con chi canta”.  

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david cristobal lozano

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a

Nella profondità della “meditazione”, la a è dinamica, come lo è l’immobilità cromatica della farfalla che “raccoglie le ali in un’unità verticale” e così insegna “concentrazione/ postura e leggerezza”, la quale, se si offre in un fermo perfetto, però gli fa tremare dentro ancora il movimento e la fatica per raggiungerlo: “occhiello”, appunto, questa, ed “apertura”, ”annunciazione”, quella, la vocale. Che è “alba”, una “lenta fessurizzazione sorgiva della luce”, di un “tempoluce” in cui abitare “gli elementi tra le altre creature, con le altre creature”; cioè sentirla, l’alba, in una tessitura sensoriale condivisa coi ciechi, l’erba incolta, i sassi, le rocce, con quel nido, l’abete, l’impronta di un cammello, e anche con “un morto riversato in un fosso”, e anche con “la pelle liquida di un torrente inquinato”. Anche con il marcio, quindi, con il male, con gli esodati della società come gli ergastolani; con quell’‘impuro’ faticoso che è un ragazzo drogato; col ‘diversamente sensibile’ che porta addosso una giovane sorda o una poeta matta di nome carmela. Quindi “apertura” come “epifania” ed “esposizione pubblica”. Perché “ogni alba” è “esigente: mi chiede attenzione e responsabilità”, per sapere esercitare verso ogni forma di creaturalità  la “stupefazione”, che non è una ricezione tollerante o caritatevole, ma è condivisione vitale, come quella, ad esempio, con cui è accompagnata Tamara nella narrazione: con i “matti ni” si deve “entrare in un tempo sfondato, assecondando il loro bioritmo alternato e mutevole”. Difficilissimo: ecco perché anche le “vie della scelta” sono da esercitare ed esercitare. Ma la a è sicuramente solida, per la “rotondità adagiata su cui siede”, e fa aprire grande la bocca di chi la dice, ed è “la prima vocale che i bambini scrivono e pronunciano” all’inizio del loro “viaggio verbale”. Nonostante o appunto per quanto detto prima.

Nella narrazione accade un evento drammatico:  Tamara, affidandosi per mano ad anna che racconta, lentamente si avvicina allo spaventapasseri. Ma è afferrata dalla paura, allora “trema e s’inchina”, come a quel padre che l’ha violentata.

Siamo nella stagione della neve interiore, nel suo “silenzio chiarissimo”, sotto cui stanno  i “morti tra i semi”, “specchio vegetale delle stelle”. Nel “canto” della a si annuncia il contatto:

alcuni morti si accostano

alla mia spina dorsale

i loro respiri cantano nei miei polmoni

I morti cantano come “l’olio” mentre è versato “nel buio dell’orcio”, che è ascoltato, come sono ascoltati i morti, così che germineranno e “d’inverno avremo la luce sul pane”. Che sarà per tutti, tagliato “in parti uguali” dalla nonna/Grande Madre.  Qui devo fare un appunto del tutto personale, che mi balza dritto dal cuore: penso a carmela, minuscola sul fondo della u, ormai sull’orlo del suo sparire, e su un orlo che era disperatissimo, tutto grido e digiuno, carmela che si lascia prendere per mano da anna, minuscola anche lei, e va con lei in biblioteca dove dice la sua poesia e dice di sé ed è ascoltata e, se anche è morta, germinerà per tutti nel libro che anna farà delle sue parole. La “nonna buja   che dal bujo scintilla”, ad anna, non le ha solo sciolto in bocca il dialetto, ma le ha insegnato a scoperchiare “quaderni/ come orci  di acqua freschissima”, ad aprire col “petto la neve”, e a berla di “costellazioni e acqua gelata”, e a scioglierla “nel sangue”, così da comunicare coi “semi” e coi “morti”, ascoltando/leggendo e rispondendo/scrivendo “il fuoco della casa” comune. Comune.   

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eva aulmann

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e

L’occhiello della e è “la sorgente di una spirale” che potrebbe “continuare la curva infinitamente”, oltre il foglio e la scrittura, “oltre la nostra umana misura”. Scritta fluidamente senza interruzioni tra “l’inchiostro e la carta”, che fa pensare ad un contatto preciso tra mondo materico e mondo pensato, senza angoli, compatta e leggera, ha una “testa vuota” che è “occhiello, cruna, vuoto che ospita e che con/sente di essere attraversato, impollinato, seminato”; “insegna”, nell’eredità di Aldo Capitini, “alla mia testa l’interezza con il resto del corpo” e che è possibile “ricevere e accogliere” senza perdere la “propria identità”.  La meditazione ha permesso la ri-creazione con la e della parola ‘solitudine’, divenuta ‘soletudine’, dove è il sole a dare energia, quando la sua “matrice” sol scivola nella e, “irrorando” la parola intera. La e “propone e responsabilizza la congiunzione”, “è il ponte” “tra l’io profondo  e il noi”. Anche nella “narrazione” avviene una trasformazione: l’anna che narra disfa lo spaventapasseri che terrorizzava Tamara, in tante parti (stivali, giacca, scopa, testapalla) di cui fa un gioco per sé e Tamara, finché a un rimbalzo quasi magico della palla, Tamara inizia “a crederci e poi ci crede”.  A cosa? La risposta è in Abse, oltre che in Talamimamma:

