Julio Cortazar: La continuità dei parchi- Traduzione di Daniela Raimondi

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La continuità dei parchi
Julio Cortazar

Traduzione di Daniela Raimondi

Aveva iniziato a leggere il romanzo qualche giorno prima. Lo abbandonò per sbrigare degli affari urgenti, tornò ad aprirlo mentre rientrava in treno alla sua tenuta; lentamente, si lasciava coinvolgere dalla trama, dalle illustrazioni dei personaggi. Quella sera, dopo aver scritto una lettera al procuratore e aver discusso con il maggiordomo su una questione di mezzadria, riprese in mano il libro nella tranquillità dello studio che dava sul bosco di querce.

Seduto con comodità sulla sua poltrona preferita, dando le spalle alla porta, possibile fonte di irritanti intrusioni, lasciò che la mano sinistra accarezzasse più volte il velluto verde e si apprestò a leggere gli ultimi capitoli. Senza sforzo, riteneva nella memoria i nomi e le immagini dei protagonisti; l’illusione letteraria lo conquistò da subito. Gioiva del piacere quasi perverso di tagliar fuori, linea dopo linea, tutto quello che lo circondava, e allo stesso tempo sentiva che la testa riposava tranquilla sull’alto schienale di velluto dalla poltrona, le sigarette sempre a portata di mano e, al di là delle finestre, l’aria del tramonto che danzava fra le querce. Parola dopo parola, assorbito dalla sordida scena di separazione degli eroi, si lasciava trasportare verso immagini che andavano via via definendosi, acquistando colore e movimento, e fu testimone dell’ultimo incontro nella capanna sul monte. Prima entrava la donna, piena di gelosia; ed ecco l’amante, il viso ferito dalla sferzata di un ramo. Mirabilmente, lei gli tamponava il sangue coi suoi baci, ma lui rifiutava le carezze, non era venuto per ripetere le cerimonie di quella passione segreta, celata al mondo da foglie secche e sentieri furtivi. Il pugnale si intiepidiva contro il suo petto, e sotto batteva un goffo sentimento di libertà. L’anelante dialogo correva lungo le pagine simile a un torrente di serpi, si sentiva che tutto era stato deciso da sempre. Persino quelle carezze che avvolgevano il corpo dell’amante come una rete cercando di trattenerlo e dissuaderlo, dipingevano in modo abbominevole la figura del corpo che bisognava distruggere. Niente era stato dimenticato: alibi, situazioni rischiose, possibili errori. A partire da quel momento ogni istante aveva un suo compito, minuziosamente prestabilito. Le accuse reciproche appena si interrompevano il tempo che una mano accarezzasse la guancia. Iniziava a far notte.
Ormai senza più guardarsi, legati al compito che li attendeva, si separarono sulla porta della capanna. Lei doveva seguire il sentiero che portava a nord. Dal sentiero opposto, lui si girò un istante e la vide correre con i capelli sciolti. Anche lui iniziò a correre con gli alberi e i recinti che gli intralciavano il cammino, fino a scorgere nella nebbia malva del crepuscolo il centro commerciale che lo portava a casa. I cani non dovevano latrare, e non latrarono. Il maggiordomo a quell’ora non doveva esserci, e non c’era. Salì i tre gradini della veranda ed entrò. Dal proprio sangue, galoppando fin nelle orecchie, giungevano le parole della donna: dapprima in una sala azzurra, poi lungo un corridoio, una scala con moquette. Su in cima, due porte. Nessuno nella prima stanza, nessuno nella seconda. La porta del salone e allora, ecco il pugnale nella mano, la luce che entrava dalla finestre, l’alto schienale di velluto verde, la testa dell’uomo sulla poltrona intento a leggere un romanzo.

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CONTINUIDAD DE LOS PARQUES

JULIO CORTÁZAR

Había empezado a leer la novela unos días antes. La abandonó por negocios urgentes,volvió a abrirla cuando regresaba en tren a la finca; se dejaba interesar lentamente por la trama, por el dibujo de los personajes. Esa tarde, después de escribir una carta a su apoderado y discutir con el mayordomo una cuestión de aparcerías, volvió al libro en la tranquilidad del estudio que miraba hacia el parque de los robles. Arrellanado en su sillón favorito, de espaldas a la puerta que lo hubiera molestado como una irritante posibilidad de intrusiones, dejó que su mano izquierda acariciara una y otra vez el terciopelo verde y se puso a leer los últimos capítulos. Su memoria retenía sin esfuerzo los nombres y las imágenes de los protagonistas; la ilusión novelesca lo ganó casi en seguida. Gozaba del placer casi perverso de irse desgajando línea a línea de lo que lo rodeaba, y sentir a la vez que su cabeza descansaba cómodamente en el terciopelo del alto respaldo, que los cigarrillos seguían al alcance de la mano, que más allá de los ventanales danzaba el aire del atardecer bajo los robles. Palabra a palabra, absorbido por la sórdida disyuntiva de los héroes, dejándose ir hacia las imágenes que se concertaban y adquirían color y movimiento, fue testigo del último encuentro en la cabaña del monte. Primero entraba la mujer, recelosa; ahora llegaba el amante, lastimada la cara por el chicotazo de una rama.
Admirablemente restañaba ella la sangre con sus besos, pero él rechazaba las caricias, no había venido para repetir las ceremonias de una pasión secreta, protegida por un mundo de hojas secas y senderos furtivos. El puñal se entibiaba contra su pecho, y debajo latía la libertad agazapada. Un diálogo anhelante corría por las páginas como un arroyo de serpientes, y se sentía que todo estaba decidido desde siempre. Hasta esas caricias que enredaban el cuerpo del amante como queriendo retenerlo y disuadirlo, dibujaban abominablemente la figura de otro cuerpo que era necesario destruir. Nada había sido olvidado: coartadas, azares, posibles errores. A partir de esa hora cada instante tenía su empleo minuciosamente atribuido. El doble repaso despiadado se interrumpía apenas para que una mano acariciara una mejilla. Empezaba a anochecer.
Sin mirarse ya, atados rígidamente a la tarea que los esperaba, se separaron en la puerta de la cabaña. Ella debía seguir por la senda que iba al norte. Desde la senda opuesta él se volvió un instante para verla correr con el pelo suelto. Corrió a su vez, parapetándose en los árboles y los setos, hasta distinguir en la bruma malva del crepúsculo la alameda que llevaba a la casa. Los perros no debían ladrar, y no ladraron. El mayordomo no estaría a esa hora, y no estaba. Subió los tres peldaños del porche y entró. Desde la sangre galopando en sus oídos le llegaban las palabras de la mujer: primero una sala azul, después una galería, una escalera alfombrada. En lo alto, dos puertas. Nadie en la primera habitación, nadie en la segunda. La puerta del salón, y entonces el puñal en la mano, la luz de los ventanales, el alto respaldo de un sillón de terciopelo verde, la cabeza del hombre en el sillón leyendo una novela.

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https://www.ucm.es/data/cont/docs/119-2014-02-19-Cortazar.ContinuidadDeLosParques.pdf

 

3 pensieri su “Julio Cortazar: La continuità dei parchi- Traduzione di Daniela Raimondi

  1. Aspetto altre proposte, amo molto la scrittura di Cortazar.Nel frattempo grazie per questo racconto che stuzzica a scrivere una storia. Un saluto. f

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