LA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi- Viaggiando nell’autobiografia: la malattia dentro la crescita

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L’età bianca di Alessandro Moscè uscito quest’anno da AvagLiano ci permette di attraversare occhielli esistenziali dentro cui malattia e crescita interiore si ammagliano. Nel filo autobiografico dell’autore comprendiamo e partecipiamo  di un viaggio intenso che può trovare in noi coincidenze e riflessioni. Il tuo romanzo è autobiografico. Ed è concepito non solo per spalancare l’esperienza terribile della malattia che ti ha attraversato, ma anche nel rendere luce a personaggi, artisti del tuo territorio e di quelli che hanno segnato gli anni della tua adolescenza. Da che cosa nasce il desiderio di un così totale svelamento?

Il romanzo, o auto-fiction, o, come preferisco novel non-fiction, è a tutti gli effetti un’autobiografia, nel senso che lo svelamento al quale tu alludi, è pieno e consapevole, non quindi un risvolto mediato all’interno di una narrazione, una penombra individuata in un toponimo che rimandi sotto traccia alla mia persona. Non so dire esattamente perché abbia deciso di mettermi a nudo a partire da Il talento della malattia, il primo romanzo del 2012 che con L’età bianca, uscito nel 2016 (entrambi pubblicati da Avagliano), costituisce un dittico. Mi è stato in parte suggerito da un medico, un amico fraterno, ma anche dallo scrittore Alberto Bevilacqua durante un viaggio da Roma a Fabriano. Sono stato un caso clinico per l’eccezionale guarigione, nel 1983, da un sarcoma di Ewing al bacino, per cui questa esperienza poteva essere tramutata in letteratura superando essenzialmente una barriera psicologica, il vuoto di parole non dette, trattenute durante l’adolescenza. Il dolore è un archetipo che nella distillazione del tempo viene a galla come ogni trauma, come ogni condizione irrisolta. Ho voluto riempire questa distanza tra la malattia e la guarigione nel magma del mistero esistenziale per cui, pur sofferenti dello stesso male, alcuni bambini morivano e pochissimi ce la facevano. I due libri sono fortemente interiorizzati, ma L’età bianca differisce perché qui racconto il dopo malattia, la scoperta dell’amore, il ritorno alla normalità, il labirinto delle domande che ogni uomo si pone tra natura e storia.

Il sarcoma di Ewing è il più comune della famiglia e deve il suo nome a James Ewing che lo descrisse per la prima volta, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, come un tumore osseo con caratteristiche differenti dall’osteosarcoma. Tutte le ossa possono essere interessate dal sarcoma di Ewing, anche se le sedi più comuni della malattia sono le ossa pelviche, quelle toraciche, il femore e la tibia. Le cause che portano allo sviluppo dei tumori di Ewing non sono ancora state identificate, ma è noto che il rischio di andare incontro a queste sindromi è più elevato nei bambini e negli adolescenti, ed è una volta e mezza più elevato nei maschi rispetto alle femmine. Sono state anche individuate alcune mutazioni a livello genetico presenti nel dna delle persone con sarcomi di Ewing: nell’85% dei casi si tratta di modificazioni che coinvolgono i cromosomi 11 e 22 chiamate traslocazioni. Portano un pezzo del cromosoma 11 a posizionarsi vicino al gene Ews sul cromosoma 22, rendendolo sempre attivo e causando lo sviluppo del tumore. I processi molecolari non sono noti, ma è certo che le traslocazioni non vengono trasmesse per via ereditaria. Alessandro aveva contratto il male al bacino, e allora non si guariva se non in casi del tutto eccezionali. Perché era accaduto? Un incidente contro natura, contro ogni previsione. Alessandro non era mai stato male, come suo padre e come sua madre. Correva i 100 metri piani, era una promessa dell’atletica leggera marchigiana.

Colgo questo estratto dal tuo romanzo per individuare subito la malattia di cui hai sofferto e la sua portata devastante. I nodi fondamentali della tua consapevolezza ti portavano a isolarti? In quali dinamiche? Di autocommiserazione, di disperazione, di tensione verso vie di fuga e di speranza?  