butto la mia palla gialla nel cuore

della notte

perché ho paura non capisco sento freddo

rimbalza: mi torna indietro una gioia sferica

non so chi sia la bimba di là

ma il gioco esiste

Così, ci dice il “canto” della e, sarà possibile rompere la “doppia testa/ della clessidra” che imprigionava il tempo e  lo costringeva nella strozzatura logica; è potente l’immagine che espande la sabbia uscita dal “vetro” all’immensità del “deserto   che si libera”. Quindi, subito, un altro rovesciamento: il vento fa girare a vortice, “centrifuga il rosso e gli uccelli” del ciliegio; ma potrebbe essere il ciliegio ad orchestrare il vento per fargli eseguire la propria musica. Così come sono gli alberi a servirsi degli uccelli “per esprimere il canto”, ma per sentirlo bisogna disabituarsi alle orecchie che sanno ascoltare solo gli uccelli. E’ palese l’invito a rovesciare il consueto, ad aprirsi al diverso, a scaravoltare anche la normale sensorietà. Perché, ad esempio, un giardino zen, senza alberi, uccelli, fiori – “solo alcuni sassi abitano la sabbia” – può offrire un’essenzialità che apre “un mantice di meditazione”: dove l’“io dalla testa di sabbia/ siede davanti a due coni di sabbia”, divenuto “il terzo silenzio conico di sabbia”.  Così si potrà entrare nel deserto con la “carovana del sale”, la stessa di Abse, in un tragitto che passa attraverso le tappe della meditazione: prima trovare Il ritmo cosmico” che “congiunge alle acque del pozzo”, al basso, e poi all’alto, “al linguaggio animale”, cioè vivo, animato, respirante “delle stelle”; poi mettersi sulla “via sapienziale” che, passando per le “vertebre cervicali della cammella e le nostre”, ne fa sentire la continuità e dà la direzione ai passi, alla “suola dei sandali”, perché non si perda mai il contatto con la terra e, anzi, anche le “nostre teste secche” pesino a segnare le impronte, a farci quindi sempre presenti alla “memoria biologica”, anche se con gli occhi persi tra “le incisioni auree” delle costellazioni. Allora potremo vedere, nello stesso silenzio ruminato con la cammella, che “nelle due ombre” dondola “un’unica bestia” e sentire i “pensieri” mentre diventano “minerali”, e la poesia che si “scheggia a scintille” come quando il piccone si abbatte sul blocco di sale. E quindi si riuscirà ad arrivere al pozzo, a bere, “salvati”. E nell’alba maestosamente mobilissima, nella commozione della “luce” che “riapre” le “cellule”,  l’energia  entrerà “nella casa primitiva che è il mio corpo”. Dopo che “nell’ultimo buio” ci si è lavati/purificati con la sabbia. La sabbia, infatti, tema di questa vocale, è una “dea”, variazione metamorfica della materica madre/terra, e “sta covando/ uno zero nel mio corpo”. La O.

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david cristobal lozano

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Note al primo attraversamento – dentro la o
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1 Da “L’ombelico vivo di ogni creatura”, inedito di Anna Maria Farabbi.
2 Le esperienze più strettamente intrecciate a dentro la O, sono quella con persone sofferenti di gravissimo handicap psichico presso la Comunità  di Torre Certalda di Umbertide (PG) – Asaad. Anna Maria Farabbi conduce, da giugno 2015,  un seminario settimanale.  Tra gli ospiti, ha lavorato singolarmente per un anno con Carmela Pedone, ospite gravata da una pesante malattia, per cui è morta nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2016 tra le braccia di Anna Maria Farabbi; nel tempo di lavoro con Anna Maria, Carmela ha vinto un premio di poesia e partecipato alla premiazione; sarà pubblicata una sua opera di poesia e narrativa nella collana Una via altra di pane, vino, tavola e molto silenzio che Farabbi cura per Lietocolle. E l’esperienza con persone anoressiche, presso l’Associazione Il Pellicano di Perugia, con cui ha tenuto un seminario quindicinale, che ha voluto aperto a ogni pubblico. Con alcune ha stretto importanti rapporti di collaborazione ancora in corso. Ma vorrei qui ricordare le  precedenti esperienze con i non vedenti e ipovedenti: ha lavorato per la creazione dell’opera Luce e notte, Lietocolle, 2008, presentata con la partecipazione degli autori stessi a Orvieto presso il Laboratorio Teatro di Orvieto e a Rovigo, nel Museo dei Fiumi. Ha collaborato con l’Istituto Cavazza di Bologna. Ha scritto un’opera lirica, rappresentata anche al Festival della Letteratura di Mantova, incentrata sull’assenza della vista. E le esperienze con i carcerati: nel 2008, nell’ambito de Il Progetto Casina, ideato da Antonella Ortelli presso la sezione femminile del Carcere di San Vittore a Milano, e nel 2015, presso il carcere di Terni, con gli ergastolani, di cui ha curato anche una serie di pubblicazioni per la rivista on line Cartesensibili, di cui era redattrice. E l’esperienza ancora in fieri con i sordi: nel 2007, ha partecipato al festival Suono e Pace a Villa di Montruglio, per un pubblico misto di udenti e sordi, con la traduttrice in LIS Stefania Berti. Nel 2015, ha scritto la sceneggiatura finale di una rappresentazione teatrale rappresentata da sordi con la sua diretta partecipazione. Sta lavorando con Clarissa Bartolini, sorda ex Presidente Provinciale ENS di Perugia, per un’opera intervista relativa alla sua esperienza autobiografica, e anche per una narrazione dei mondi dei sordi. Il testo sarà pubblicato nel 2018 nella sua collana Signature in Terra d’Ulivi. Ha in progetto di acquisire la lingua LIS per meglio comunicare con i sordi e lavorare senza barriere con loro.
3 Da “L’ombelico vivo di ogni creatura”, inedito del 2015 di Anna Maria Farabbi
Emily Dickinson, Poesie, Introduzione, traduzione e note di Margherita Guidacci, (245) p. 155, Rizzoli, Milano 1987
5 
Alcune citazioni, come questa, sono prese da conversazioni di Anna Maria Farabbi, da lei viste ed approvate nella forma qui proposta.
M. Farabbi, “leièmaria”, LietoColle, Faloppio (CO) 2013, p. 26 e p. 49
7 VIA.M. Farabbi, Abse, cit. p. 103
“facciamo che io sono una palla/ che odora di tutte le mani/ che dall’inizio del mondo l’hanno giocata/ facciamo che io sono una freccia faccia rotonda/ che girando cambia// se per un attimo ti assomiglia/ non puoi trattenerla// perché io sono il fuoco il giuoco/ invisibile infinito sonoro/ l’oro/ della poesia bambina”, in A.M.Farabbi, Talamimamma, Terra d’ulivi, Lecce, 2014, p. 5.

 

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david cristobal lozano

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” dentro la O “
secondo attraversamento

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o

Annunciato dallo “zero” della poesia che precede, il “vuoto trasparente della O” con-tiene vivo “il nido umido e sensuale” della meditazione. “Nessuna parola.”, l’unica immagine quella della “schiena arcuata della trota” che si tuffa ed il suono dell’acqua che scorre. E’ uno stare, senza parola, pensieri, voce, ricerca. Piantata nella terra, a resistere, “da eretica”. Non certo dentro “una O celeste”. In un equilibrio interiore non facile da tenere, se raggiunto, ma da lavorare, mentre vive l’adesione agli “inferni” delle creature ultime, a cui ci aprirà tra poco, ed insieme all’amore, nella forma di quella tenerezza che “mi apre le labbra”.

