L’ora prima…a proposito di miti- Lettura critica di Milena Nicolini

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I miti. Addensano in poche vicende esperienze così ripetutamente tante, in tempi così lunghi e lunghi che la nostra memoria diacronica neanche riesce a immaginare, pur se la memoria razionale può dispiegarli in ordini e misure. E poi ripetuti e ripetuti, e insieme interpretati e variati, tante volte: da poeti, da pittori e scultori, da studiosi del tempo e della psiche, da musiche, da teatri, da religioni e ideologie, dall’emozione di comuni uomini di strada. In una loro, però, inconfutabile immobilità. Perché questo loro spessore li fa quasi intangibili, verità primeve, accettati.
Con essi si accetta la vita che recano. Vita con pochissime sfumature felici, quasi solo tragica. Li riveste il sacro, con veli rituali che non fanno quasi più toccare il caldo autentico e terribile del sangue, del dolore, trasfigurato in freddo splendore eroico, tragico, divino. Le diafane dita di Dafne che diventano foglie nella scultura berniniana, il canto di Orfeo che si volta e perde Euridice nelle opere liriche, le parole che Eschilo mette in bocca a Prometeo, condannato eternamente ad essere divorato vivo per un gesto di generosità, sono belli, inesorabilmente belli. Kalòs kai agathòs, ‘bello e buono’ fa nobile, giusto, sacro. Quindi: Noli me tangere.
Paolo Gera, nel suo polimorfico percorso artistico, ha sempre scritto dentro i miti, sia quando li riproponeva in un teatro di ricerca che coinvolgeva tanto territori e paesi, quanto gruppi e classi di bambini e adolescenti; sia quando metteva in scena in un teatro di parola la tragedia degli uccisori di Moro come fossero degli Oreste ed Elettra; sia quando terminava il romanzo quasi poliziesco Zaum con un’immane apparizione consolatrice di Grande Madre. E adesso L’ora prima, la sua prima opera di poesia, per niente incerta o titubante, ma piuttosto ricca e colta nelle sue tecniche operative e coraggiosa nell’innovazione. Tutta all’ombra del mito, di cui ci dice molto il quarto di copertina: “Il mito non si estrae dai suoi giacimenti all’occasione. (…) il mito affiora spontaneamente ad irrorare di senso archetipico ogni relazione umana, ieri come oggi.” I “pozzi” del mito non possono mai esaurirsi, coi loro zampilli interpretativi perennemente giovani, così anche il nostro tempo “si presta ad una decodificazione mitologica”. Non solo, pare anzi che gli attuali “processi” e “consuetudini” siano “intrecciati così strettamente con i modelli originari, che quasi nessuna distanza è data tra il fenomeno attuale e l’antico retaggio.”. Il mito è assunto a chiave di lettura del nostro tormentato presente. Potrebbe essere molto pericoloso: per un possibile straniamento dell’”ora presente” nell’ora antica, in un circolo sconfitto e rassegnato e fatale di ‘eterno ritorno’; oppure per un edulcoramento della nostra difficile realtà alla luce di eroiche e ‘belle’ figure. Anche se il mito non può mitigare “l’orrore”, ci viene detto, inserendolo in una ripetitività che diventa ineluttabile, però “il riso di Dioniso”, che è ancora un mito, “lo (l’orrore) può dissolvere all’istante.”. Cos’è “il riso di Dioniso”, oggi? E poi, ancora ci viene detto, “per procedere nel cammino” ci saranno altre voci, per testimoniare che “la storia esiste” e che esiste nel tentativo di superare, “un giorno”, l’orrore. Altre voci, come la voce dell’Angelus Novus di Walter Benjamin, ci viene suggerito, che “mummificato” nella “morte delle ideologie”, torna oggi a volare libero nel “vento dell’utopia”. E’ certamente una premessa di grande peso ed orientamento per la lettura delle poesie che seguono.

