Cronache di poesia- Memorie di un rivoluzionario timido. Loredana Magazzeni intervista Carlo Bordini

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1) In che anni hai iniziato a scrivere il romanzo e perché.

Ho scritto la prima stesura di questo romanzo tra il 1976 e il 1978, e l’ho terminato praticamente pochi giorni prima che andasse in stampa, ossia nell’aprile di quest’anno. Posso dire che questo libro ha accompagnato gran parte della mia vita, come ossessione che andava e veniva; è un libro che ho abbandonato e poi ripreso in varie occasioni. Colgo qui l’occasione per dire che l’energia e la convinzione necessarie per riprendere la stesura di questo romanzo e per terminarlo mi è stata data da due persone che non sanno di avermela data.Si tratta di due giovani (erano molto giovani soprattutto a quell’epoca, nei primi anni di questo secolo), Andrea Di Consoli e Marco Maugeri. In quell’epoca ero abbastanza depresso e abbastanza isolato, e desideravo scrivere un libro che avrei intitolato Pezzi di ricambio, e che poi infatti è stato pubblicato da Empirìa, in cui mettevo insieme una serie di frammenti di scrittura nella convinzione di non poter scrivere qualcosa di organico. Andrea e Marco avevano letto da poco il mio libro di poesie Polvere, pubblicato anch’esso da Empirìa, e mi adottarono. Venivano a casa mia e leggevano uno dei pezzi che volevo inserire in Pezzi di ricambio, e dicevano: va bene. Poi tornavano e ne leggevano un altro. Così piano piano trovai la forza per mettere insieme il volume.

Nel corso di questo lavoro di montaggio utilizzai anche dei pezzi di quell’enorme scartafaccio che ora è Memorie di un rivoluzionario timido. Nella certezza di non poterlo terminare, lo utilizzavo come una miniera a cielo aperto, estraendone i pezzi migliori e utilizzandoli per altri libri. Utilizzai quindi alcuni brani dello scartafaccio anche per scrivere il mio romanzo Gustavo – una malattia mentale, pubblicato da Avagliano per merito di Andrea Di Consoli (anche questo romanzo, devo dire, mi costò una fatica enorme). Ma nel corso di questa opera di estrazione e di montaggio fui costretto a rileggere il marasma che quell’aborto di libro era diventato, una serie di dattiloscritti (non usavamo ancora il computer) più o meno di un metro cubo nella massima confusione. E mi accorsi che c’erano dei pezzi che mi sembravano bellissimi. E decisi di finirlo, cominciando a copiare e scannerizzare tutto in word e cercando di dare un ordine a pezzi e frammenti scritti in epoche diverse e con stili diversi.

Perché ho iniziato a scrivere questo libro e perché ho continuato a lavorarci fino a finirlo? L’ho fatto per liberarmi di un senso di colpa derivante dall’aver lasciato una donna. Per capire le ragioni del mio operato ho dovuto compiere un lungo esame di coscienza, e quindi sono partito da molto più lontano; ho esaminato quasi vent’anni della mia vita. Se questo senso di colpa è stato la molla che mi ha fatto decidere di scrivere questo libro, esso è stato anche la ragione per cui non sono riuscito a finirlo. E’ stata quindi una lotta contro me stesso.

2) Trovi affinità tra il tuo scartafaccio ed altri simili di poeti? Mi viene in mente Partita di Porta e Messmer di Patrizia Vicinelli: trama poco importante, monologanti sensazioni quasi da autocoscienza…quanto ha influito la scrittura di quegli anni, la psicanalisi, i Ching e altro…

Certo noi abbiamo avuto dei padri in cui ci siamo riconosciuti senza sforzo, nel senso che questi padri hanno detto delle cose che ci hanno colpito immediatamente l’orecchio, con cui ci siamo immediatamente identificati. Siamo tutti degli eredi delle avanguardie, o almeno lo è chi ha sentito la loro voce: senza Joyce, senza Beckett, senza Virginia Woolf, senza Campana,  non si sarebbero potuto fare certi tipi di scrittura. Ma per parlare degli scrittori che citi, io mi sento molto più prossimo alla Vicinelli. Non a caso, quando eravamo un gruppo di giovani, e fondammo la cooperativa Aelia Laelia, tra Parma e Reggio, Beppe Sebaste, Giorgio Messori, Daniela Rossi ed io fummo attratti dalla potenza selvaggia e dalla figura ribelle della Vicinelli e pubblicammo il suo Non sempre ricordano. Così come pubblicammo gli Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli. Mi sento invece abbastanza lontano da Porta, pur ammirando la sua scrittura, e questo per i seguenti motivi: la scrittura di Porta, alludo al suo Partita, ha sempre una valenza simbolica, mentre la mia tende ad essere realistica, diciamo di un realismo riflessivo e autobiografico, con un interesse anche al periodo storico. Mi sono prefisso, quando ho cominciato a rivedere questo libro, e a ricomporlo, di cercare il massimo ordine nella struttura (una struttura narrativa classica, in un certo senso) e nello stesso tempo di rimanere il più libero e intuitivo e istintivo sul piano stilistico.