L’ultima narrazione termina con la forzatura al rientro coatto di Tamara. Ma il “fuoco assiale” ha fatto in tempo a bruciare la paura dello spaventapasseri e la distanza tra lei e l’anna che racconta. L’aia-cortile resta vuota di loro, ma piena degli echi che tornano dal labirinto del bosco, col tuono dei lupi. Mentre anna che racconta decide di scendere al paese di notte, esclusa ed escludentesi dagli operatori, la “lingua del sentiero” trova e guida i suoi piedi, illuminata dalle “stellezze che si specchiano nella neve”. E siccome Stellezze si intitola il libro postumo di poesie, che Anna Maria ha curato con molto amore e rispetto, di Paola Febbraro, creatura con il suo bravo calvario di dolore, non credo di immaginare troppo se penso che in questa luce notturna sia proprio la forza della poesia che risplende, di quella poesia di Paola in modo particolare, che vive anche oltre la fine della voce che l’ha detta e sofferta, che si affianca all’anna che racconta per aiutarla a resistere, ricominciare.

Nel “canto”  Anna Maria ha trovato un’identità, non univoca, ma impermanente, mobile, ruotante polimorfica:  o l’“uccella”, o la “mula” tutt’uno col corpo-sentiero della montagna, o la “scrittura delle nuvole”. Siamo in una secchezza nuova del verso. Essenzialità pulita di ogni orpello, “concentrazione/ sull’unico necessario”, in cui però sta chiara una risposta: “sì”, all’“arte” che partecipa all’“opera interiore”, che non va a disperdersi in una prolissa, inutile esteriorità mondana; nella consapevolezza che non occorre abbellire, “indorare”, ciò che già lo è da sé, e che “la cima” da raggiungere “non esiste”, ma solo il cammino, che ci è “meta” costantemente “a fianco”, se lo si percorre vivi e in piena consapevolezza, che vuol dire capaci di custodire “la mandorla profonda” del proprio “splendore” creaturale, e di ogni creatura vivente. Ecco perché anche la poesia deve essere essenziale: ogni poca parola, che sia utile e abbia “ritmo”, sapendo che il ritmo sta anche nel “tacere”. Allora si approda. Non alla stabilità o alla verità, o alla risposta, o al viatico assoluto, ma a quell’impermanente equilibrio che, come nei contraddittori assunti quantistici, trova modo di tragitto, pur nello scontro coi muri vietanti del consueto, tragitto appunto nuovo, impensato: imparando “la cantica/ di un diamante mandarino   senza gabbia”, e trovando la “ quiete interiore” nella perfezione della “quiete potente” dei “semi” “della mela”.  Dice Anna Maria:

lavoro per un’interiorità morbida come chi va scalza e funambolica per terra – solissima con i morti e con un amore a rovescio – mi sembra davvero una disciplina zen praticata a sangue

Da quella “quiete”, allora, è naturale, quasi logico, quasi medesima radice, che derivi il canto all’assurdo potentemente inerme della “nonviolenza di aldo” (Capitini), che sostiene la scelta di rimanere “al fronte/ con libertà interiore e disubbidienza”, che è quasi la stessa cosa che fare “l’orto”,  e ascoltare “quel che dice nell’ombra il prezzemolo nascosto all’oro”, pregando “con la faccia in terra di ricordarmi tutto”, una preghiera che non si alza in trascendenza, ma resta raso-terra e che non chiede grazia per sé, ma memoria di tutto, chiede di non perdere nulla delle creature basse, nell’ombra, che parlano dialetto, o che proprio non parlano, ma che il silenzio loro è in dialetto; e Anna, di queste creature, ha scelto di essere testimone. Dice,  mentre pota l’ulivo:

e io con le mani che sanguinano perché odio mettere i guanti – sono felice così – questa è la mia palestra per rientrare nel ventre caldo della poesia – lontano dal mercato dal rumore dal chiacchiericcio

Il proposito, per sé e per chi ascolta il canto della o, è di creare nel proprio “cuore” l’energia capace di fare vita, con la pazienza di un lavoro di “aratro” e “seme”, concentrandosi “nel solco”, nel lavoro per, nell’azione che è già qui mentre si protende ad un obiettivo che, ce lo ha detto poco prima, non è la cosa più importante. Così come viene proposto un pensiero diverso della morte, ascoltando, guardando, imparando dalle foglie autunnali la bellezza e l’equilibrio che può esserci nell’impermanenza: per qualche momento nel soffio di caduta le foglie si fanno “finissime arpe eoliche” e creano nell’aria, “ciascuna”, “un ideogramma sonoro”, per poi non finire a terra a morire, ma a continuare “sottoterra la vita dell’albero”: ognuna irripetibile, ognuna musica vitale, ognuna impermanente e continua nella prossimità costante e trasmutante dell’esistere. E’ ancora l’equilibrio di cui prima, nella meditazione  –“Lavoro l’equilibrio interiore mentre attraverso gli inferni”–, che non era e non è il funambolismo odìsseo (“non sono Ulisse” – l’Ulisse cioè che ascolta le sirene, ma legato all’albero della nave, senza rischi e staccato –  avvertiva in premessa all’opera) che mantiene il distacco dell’altezza rispetto alla sottostante gola della u dove stanno gli ultimi: sì, “cammino sul filo”, ma “o sono io il filo”, cioè la forza dell’equilibrio proviene da sé e si dà come aiuto, ricovero, accoglienza per l’altro  (“tappeto”, “tenda”), “o tra due pali dove le rondini interrompono il volo” per riposarsi, in quiete, stabili nell’aria instabile, come ad esempio nell’amore di due. La distanza da terra non si misura con i metri, ma nella profondità dell’addentramento al mondo: “l’uccella altissima vede la velocità” con cui il treno “taglia la neve” e non fa rovina del biancore, perché rivela “la lucentezza dei binari”. Di questa “uccella” Anna ha imparato “il vuoto dentro il corpo/ che permette il volo”, la meditazione e la ricerca interiore, che permette anche di volare, di aprirsi al mondo e di coglierlo con l’attenzione leggera e precisa di un “becco anonimo”, che, cioè, sta nel mondo, cosa tra le cose, ma anche lo ‘tasta’, lo indaga corpo a corpo, con un becco, appunto, che lascia scivolare “per terra” il suo “canto”, mentre coglie la musica della neve, che lo coprirà, il canto, come un seme e lo preserverà fino al germoglio. Canto che è comunque nella ventura dell’impermanenza, che non perde ma oscilla nel fiato del mondo:  scritto “sulla sabbia”, dopo avere fatto il vuoto in testa, e lasciato al mare, al bagnasciuga del mare, affidato qui ad un intraducibile potente verbo del dialetto: “slengua”.

