DELLA MEMORIA DEI LUOGHI- Modena e il Parco delle Rimembranze- Lucia Fornieri

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Il parco delle Rimembranze di Modena, sorto sul posto delle antiche mura, dedicato ai caduti delle due guerre,  è stato devastato dalla costruzione di chioschi in cemento, più numerosi dei chioschetti solo estivi in legno che avrebbero dovuto sostituire: è stata deturpata la sua struttura originale, la memoria che significava  ed il verde di molte radici e cespugli. Dopo la mobilitazione di molti cittadini, se i chioschi sono stati bloccati, però non sono stati tolti, continuando a mostrare lo scempio.

Y Biforcazione
Pezzo civico – Pezzo biopolitico

 

Disegnare un albero è difficile, almeno per me, che li guardo da tanto tempo. E’ un frattale, lo stesso schema che si riproduce secondo scale diverse, mantenendo la stessa proporzione, che è, appunto, una frazione. Abbiamo dentro di noi, fatto così, l’albero respiratorio, l’albero circolatorio, forse l’albero linfatico. Ma disegnare un albero richiede la maestria di un Leonardo, dice Bruno Munari, architetto, che tuttavia dà una regola ai bambini: il ramo che segue è sempre più sottile di quello che precede. Ma quel divenire fine, sempre più fine, per procurare la massima esposizione alla luce e all’aria, nella massima fragilità sostenibile: un miracolo, che la pianta è in grado di compiere per noi, organicare il carbonio, cosa che gli scienziati non hanno ancora ottenuto, ma che l’eletta Simone Weil era vicina ad ottenere; forse anche qualche anoressica, se lasciata fare e se bambina.

