INVENTARI D’AUTORE: Marina Pizzi- “Afe o epifanie dello steccato malo”

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Afe o epifanie dello steccato malo, di Marina Pizzi – 2016

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Art is either plagiarism or revolution
Marcel Duchamp (Fr. 1887-1968)

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1.

Come farò a morirmi addosso
Quando dal fischio dell’ultimo treno
L’anomalia del pianto è la sintassi
Massima orticaria. Il panno di lino che mi nacque
Ora è lo straccio del forno che attende
Di accendersi. Dimestichezza atroce
La viandanza tradotta nella sabbia
Con le buche improvvise. Viottolo
Il polso bambino pulsa lacrime
Di fiele. Già tradotta la rotta
Stringe le palpebre chiuse.
Velodromo la nicchia del rantolo
Rupestre. Intanto si addebita
Il tempo recluso. Qui non patriottica
La rete del letto squaglia il vólto.
Al sepolcro rovesciai la faccia
Per schiattare anch’io.

2.
Voluttà di addio vederti
Issato sull’ultima sfinge.
Giocoforza tirarti baci
Celesti oltre le stimmate.
Stima di gioia t’incontro
Cometa adagiata al davanzale.
Ulula invano la mestizia
Grazia atletica l’abbraccio.
Lutto di ieri la mamma
Marziana di sé che se ne andò.

3.
(A Beppe Salvia nel dì del compleanno)

Romitorio di addio questo sorpasso
Cencio volatile perderti per sempre.

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   alessia iannetti

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5.
Campane a morto gl’indici di libri
Quando le biblioteche bruciano
Colline cinerarie bazzecole di lutti.
Al vocabolo del fatuo fossile
La rondine rischiara.
In dirittura di arrivo il vocalizzo
Del fantasma. A dirotto gelano
Le nubi che promettono
Fatue le grandini. Gerundiali comunque
Le resine avventizie. E qui ti dia bacio
Il cencio che se ne va con le stampelle.
Sotto la pensilina la tramontana
Inneggia alla rivolta. Disobbedisco sùbito
Al nero della toppa che non gira. Vado via
Domestica e randagia con il teschio in mano.
Chi riderà è uno sterco del diavolo
Voluto dalle sfere troppo perfette.
Rinuncio a tutto e cresimo
Le mie ceneri.

6.
Stremata arsura persino il polline
Del giardino imperiale. Così finisce
Il lino della nascita. Scribacchio aureole
Per sommi lestofanti famelici di glorie.
Idiomi lirici le veglie funebri
Braccate dalle fauci del coma.
Esuberi del fatuo le tombe
Battesimali davvero. Interrogazioni
Fatue sopravvivere ai compleanni.
Si voltò dall’altra parte e morì.

7.
Tristezza di nitore la parola
Da lastricati algidi s’accunea
In quanti di straziate usure,
di altrove mal mappati
ragnatele in itinere di stasi
vocali che un senso accertino
apicale decretino un destino
l’insaziato verso del precipite.

8.
Patiboli di bile questi governi
Votati alla stagione dell’arsenico.
In stanza con i patiboli di scrivere
Disfo rimesse con le carcasse.
Mare ventoso l’arcigno del basto
Quando qualora vomito serpenti.

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9.
Di fiori freschi giorni bui
Non eccellenza di tramonti
Voragine domani, mi voragina
Adesso i domani.
Dimentico a prostrate gioventù
D’affetti resina sottrae
Di mitici scenari un olocausto
Epidermide d’archi l’orizzonte
L’elegiaca sembianza del risorto.

10.
Gerundio di fallacia il mio tramonto
Sciacallo sul traguardo foce comune
Nodo senza capsula di ricordo.
Martirio di stazione lasciarti
Dove svenammo un amore reo
Cattura di se stesso quasi sùbito.
Ero bella tu ancora giovane
Vollero gli dèi spararci
Ok dell’ombra separarci.
Dopo tanto tempo conta ancora
Addio sul lastrico la resina di amarti
Profumi addolorati. In un pendio
La giacca fece rondine di sé
Per non calcarci più.
Rovinai nel prossimo del tempo.

11.
Non avrò da scrivere che enigmi
Intrigate altalene storie vere
Per mangimi di apostoli senza poteri
I mali antichi che giacciono ignudi
Sotto riflettori maligni.
Corone di sconfitte perdere la voce
In un nascondiglio di addii divenni sfinge:
Ottundi volontà
Annienta il vano arbitrio.