“A quale santo ti sei raccomandato?”, mi chiese dieci anni dopo la malattia, nel 1993, Mario Campanacci, un grande chirurgo-ortopedico, incredulo della mia guarigione. Fu addirittura chiamato a Dallas quando al figlio di Ted Kennedy venne diagnosticato un osteosarcoma al ginocchio. Il ragazzo “figlio della Grande Mela” si salvò, ma gli amputarono la gamba. “Ti abbiamo restituito al mondo, vai”, aggiunse Campanacci nel guardarmi spiritato. L’anno dopo fu trafugata la mia cartella clinica e visionata nei maggiori congressi mondiali di ortopedia. Appena due anni fa, ancora una volta, a Madrid. Alcuni oncologi mi consideravano un “eroe”, in quegli anni. Cosa ha potuto decidere la mia quasi esclusiva guarigione? Il caso? La medicina? Un miracolo? Non posso saperlo, ma so di non essermi isolato, né ho provato autocommiserazione. Come ho detto spesso, in me è rimasta una certezza: la malattia non si fronteggia con la sola speranza di guarire. Né con la commozione, che è un sentimento di tenerezza per se stessi. Meno che mai con la disperazione o la rabbia. La malattia va semplicemente ignorata. Lo so, è un compito improbo, tanto è vero che può riuscirci solo un bambino, un adolescente, nella sua incoscienza. Potevo cercare la consolazione della famiglia, dei genitori, dei nonni. L’ho fatto. Ma nei momenti in cui la cognizione di poter morire prendeva il sopravvento, la mia reazione salvifica contro il “vuoto pneumatico” consisteva nel pensiero felice di un simbolo di forza. Mi ha aiutato molto la figura del mio idolo calcistico di allora, lo stravagante Giorgio Chinaglia. Un famoso giocatore è diventato il viatico per far fronte ai luoghi di reclusione e di separatezza dalla vita, gli ospedali. Il campione come simbolo di vittoria, uno spazio di leggerezza come naturale antitesi alla malattia, così da annientare il terribile horror vacui. Giorgio Chinaglia, mito incontrastato della Lazio degli anni Settanta, era già un “compagno insostituibile” di giochi nell’infanzia, incarnato fantasiosamente come soggetto confidente al quale appellarsi. La compartecipazione con le vicende sportive prende origine da una risonanza puramente emotiva e da un meccanismo di immedesimazione con il campione preferito. Il mito calcistico (il “basso epico”, per dirla con Jorge Borges) garantiva quella “felicità bambina” che è diventata anche il modo migliore per affrontare il sarcoma.

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In quale modo ti ha trasformato e inciso nella tua scrittura?

Sono diventato un ipersensibile che ha deciso di dedicarsi alla letteratura. Ho pensato spesso che il mio osservatorio sia quello di un sopravvissuto, di un reduce. Ma non sono così autoreferenziale. La mia storia è un punto di partenza, non selettivo un punto d’arrivo. Difatti in essa sono contenuti i tratti salienti di ogni esistenza umana: la nascita, la perdita, la malattia, l’amore, la morte. Conservo un senso di assolutezza insomma, a prescindere dal mio io. L’età bianca definisce la caratterizzazione dei nonni, della suora delle elementari, dell’anziana signora dei vicoli, dell’omino della casa di riposo. Si apre uno spaccato sulla provincia italiana che confluisce di colpo in una dimensione-altra. Ma avverto, in fondo, che il dolore è stato anche una straordinaria occasione per riaffermare la vita. La scrittura è il dominio, in certo senso, sulla realtà, la sua replica, come la nudità delle cose e la coscienza della finitudine umana.

Per far atterrare questa tragedia nella scrittura, quali forze interiori e tecniche hanno agito?  E’ stato facile, liberatorio, doloroso, stimolante? Pensi che sia stato utile per i lettori che potrebbero vivere o aver vissuto corpo a corpo un’esperienza simile?  

Non so se e come abbiamo agito forze tecniche, ma non è stato facile liberarsi della malattia mediante lo strumento della scrittura. Senz’altro lo stimolo della persona che si lascia parlare identifica una ricerca di equilibrio, un’incursione potente sul passato e sul presente. Non immaginavo che attraverso Facebook o con delle missive private, molti lettori mi scrivessero dicendomi che avevo scritto la loro storia. Evidentemente quando si scrive di sé e si scrive degli altri, si scrive un pezzo di storia globale, distillando gocce di verità, una dignità condivisibile. Gli scrittori devono fare questo, un’operazione di repechage delle storie straordinarie eppure usuali. C’è una tendenza tipicamente italiana per cui tutto ciò che conta appare in televisione o sul “Corriere della Sera”. Il resto è oscurità. C’è invece una zona franca, aleatoria, la quotidianità di tutti, che non finisce sullo schermo o sui giornali: quella della gente comune che gioisce o soffre dentro una casa, in un posto di lavoro, in mezzo ad una strada, in un ospedale.

Oltre all’episodio della completa guarigione, individui il rovescio dello stato tensivo di permanente dolore della malattia. La preziosa intervista da te citata ad Alberto Moravia narra perfettamente questo ulteriore volto interiore, peraltro positivo.  

Ne parlò anche Alberto Moravia, che colpito da tubercolosi ossea, scrisse il capolavoro Gli indifferenti a letto. In una lunga intervista a Jean Montalbetti, nell’aprile del 1986, sulla rivista “Magazine littéraire”, lo scrittore italiano ha affermato: “Dopo il sanatorio, mi era difficile non vedere la vita come una malattia. Provavo quasi una nostalgia del letto. La mia malattia, la tubercolosi, era una malattia bacillare, dunque fisica, ma era anche una malattia psicologica. Ero nato come un contadino. Attraverso la malattia, ho assorbito il decadentismo, la cultura europea. Sono diventato un intellettuale  decadente”. Continua il romanziere nell’intervista: “Ne ho fatto l’esperienza essendo restato allettato per due anni in un sanatorio a Cortina di Ampezzo, e più recentemente avendo avuto un grave incidente d’automobile nel 1981. L’uomo coricato sviluppa completamente le sue facoltà intellettuali. Ovviamente ci sono aspetti negativi. Dopo il mio incidente, ho sofferto terribilmente per una rottura all’anca. Avevo la gamba in fiamme. Soffrivo, ma allo stesso tempo era stimolante, perché mia testa lavorava meglio. Pensi a Roosevelt, nella sua sedia, che governava l’America, o  a Pascal paralizzato. L’uomo malato compensa con la testa”.