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3) Nella tua professione di ricercatore di storia una grande importanza hanno le “memorie”. Fra i tuoi libri prediletti c’era infatti, mi dicesti, le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. La parola “memorie” nel tuo libro conserva questo senso prettamente storico, io credo, ma di una storia i cui bordi si smarginano, franano, internamente e esternamente. Può essere questa una chiave di lettura? Dove stiamo andando? Che memorie conserveremo?

La domanda è molto interessante, anche se la parola “memorie” è in parte ironica. Nel senso che io non volevo scrivere un libro di memorie, ma una sorta di autoanalisi o qualcosa come un bilancio di autocoscienza. E non volevo neanche scrivere un romanzo storico, come ha fatto Nievo, che ha narrato un periodo storico in gran parte precedente alla sua nascita, fingendo di essere un vecchio (un romanzo che amo moltissimo, secondo me molto superiore a I promessi sposi; e la Pisana è inoltre, secondo me, il più bel personaggio femminile della letteratura italiana). Il mio libro è la storia della mia vita da 1957 al 1975, ma non è un’autobiografia né un libro di memorie. È un’autoanalisi. Ed è chiaro che scrivendo questo libro ho dovuto scontrarmi con molte realtà che avevo toccato e con cui mi ero incontrato: la psicoanalisi, i viaggi intesi come fuga di un giovane disadattato e scontento del proprio ambiente, la politica e la crisi della politica, la rivoluzione sessuale, la crisi dei rapporti tra i sessi. Ho sempre privilegiato l’intento di capire me stesso, ho concepito questa ricerca soprattutto come un esame di coscienza, ma qualcuno (per esempio, il mio editore) pensa che si tratta anche di un romanzo storico, che aiuta a capire un’epoca, la psicologia e i miti di coloro che hanno attraversato quell’epoca. Io, paradossalmente, avendo scritto il libro, non sono in grado di giudicare se questo è vero o no. Sicuramente, come dici tu,  è comunque una storia i cui bordi franano, internamente ed esternamente.

 

4) Che linguaggio hai usato in questo libro?

La domanda potrebbe essere rovesciata: Che linguaggio ha pensato di portarti a usare questo libro? In un certo senso sono stato usato dal linguaggio. Molte cose le ho scritte come in trance. Poi è venuto il momento “critico”, la revisione, che secondo me contiene un pericolo mortale: quello di tradirsi. Io ho cercato di non tradirmi. Credo che questo mio libro di narrativa sia quello, rispetto ad altri, in cui ho maggiormente deformato il linguaggio. Deformo il linguaggio molto più in narrativa che in poesia, mentre so che dovrebbe essere il contrario. In questo senso sono abbastanza anomalo. La ragione per cui ho usato un linguaggio spesso deformato (maiuscole al posto delle minuscole e viceversa, punteggiatura non conforme alle regole, capitoli che finiscono senza punto, titoli che finiscono col punto, l’uso della parola “odontotecnico” al posto della parola “ontologico” e altre piacevolezze) è dipesa dal tentativo di sottrarsi alla mortale serietà del linguaggio letterario italiano.

Per ragioni storiche che tutti conosciamo, l’unificazione dell’Italia ha ucciso infatti i dialetti, ed ha creato un linguaggio letterario nuovo, moderno, oggi, in particolare, ricalcato abbastanza fedelmente sul linguaggio televisivo. È l’italiano televisivo che ha unificato l’Italia. L’italiano letterario del dopoguerra, a differenza da quello precedente che era una lingua elitaria, con la nuova alfabetizzazione, si è configurato come un linguaggio un po’ piatto e accessibile. L’italiano conserva rispetto ad altre lingue un pregio: di essere una lingua enormemente elastica. Senza grandi rigidità. Il difetto dell’italiano letterario moderno è la sua immobilità. Non si rinnova. O se lo fa usa parole prese da altre lingue. Mentre altre lingue letterarie, come per esempio l’inglese, si rinnovano, coniano altre espressioni, si colorano prendendo in prestito magari espressione dello slang, del parlato o dei parlati, l’italiano letterario moderno non lo fa, e tende anzi, col tempo, a diventare sempre più semplificato e povero. Per questo ho cercato (mi è venuto istintivo) di muovere il mio linguaggio con anomalie, con irregolarità, con forzature e deformazioni.

Loredana Magazzeni

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