Perché Anna Maria: “vo da me   a travento”, “vado da sola funambolicamente (è questa sottolineata l’aggiunta nella versione italiana) nel vento”, nel senso, come dice la nota, non “di solitudine, ma di autonomia fisica”, tant’è vero che  nomina due suoi grandi maestri, Achille Serrao e Amedeo Giacomini (ne ha avuto nutrimento, “cibo” ad educare “il corpo”, direttamente “attraverso la bocca”), per affermare la sua originalità: “nciò bisogno del fojo// canto a passra”, a passera. Che è più di una metafora, ma effettiva trasmigrazione da specie a specie, così come la propria “liquidità sensuale” (letteralmente: del corpo, dei sensi) è lavacro interiore di sé ed insieme metamorfico “diventare acqua potabile”.  Anche “il lago” si offre in una trascendenza da “uccelli pesci insetti” che “non esistono”, perché anche l’“io” di Anna possa evaporare. Qui c’è una delle più compiute e dense espressioni per dire di questo passaggio nella meditazione che porta oltre senza andare mai fuori.  Un trasmigrare, un con-dividere o meglio un con-sentire, che è anche del “cieco tuareg”, il quale sa andare “all’acqua” non schivando gli ostacoli con riferimenti-tappe di tragitto, ma “attraversando me/ e le scaglie del buio”. E con-sensualità  è quella nell’andare e venire “del vento ntla luce” che permette aperture nuove “tra le mie ciglia di organza”. Questo ha imparato Anna dal deserto. L’appartenenza è raggiunta. L’immergersi nel grano fino a sparire è una nascita (bellissimo il lampo del verso che lo dice: “mi nasco ndo nel grano”) al tutto che sta intorno all’io. L’energia del “fulmine” che forse ha abbattuto la “pianta” divenuta poi porta di un granaio dogon, si trasforma in vita trasponendosi proprio nell’oggetto abbattuto, diventando “pianta” e poi oggetto utile per conservare nutrimento e poi interiorità sicura e fertile, proprio come, anzi: medesima di un “granaio”, precisamente “dogon”, perché antico e “anonimo” come quel “becco” di prima, e “fossile” e corale nel suo perfetto allineamento alla transumanza della specie. La funambola a terra, o su un filo che è lei stessa offerta al posarsi degli altri, ha le braccia stese a “bilanciere”, in equilibrio sostanziale con la “luce”: “su un palmo” “una lucciola/ sull’altro un cucchiaio di neve”.

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eva aulmann

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Poi davvero il vuoto della o si addensa e come il tuorlo di un uovo si feconda di due esperienze d’amore, che sembrano antitetiche ma sono complementari e biunivoche: l’amore di due, l’amore per i “matti ni”.

dentro la O del mio amore

Dice Anna Maria:

sto amando molto – il cuore lo apro per trarne forza – ho equilibrio la grande madre affetti intorno e questo amore piccolo piccolo e atomico – amare mi riporta con umiltà all’impermanenza della vita – dovevo cantarlo ancora questo amore proprio ora che vivo anche le bave degli ultimi

La chiosa d’ingresso a questa prima freccia della ‘coda di rondine’ è di due versi:

ho combattuto con le rose

e le rose hanno vinto

dalla temperie quasi stilnovistica, se non fosse per la ricchezza polisemica di  versi che si aprono a molte prospettive. Da una parte  quel combattimento che riporta ai subìti  sconvolgimenti cavalcantiani e quelle “rose” soavemente vincitrici che fanno emergere la “labbia” di Beatrice, “che va dicendo all’anima: Sospira.”. Dall’altra la possibile inversione che fa soggetto e vincente la donna che scrive e che incentra tutta l’attenzione alla sua vicenda d’amore sulle “rose”: lungi dallo stereotipo, “le rose” sono, da subito, messaggio di tenerezza. Che è al centro di una profonda meditazione di Anna Maria, nella sua ricerca non solo dentro l’evento o l’accadere dell’amore, ma dal di dentro dell’amore stesso. Di nuovo, in questo versarsi alla ricerca, molto stilnovistica.  Anna Maria nemmeno nomina di nome l’altra parte che si affaccia a lei nell’amore di due: “creaturina”, la dice. E dopo tanta premessa nelle cinque vocali, il significato di questa scelta è, come per “le rose”, lontanissimo da smielature, ma denso invece di tutto quanto è stato cercato e trovato nelle meditazioni e nella poesia. L’altro –  minerale vegetale animale e anche amore sensualissimo e anche creatura fragilissima nel patimento e anche creatura malata come chi porta il male a sé e/o agli altri –  non sarà mai da possedere fisicamente o mentalmente o psicologicamente, soprattutto quando si apre, si offre si dà come oggetto di un rapporto dove l’incontro è di due guance che si sfiorano come in certe icone orientali. Non ho volutamente precisato  ‘di madre e bambino’, perché, per Anna Maria, amare, e amare teneramente, non è solo in questo pur potente aspetto maternale. Che resta comunque radicale, “la radice”, è vero: “la mère/ la mer l’aimer”, coniuga la poeta. Ma l’amore è anche, fortemente, nella sensualità e sessualità di un amore che si esprime fisicamente con gioia, se comunque questo significa entrare delicatamente nella nerezza dell’altro, nella sua interiorità mai del tutto definibile e conoscibile, offrendo la propria, altrettanta. Per nutrirsene insieme, creature dell’esistere, che stanno reciprocamente presenti nella loro esistenza, senza mai chiuderla in pretese di padronanza ed esclusività.

Nella prima freccia della ‘coda di rondine’  è offerto un amore sensualissimo e tenerissimo:

nel buio    la torsione animale di questo olivo

cantando con lucentezza odorosa

goccia olio

il pane è il corpo mio

Un amore che la poesia non si limita a cantare, come è detto nella “dedica”, messa a postfazione, ma lo partecipa fisicamente, “pane” offerto alla “creaturina dell’amore”, “ceneri a coriandolo” buttate “a mare” “per farti festa”, che però “tornano controvento a macchiarmi la bocca mentre ti bacio”.  