Poesie in versi, ma qua e là anche in forme prosastiche che, dialogate o monologhi, attengono al teatro –ma, a dire il vero, anche le poesie hanno un’evidenza gestuale e di posture da far pensare al teatro: teatro, non palcoscenico. O cinema:

ci siamo fatti a pezzi e ricomposti
affondati le unghie rosicchiate
salutati da una soglia e poi tornati indietro
(…)
ci saremmo consumati nell’inverno
senza il viaggio sognato
troppo chiusi in noi stessi
ci siamo fatti stare dentro un trolley
e qualcuno che spingeva al posto nostro
passavamo i check-in silenziosi e ammassati
Heathrow Orly Malpensa Fiumicino
un’offerta speciale per la Tracia
(…) Cit. p. 9

E per ogni poesia, a specchio, un intervento dell’autore. Qui:

Se la coppia funziona, il mercato è florido. E poi, vita coniugale in rima con offerta speciale. Orfeo ed Euridice tornano insieme dall’Ade. In Tracia vogliono provare nuove esperienze: il tiaso, il corteo di Dioniso. Qual è il prezzo? Le baccanti sprezzanti fanno a pezzi i coniugi. Le loro teste sulle placide acque del fiume trace – confine dell’euro – continuano a blaterare di quanto sia vantaggiosa la convivenza tutto compreso. Cit. p. 10

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Quella che si sarebbe chiamata ‘nota’ se fosse stata apposta alla fine del libro (e raramente letta) – che spesso coniuga i versi ad un mito, o li colloca in un contesto preciso; un intervento, però, che, lungi dall’essere didattico o esplicativo, quasi sempre complica il testo che precede, o addirittura lo rilegge, lo cambia, lo stravolge, in un’azione letteraria del tutto nuova. Nuova perché il lontanissimo extratestuale – così aborrito in alcune poetiche da praticarne la disseminazione anche a costo di sposarsi all’oniricità pura o al non-senso di una veggenza ulteriore– e, ancor più, il dicotomico antitetico extralinguistico della matericità terragna, insieme, sfondano le transenne del proibito e si affiancano, con la potenza di cui diremo, al letterario, all’effimero quindi per eccellenza della parola, a quel dire cioè sempre ‘di traverso’, metaforico metonimico simbolico analogico, che mai sembra toccare la cosa, ma rotolarsi più in là, dove, lontano e limitrofo, c’è altro, ed è un altro che non c’era prima, che non c’è forse neanche adesso, che forse è il grande nulla della poesia, magari un nulla come l’abse di Anna Maria Farabbi 1. E’ un rimando, una coniugazione al concretissimo mondo che, naturalmente in soluzioni tecniche diverse, si sono incontrati poche volte 2, ad esempio nella Vita nova di Dante, con meno coraggio 3 nel Petrarca di Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono/ di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core, oppure, in tempi nostri, nella Terra desolata di Eliot 4, in certi versi deittici dell’Allegria 5, ma soprattutto in Abse, di Farabbi 6. E, ancora, parlo di azione letteraria nuova. perché, invece di contrapporsi – direi quasi: ontologicamente – al testo poetico, lo completa e modifica. L’impressione è che, ad esempio attraverso il mito, l’orrore del presente sia come trasposto su un piano più universale, essenziale. Ecco allora che si potrebbe pensare a quel possibile straniamento dell’”ora presente” nell’ora antica, del cui pericolo sopra si accennava. Ma non è così. Il mito, come Gera lo propone, distoglie sì, ma dall’assuefazione all’orrore, al dolore, costringendo Medusa a dare una scossa scioccante, che svegli, perché a noi non si aggricciano più i nervi di fronte al tremendo:

che se nel mezzo della mia ricerca
scorro tranquillo le immagini trovate
uno schifo di foto mi sorprende
un marciume di pixel
(…)
ora Medusa ha un profilo mostruoso
ben delineato
orrore ben visto classifica di stelle
ha scelto lo scatto migliore
(…)
se mi sconnetto e mi distolgo
e mi tasto e mi ritrovo in cielo
è ancora dentro me l’indicibile Gorgone
senza risoluzione
ed è una gioia distogliere lo sguardo
o diventare pietra

Medusa, la terribile gorgone dalla permanente di serpi, pietrificava chiunque incrociasse il suo sguardo. I miei alunni ricercano apposta immagini raccapriccianti e coprendosi gli occhi vogliono vede sino a che punto può arrivare la crudeltà. Con l’assuefazione si vaccinano contro Medusa. Tutti commentano, qualcuno si indigna, nessuno scende più in campo. Cit. pp. 66-7

