GROUNDUNDERTHIRTY – Veevera – Ancora il labirinto

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Questo è il periodo dell’anno in cui mi perdo facilmente: il carico di lavoro, le spese fatte quasi convulsamente tra gente che non guarda e ti urta, spinge…E’ allora proprio in questo periodo che scatta il momento in cui ricordo ciò che amo particolarmente: perdermi, sì, ma non in un luogo qualunque. Ciò che amo è il perdermi nel labirinto perché per me ha sempre corrisposto con l’attimo del disvelamento. La paura, celata fino a quell’istante in cui varchi la soglia, affiorando da luoghi senza comando, ti cammina i piedi e il corpo tutto, è lei che guida i tuoi passi, lei che ti mantiene all’erta, accorto e vigile per ogni piccolo mutamento. Le sonorità cambiano peso e la misura con cui ci occupano da un attimo all’altro può produrre epifanie impensabili. Penso che ogni momento importante della nostra vita abbia in sé questa tipologia  intima, fatta di stanze segrete o ignote. La vita e la morte, così strettamente affiliate e affilate, governano le nostre esistenze.Un attimo sei, un attimo non sei più. La natività mi riporta anche a questo, come un percorso in un labirintico luogo di accessi segreti e passaggi spazio-temporali in cui, senza memoria, approdiamo alla riva del giorno, questa terra e le sue tante storie, non sempre fiorite e terse, non sempre luminose e assolate. Tempo fa  ho visitato questo massiccio labirinto, è costruito con  ben 186 tonnellate di acciaio. Si trova in  Belgio,ero andata a visitare dei parenti. Era luglio, allora, ma soltanto adesso ho ripescato quelle vecchie foto, per la consueta pulizia di fine anno, quando faccio ordine nel caos dei cassetti, anche quella delle immagini, stipate nel pc o nell’iphone.

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Il labirinto è opera del gruppo di architettura noto come Gijs Van Vaerenbergh. Sono riusciti ad installare la bellezza di quasi 200 tonnellate di acciaio con pareti dello spessore di 5 mm in un una piazza a Genk, in Belgio, dando la possibilità di attraversare la loro creazione labirintica a tutti i  visitatori che transitavano per quella strada. Ti fa davvero molta impressione perché l’altezza di quella costruzione, scura e quindi anche pesante, oscura, aveva  pareti molto alte, 5 metri recitava il depliant e creava una struttura impressionante costituita da numerosi corridoi e vicoli, vie che prendevano forma dagli ambiti-stanze del labirinto e non erano sempre geometrie regolari. Le forme riconoscibili e praticabili erano state prodotte da tagli in forme cilindriche e anche forme sferiche, produceva vuoti nello spazio della struttura, creando in questo modo percezioni prospettiche e colpi d’occhio  per alcuni casi molto strani e proprio perché legati ai punti di vista. Matematicamente le curve descritte vengono chiamate in gergo trasformazioni booleane, queste creano spazi e prospettive che reinterpretano il labirinto tradizionale definendolo alla pari di un’installazione scultorea che si concentra sull’esperienza fisica dello spazio. Queste trasformazioni booleane convertono la passeggiata attraverso il labirinto in una sequenza di esperienze spaziali e scultoree in cui il corpo percepisce se stessi attraverso la relazione con l’intorno e l’oltre. Allo stesso tempo, i tagli nelle lamiere funzionano come ‘telai’ che sono le maglie del labirinto. Visto da alcuni e ben determinati punti di vista, quei tagli sembrano frammentari, mentre se guardati da altri punti di vista l’intera forma del taglio è svelata.

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La coppia di artisti è nota proprio per i loro ambiziosi progetti e le accattivanti installazioni pubbliche, le loro opere sembrano fatte  per creare un’architettura che reagisce o implementi l’ambiente in cui è collocata. In questo caso particolare l’ installazione del labirinto faceva parte delle celebrazioni del 10 ° anniversario del C-mine Arts Center che  sorge dove un tempo c’era una miniera di carbone. Gijs Van Vaerenbergh hanno infatti preso spunto da quel luogo e all’origine degli ambiti dell’opera  non si può non riconoscere la connessione ai cunicoli labirintici e ai pozzi minerari sotto la superficie del centro, trasferite nella costruzione a cielo aperto. Nella parte conclusiva del percorso si poteva vedere anche il processo che aveva condotto a quell’organizzazione definitiva e i  visitatori che salgono dai pozzi minerari situati nelle vicinanze, possono visualizzare il labirinto come una planimetria che si è materializzata a tutto tondo come una vera e propria opera scultorea e mostra, diversamente dal labirinto, una sua particolare una prospettiva che va addirittura contro l’obiettivo che un labirinto dovrebbe innescare e raggiungere: nascondere la natura di se stesso.

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Ancora un altro labirinto sbuca dai ricordi, è quello prodotto all’interno della 15 Biennale d’arte di Venezia- Vara Pavillon. Anche questa forma si presentava scura, massiccia ma elaborava forme geometriche circolari iterate e tangenti, contigue, come una specie di gioco a intersezione delle curve dove la morbidezza e la sonorità delle foglie autunnali creava il giusto tappeto relazionale, il fondo alle fantasie di chi s’intrufolava tra quei cerchi, nei circoli dei ricordi.

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Riferimenti in rete:

https://www.dezeen.com/2015/07/24/boolean-voids-shape-labyrinth-steel-maze-gijs-van-vaerenbergh-genk-flanders-belgium-c-mine-arts-centre/

http://divisare.com/projects/318833-pezo-von-ellrichshausen-architects-francesco-galli-dacian-groza-15-biennale-di-venezia-vara-pavilion?utm_campaign=journal&utm_content=image-project-id-318833&utm_medium=email&utm_source=journal-id-88

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