ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Telepatia di Gian Mario Villalta

 shaan patel- a garden for fantasy

A Garden for Fantasy Shaan Patel

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Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione: pressappoco nella proporzione di ventiquattro a uno.
Relegò inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni. –

Erasmo da Rotterdam

 

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Sono sola in casa, mi siedo accanto al ventilatore, il caldo è infernale, sembra che anche il cervello si sciolga.
Ho il nuovo libro di Villalta, di cui lessi le prime poesie quando collaboravo con Marco Munaro a Il Ponte del Sale.
Titola Telepatia, Edizioni LietoColle- Collana Gialla Oro.
Non so perché ma ho l’impressione, ancora prima di leggere il libro che tutto sia una serie di appunti, e anche appuntamenti con se stesso, sul bene e sul male dei quali comunque, anche scrivendo, non possiamo liberarci né con la ragione né con il fondamentalismo dell’ irrazionalità. Forse per questo Villalta ci prova con la poesia, l’arte in cui si è irrazionalmente ragionevoli ma anche il contrario.
Ciò che sento leggendo e poi a lettura ultimata potrei riassumerlo dicendo che potremmo definirle tele, diciannove tele sulla patìa del vivere, raccontate e dipinte dopo, naturalmente, ma catturando la vibrazione dell’attimo, della luce sotto cui si espone quel preciso gesto, quel ri-tratto del tempo.
Esistono, tra tutti i testi, dei fili che li collegano, associazioni a cui non fai subito caso ma poi involontariamente ti accorgi di come gli uomini e le donne che l’autore coglie, incamminati sulla sua stessa via, non sono che la chiave di accesso a quanto di più profondo aveva spinto dentro di sé e ora, come un reflusso sale a galla, inarrestabile portando i suoi sassolini e anche qualche traccia di veleno. Ci sono oggetti, molti oggetti, concretezza e umanità, processate alla moviola della memoria in una pienezza di umanità che mostra di sé tutto, anche il lato meno accattivante perché ciò che è importante, penso, è guardarsi fino a quel fondo dove non ci si vorrebbe mai andare. E tutto disegna un mosaico in cui la lente allontana e avvicina lo strumento per guardare facendone più grande e chiara la conformazione e traducendo l’individuale in sociale  e collettivo, per illuminare tante vicende umane con forza e con delicatezza perché si intrecciano  tra loro come i tasselli colorati e compone l’unica grande storia che ha sullo sfondo la storia spesso grigia, a volte infiammabile altre noiosa, della vita. Ma tutto questo non avviene con rigidità, con simmetrie costruite dai versi e dai testi, ma piuttosto seguendo il colore delle tessere, le sfumature della luce delle storie e della memoria, seguendo gli affioramenti attraverso i suoi cromatismi da angolazioni diverse. Costruendo una specie di basilica o una fabbrica, che poi sono la medesima formula per parlare di una costruzione relativa ad una basilica o cattedrale: AUF (ad usum fabricae), proprio come qui dove il materiale portato nel carro della scrittura poetica di fatto erige senza dazi la basilica, che poi sarà la domus, la casa, in cui vivere in tele-patia con tutte le cose, senza provarne distacco, senza provarne nemmeno disgusto  perché tutto è stato messo alla luce e le termiti delle travi di bordo non sono più capaci di mettere a soqquadro l’intera costruzione. All’interno della sua personale basilica, e ricordo che anche il mattatotio veniva individuato con lo stesso nome, trovano posto i ricordi di famiglia, i legami di parentela, la madre il padre, le riunioni di famiglia, i riti sociali, e anche le letture o gli incontri con altri autori e anche la morte fa parte di questa intersezione di sguardi in cui Villalta cerca di fare i conti con sé stesso, senza lacci letterari che precludano proprio l’avvicinamento a quel se stesso, davvero unico bersaglio che solo lui sa se è stato raggiunto, noi però, guardando dalle finestre dei suoi testi, possiamo a nostra volta, riflettendo, guardare noi stessi e anche noi rendicontarci.

fernanda ferraresso

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Da Telepatia, di Gian Mario Villalta

 

L’invenzione di un passato

I.

Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all’orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell’albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

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Perdere il dolore
a volte è perdere tutto. Per questo non rinuncia
all’umiliazione di sentirsi dire che non lo vuole.
Adesso sa ancora chi è. Dopo c’è solamente,
dove dovrebbe
ricominciare, il niente.

*

Tema: Natale

I.

Il posto più occupato
è di chi manca

il sottopentola di ceramica
a foglie di vischio e stelline
ogni anno per l’occasione
pronto a ricomparire

siamo troppo vicini
per gridare aiuto
lo siamo sempre stati

troppo vicini e inutile
scattare in piedi
scartare per umiliarci
o fuggire la presa.

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Tra mi e ti

con Andrea Zanzotto, due anni dopo
.