Ma lui, il poeta, ci prova ancora a scendere in campo.

adesso inizia l’estate
adesso è
adesso non sarà
mi inietto A
mi inietto B
C’è una conseguenza
di giorni troppo estesi
mi inietto l’alfabeto
contro me aruspice
adesso è
adesso non sarà
voglio prepararmi alla stagione eterna
aggiungerò una ruga ad ogni istante
adesso è
adesso non sarà
bello scherzo Titone
sfuggire di morire
sempre più vecchio e piccolo
adesso è
adesso non sarà
Micono e non Miami
non notti bianche
non spiagge affollate
non solo in riva al mare
non cambio di costume
non su una gamba sola
non nuova moda
non docce
non falò
non aspettare l’alba
non esserne rapiti
non accettare i giuro
da quella moribonda che torna ad ogni giorno
solo il canto assordante
e un vecchio cicalare
ora che l’alfabeto ha finito gli effetti
sento
adesso è
adesso non sarà
le viscere mi scrutano

Titone, amato da Eos, l’alba, ebbe da lei la promessa di non morire mai, non quella di un’eterna giovinezza. Invecchiare sempre di più, senza una fine. Disidratarsi, rimpicciolire, farsi sostenere da mille tubicini. Completamente rinsecchito si tramutò in cicala. Cit., pp. 74-5

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Così noi ci accorgiamo di noi, ci vediamo, là in fondo, nello specchio poco limpido di Las Meninas7: ma quelli siamo noi? Siamo davvero noi?
Ed anche il mito cambia. Esce dalla sua immobilità troppo univoca, si sfaccetta, anche ambiguamente, in tanti rivoli e possibili, si fa attuale:

(…)

Antigone: – Camion e auto che sfrecciano. (legge) A-dri-a-tica. Ma da questa parte anche aironi che volano e laghi azzurrini che sembrano arrivare ai monti. Sul cartello c’è scritto “Saline”
Edipo: – Sì, va bene. Andiamo verso il sale. L’acqua salata la conosco bene, le lacrime…
Antigone: – Ecco, c’è uno spiazzo ed un masso per sedersi. C’è un edificio con un’insegna. “Il deserto”.
Edipo: – E noi ci riposeremo davanti al deserto.
(Inizia a cantare una canzone napoletana)
Antigone: – C’è gente che arriva
(…)
Arriva un gruppo di turisti con videocamere e telefonini spiegati.
(…)
1° turista: – Guarda, le anatre selvatiche, le gru cinerine…
(Cercano di far spostare Edipo ed Antigone perché sono d’intralcio alle suggestive riprese)
2° turista: – Questi due in mezzo alla natura incantevole… che ci stanno a fare?
3° turista: – Scusate, avete una funzione qui? Siete un richiamo turistico?
Edipo: – Andiamo in giro, testimoniamo…
(…)
Antigone (arrabbiata): – Non serviamo un bel niente! Siamo la cattiva coscienza ed il cattivo esempio. Siamo il pensiero in cammino che si pone domande…
2° turista: – Domande… ad esempio quante specie di uccelli vivono…
Guida: – Ehi, da questa parte!
Il gruppo di turisti si allontana. Edipo inizia a cantare una canzone più triste. Antigone lo accarezza. Dall’Adriatica arriva un’auto che inchioda davanti a loro. La portiera si apre, scende un cliente per discutere il prezzo. Cit. p. 48

Strada statale 16. Poco più a est il mare di fronte a cui ho passato venti e più estati. Più a est ancora i territori dell’Ex Jugoslavia dove tra il 1991 e il 1995 si svolse una sanguinosa guerra civile. Probabile che Edipo ed Antigone fossero profughi di quelle zone. Oggi si sa bene da dove potrebbero arrivare. Cit. p. 49