12.
Lo sterminio del marzapane
Rincorre le fosse della strage
L’insorto talamo che muore
Impallidendo nel solco che lo
Attende. Lacrimogeni montano
La guerra fatale dentro il fango
A gomito col neonato della stirpe.
Della mancina favola le nuche
Pargole senza rimedio ai pianti.
Bernoccolo di tigre fu la rivolta
Sulle verande ossute del sanatorio
Brevettato esile dal circuito di strazio.
Muore il pastrano nel vento segugio
Nel guinzaglio di monti che non servono
La voglia di guarire dei più deboli.

13.
Nel sillabato specchio di una alterità
Al giogo i giorni assecondo
Corale assolo di scompiglio e fine.
Itero la fossa ogni secondo vuota
Solo di calce piena. Il mio martirio
Scomoda angeli fatui del mio torto
Torto appieno. Evanescente infanzia
Ebbi sulla noia che le tende
Svolazzò verginali aureole.
Non bastò perdere il tempo
Ora lo devo attendere miserrimo
Restante stupita bestemmia
Da rantolare in silenzio per soffocare
I foschi aneddoti di una vita grama.

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14.
Come presa da un viottolo nascose
Le cose superstiti a mo’ di tic
Per ingannare lo stipite della porta
Pari a una lancia. Prese una doccia
Per cacciare gli anni con le smorfie
Bambine. Non passò per niente la burrasca
La trattativa contromano con le preghiere.
Quanto bisogna patibolare prima di morire?

15.
Scrigno di verdetto il velo mortale,
Paese senza piazza la voragine
Dove conobbi i vicoli alle liti
La vendemmia velenosa di compleanni
Carsici. Girasoli inclinati stemmano
Il groppone innamorato di giganti
Di non aver paura. La mattina è la palude
Del ludo del sognato malandato.
Coriandoli sulle tombe come a ballare
Le doglie che consumano la specie
Ancora per nascere. Bivacchi di ladri
Nessun perdono lo scisma che avviene
Vitalizio di resine per le manine bambine.
Volli un tale affetto che non mi bastò morire
Sotto le matematiche dei folli.
Oggi racconto fato lo scempio
Ragazzo dell’esistere a cravatta
Dell’eleganza bastarda muricciolo bagnato
Pronto al soqquadro. Tu da ieri non conti più
Le monete d’oro della nonna morta.

16.
Al tempo della ruggine podalica
Rimasi con i piedi nel cemento
Involontario spaventapasseri di coma.
Una strettoia di rettili produsse
Il seminato della bara.
La bile nera mi soccorse l’urlo
Simile al rispetto per gl’impiccati.
Valenza delle ceneri l’aspetto.
In terra così l’ipotesi che vissi
Generata favella di soccorso
Mania sempre verde d’odissea.
Così non attesi più gli ambulatori
Le burle nere di camici bianchi
Le chele velenose del letto numerato.

17.
Con le vocali di bambini rantolo
Lusinghiere le lire di poeti.
In fase di atterraggio l’angelo
Geme di sé l’inutilità.
Estinta la rotula d’atleta
È ormai ora di tingersi i capelli.
Eredità di oggi perdere colonna
È marionetta ormai.
La chiave della trottola è lanciata
Per vigili nascite. Rimorso scisso
Non credere alla madre puerpera.
Saline siciliane le vacanze
Screditano i fasti degli zuccheri.
Sbarazzina la rondine ritorna
Dove fu cheto nascere di trillo.

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18.
Vetusto crepacuore a sedici anni
La malattia congenita del pianto,
La lumaca che si attacca alla persiana
Quando il silenzio è manico di scopa
A nulla serve ridere di sé.
Avvento ergastolano il compleanno
È quando addietro si studiava
A voce alta per comprendere di più
Le lune capovolte dentro il cassetto
E le voci di passeri traditi
Da gabbie imperiture.
È tutto eclisse il sillabario noto
Questa vivente capsula al veleno
Sotto le giostre in disuso.
Martirio di pagliaccio il rogo saturo
Vendetta ciclopica del dubbio
Quando scatena il vento le porte
Spalancate sull’estro di vestirsi
Più di spose. Venne autunno di
Lontananza e senza fiato la genesi
Sfatta. Tutta di stracci la cerchia
Chimerica del meretricio il sole.

