Alberto Terrile- Il patto tra morte e fotografia

 rosanna terrile con i figli, in braccio eleonora e  in piedi alberto

rosanna terrile con i figli

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In questo nuovo secolo che per età è ancora adolescente ho vissuto, come è destino per molti umani, diverse perdite. La vita è una sorta di computo fatto di somme e sottrazioni.
Tra amici scomparsi, consegnati all’invisibilità attraverso il media della malattia, ho visto svanire anche un terabyte di dati da un mio hard disk.
Non ho mai fatto mistero nel considerare la Fotografia una grandiosa metafora del nostro vivere.
Al di là della putrefazione dei byte di cui parla Vint Cerf (1), dietro l’angolo c’è sempre la morte intesa come “scomparsa”.
Quando la scatoletta dei ricordi, che sino a pochi minuti prima andava, ha cessato di mostrare al mio computer dati, foto e film, ho provato uno smarrimento non così distante da una telefonata che mi informò dell’improvvisa dipartita di un mio caro.
Quando muore un amico rivedi in pochi minuti come in un trailer tanti momenti trascorsi con lui e, per questo, devi ringraziare il sistema limbico, che si trova sulla superficie interna del lobo temporale e include l’ippocampo e l’amigdala. Lo stesso è accaduto per il contenuto dell’hard disk. Con gli occhi rivedevo l’azzurro di cartelle contenenti testi e la loro disposizione in un’ideale schermata.
Se il paragone vi pare l’azzardo di un pazzo, mi preme ribadire che la fotografia è l’amore della mia vita e a lei, per quanto mi riguarda, sono connesse mille altre cose: scritti, documentari etc.
Qualche giorno dopo ho provato un senso di serenità, quasi di liberazione, ma ho fatto un collegamento senza necessitare di una porta usb o di Wi- Fi: noi umani abbiamo una scadenza che non conosciamo e siamo destinati quindi a scomparire.
Cosa resterà di noi se non ricordi, opere e fotografie?
Quando guardi un’immagine di te a quattro anni sul balcone, lo stesso terrazzo sul quale oggi cinquantacinquenne esci per dar da bere alle piante, vieni a congiungerti con lontane atmosfere, presenze remote e scomparse e poi, via via, con un te stesso fanciullo. A questo punto forte di un’esperienza extracorporea generata dalla fotografia ti domandi : “Ma io dove sono ? Qui o là dentro?”.
Eraclito disse: “Nello stesso fiume non è possibile scendere due volte”. L’aforisma vuole alludere al fatto che ogni volta l’acqua del fiume è diversa, sicché diverso è il tuo entrarvi dentro ed anche diverso è il te stesso che vi si immerge.

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la madre di roland barthes

la-madre-di-roland-b

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Roland Barthes, nel suo “La camera chiara”, così ricorda come, in una sera di novembre, riordinando vecchie fotografie dopo la recente scomparsa della madre, trovando una sua vecchia inquadratura a cinque anni di età: “Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre. La luminosità del suo viso, la posizione ingenua delle sue mani … tutto ciò aveva trasformato la posa fotografica in quel paradosso insostenibile che lei aveva sostenuto per tutta la vita: l’affermazione di una dolcezza”.
Nel volto e nell’attimo di questo, colto dalla fotocamera, riemerge un gesto, una luce, una situazione che conferisce a quella foto l’autorità per far parlare il soggetto che raffigura.
Oggi c’è chi pensa (ma temo che il termine pensare sia eccessivo) che tutto ciò che non è fotografato sia perduto, come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può.
La fotografia, che non dimentichiamolo ha una forte valenza sociale, dalla sua nascita s’è arrogata giustamente il compito del media per eccellenza  preposto a  raccontare l’uomo e le storie del mondo.
Fin da quando vennero inventate, le macchine fotografiche stabilirono con la morte un rapporto privilegiato: negli interni familiari funzionavano a fissare preventivamente la fisionomia dei propri cari, prima che diventassero cari estinti, mentre in esterni inseguivano le azioni di guerra selezionando le atrocità da mostrare e quelle da occultare; quando non si dedicarono a ritrarre i prigionieri politici e i presunti avversari dell’ideologia al potere, pochi istanti prima che venissero fatti fuori.
Nelle immagini del tardo 19° secolo, scopriamo una consuetudine piuttosto diffusa in Europa, quella di farsi fare ritratti fotografici con i parenti morti. I nostri antenati erano molto più a contatto con la morte di noi. Un secolo fa, quasi tutte le famiglie avevano perso almeno un bambino piccolo, e la morte faceva parte della vita molto più che non nell’epoca odierna. Ulteriormente, durante la seconda parte dell’800, i cimiteri si erano allontanati dal centro città per raggiungere le periferie, e le visite ai morti, che prima erano quotidiane, divennero meno frequenti e più lunghe. Non potendo andare a trovare ogni giorno i propri defunti, le famiglie avevano la possibilità di sentirsi più vicine ai loro cari se possedevano una loro fotografia (anche da morti). A volte venivano aperti gli occhi dei defunti, oppure lo stesso effetto veniva ricreato intervenendo col ritocco delle lastre per dare l’impressione che fossero ancora vivi.
La fotografia è da sempre legata al concetto di scomparsa o trapasso, non a caso il tema portante del saggio di Barthes “La camera chiara” è il rapporto che la Fotografia intrattiene con la morte.
L’anticamera della morte è spesso la malattia, sarebbe quindi opportuno prestare attenzione al monito di Vint Cerf circa lo stato di “non ottima salute” di cui gode l’immagine binaria.

“La tecnologia digitale rischia di trasformare il ventunesimo secolo in un nuovo Medioevo, un’epoca quasi inaccessibile alla storia. Via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diverranno sempre più inaccessibili.” (1)

Per concludere questa breve disgressione sul patto tra fotografia e morte, lascerei la chiusura a Sebastiano Salgado:

“La fotografia sta soccombendo perché ciò che si vede su Instagram o sui telefoni cellulari non è fotografia. La fotografia è un oggetto materializzato che si stampa, si ha, si guarda.”(…)
La fotografia è ciò che i tuoi genitori hanno fatto quando tu eri bambino. E’ qualcosa di intrinseco, che si tocca. Oggi esistono solo immagini e le immagini non sono fotografia”. “Il processo di eliminazione della fotografia è in corso”.

Alberto Terrile 

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Note :
(1)
http://www.huffingtonpost.it/2015/02/13/vint-cerf-google-desertodigitale_n_6677452.html

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2 pensieri su “Alberto Terrile- Il patto tra morte e fotografia

  1. splendido, concordo su alcune cose ma non su altre ma è normale prassi di pensieri dee esperienze diverse Felice Natale :))

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