Il mito si fa dinamico e polimorfo, anche aperto ad agguati sul futuro possibile:

il treno partito da Troia
trasporta la gente salita di fretta
sudata
gli zaini con uno o due cambi
mutande
i teli per stendersi a terra
nessuno che guarda più dietro
il treno fuggito da Troia
(…)
il treno partito da Troia
ha uomini e donne segnati dal fuoco
Apollo che non li ha protetti
voleva salire
ma è stato respinto là fuori
bambini che giocano
e piangono forte per graffi da nulla
un giovane padre tatuato
fa delle ginocchia un cuscino
la piccola cede di schianto
a tappi le versa un po’ d’acqua
sul volto e sui riccioli biondi
a renderle il sonno più fresco
si crepa
(…)
sul treno scappato da Troia
là sotto i bagnanti
si tuffano e giocano a palla
salutano il treno che passa
diciotto e cinquanta sarà il loro turno
ma mica ci pensano ora

Non capivo dove mi trovassi. Poteva essere un treno di migranti in fuga dalla guerra o un carico di turisti stremati sul tranvai della Balagna. Cit. pp. 62-3

Arriva a rinnovarsi del tutto il mito, reiventato diverso, pur se ancora nel solco antico:

ho indossato l’abito del matrimonio
abito blu
– completo di Kenzo comprato a Bologna –
ho pensato a quale cerimonia fosse adatto
il giusto risalto la bella figura
(…)
ho indossato l’abito del matrimonio
e mi sono messo accanto ad un ghanese
che tendeva la mano
ho indossato l’abito da matrimonio
ed anch’io ho teso la mano
e lui non sapeva se potevo essere un valido aiuto
o rovinargli la già misera piazza
però ha sorriso
spingevano fuori il carrello e vedevano me
vestito da sposo
e il ragazzo africano
con la maglietta della cooperativa
lui aveva meravigliosi denti bianchi
a me ne mancava qualcuno
gli ho chiesto se aveva portato la fede

I mariti riciclano il vestito del matrimonio, le mogli no. Sarebbe ancora più bello e scioccante. Lei in abito bianco accanto a un clandestino, chiedono l’elemosina davanti all’Ipercoop. Cit., pp. 50-1

A volte, così, pur nel solco antico, diventa mito nuovissimo, magari tra i vecchi-nuovi miti della psiche, comunque sanguinante di sangue freschissimo:

una madre cattiva lo faceva saltare
una madre dolcissima lo legava al suo letto
una madre cattiva lo buttava su in alto
una madre dolcissima gli premeva la testa
una madre dolcissima gli parlava dell’atto
una madre cattiva lo portava al balcone
una madre dolcissima gli toglieva la sedia
una madre cattiva lo faceva affacciare
una madre dolcissima lo tirava già dentro
una madre cattiva lo salvava dal volo
una madre dolcissima lo lasciava scappare

Da sotto, dove si era radunata la folla, non si capiva se la donna stesse tenendo il bambino o volesse buttarlo giù. Cit. pp. 14-5

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Sangue non ancora coagulato in un colore canonico della pittura:

Ad ogni istante si palpa le viscere per controllare se ha digerito un passato pesante.

Gli aruspici scrutavano le viscere degli animali uccisi per predire il futuro. Ad ogni ora gli ipocondriaci controllano le proprie. Io lo faccio. Le vecchie madri sono ancora lì che le rovistano, come quando con le loro mani impastavano acqua e farina. I cibi più buoni e conditi, sotto il loro sguardo presente, sono i più difficili da trasformare in energia. Le ore scorrono senza fare nulla, tributo quotidiano al grembo materno. Cit. pp. 16-7

Ma vecchi o nuovi miti, nuova o antica lettura, circola in questi versi un orrore totale, planetario, continuo, senza fine. Siamo quindi approdati ad una disperazione senza ritorno? Eppure:

 

Non ho terra che mi regga. Ho le radici nei germogli. Cit. p. 82

Leggo su un muro: “avere casa nei propri piedi”. Cit. p. 83

 

E ancora:

quando disilluso chinerai il tuo bianco capo
e nelle ossa trafitte dal tempo
il cumulo degli anni, l’umidità dell’aria
sentirai forte, non abbandonarti
e non paralizzarti in stanche consuetudini.
Non lasciare la guida della vita
a medici e badanti e alla pietà dei figli,
prima che il male ti divori a pezzi
e i tuoi pensieri in frammenti confusi
non siano più incollati dal gioco dei ricordi,
prima che t’abbia un funereo ospedale
e una lungodegenza preludio della fine
offra il tuo corpo a cure vergognose,
non chiedere alla macchina un residuo respiro.
Gli ultimi giorni donali alla lotta,
con le forze rimaste fuggi da te lontano
sulla mappa del mondo cerca guerra
per diritti soppressi, per libertà violate
(….)
non uccidere nessuno, ma protesta e urla forte,
per scudo offri il tuo corpo ai ragazzi più esposti
che da anziano morire combattendo, falcidiato insieme a mille giovani
è scelta dignitosa ed onorata.
Non chiuderai i tuoi occhi sui giorni ormai perduti,
ma il carro della luce ti porterà all’Altrove. Cit. p. 88