20.
Cuore di bambola al naviglio
Affaccio l’eresia del mio bisogno
Quale l’elemosina del servo
Votivo sulla ronda di resistere.
Mi piace conoscere e imparare
Le lune che dirimono gli scogli.

21.
Ho un manuale che mi fa
Rotte le ciglia e il davanzale
Col miglio accoglie chi vola
Per la libertà e la libertà altrui.
Veglia la cresta del gallo
Ma l’apatia del verbo
Demorde. Mi fosti amante
Prima del volo in tonfo
Quando il petto era una pendola
E il tempo di gioventù doleva.
Nel mare delle frottole le giostre
Girano intorno imperterrite.
Il portiere di notte legge le periture
Stasi del sonno fino a rovistare
I sogni. Il gelataio è l’abitudine
Di bimbi creature acrobatiche
Per eccesso. E mi somiglio al rantolo
Che quatto quatto di me torna a fiorire.

22.
Un urlo si appisola al mio boa
Qualora uscissi ma non posso più.
Ero un’orma autunnale
Dove imparai a piangere.
Genuflesso ardore perdere
Le ombre genuine a mo’ d’infanzia.
Staterelli di patrie questi alambicchi
Sovrani sull’arte di crepare.
Parsimonie di moine non amarti più
Più da tempo ormai più.
Solitudini di asfalto la fermata del bus
Dove calligrafo le storie da rendere
Per graffiare in pace rimanenze
Di muffe. Fugga da me l’occaso
Sovrano, la botola calunniosa
Dentro il sangue. Svegliarsi dà
Malesseri calvi più rovinosi del vile
Balbettio millenario. Le lene del male
Fanno teatro le salme attoriali.

23.
Fuga da me l’esilio
Le travi robuste della prigionia
Natale di agonia.
Il gigante aiuti il màrtire
A garantire siti di nidi
Salvi nel bilico.
Gemendo germinat
Provo a mentirmi l’anima
Con la conca futile del pozzo.
Ladrocinio lanciato carcere
Scevro da me l’orco
Comatoso incline.

24.
Padre di cavalcavia
Viatico se sei
Portami un tic fanciullo
Una ciurma di apolidi
Mai civettuolo rendimi
Il sorriso di veli intrisi
Di polveri. Padre di assenzio
Drogami la voce
Col silenzio violento
E le cimase crepate
Da un inguine maligno.
Guaio indigesto l’esodo
Lungo rotaie gemite
Fradice di teschi
I figli vertebrati per la morte.

25.
Abbrancato calcare il mio sangue
Esegue la stabilità della mia morte.

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26.
Appresso al pianto rugginoso
L’occaso del sonno. Lutto d’inerzia
Il fu della rondine. Dove svenni nitida
Darsena la fine. Puro incanto
L’elegia dell’angelo. Mi chiamasti
A tiro di bacio e ben comunque volesti
Stemperare il fossile entusiastico.
Appunto svenni per simpatie fatue
Quale il tulle del tuo vestito bello
Raccomandato ai dadi di vincere
Chissà quale resina di zucchero.
Marionette similari all’eclisse
Accompagnano il feretro che sono.

27.
Mestizie di rifiuti ormai non temono
La melma che arrabatta i suoi fantasmi
Malefici coriandoli di smorfie.
Avvenire di figliastri morire soli
Quando il morente urla
E la mano dell’infermiere resta
L’unica frazione. Perimetri di salme
Le foschie sul volto quando l’avaria
Si estende per non demordere
Le fruste sul cuore.
Aiutami nel trapasso nella vittoria
Del mito e finalmente scovami
Una vera favola vera strenna per il sudario.

28.
Massimo peccato il mio diluvio
Che alle cimase sgronda.

29.
Appello di mestizia sangue marcio
Guerre e paludi sabbie mobili
Le rovine del petto. Siti del cielo
Questa balaustra a strapiombo.
Borie del fato rovistare
Pastrani senza vita né cipressi.
Malsani etimi qui abbreviare
Il rantolo. Dietro le persiane
Rantolo il ludo di essere infelice
Lince del fatuo. Parenti pessimi
I sismi nelle vene il sangue a fiotti
Quando qualora ansimo lo sguardo
Verso il domestico scriba della bara.
Macello elementare questo stato
Bacato dalle fruste delle serpi.