In te, evidentemente,  è accaduto. Ma quali sono le condizioni in cui si può verificare e quali apporti sostanziali ti ha portato?

Sottintendo ciò che gli psicologi moderni chiamano la “motivazione antagonista”: pensare al altro per distogliersi dall’ossessione della malattia, traendo spinta, quindi, da una debolezza fisica. Fu una folgorazione per me che avevo vissuto questo tipo di esperienza, quando lessi un articolo di giornale che alludeva proprio alla “motivazione antagonista”. Pensare ad altro equivaleva al sogno di Chinaglia, prevalentemente. In età adulta ho capito che chi è stato duramente colpito da una malattia rimane per sempre un convalescente che accentua la sua carica emotiva e un pensiero ossessivo sulla totalità dell’esistenza, sul pericolo di ammalarsi ancora, sulla necessità di essere circondato di attenzioni, trasformando il sentimento in un terreno privilegiato. In fondo La montagna incantata di Thomas Mann ci dimostra che “l’interesse per la malattia e la morte è l’altra espressione dell’interesse per la vita”. In un certo senso la malattia può essere storicizzata e la letteratura aiuta a farlo, contro ogni dimenticanza, tra sgomento, curiosità ed energia.

Citi nel romanzo, oltre al noto calciatore Giorgio Chinaglia, anche i maestri grandi delle Marche: Franco Scataglini e Mario Giacomelli. Ricordo la fotografia di Giacomelli che spalancò indimenticabili ritratti in ospizi e manicomi. L’arte magistrale degli altri aiuta, anche nei tempi della nostra sofferenza.

“Si scrive per capire ciò che si scrive”, asseriva Alberto Moravia. Si scrive per un conflitto interiore, per guarire dal male di vivere, per fermare il tempo, per il bisogno di sostituire la visionarietà alla realtà, per la paura della morte, per lasciare qualcosa. Si scrive per un accrescimento di vitalità, per una pulsione terapeutica, così come faceva Giacomelli con la fotografia e come avviene con qualunque altro gesto artistico. Scrivo quando sono convinto della mia immaginazione. Lo faccio entrando in una specie di transfert e avverto che un doppio dentro di me mi guida con disinvoltura. Oltre al già citato Moravia, nella mia formazione sono stati determinanti Giorgio Saviane, che voleva parlare con Dio; Paolo Volponi, che non accettava la civiltà alienante delle macchine e l’industrializzazione disumana; la residenzialità marchigiana, lo spazio-tempo geografico di Franco Scataglini e Umberto Piersanti; la luce misterica di Mario Luzi, oltre ai grandi classici. Il viaggio di Dante è dentro l’ignoto, nel dopo morte, ed è rimasto il più affascinante che conosca. Ho amato molto i libri di avventura di Emilio Salgari, perché credo che corsari lo si possa essere anche nella nostra contemporaneità, come ha dimostrato Pier Paolo Pasolini, tra gli smarrimenti e una voce del destino che si batte per sovvertire ciò che non si accetta, ogni forma di repressione.

L’ultima domanda che ti porgo è la più difficile. Penso che  l’autobiografia sia un viaggio di scrittura rischiosissimo per la difficoltà di calibrare la lucidità tecnica della narrazione con il coinvolgimento emotivo. Come valuteresti il tuo lavoro in merito a queste due sponde?

Non ho mai riconosciuto il rischio dell’autobiografia, perché in fondo ogni personaggio romanzesco è filtrato dalla personalità di chi scrive. Inoltre l’autobiografia, come accennavo, contiene un mondo universale, quindi ripetibile, riscontrabile nella dimensione di una radice comune, in un dialogo interattivo tra chi scrive e chi legge, nell’appropriazione della storia degli altri. La tecnica di scrittura non varia rispetto ad un romanzo dove si è personalmente estranei ai fatti se la lingua coincide con un’elezione, con una coralità, che credo L’età bianca esprima. Per esempio quando attingo alla cronaca del fatidico anno 1983, come la sparizione di Emanuela Orlandi e il caso giudiziario di Enzo Tortora che scossero l’opinione pubblica, nonché ad una certa spettacolarizzazione della morte. Nella Louisiana (Stati Uniti) è in voga pagare un funerale con il morto che figura seduto davanti ad un tavolo, come fosse ancora vivo. Questo per lenire, apparentemente, il dolore dei parenti. E’ la dimostrazione fittizia, invece, che la morte non è più considerata la fine di un ciclo, ma un incidente di percorso, come la vecchiaia che si vorrebbe maldestramente evitare.

 

Anna Maria Farabbi

 

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  Alessandro Moscè, L’età bianca-   AvagLiano Editrice 2016

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