Un’esperienza di vero e profondo contatto, che emana tanta energia da irradiarsi anche ad altri tu, anche faticosi e difficili come i “matti ni”; dice Anna Maria:

la gioia di un amore per cui devo dire grazie a nostra madre –  mi concede generazione e mi azzera mi porta nel cuore del mondo e mi scaraventa all’inferno come un’altalena – senza quest’amore non ce l’avrei fatta non ce la farei al ritmo di questa intensità

Non è casuale che il primo ingresso nella poesia di quest’amore venga offerto dalla “consapevolezza”, che tesse un parallelo – più che un confronto – di evidenza tanto misteriosa quanto abbagliante tra il canto “prima di me  più forte di me” di “un anonimo poverissimo filo dell’himalaya/ con le sue facce volatili stracciate” (ancora, come il “becco” precedente, un’anonimia: della banderuola di preghiera tibetana sfilacciata) ed il proprio, che è canto di “fiato sensuale”, canto non di parole-voce o non soltanto, ma di corpo fisico, che “segna l’aria”, capace di toccare “prima di evaporare”.  Non agli antipodi, ma strettamente connessi, strettamente tutt’uno, i due canti.  E qui ci indica il filo da seguire per interpretare quest’amore, qui, dentro la o. Nella poesia” dell’epifania”, l’essenza del “sandalo brucia in una coppa” al lentissimo morbido “ritmo” della neve, che nella sua “scrittura verticale” “tatua il corpo della notte”, corpo che è “il suo io il mio”: all’unisono il dentro e il fuori, della casa e del corpo, freddo di neve e caldo sonoro delle “lingue preistoriche del fuoco”, tempo dell’adesso e tempo ancestrale (perché mai, nemmeno nell’amore Anna dimentica la lunga teoria degli anelli fossili della sua spina dorsale, che la legano al passato e la rimbalzano, responsabilmente, all’adesso).

La potenza dell’amore è data da un’antitesi complessa di “luce” e “morso”, tra i cui poli si manifesta “un amore a vento/ che mi strappa da terra” e che annulla ogni rigidità stagionale e interiore, che è un punto di arrivo, ma molto faticato nella sua meraviglia stilnovistica e poi del tutto accondisceso: “ho attraversato il campo/ del mio sterminio   se il miracolo chiama// io vengo”. Come sento qui potentissima l’eco del “sì” ripetuto e ripetuto da Molly Bloom, che chiude l’“Ulisse” di Joyce, così sento il  rovesciamento letterario ed epocale, che non è solo segno dei secoli trascorsi, ma soprattutto di una soggettività trascorsa, di genere e di neutra humanitas, là dove al “Chi è questa che vèn” di un atterrito io cavalcantiano bloccato in attesa/difesa, dentro un gomitolo, pur affascinante, di ‘non so’, ‘non conosco’, ‘non si può’, si contrappone l’affermazione consapevole e responsabile “io vengo”, nonostante sia rimasto lo “sterminio” e il “miracolo”.

Poi, il primo incontro fisico, “quando per la prima volta l’ho baciata” la bocca alle cui “labbra” narrare “la mia interiore eresia”, in un travaso “di bocca in bocca” di “una liquida dolcissima noce di fuoco”.  E poi, ancora nello stilnovismo rovesciato,  la poesia dell’incarnata bellezza che “passa”, senza definizione, senza descrizione, perchè l’identità anagrafica sta fuori del canto, mentre si manifesta il massimo grado del bello. E l’“io”, isolatissimo nel verso sotto, potrebbe sembrare ipnotizzato a guardare, in disparte e isolato come il gentile stilnovistico; e invece no. Qui non c’è potenza celeste che invia a “miracol mostrare”: è una “bellezza che scelgo io”. L’universalità  di “bellissima” è ricondotta ad un’interiorità che  non la sminuisce, perché questo “io”, irrorato d’amore, si sostituisce al “cielo” metafisico in tutta la sua potenza di canto terrestre che crea la bellezza.

E quindi si arriva al punto d’approdo più originale. Dice Anna Maria:

l’unica frontiera che mi sembra di avere attraversato è dichiarare che la poesia d’amore è poesia civile

Qui, infatti, nella poesia “dell’amore civile”, sta la polpa, il gheriglio:

il mio canto d’amore appartiene alla poesia civile             

  perché con la mia lingua suono

malgrado tutto   il profondo desiderio del tu

Quello che viene insegnato dall’amore a due, quello che ricuce ad unità i divisi, è “il profondo desiderio del tu”:  insegna a ripercorrere la vallata del vuoto della u che separa, anzi insegna a gettare un ponte da un capo all’altro della fossa, per ritessere il contatto di un io con un altro io, per allargarsi poi a un altro e un altro ancora, per fare esistere la comunicazione, amorosa e rispettosa. Perché, poi, nell’amore, si spalanca solo la pace, il “servizio civile/ nella nonviolenza di aldo”, disubbidiente l’amore “alla banalità delle armi”, come quei soldati di opposte trincee nella prima guerra mondiale che da “disertori” cantarono “con il nemico alla vigilia di natale”. E perché “la passione tensiva” della poesia è pratica semenziale di “democrazia dal basso”. Gli amanti, capaci di un amore che vibra intensamente della sua corporeità condivisa e reciproca (“tu entri esci rovesci/ la morbida clessidra del mio corpo/ mentre dono alla tua pelle la mia lingua che è// una caduta luminosa di petali di ciliegio”), non separatamente ma tutt’uno con l’interiorità più profonda, che comunque mai è staccata dalla vitalità dei sensi (“una caduta luminosa di petali di ciliegio/ dal viale zen delle mie cento primavere/ riemerse ora in un trionfo di nuvoli di profumo”), questi amanti “sono quelli che rimboccano il corpo fradicio/ dei clandestini scaraventati dal mare/ nell’inferno dell’infermeria da campo” e – aggiungo io – quelli che scelgono di disertare i salotti letterari  per aver tempo di buttarsi nella pratica degli inferni degli ultimi. Non c’è opposizione ma continuità tra “l’anna/ che si spoglia davanti al falò della tua notte” e l’anna che “di giorno sradica le barricate/ cantando con Louise e le altre”; così come non c’è opposizione tra il bisogno di inclusività, di abbraccio, degli amanti  e il bisogno di “libertà interiore”: “non volarmi addosso creaturina dal cuore in bocca/… / fatti libera   prima  di entrarmi”, in lei, anna,  che è arrivata a sentirsi “occhiello del cosmo”, capace quindi ora di farsi trapassare dal “tuo lunghissimo filo”. Ma le narrazioni, le vicende, gli “alfabeti” dell’uno (che ha “piantato tappeti sul deserto   perso i sali/ venduto a carne i cammelli divini per fame”) entrano in contatto con quelli dell’altro “io” (che  si allarga “a fisarmonica” per far posto ad “un’orchestra ancestrale” con cui  pratica un canto biologico), si conoscono e rispettano “ciascuno nella molteplicità del proprio viaggio”. Non facile arrivare alla “dolcezza ritmica delle nostre congiunzioni” nel rispetto reciproco della diversità del “viaggio”. 