Il parco delle Rimembranze era il parco  quando ero bambina, poi ragazza. Essendo parco storico, poteva vantare piante ragguardevoli per copiosità di chioma e di bellezza, ristoro e decoro nelle diverse stagioni. Frequentato con semplicità da piccoli accompagnati, con giostrine, chioschi che somministravano cose di stagione, amanti che si adoravano in disparte. Le panchine grandi di pietra davano idea che quel parco sarebbe stato per sempre.
Prima del 1911 la città storica era stretta nelle mura; i modenesi amavano la passeggiata delle mura, ma la città doveva espandersi: al posto dei bastioni si vollero alberi. Era rimasta solo una filastrocca che mi avevano insegnato: “Quand’ero piccolina, la vecchia zia Evelina, in cambio di un bacione…”. L’ombra di quegli alberi doveva testimoniare il desiderio di pace, anche se la retorica del sacrificio per la Patria s’imponeva in modo pesante, come si vede nello stile del monumento ai caduti presente nel parco. Eppure c’erano profeti: come Carlo Micheldstatter ad esempio, con la sua tesi di laurea contro la rettorica, per la persuasione, che inaugurava anche in Italia una tradizione di pensiero nonviolento che ha preso corpo poi in Aldo Capitini, ma che tarda ancora ad affermarsi.
S’intende,si parla di pensiero maschile, perché le donne non hanno certo voluto mai lo strazio dei loro figli. Educare, fare crescere generazioni come piante, questo il loro interesse per la vita. Dico così perché a me diceva il dottore che ero linfatica, ma era una cosa diffusa allora, dovevo fare del mare, dicevano. Il linfatismo fa sì che oggi io sia inchiodata alla rosa dei venti; come una pianta nelle sue brachia, sento arrivare: a sinistra, gamba, vento di tramontana; braccio, maestrale; a destra, gamba, vento da Est; braccio, vento da Sud. Solo Hildegarda di Bingen, compresente, ha saputo darmi questo orientamento per aiutarmi nella mia affezione metereopatica, visto che la scienza brancola ancora nel buio a riguardo.
Oggi voglio pensare il potere, il potere, che una bambina scopre, di far ridere e dare piacere alla mamma e agli altri, poi. Oppure no. Il potere di scrivere con l’appoggio di una insegnante una lettera editoriale, del giornalino di classe alle medie, al sindaco, per il ripristino di uno stradello nel parco; ed essere esauditi. Era successo che venisse asfaltato per troppo zelo e, sempre per nostra richiesta, venisse ripristinata la ghiaiatura, più consona al decoro del parco. Fu così che acquistai fiducia nel potere di cittadina di incidere sulla comunità. Finalmente potevo guardare in alto fino a incontrare il largo delle braccia del cedro, ogni mattino che andavo a scuola, senza finire nella malta.
Di lì a poco avrei perso quel senso di potenza e di fiducia in me; era successo qualcosa, ero colpevole, sequestrata in un’istituzione totale per questioni di biopolitica, non crescevo nonostante gli sforzi dei miei. Ero alienata, divieto di vedere i familiari e conoscenti. Appena potei uscire per l’ora d’aria, cioè ne ebbi la forza, anche il parco circostante l’ospedale mi pareva malato. Seppi poi da mio padre che Leopardi mi avrebbe dato ragione: la sofferenza colpiva i luoghi più ameni. Chiesi di fare un erbario, mi fu concesso; nel parco indugiavo sempre più, insieme ci curavamo. La frutta che mi faceva avere mio fratello mi nutriva, finché potei andarmene con la libertà condizionata. Quando vi fui ricondotta dopo molti anni, il parco pure era molto ridimensionato, a favore di parcheggi e incrementata medicalizzazione.
Ora anche gli alberi hanno un numero da degenti, ma anziché curarli in via preventiva, li si abbatte per evitare grane legali, lasciando quei bei mozziconi che possiamo ammirare in tutti i viali e fazzoletti di verde nella città, una cosa deprimente. Ma va bene così: per aumentare il consumo dobbiamo essere frustrati, comprarci la bellezza sparita attorno e dentro noi. Ed ecco, andiamo a bere là, in quel chiosco là, nel parco delle mura. Quale? Ce ne sono tanti, e poi, lungo viale delle Rimembranze, non c’era il parco delle Rimembranze? E’ come nel Monopoli, lo capisce un bambino! Appunto, che la quantità è meglio della qualità, ce l’hanno insegnato bene: se volete più alberi, andate nelle aree di compensazione lungo il tav o la tangenziale, tante piantumazioni che non si sa che fine faranno e già il Comune è in difficoltà a gestirle. Sotto questi vecchi alberi, invece, drink, musica e special taste. Oblio.
Io, invece, voglio ricordare, perciò sono grata a Gaetano Galli, un cavaliere verde che si è battuto fino alla fine della sua vita, stroncata dalla leucemia, per smascherare l’arroganza di amministratori che hanno permesso abusi edilizi in un bene pubblico tutelato da vincoli, come bene storico.
Il parco delle Rimembranze è nato nel 1923 per ricordare 960 vittime della grande guerra. I loro nomi ricoprono le pareti della cripta del Tempio Ai Caduti: da visitare, un’esperienza valida in tempi di anestetizzazione.
Chioschi in cemento armato, che ti aspetteresti lungo un’autostrada, fognature importanti che hanno danneggiato le radici di molti fusti e grossi cespugli, oltre quelli abbattuti per le fondamenta. Oltre l’insulto al paesaggio, l’oltraggio al ‘genius loci’ che abitava ogni pianta soppressa, c’è il danno economico! Infatti dobbiamo allenarci a vedere con altri occhi: perché non si dà valore alla quantità di CO2 sequestrata da un albero?
Ci sono alberi da 7000 dollari. Anche una casalinga si è calcolato che generi in media mensilmente una simile quantità di ricchezza. Ecologia e Economia hanno sempre a che fare con la casa. Solo che alberi e donne si danno per scontati, fanno parte della proprietà maschile, e vanno controllati. Nel mondo occidentale, il potere maschile teme per qualche motivo il potere vegetativo, così come il potere generativo e sessuale della donna. Essa è eroticamente sensibile in tutto il corpo come il bambino: “perverso polimorfo”, diceva Freud. E’ “il corpo senza organi” di Antonin Artaud, il corpo di una pianta, intelligente e divisibile. Allora?
Allora sorvegliare e punire, biopolitica; magari farli fuori quando ‘cagano il cazzo’. Allora?
Divenire donna, divenire bambino, divenire animale, divenire pianta: è la traccia che io propongo per uscire dalla dittatura culturale dell’uomo bianco, adulto e maschio. Ma tutti i divenire passano attraverso il divenire donna, che è la diversità maggiore. Comunque è stato accertato che la comunicazione chimica tra le radici delle piante avviene e si sviluppa in modo analogo alla rete informatica (Stefano Mancuso).
Intanto, se è in corso un processo che accerterà i fatti riguardanti il parco, lo dobbiamo a Gaetano, che ha reso testimonianza. Grazie, Gaetano.

Le guerre, calde o fredde, mettono in contatto i popoli. Perché non possiamo essere come le slave che, dopo aver tenuto i nostri vecchi, si trovano al parco a fare un pic-nic? Senza musica. Loro magari, oltre le proprie voci, sentono ancora il mormorare delle fronde e in mezzo le esortazioni dei caduti:
vendicateci! Vendicateci con l’amore.