30.
Assillo del poema stare accanto
Alla passione nera della stanza
Accanto a rimanenze con gli sterpi.

31.
Aprire il mio cortile
Alla sorveglianza dell’alba
Contro il bitume che mi saccheggia
Le finestre.

32.
Terraglia al camposanto lì finire
Senza l’orchestra di gridolini infanti
Ché già allora il pianto fu di brivido.
Atleta sotto scorta spendere comunque
A muso duro il debito di esistere
Pietà del canto la muta notturna.
Qui s’avviene una trombosi edipica
Che picca la novella del vano stare
Sotto nemiche tutte le parole.
Mago palese vederti arrivare
Per farti amare ancora una volta
Nonostante il condominio della morte.
Leggenda di primavera ogni bocciolo
Intristisce e non fiorisce
La sfera bella di non finire mai.

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33.
Stana da me l’occaso e la vendetta,
Questo cipresso a caso radicato
Intana. Pendula la voce chiama
La frase mancata sull’altare.
Evapora la madre che fu carnale
Diaspora il padre di poco amore.
Lì sull’arena il lupo di mare
Rantola bestemmie. Mia fossa
Un’altra primavera di vagito ancora.
Non ho voglie da darti né brevetti
Verso l’addio. Qui si rantola per fossi
Di palude e lutto. Tutto il giocattolo
È rotto carico di chiodi e discole nuche.
Da sùbito non chiamarmi ho perso il nome
Contro un bivacco adulto adusto.

34.
La ruggine della Gestapo fa capolino
Nella brevità del sangue millenario.
Cammino ad occhi chiusi nel viottolo
Trovatello di sé senza più amore.
Il lupacchiotto stornella l’esistenza
Nella tormenta del chiodo sottopelle.
Verano il cimitero di Roma
È l’estate del ramo tutto fiorito.

35.
Allungami la vita con le persiane chiuse
Dove financo perdere la gara
Così muore l’egemonia del furto.
Quale calmante autunno
Il mio sollievo assente
E la letizia di perdere la vita
Dove più muta si adorna
L’estasi. Cornucopia la stasi
Dell’ultimo esilio dove sì muore
Tartaruga millenaria la stoltezza.
Venezia è sott’acqua tutta l’elemosina
Monta la stalla dell’ultima cavalla.

36.
Stanze silenti amorose noie
Qui dove esala la parvenza stanca
E l’embrione somiglia alla storia.

37.
Il mio cuore a sassate se ne sta
Propizio per il capolinea:
La polvere fa genuflesso il transito
Con le vedette in sito bellico.
Il salice piangente albero canuto
Cerca un ospizio per i rami
Ma le frottole del senso oramai
Nel sangue schiattano feroci.
Congiura asmatica mi prende
L’ex giovinezza a colmo fosso
Giacché che il nesso è spento arciere.
Venezia con la smania di morire
È la zia vetusta che mi amò sì tanto
Quando allora le comete c’erano.
Così tanto occaso la penisola mia
La patria bella che diventa ossea
Con la calura nuda d’ultima spiaggia.

38.
Gerundio sassoso questo crimine
Migliore della morte alquanto netto
Senza pianto. E’ steso il sangue per
Scivolare oltre ben oltre la porta di accesso
Ascesso in bocca per putrefazione
Alla nuca. Logica favella non capire più
Le origini delle virtù. Tu coronami la fronte
Con le betulle dei poeti russi tutti uccisi.
Il sillabario sul tavolo ha la tenerezza
Dei neonati balbuzienti con capitoli
Di nebbia. La grandine mi giostra
Vendetta fin sotto la cimasa. Le ore
Mi bruciano il cervello così conteggiate
Dall’orologio senza panico né pietà.
Vado a prepararmi per uscire appena desta
Con la stangata delle ore della notte
Parente puttana con sferze d’identità.

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2 pensieri su “INVENTARI D’AUTORE: Marina Pizzi- “Afe o epifanie dello steccato malo”

  1. Ringrazio Marina Pizzi per la generosa partecipazione a questo numero di CARTESENSIBILI di dicembre, con testi che offrono della quotidianità uno sguardo acuto e acuminato, tagliente, senza concedere sconti a nessun ambito, nemmeno a se stessi, in cui si guarda con più rigore ancora ma anche con un profondissimo amore.

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