ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso : Selva creatura leggera di Rosa Gallitelli

henri rousseau

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Già un’altra volta avevamo portato ai lettori poesie da questa raccolta di Rosa Gallitelli. Ne riportiamo altre due utilizzando, per tratteggiare la sostanza del libro, la presentazione  curata dall’editore Passigli.
–  Selva creatura leggera si muove catarticamente attraverso accavallate realtà, che tutte convergono nel vissuto come in un caleidoscopio che a volte avvicina e a volte allontana, colorando con forza o dolcemente sfumando il molteplice paesaggio che ne forma la cosmogonia. La dualità che appare subito evidente è il raffronto complesso tra il luogo reale della Selva vergine del Costa Rica (dove l’autrice ha abitato a lungo) e la selva dei ricordi originali e degli inediti simboli sorti da questa singolare e travagliata esperienza.
In queste selve perennemente osmotiche, celate e svelate da un’ancestrale alternanza di apparizioni e perdite, il tempo e la natura risuonano con tutta la loro universale potenza, nell’insanabile contrasto con una modernità che sembra condannare all’estinzione la loro inviolata bellezza.
La testimonianza di una purezza primigenia e della sua silenziosa scomparsa si esprime nei contrari precipizi di oscurità e di corporea letizia, che nei testi si alternano in sequenze fotografiche attraverso l’uso di punteggiatura e inarcatura come volano dell’espressione.
Un libro sorprendente e notevole, che fonde reale ed irreale attraverso suoni e visioni autenticati da una peculiare ricerca linguistica e ritmica, i cui versi appaiono sempre sul punto di traboccare in altri che li rammentano o li attraggono, coniugando l’attitudine onirica ed ermetica dell’autrice con la ricca polisemia delle parole e la versatilità dei concetti.-
Buona lettura.

fernanda ferraresso

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henri rousseau

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Dal libro “Selva creatura leggera” di Rosa Gallitelli

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Traversata per l’enorme

Prosciugati in lontani,
instabili battelli al non raggiungere,
in un fradicio d’albe
in un bilico,
in un largo non pervenire,
le viscerali baie ogni volta
presentite aspirando;
poi marcati in un buiore varco,
in un baleno prendere volto
come d’aquile che non dormivano;
quasi un cenacolo di vegeti
in paure opali incantevoli.
Dal dedalo frontale e
liquefatto alto rogo d’acque,
sparso vivissimo a eclissarci,
volse tardi noi stessi in luce
un rabbuiato inverso spiraglio:
fra marosi poi in dilatata fronte
la Selva baluginava,
persa sbocco in sfondo quasi in lance,
quasi mai rivelasse gli alberi,
solo un profumo di matita aprirsi
fra fuochi verdi o gole in terra scorta.
Come rivoli andati all’enorme,
come punto o naviglio aggirato,
con logo o foglia che spopola
contro, e il fiume preme;
ora invasi o mai da quella folle
giungla o vampa di linfe intraviste,
da lingue d’albere annusate in fondo
al riunito umore di puma,
forse coricato, immaginario,
quando la fauna udita infonde ormai
destinazione l’incoscienza
e cinge il clima e adombra finalmente
stremo, sfollato l’uomo.

Ecco il filo all’origine,
ecco dipanano gli uccelli
non più in visionari, in lontananze,
un limo simile e congiunto
ora a un labbro da un sorso fido
di costa al principio:
una umile nutrice che bagna,
rasciuga, ti attende radice,
sull’orlo vegetale inversamente
come slegato ti rinasce
narici alla sua ala o foce, o rara albera,
lavate come in belve lavate,
come in animali che non parlano,
aldilà consentiti sfociano.

Il fiume nel vuoto d’aureola giovane;
il cavo coro basso d’arene e Oceano
nato appena, e così acqueo.
E tu, amore, sbarcato silente,
sbarcato a volerlo col riserbo
che il creato inatteso suscita,
quasi corso senza calpestare il cammino
come l’inesistente essere,
come l’inesistente ragazzo,
come restare, e convergere,
voltarti e convocarmi:
a sparpagliarci mai così verso.

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henri rousseau

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Una sfortuna di sevaggia luce – [estratto]

(…)

Se tutto poi disgiunse i corsi,
resta una coesistenza, un pendolo,
di un tempo stretto mai dimenticato
che estranei chiamano lascito;
io so solo di un danneggiato sguardo,
di quella danneggiata confidenza,
di grandi grida e incendi che nel sonno
mi portano le Selve gravi.

Ma piombare nel fascino in quel fiume
fra l’ansa e il nidiace nudriti
dove volando si accoppiavano le ali,
danzavano mancando nella chioma,
frusciandola nel cembalo di piogge
e fra i postumi di rugiade grandi,
vacillavano poi sognando forse
cromatico un suono mai udito,
non più tardo del bambù lungo,
non più largo di felci in fondo,
e in cui instancabilmente calavano,
diliberi, coda, dementi,
quasi deposti risvegliando,
striscio trasfigurando,
tutta una fiamma di Selve blu,
blu folle, non rivelabile.
Cancellata. Di colpo mai rivedibile.

È come essere lasciati, non appena infiammati,
da fuochi acerbi giunchi e uccelli verdi,
da iridi fissità allontanarsi
in bestie che si stavano accudendo,
ferme al buio e inscindibili, giuncheto,
che ti dicono porta tu questi occhi,
di eclissati l’ormai scoperta
pupilla ingente e espansa nell’esile,
un’ultima luce di scimmia
che lo smeraldo accese e cela,
sfolgorante slegarsi dal neonato,
dall’innocenza e dall’alto
cordone di vento di prima:
tutto un girone degli uccelli
che ormai ruota in miei risvegli vuoto e lontano,
come un’abissale rosa di guano e luce.
Cancellata. Di colpo mai rivedibile.
(…)

 

**

 

NOTIZIE BIOGRAFICHE

Nata a Pisticci (Matera) nel 1969, Rosa Gallitelli vive dai primi anni novanta tra Italia (Padova) e Costa Rica, dove ha trascorso lunghi periodi a stretto contatto con le popolazioni native del Guanacaste tra la foresta vergine e l’oceano Pacifico, esperienza cui è dedicato questo libro, cooperando poi nel tempo a progetti di tutela del patrimonio naturale.
Dal 2007 ha tradotto con Tomaso Pieragnolo noti poeti ispanoamericani nella rivista Sagarana, con particolare attenzione alla ricerca di autori da proporre in anteprima in Italia, confluiti poi negli ebooks “Nell’imminenza del giorno” (La Recherche, 2013) e “Ad ora incerta” (La Recherche, 2014), e curato la prima antologia italiana bilingue della grande poetessa costaricana Eunice Odio “Come le rose disordinando l’aria” (Passigli, 2015) risultata finalista al Premio Letterario Nazionale Morlupo Città della Poesia 2015, definita da Giuseppe Bellini “un’opera importante di traduzione, resa con encomiabile fedeltà, tale da ricreare il clima dell’originale”. Con “ Selva creatura leggera ” è stata finalista al Premio Marineo e vincitrice del Premio Minturnae.

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Rosa Gallitelli, Selva creatura leggera – Passigli 2015

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Riferimenti in rete:

https://cartesensibili.wordpress.com/2015/12/17/selva-creatura-leggera-di-rosa-gallitelli/

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