Offro una poesia.

Viale Fabrizi alla festa della luce

Sotto le ‘Querce di Dodona’
camminavo per aria
ed ero felice, la dura madre
e la pia madre si abbracciavano
fra i rami e dondolando
foglieggiavano lobate
come un meandro distende
al sole le sue anse
non c’era preghiera nella cattedrale
ai lumi tremolanti o
menorrah di Hannukka
o lezione magistrale sull’orrore
che potesse tenere un’eternità
sotto l’albero della vita.
La casa è abitata, la luce
sul tavolo e la torta sfornata
per chi volesse ritornare.

Lucia Fornieri

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Note relative all’autrice

 

Lucia Fornieri abita a Modena, fa parte del gruppo Donne di Poesia e della compagnia teatrale non professionista di Arcoscenico, Foeminae. Suoi testi di poesia sono stati pubblicati nella silloge a più voci: Guida celeste di glorie terrestri, voci di donne fra Secchia e Panaro.

 

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3 pensieri su “DELLA MEMORIA DEI LUOGHI- Modena e il Parco delle Rimembranze- Lucia Fornieri

  1. Bene ai luoghi della memoria, purché non debba sempre essere ‘de profundis’, del perduto o, peggio, del cancellato per cialtroneria. Memoria storica, nel senso più pieno, come fa Fornieri, che connette ai suoi ricordi favolosi e dolorosi di bambina-ragazza, quelli dei soldati di Modena ammazzati dalla Grande Guerra, da ricordare- appunto- non solo per anniversari eclatanti centenari, ma ogni giorno che si decide di scegliere la pace e la nonviolenza, come è evidente dalle parole di Lucia. Siamo ormai così abituati a farci recidere le nostre arterie e vene verdi che anche gli occhi non vedono più: confesso che passo per quel parco spesso, e non mi ero accorta dello scempio – anche perché una siepe fittissima di auto in parcheggio celano la parte bassa del parco e anch’io, riconfesso, ci passo in auto; ma, ma, ma (non è un errore di ripetizione!) il fatto è che so di essere anch’io azzoppata nel guardare. Resistenza non è sopravvivenza. E’, ad esempio, non smettere di ‘vedere’ come fa Lucia. Se siete d’accordo, date un segno di vita. Guardatevi, davvero, intorno.

  2. il Central Park, a New York, copre un’area di 3,41 km². La city si estende per 789 km² , facendo una semplice divisione si vede come il parco potrebbe essere contenuto nella città circa 231 volte. Ma! Se teniamo conto che la città ha una densità di costruzioni in verticalità altissima, anche il loro parco diventa piccolo, Basta che immaginiate tutti i grattacieli disposti orizzontalmente.Ciò che sembra grande alla fine diventa piccolo rispetto alle esigenze.La differenza enorme è che poi loro, hanno nazioni, non regioni, intere di foreste e coste affacciate al Pacifico che noi, poveri diavoli, non abbiamo certo.La nostra è una miniatura di quanto lì ha dimensioni assolutamente estese a perdita d’occhio.
    Tutto in proporzione ma con l’accorgimento che qui basta un niente per perdere il poco che si ha.
    In ogni caso una migliore riqualificazione urbana, anche per quel parco sarebbe cosa opportuna.

  3. Sono maschiadultobianco. Però sono metereopatico come te e so che esporsi alle influenze dei 4 venti provoca sofferenza ma anche enorme sensibilità verso qualunque evento esterno, sia naturale che umano. Però sono insegnante in un professionale femminile ed ogni anno leggiamo quel brano da ” Il colore viola” in cui Nettie suggerisce che per prima cosa bisognerebbe sgombrare il cervello dalla presenza del maschio, a cominciare dal vecchio dio con la barba bianca. Conosco , anche per esperienza personale la madre pia e quella crudele e so come queste figure possano intrecciarsi. Il dio a cui mi affido e Pan e quando mi capita vado per boschi e giardini ad accarezzare le cortecce delle querce e degli ulivi. Abito a Carpi dove sistematicamente agli alberi viene mozzata la testa forse per non far loro pensare le nuvole o uno spazio libero via dai parchi-metri, anche per uomini e donne.
    A Modena ho vissuto giovinezza e in qualche angolo del parco delle rimembranze mi sono appartato per pratiche che dicono illecite. In alternativa a quello del potere dobbiamo cercare un linguaggio metamorfosante e quello della poesia, come tu dimostri, lo è.

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