LA T-SHIRT LAVATA NEL SANGUE. Su una poesia di Margareth Atwood- Adriana Ferrarini

foto di scena-  james dean, marlon brando

marlon-e-dean

.

Maglietta di cotone bianca: un indumento innocente a quei tempi.
Era arrivata a noi dalla guerra, ma non lo sapevamo.
Per noi era il paramento estivo,
più bianco del bianco, splendente del biancoreperché lavata con il sangue, ma non lo sapevamo,
e nella manica accorciata, arrotolata stretta,
in un risvolto erano infilate le sigarette,
anch’esse bianche nel pacchetto, anch’esse innocenti,
come le mutandine bianche, le decappottabili bianche,
tagli di biondo platino,
le risate melodiose
dei ragazzi.

L’ignoranza rende tutto puro.
La nostra conoscenza ci opprime.
Vogliamo che svanisca

per indossare le nostre magliette bianche
e guidare ancora una volta all’alba
per strade dai nomi impronunciabili, ma non importava,
sui vetri rotti e i mattoni, superando
le facce impoverite, sospettose,
i sorrisi pieni di denti anneriti,
i cani affamati e i bambini macilenti
e i mucchi di vestiti sformati
che una volta fasciavano gli uomini,

godendo l’ondata di aria mattutina
sulla nostra pelle pulita, abbronzata,
e i fiori bianchi bianchi che stringiamo nel pungo,
credendoli – ancora – fiori di pace.
(trad. Giuseppina Botta)
.

White cotton T-shirt: an innocent garment then.
It made its way to us from the war, but we didn’t know that.
For us it was the vestment of summer,
whiter than white, shining with whiteness
because it had been washed in blood, but we didn’t know that,
and in the cropped sleeve, rolled up tightly
into a cuff, were tucked the cigarettes,
also white within their packet, also innocent,
as were white panties, white convertibles,
white-blond brush-cuts,
and the white, white teeth of the lilting smiles
of the young men.

Ignorance makes all things clean.
Our knowledge weighs us down.
We want it gone

so we can put on our white T-shirts
and drive once more through the early dawn
streets with the names we never could
pronounce, but it didn’t matter,
over the broken glass and bricks, passing
the wary impoverished faces,
the grins filled with blackening teeth,
the starving dogs and stick children
and the slackened bundles of clothing
that once held men,

enjoying the rush of morning air
on our clean, tanned skins,
and the white, white flowers we hold out in our fists,
believing –still – that they are flowers of peace.

.

topgun- foto di scena

cb5cf357-a685-4feb-aa56-56f78a7a4086

foto archivi storici

general Douglas MacArthur – Luzon Island in the Philippines 1945

Douglas MacArthur smokes one of his favorite corn cob pipes on a ship bound for Luzon Island in the Philippines on Jan. 20, 1945. Five Star Insignia on his collar denoting him general of the Army. (AP Photo/Pool)

life-T-shirt

t-shirt

.

Leggo deliziata THE DOOR, di Margareth Atwood (ultima sua raccolta di poesie, uscita nel 2007) e, proprio al centro, trovo questa poesia, WHITE COTTON SHIRT, Maglietta di cotone bianco. Subito dopo vengono due poesie che si intitolano WAR PHOTO e WAR PHOTO2. La poesia che la precede è invece THE LAST RATIONAL MAN, In the reign of Caligula, L’ultimo uomo ragionevole del regno di Caligola.
Il potere nella sua forma più oppressiva e arrogante da una parte, e la guerra dall’altra sembrano quindi incorniciare la “T-shirt”

Rileggo i versi della seconda strofa, che sembrano echeggiare le tormentose pubblicità di detersivi “più bianco del bianco, splendente nel biancore” e mi fermo là dove arriva la stoccata, “perché lavata con il sangue”.
Quindi i vestiti estivi, le decappottabili bianche, i capelli biondo platino, erano solo un’illusione: le t-shirt immacolate sono state candeggiate dalla guerra.
Sollevo gli occhi dalla pagina e mi chiedo: quanta guerra, senza saperlo, ci mettiamo addosso?
Non c’è bisogno di vestirsi in colore mimetico, basta indossare un trench, che nel nome stesso si porta il ricordo delle trincee, e magari un Burberry, in origine cappotti militari prodotti dalla ditta omonima, oppure un montgomery, il cappotto con gli alamari, che deve il suo nome al generale britannico che ebbe un ruolo cruciale nella campagna nel Nord Africa. Basta indossare un paio di Rayban, per sentirsi forti come i piloti della Us Air Force che, protetti dalle lenti verdi, potevano volare alti senza accecarsi e dall’alto scagliare le loro bombe.
Oppure una T-shirt, come i soldati americani che per primi le indossarono nella seconda guerra mondiale.
Certo l’attività bellica impone ricerche nei materiali e nelle fogge che poi hanno successo anche in tempo di pace. Ma perché la moda è così affascinata da tutto ciò che sa di militare? E’ solo un modo per esorcizzare la guerra e i suoi orrori? O forse semplicemente i vincitori dettano legge, anche in fatto di moda?
Domande, domande…