Sono in aperta polemica con il modello originale, “I vecchi e i giovani” del lirico greco Tirteo: “e’ uno sconcio che un vecchio cada in prima fila/ e resti sul terreno innanzi ai giovani/ con quel suo capo bianco e il mento grigio…” Cit. p. 89

Sono le “altre voci”, quelle che indirizzano al cammino, perché “la storia esiste”… :

fissi questi chiodi
infissi nei muri di casa
arrugginiti da anni di sbadigli
i chiodi tengono stretti
morte e fioritura
ma troppo dentro non spingerli
chiodi fissi resistono
(….)
chiodi diritti e torti
com’è la tua vita da turista
(…)
com’è la tua vita da chiodo mai piantato
in una baracca per profughi
in una brocca per assetati
in una breccia per liberi
chiodo in un cassetto chiuso
schiudi le labbra e la bocca riempiti di chiodi
sputali a raffica
a semi di cocomero
fanne il tuo sorriso
il tuo branco
il tuo orizzonte Cit. p. 90

Ho lanciato in aria i chiodi e ho guardato a terra se fosse uscito testa o croce, per decidere se rimanere o andare. Tutti mi dicevano di mettermi in cammino. Cit. p.91

Ma il riso di Dioniso, dov’è il riso di Dioniso? Quello che scioglie l’orrore e apre la speranza?

E’ proprio qui, in questi versi, quando Gera si lascia prendere dall’ironia e come se buttasse tutte le carte all’aria, se la ride. Lo fa di soppiatto, ma lo fa spesso, corrosivo e abrasivo quanto basta: quando Laura Pausini “ha mostrato un taglio verticale/ canone inverso di un acuto/ dall’ugola alle viscere” e “vedo le ragazze armeggiare col computer (…) – Laura Pausini in concerto senza mutande! L’ha fatta vedere a tutti! – . Io non rimprovero e do un’occhiata.”; quando Orfeo ed Euridice (che: “ci siamo fatti stare dentro un trolley”) vanno verso la nuova esperienza dionisiaca: “l’imperdibile bonus di nuove parole d’amore” che “sarebbe durato per sempre/ dobbiamo fare bene i conti/ se rientriamo nel budget/ … /se il mutuo accordo da estinguere ce lo permette”; quando in un improbabile dialetto romanesco fa emergere vincente su Zeus lo Scopatore, un possibile pasoliniano ragazzo di borgata; quando immagina l’incontro di Leopardi e Pavese che si conoscono sul marciapiede del binario dove hanno perso il treno o immagina la gorgone appena uscita dal parrucchiere.

E’ una poesia teatrante, che parla forte, nel fluire prosodico del fiato, dell’oralità, che porge a voce intonata, con rinforzi di accumuli come acuti da applausi in ‘piccionaia’ (“nascosto esposto diramato rettificato a reti unificate”; “le ciocche dei capelli strappate appena morte/ portate via dalla scena del crimine e usate per l’arrosto”; “e ancora guardare scrutare vedere”), con le tirate petroliniane delle tante assonanze e allitterazioni e rime, nel forte ritmare delle anafore e dei parallelismi. Qualche volta uno strappo, un accento che scivola sbieco, che interrompe una tessitura altrimenti troppo eufonica: per un orrore da far tastare sullo strillo stonato, da imparare bene prima di volgersi al mito dell’utopia.

Milena Nicolini

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Note

1 Anna Maria Farabbi, Abse, Il ponte del Sale, Rovigo, 2013

2 Qui voglio denunciare i certi miei limiti di conoscenza, che però non mi fanno retrocedere da un’esigenza che avverto fortissima.