Ma è proprio questo l’altro insegnamento che viene dall’amore.

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david cristobal lozano
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dentro la O del mio manicomioarca

Con una importante premessa, più che logica, di energia, di cui è fonte l’amore cantato finora e che è evocato all’inizio e alla fine – “caro amore mio” – come nume tutelare di questo ultimo non facile approdo, ecco infine l’altra freccia della ‘coda di rondine’ che chiude dentro la O. La freccia si espande ad arca, diventa il “manicomioarca”. “Tuttoinmefuoridime si è esteso e congiunto, senza sublimazione, senza confusione, con necessità e potenza”, compresi “i miei orrori personali e le emorragie di un’umanità autodistruttiva”, perché in “questa cassa di risonanza cosmica non c’è luogo in terra che non sia comunità, non c’è creatura in sofferenza di cui si abbia il diritto alla cancellazione”. Il canto “è viandante” “tra i gironi dell’inferno e dell’ignoranza, incide la carta” e “il proprio palmo, anche il petto di chi incontra”. Qui si risponde ad una chiamata sulla soglia di Abse in “Qual è    dov’è la mia casa nell’abse?”: “La sua (di Tereska, bambina “cresciuta in un campo di concentramento, fotografata da David Seymour”) faccia brucia e nevica nello stesso tempo: mi chiede di restituire il mio lusso, (…) di rispondere a voce alta del mio fare, del mio andare, della mia letteratura grassa che manca ancora di rispetto verso i poveri, i fulminati, le creature che con il proprio petto strappano il filo spinato, liberando i prigionieri.”. Ed un’altra accorata domanda era rimasta aperta in leièmaria: “Forse quella prigione (il manicomio di Scarlitz)  sarà smantellata mentre altre, simili, continuano o stanno nascendo (…) E io che scrivo parole cosa posso fare perché siano esperienze concrete, allarmanti, per chi legge? La mia scrittura, la mia povera scrittura del quasi niente.”  Se tutto il poema Abse e la narrazione di leièmaria erano già una risposta, qui c’è la dichiarazione di un’intenzione, chiarissima, perché già in atto concretamente col lavoro nella comunità psichiatrica di Torre Certalda e quello con l’Associazione Il Pellicano, come ci dirà nel “viatico per dentro la O”, in chiusura, nonché proprio con questo poema: il canto “con il fiato rovescia il carro del re”, ma con “la qualità interiore di non trattenere a sé” e “quella lievità quella ricchezza” a cui Anna Maria è arrivata con la meditazione e con l’amore. La poesia attraverserà “ogni soglia”, ma in modo tale da entrare “nella polpa dell’orrore trovando la bellezza”.

Il manicomioarca “non è”, “ma  è anche” “un eremo”, “una tana di montagna”, in mezzo a boschi, lupi, cinghiali e “aquile reali in picchiata come fulmini volatili”. Poi lei, anna, ora minuscola anche per me che sto entrando nell’arca dei minuscoli: “e io”. Che non è, ma è anche “pastora”, “contadina di montagna”, “viandante”. Non si tratta di ambiguità, ma di un aggiustamento polisemico della misura, della logica. Per capire, tanto per cominciare, questo: lei è “una/ che con le mani raccoglie il mare e lo porta/ ai matti” e che lo può fare “perché ho la poesia in corpo”. Non in libri stampati o scritti a mano, non in parole di carta o di voce recitante: prima di tutto la poesia è “in corpo”. C’è la potenza misteriosa della bambina “pesciolina” che diceva in Talamimamma: “un giorno lo giuro disubbidisco alla mamma:/ porterò il mare in cima alla montagna”. Quel giorno è qui, adesso. Ha detto ai  “guardiani dell’arca” di voler “condividere il canto e la creazione/ con i dannati acefali”. Non si può dimenticare, nell’“ospizio femminile” di Abse, quella preghiera: “Chiamo la madonna acefala/ la sola che sia in grado di togliermi la testa / con un’unica carezza./ Il mio io è qui   devastato/ irriconoscibile nel volto    uscito/ dalla simmetria limpida delle tempie/ dalla bellezza e dal canto.   Ave.” Se là si era fermata a guardare, a sentire la loro amputazione, adesso invece è qui per intervenire, per operare “il miracolo lirico”, di cui è capace la “poesia biologica”, e quindi dare “la sua armonica potenza all’inferno”.   

Il manicomioarca è “un campo/ di concentramento/ magnetico   in cui il giorno e la notte si schiantano”, dove gli “ospiti” sono storditi dagli psicofarmaci,

ognuno alcolizzato bevendo le proprie acque amniotiche

percorre il labirinto a specchi del manicomio

dentro cui è matta la morteminotaura

che li sbrana uno a uno divorandone

la lingua i dialetti i silenzi   l’io

ancora inspiegabilmente in corpo

come un estraneo seme acido

Nella narrazione della u, nominandoli uno per uno, coi loro nomi maiuscoli solo lì, quasi che abbiano acquisito un’identità forte proprio coi segni atroci delle loro menomazioni, anna le elenca con l’apparente oggettività di Roberto Bolaño, lasciando che la nuda parola, assolutamente “biologica”, mostri la “morteminotaura”. Poi, privatamente, dirà:

vivo con gli ultimi  sto dalla loro parte tra le barricate invisibili   mi sento una responsabilità e una lievità soffiata – sono bombe atomiche che esplodono davanti a me e non posso narrare agli altri fino in fondo  –  il volto della suicida è in me

Nel manicomioarca “i matti sono stranieri   sempre/ incomprensibili e violenti   persi” a sé, ma soprattutto agli altri “del villaggio”, della comunità, che hanno rinunciato a loro. Per “paura”, disgusto, comodità, ignoranza, “recintati senza permesso di soggiorno”, loro “i veri extracomunitari/ espulsi da ogni villaggio”, perché “il villaggio” “non sa/ che una creatura rovinata conserva/ vie intense di accesso e resine interiori/ capaci di ricongiungere gli squarci della propria identità”. Non è un’affermazione teorica o di principio o di fede. A questo punto del poema, anna parla di esperienze eccezionali che già ha fatto: “la loro lingua in posizione fetale/ può essere suscitata alla vita     anche da una// come me”. Cioè qualunque, minuscola, nomade. Ma con la poesia in corpo.