I

Sol che tra mi e ti, come par tante sere che le par ieri
e invenzhe l’è ‘l temps jadis, romai, le è voltra
el corridor che te à passà da sol, sol che dho ani fa
(a Coneiàn, te na bruta stansa piena de bruti fiori e de minuti
pi bruti ancora, te era ti la vera brutura,
né na s.centìsa de ti l’è restà, te che ‘l viso sgramolà
da la sgrinfa che la te à strassinà
par de là, distudhà par sempre el sbisigàr
de la luse che te sgatignéa te i oci
e te la front, pronta a farse intesa e spess, par mi, sorpresa).
Sol che tra mi e ti, in te un parlar che l’à la dh e la th,
come i nostri veci (drento ‘sta nova
comunion-distanzha, diventadhi i stessi veci),
co’ quela zh che la ne à portà
a parlar a strazhabaloòn, a strazhamarcà, co’l dialeto
e co’ l’italian, par ore e ore par très de le parole
de tute le lingue de la poesia.
Come te’l temps jadis: confessarse un fia’,
tra mi e ti, e sforzharse de capir
sto crichignot de fati, de vose e de zhent,
sto ingropament che ‘l ne sofèga
e che’l ne trà fora pa’l tenp.
Ti da la parte del camin, co’ drio la to carega
la carga dei libri, anca par tera,
e mi vardhando ogni tant la finestrela
farse pi fonda – pronti – de novo ai nostri posti
drento la mare de un tenp robà al passà,
robà al present, un tenp fora dal tenp.

.

I

Solo tra me e te, come per tante sere che sembrano ieri
e invece sono il tempo andato, oramai, al di là
del corridoio che hai passato da solo, soltanto due anni fa
(a Conegliano, in una brutta stanza piena di brutti fiori e di minuti
più brutti ancora, eri tu la vera bruttura,
neppure un barbaglio di te era rimasto, in quel tuo viso digrignato
dalla grinfia che ti ha trascinato oltre
oltraggiato per sempre lo sfavillio
della luce che ti sgattaiolava negli occhi
e sulla fronte, pronta a farsi intesa (e, spesso, mia sorpresa).
Solo tra me e te, in una lingua con la dh e la con la th,
come i nostri vecchi (ora, in questa diversa
comunione-distanza, diventati gli stessi vecchi)
con quella zh che ci ha portati
a parlare a più non posso, gratis – quasi – in quantità) con il dialetto
e con l‟italiano, per ore e ore attraverso le parole
di tutte le lingue della poesia.
Come in quel tempo andato: confessarci un po’,
tra me e te, e sforzarci di capire
questo continuo informe rammendo di fatti, di voci e di genti,
questo intrico di nodi che ci soffoca
e ci trascina attraverso il tempo.
Tu dalla parte del caminetto, e dietro la tua sedia
la caterva dei libri, anche impilati a terra,
e io guardando ogni tanto la finestrella
farsi più fonda – pronti – nuovamente ai nostri posti
dentro la matrice di un tempo rubato al passato,
rubato al presente, un tempo fuori dal tempo.

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Immagino, guardo, ragiono

II.

Guardo dal finestrino dell’auto,
dove era la Circonvallazione dell’Abbondanza
a sud di Conegliano, il lauto pasto della ruggine
sugli infissi, la ricrescita delle erbacce
sulla messimpiega disfatta dei giardinetti,
le tracce delle insegne divelte: non è abbastanza
tardi, non è ancora tardi abbastanza.

Non è tempo per distruggere,
né tempo per costruire, non è tempo sotto il cielo
per alcuna cosa: cercare, perdere, generare,
ballare, ridere a tempo,nel tempo che non è
per godere delle opere, per piantare
radici nel cuore o estirpare dal cuore
la radice che nutre il silenzio il dolore.

Guardo il tempo dal finestrino dell’auto:
è diverso da come lo so immaginare.
Siamo ancora ostaggi
di qualche significato, ancora icone che un clic
apre all’inganno
di crederci veri e, nell’istante,
eterni.

*

La figlia dice che è felice

V.

L’ho mai detto, io, ai miei,
agli amici, agli alberi, al cielo,
anche quando davvero potevo,
a qualcuno ho mai detto: “Sono felice”?
Mia figlia lo dice, senza pudore,
senza paura che qualcuno le invidi
la felicità, senza pietà per suo padre
che la stringe in silenzio e se dice “Anch’io”
poi deve correggere “in questo momento”.

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Telepatia

Uno stormo di istanti, per sempre
curvò nella luce dell’una, innalzò il respiro
con tutte le radici.

Sarebbe un modo di dirlo.
Un altro è che avvenne,
lasciò una scia attraversò
senza ferita, senza cicatrice
fu giorno per notte per sempre:
divise il sangue, smise di essere
di qualcuno, e pensammo il nome detto
nostro una volta per tutte.

Prima persona plurale,
modo incondizionato,
tempo perfetto.

 

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Gian Mario Villalta insegna in un liceo ed è direttore artistico del festival pordenonelegge. Ha scritto sulla poesia e sui poeti. Tra gli altri: Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005), Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001), Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (I Meridiani Mondadori 1999, con Stefano Dal Bianco). Come narratore ha pubblicato con Mondadori una raccolta di racconti e quattro romanzi. In poesia: Vose de Vose / Voce di voci (Campanotto, 1995, Premio Lanciano), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio, Premio Diego Valeri).

 

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Gianmario-Villalta-Telepatia-cover

 

Gian Mario Villalta,Telepatia – LietoColle, 2016

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