3 Meno coraggioso, perché, dopo avere fisicamente evocato non un lettore, ma una fisica persona che sente con l’udito chi gli dice con la voce la sua concreta esperienza, subito dopo, con un anacoluto, lo abbandona, accampandosi unico, con un dicotomico smisurato ‘io’ che trascina dentro sé il mondo tutto: spero trovar pietà, non che perdono./…/ e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto/ e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente/ che quanto piace al mondo è breve sogno. Francesco Petrarca, Canzoniere, I, Mondadori, Milano 1989, p. 53

4 “Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me./ Parlami. Perché non parli mai? Parla./ A che stai pensando? Pensando a cosa? a cosa?/ Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”; “Quando il marito di Lil venne smobilitato, dissi – / Non avevo peli sulla lingua, glielo dissi io stessa,/ SVELTI PER FAVORE SI CHIUDE/ Ora che Albert ritorna, rimettiti un po’ in ghingheri./ vorrà sapere cosa ne hai fatto dei soldi che ti diede/ Per farti rimettere i denti. Te li diede, ero presente.” T.S. Eliot, Poesie, a cura di Roberto Sanesi, La terra desolata, II Una partita a scacchi, vv. 111-4, vv. 139-144, Bompiani, Milano, 1961, p. 257, p. 259. La signorina Sander, della poesia di p.78, ricorda tanto uno dei tanti personaggi della poesia di Eliot.

5 SONO UNA CREATURA/ Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916// Come questa pietra/ del S. Michele/ così fredda/ così dura/ così prosciugata/ così refrattaria/ Così totalmente/ disanimata (…) vv. 1-8, Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Allegria, Mondadori, Milano, 1970, p. 41

6 Dove l’interferenza poesia-mondo è non solo enunciata, ma diventa la matrice stessa del fare poesia: “Io sono la bimba o sono la rosa del rogo/ nella striscia infernale di Gaza” vv. 18-9, p 67, cit. Qui al posto del titolo è spostata in calce un’esplicitazione che apre al contestuale extratestuale mondano e personale: diario di un sogno emorragico:/ da Gaza al resto del mondo. Nessuno dei due autori, Farabbi e Gera, erano a conoscenza del lavoro dell’altro. Che si possa parlare di un’esigenza portata forte dal nostro tempo? L’esigenza di buttare davvero giù la torre d’avorio che isola la poesia in una ostentata impenetrabilità ‘d’arte’ da parte del mondo contingente e materico?

7 Olio su tela del 1656 di Velasquez, in cui il gioco dei rimandi degli sguardi non solo confonde la realtà della rappresentazione, ma cattura lo spettatore al centro dell’attenzione delle figure rappresentate, figura egli stesso.

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Paolo Gera, L’ora prima – Rossopietra Edizioni, Castelfranco Emilia, 2016

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3 pensieri su “L’ora prima…a proposito di miti- Lettura critica di Milena Nicolini

  1. L’ora prima di Gera è un libro che mentre lo leggevo, pur parlando di miti, vi intravedevo futuri prossimi. Certe pagine, come quella dedicata a Polifemo per esempio, ti scaraventano spietatamente, e per fortuna senza essere tenuti per mano, in questo presente già sull’orlo di un futuro possibile. Un libro scomodo. Un vero canto mai interrotto dai tempi di Omero. Alta poesia. Da rileggere.

  2. La poesia di Paolo Gera recupera il ruolo sociale della scrittura, squarcia strati di convenzioni e spazza via orpelli, restituendo alle parole la loro voce più nitida e il loro significato più autentico. Il distacco è solo postura iniziale, funzionale al gesto che scardina il visibile, poi la scrittura disincantata diviene partecipazione commossa nei confronti di un’umanità ormai scoperta nella sua fragilità.
    Come quell’ora dopo l’alba che ci consegna a un nuovo giorno, la poesia di Paolo non rinuncia alla speranza, anche quando sembra impossibile credere in una redenzione, e lo fa con sorriso “disarmante”, lo stesso del “ragazzo…rapito sulla spiaggia di Tunisi”, le cui ultime parole sono un inno alla vita: “La gioia non muore ed un giorno una risata di donne e di figli vi spazzerà via. Non saranno ubriachi, ma solo felici”.

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