Allora i “matti” diventano “i miei matti ni” e anna precisa: “li chiamo interiormente così”, con una tenerezza medesima della “creaturina dell’amore”. Loro sanno ritrovare il lontanissimo mare, afferrandone col “naso” “il suo odore”, portato dalle “correnti salmastre” a quota d’appennino con “le poiane”. Hanno ognuno un nome minuscolo, ancora vive anonime – nel senso connettivo con cui a volte e soprattutto in questo poema lo usa Anna Maria, questo aggettivo, e non in quello di cancellazione – creature, ognuna con la sua storia irripetibile, che, se si riassume in poche parole, però è scandita dalla poesia nella necessità cosmica: “era campionessa di nuoto”, “leggeva i pesci”, “si sporgeva dal faro”. Questa è “la schiuma della luce/ che gli sciaborda il petto all’alba/ mentre li corrode”.

Come si esce da un abbraccio così coi “matti ni”? Quando le domande restano aperte: “cos’è la mia poesia se   è davvero un corpo vivente”? Perché “non voglio scrivere una poesiauccella sublimandola”, perché “sono io  l’uccella in carne e ossa/ che sceglie di vivere un nido negli intestini dell’inferno”. E non è facile, se si deve comunque ridiscendere “nella valle” dove “regna apparentemente la normalità”. E se si crede al canto “quando non è più di chi lo crea/ non è più di nessuno e suona autonomo il vuoto dello zero”. Un canto che rovescia e accomuna, anche la morte, e “pratico la pace così”.

Per imparare da loro, anna comincia ad ascoltare il ritratto che loro si fanno di parole e gesti; e subito siamo in un oltrepasso che spaesa e sgomenta: chi “non può aprire gli occhi/ perché gli uscirebbe la luce dal corpo” (in quanto, motiva, “chi vede perde molto di sé”: e siamo già sbalzati in un entroterra savio e sublime da farci tremare, “zitti     sentendo il vuoto”), “lui cieco afferra al volo” una mosca che volava “in assolo” dentro la “cassa acustica” del “refettorio”. C’è chi conduce “la narrazione del filo” nel ricamo sul bianco, praticando “un gesto/ di assoluta bellezza”: non è dal risultato finale, fermo e definitivo del ricamo, che anna impara, ma dal “gesto” vivo, mentre crea. Nella “pazienza esatta” e “malgrado tutto”. Una parabola zen vivente. E a sfida terribile c’è issam che “dentro il suo corpo integralista” prega “che il suo dio maschio bellissimo e terribile” gli ordini  di non lasciarsi irretire da anna, e anche: “non dirle che è buona la gioia che mangi con lei”, perché la sua poesia è peccato; però “ubbidiente e smemorato”, dopo aver pregato, si dimentica “e torna sorridendo con noi a tavola”. E c’è giuseppe che la aspetta, anna, camminando “da automa su e giù per il refettorio”,  che può diventare “nervosamente veloce/ mentre è morso dal suo silenzio animale”, ma poi basta che, passando, anna lo saluti e “a bassa voce”, intima, gli dica che ha “assolutamente bisogno di lui” con la lavagnetta su cui traccerà “il cordone ombelicale dall’io al noi”. E poi betti, che è stata dentro l’urlo di un “vagito terrorizzato”, e dentro il furore della perdita di tutto, che è stata spenta “con un ago”: anna la raccoglie, la sveglia chiamandola per “nome cognome”, e quando “si apre” al suo “filo di voce”, le dice: “vieni a tavola   ti stiamo aspettando” e lei ci va e disegna anche lei la sua mano sul foglio. Che non è un passatempo ricreativo: “i primitivi nella disperazione scrivevano la poesia così”; e lo facevano per “assorbire l’energia minerale” e “guarivano” e lasciavano quelle “loro vecchie impronte” alla “comunità”, perché le guardasse “come rivoli dell’io come bellezza di fiumi fossili”. E così anna, ad ogni occasione, si è proposta di mostrarle, a questa comunità di oggi: che impari di nuovo a guardare e a vedere i “rivoli dell’io”, la loro “bellezza”.  Infine si arriva ad un’epifania che ancora fa tremare come quando si manifesta il sacro: a chi “insegnava biologia animale” e l’ha dimenticata, anna “un giorno” gli mette nella “mano/ rattrappita e tremante/ una penna bianca di ghirlandaia” e “inchiostro vegetale”; e questa creatura matti na, con la concentrazione calligrafica zen, traccia “il punto” e lo legge: “io sono la papilio ulysses bicolore/ con in corpo l’azzurro più possibile    che è ora/ con in corpo il nero più possibile   che è stato prima di ora”. Come una sibilla, una profetessa.

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eva aulmann

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piccole riflessioni in coda

Per me, attraverso gli ultimi libri di Anna Maria Farabbi, si apre lo sbalordimento del nuovo, dell’assolutamente nuovo e fecondo. Una poesia, che lei chiama civile e anche politica, ma che è molto di più: perché propone davvero un modo diverso di stare al mondo. Stare al mondo, non solo guardare, riflettere, pontificare pensieri. Starci in mezzo, con una precisa scelta di campo: gli ultimi. Senza trascurare gli altri, perché tutti gli altri, vegetali, minerali, animali, a noi ci sono insieme, e lo sono e lo siamo come creature. Facendone, Anna Maria, di ogni incontro, concretamente, organicamente poesia.  Che vuol dire non limitarsi a recitare versi o a fare scrivere versi, ma prima di tutto ascoltare l’altro e poi offrirsi nel coinvolgimento di “ogni sensorialità”, dice lei, utilizzando tutto quello che le sembra possa aprire la comunicazione, dalla lavagnetta coi gessetti, alle torte, alla musica, agli oggetti etnici o quotidiani. Poesia è per lei tutto questo fare insieme, anche se non si arrivasse mai ad una sola parola scritta. Che, se arriva, non è mai affrancata da tutto quel fare. Un fare che è possibile attuare nella ‘normalità’, senza possibilità di tenerlo distante trincerandosi dietro eccezionalità da santi, eroi, mistici o missionari. E’ un fare possibile, ribadisco, continuando a lavorare parecchie ore al giorno in ufficio e nella casa e nell’orto, continuando responsabilmente ad avere famiglia, continuando ad avere amici, a fare passeggiate, continuando a godere dell’amore. Con una sola linea discriminante per attuarlo: la nonviolenza e l’apertura all’altro.