Ritorno alle pagine di DOOR, consapevole che non ci sono semplici risposte, ma che, ad ogni modo, i poeti “con quei maglioni neri, quegli stracci” resistono: THE POETS HANG ON, I poeti resistono, per dirla con Margareth Atwood:

I POETI RESISTONO

I poeti resistono.
È dura sbarazzarsi di loro,
solo dio sa quanto ci abbiamo provato
Li oltrepassiamo in strada
lì con il loro piattino per l’elemosina,
un’antica usanza.
Ora non c’è nulla dentro
a parte mosche secche e monetine false.
Guardano fissi avanti.
Sono morti, o cosa?
Hanno l’aspetto irritante
di chi ne sa più di noi.
Di più riguardo a cosa?
Che cosa credono di sapere?
Sputatelo fuori, gli sibiliamo.
Ditelo chiaramente!
Se cerchiamo una semplice risposta,
ecco si fingono pazzi,
o ubriachi, o poveri.
Hanno indossato quei costumi
tempo fa,
quei maglioni neri, quegli stracci;
ora non riescono a toglierli.
E hanno problemi con i denti.
Questo è uno dei loro fardelli.
Dovrebbero farsi un trattamento.
Hanno anche problemi con le ali.
Non otteniamo granché da loro
in questi giorni al dipartimento di volo.
Non più impennate, sfolgorii
né chiasso.
Per cosa diavolo vengono pagati?
(Supponendo che vengano pagati.)
Non riescono a staccarsi da terra,
loro e le loro piume infangate.
Se volano, è verso il basso,
nella terra umida grigia.
Andatevene, diciamo
e portatevi la vostra noiosa tristezza.
Non siete graditi qui.
Avete dimenticato come dirci
quanto siamo sublimi.
Come l’amore sia la risposta:
quella ci è sempre piaciuta.
Avete dimenticato come adulare.
Non siete più saggi.
Avete perso il vostro splendore.
Ma i poeti resistono.
Non sono altro che tenaci.
Non riescono a cantare, non riescono a volare.
Solo saltellano e gracchiano
e sbattono contro l’aria
come se fossero in gabbia,
e raccontano la solita vecchia storia.
Quando interrogati, rispondono
che parlano di quello che devono.
Caspita, se sono pretenziosi.
Loro sanno qualcosa, comunque.
Lo sanno.
Qualcosa che sussurrano,
qualcosa che non riusciamo a sentire del tutto.
Riguarda il sesso?
Riguarda la polvere?
La paura?
(trad. Di Eleonora Rao)
.

The poets hang on.
It’s hard to get rid of them,
though lord knows it’s been tried.
We pass them on the road
standing there with their begging bowls,
an ancient custom.
Nothing in those now
but dried flies and bad pennies.
They stare straight ahead.
Are they dead, or what?
Yet they have the irritating look
of those who know more than we do.

More of what?
What is it they claim to know?
Spit it out, we hiss at them.
Say it plain!
If you try for a simple answer,
that’s when they pretend to be crazy,
or else drunk, or else poor.
They put those costumes on
some time ago,
those black sweaters, those tatters;
now they can’t get them off.
And they’re having trouble with their teeth.
That’s one of their burdens.
They could use some dental work.

They’re having trouble with their wings, as well.
We’re not getting much from them
in the flight department these days.
No more soaring, no radiance,
no skylarking.
What the hell are they paid for?
(Suppose they are paid.)
They can’t get off the ground,
them and their muddy feathers.
If they fly, it’s downwards,
into the damp grey earth.

Go away, we say –
and take your boring sadness.
You’re not wanted here.
You’ve forgotten how to tell us
how sublime we are.
How love is the answer:
we always liked that one.
You’ve forgotten how to kiss up.
You’re not wise any more.
You’ve lost your splendor.

But the poets hang on.
They’re nothing if not tenacious.
They can’t sing, they can’t fly.
They only hop and croak
and bash themselves against the air
as if in cages,
and tell the odd tired joke.
When asked about it, they say
they speak what they must.
Cripes, they’re pretentious.

They know something, though.
They do know something.
Something they’re whispering,
something we can’t quite hear.
Is it about sex?
Is it about dust?
Is it about love?

.

Adriana Ferrarini

.

cover

Margaret Atwood, The door- Virago press 2009

 

 

Un pensiero su “LA T-SHIRT LAVATA NEL SANGUE. Su una poesia di Margareth Atwood- Adriana Ferrarini

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...