La poesia di Anna Maria è, quindi, nuova soprattutto di questo. Non è mai staccata dal mondo, senza diventare diario, senza diventare confessionale dell’io, senza diventare manifesto politico o ideologico. Si permette per questo forme non comuni, come la commistione di scritture (non posso dire generi perché ben al di là delle canoniche distinzioni lei si muove), o una versificazione che tiene conto più del fiato-respiro (coi suoi vuoti di silenzio, con le sue emissioni concitate di parole) che della prosodia e metrica, o un apparato retorico che, se pur ricco e spesso sbalorditivo, però mai compiaciuto o troppo letterario. Ha elaborato, nel suo lungo cammino poetico, un proprio lessico, una tramatura speciale delle parole, che spesso si allontanano dall’artificio figurale e restano semplicemente forme del codice del suo sentire: la percezione ‘fossile’, la pienezza del vuoto, il sole tuorlo ostia, la soletudine, l’energia dei morti, le uccelle, le cammelle; gli improvvisi vuoti bianchi dentro il verso, certi abissali silenzi in fondo a cui un verso, titoli che sono spiegazioni, e via così, le prime cose che mi vengono in mente come esempio. Una mia impressione forte, tra le altre, è che per lei la metafora et similia non siano affatto un trasmigrare di significato da uno ad altro significante. Lei nomina ciò che davvero sta chiamando all’attenzione:  dice che ha “gli uccelli dentro”? E’ vero. “Tu non ci crederai   ma io sento gli uccelli/ che scoccano da una tempia all’altra”. Magari sono gli uccelli di adlujè, ma credetelo, ce li ha davvero dentro.

Milena Nicolini           

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david cristobal lozano

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Note al secondo attraversamento- dentro la o
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Paola Febbraro, Stellezze, LietoColle, Varese, 2012
2 In questa forma sono citate parole da conversazioni di Anna Maria Farabbi, che lei ha visto ed approvato.
Chiedo venia di un anacoluto che mi si è fatto imprescindibile.
Anna Maria ha molto legato alla propria meditazione sulla tenerezza un’icona comprata in Turchia, nella casa della dormizione della madonna.
Abse, cit. p. 10. Importante ricordare che abse in dialetto perugino significa niente, vuoto.
leièmaria, cit., p. 104
Talamimamma, cit., p. 41
Abse, cit. p. 120
Roberto Bolaño, in La parte dei delitti di 2666,  per centinaia di pagine elenca le morti terribili di giovani donne che, dalla finzione di Santa Teresa del romanzo, balzano fuori e si appaiano alla reale carneficina di ragazze a Ciudad Juàrez.
10 
Dopo la morte di Carmela, con cui Anna Maria si trovava nella biblioteca pubblica, Issam è andato a vedere, ha chiesto se era vero che venivano lì, poi ha osato proporsi lui in quell’incontro speciale personale, anche se non è bravo a scrivere come Carmela, anche se non può guardare certi libri con le figure.
11 Abse, cit. p. 69

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Anna Maria Farabbi, dentro la O – Kammer edizioni, Bologna 2016

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5 pensieri su “LA MEDITAZIONE E IL FARE- Milena Nicolini

  1. Il commento è magistrale sia per la profondità della prospettiva offerta sia l’amalgama che crea con il testo oroginale. I rilievi sono puntuali e suggestivi. Dopo la lettura del libro, la sua rilettura sarà ancora piú premiante.

  2. stupendo questo ultimo libro di Anna, collegato agli altri precedenti ma se possibile sempre più profondo. E sensibile il commento di Milena e le sue annotazioni. Brave! Un abbraccio

  3. Non si tratta di un libro di poesia, ma di scrittura. E’ come se Anna Maria fosse tornata alle origini, a insegnarci come si compone sul foglio la i la u la e la a la o, a seguirne le linee come un bambino che impara, con un mozzicone di matita in mano e la lingua che lambisce il labbro superiore per l’ impegno profuso. Ma forse il luogo giusto per sviscerare le vocali è la terra, segnandole con un ramo appuntito. Ogni vocale è un segno naturale, dove il vuoto ed il fertile convivono: da quanto tempo sono lì a germogliare? Quanto profonda è la loro radice? La ricerca di Anna Maria, concretissima e pura, mi riporta al Medio Evo, dove pure esisteva questa fortissima unione tra scrittura e natura, a cominciare da boves se pareba, alba pratalia araba. E Dante: fare i conti con l’inferno. Ma la discesa agli inferi ora non ammette più nessun distacco e il viaggiatore corre incontro ai peccatori, li ripara dal fuoco con le sue mani, li abbraccia per scaldarli dai brividi di un freddo atroce. Ci voleva il principe Myskin a raccordare i tempi andati e quelli moderni. La storia di Tamara è un gioiello di luce e calore: i suoi piedi nudi negli stivali dell’altra , quel gioco a lanciare una testapalla che non si sa più di chi è. Spaventapasseri, Anna Maria e Tamara sono alla fine la stessa cosa: tenerezza per tutte le creature , come scrive Milena nel suo lungo e appassionante lavoro. C’è un’intensità rara in ” dentro la o”, senza neppure un suono storto di retorica. C’è solo il passaggio di angeli necessari che cuciono le varie parti con il filo della consapevolezza e spirano un vento tiepido con le loro ali , anche là sulle colline umbre dove il terreno si ghiaccia. Il manicomioarca ritrova un’acqua di gocciole che lo fa piccolo e lo conduce dentro la casa di ognuno di noi. Grazie Anna Maria, per il mare dentro la o: ne avevamo bisogno, ora più che mai. Grazie Milena, per la tua navigazione da delfino e la tua rotta tanto naturale

  4. Vorrei solo aggiungere che ‘dentro la O’ è un mondo-scrittura in cui si incarna il verso di Capitini: “La mia nascita è quando dico un tu.”.

  5. Dopo il bellissimo saggio di Milena Nicolini su “Abse” , testo nel quale Anna Maria Farabbi va alla ricerca dell’uomo, dei luoghi e degli spazi attaccati alle radici che si dipartono dai piedi e che tengono ancorati al mondo, Milena ci rende partecipi di una nuova realtà che Anna Maria sonda : un terreno inusuale, nuovo, quello delle vocali (Dentro la “o”) . La “o” diventa la prima vocale meditata e anticipatoria di quelle che seguono. L’amore per quelli che Anna Maria chiama i suoi “mattini” sottolinea la sensibilità della poeta e dell’amore per quelli considerati non facenti parte del mondo normale. Ma di normalità non si può e non si deve parlare di questi tempi. Penso che l’esperienza di Anna Maria, così profondamente partecipata e messa in rilievo dall’acume critico di Milena, ci aiuterà a capire dove si trovano la vera normalità e il senso più autentico dell’amore. Libro assolutamente da non perdere, per far proprie parole così vivificanti.

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