E’ IL TEMPO DELLE DONNE – Vittoria Ravagli: il tempo di Anna Maria Farabbi

sarah jarrett

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Cara Anna, ci conosciamo da tanto e ci siamo dette molte volte che ci sentiamo sorelle. E’ così. Percorro con te anni nei quali ogni importante incontro pensato, ti vede al centro. Questo non solo perché sei un’affermata bravissima poeta, ma perché porti luce e forza con le tue parole chiare, nette e pulite. Parole inequivocabili.
Altrettanto importanti i tuoi silenzi nei quali a volte ci hai lasciate, come a permettere di ricevere il tuo messaggio, di farlo nostro interiormente.
Il nostro femminismo, che mi viene di getto da chiamare atipico, vede – per quanto mi riguarda – questa tua poesia al centro. Dice un po’ tutto e richiama quell’essere sorelle così importante e profondo.

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Quante volte mia sorella ha fatto e fa
lo stesso gesto
in un cerimoniale intimo

dolore.

Segna con l’indice le proprie labbra congiunte
pregando che il maschio per una volta stia zitto
si commuova: diventi lo straniero scalzo che entra in un paese
di cui non conoscerà mai lingua grammatica vocabolario.
Che il suo cervello si apra. Esca da sé stesso.
Non ripeta il suo nome la sua declinazione all’infinito
l’essere pieno parola re.
Stia zitto. Tocchi con il dito
la lingua
le papille il rosso

nell’ugola l’ultimo profondo velo
palatino. Il soffio.

Che un fulmine lo sciocchi
lo renda ebete analfabeta liquido. Che finalmente
ricominci dal buio

delle orecchie. Lo stare in fondo
figlio non padre figlio in silenzio
alla corte di Alcinoo alla corte

del creato.

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Anna Maria Farabbi

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sarah jarrett

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In questa intervista, di te,  voglio approfondire di più l’aspetto di donna. 

Come riesci a conciliare i tuoi interessi, la tua attività sociale importante, il tuo lavoro giornaliero fuori casa, con il tuo ruolo di donna, di moglie, di madre? Hai collaborazione in famiglia?

Ho sviluppato quella capacità femminile acrobatica dentro cui l’ottimizzazione dei tempi si innesta in una buona organizzazione. Inoltre, spesso, il lavoro manuale mi permette di compiere un digiuno della mente o, viceversa, simultaneamente, meditazione o lavoro preparatorio alla scrittura. Quasi sempre, lo studio vivo sulla pagina e la scrittura sono notturni. Non ho collaborazioni esterne domestiche.

–  Il terribile bollettino di morti legate alla violenza sulle donne pensi dipenda anche, per quanto riguarda la nostra civiltà, all’incapacità di noi stesse di sottrarci alla consuetudine di essere subalterne ai maschi?  o sono le istituzioni, le religioni, che non permettono il cambiamento?

Entrambe. Credo che qui in Italia la condizione femminile registri di fatto un’involuzione, risentendo di una grave e dilagante decadenza culturale: vengono sanciti ancora stereotipi estetici manipolati da dinamiche consumistiche di mercato, e agisce in modo efficace la polverizzazione di un patrimonio di contributi conquistati faticosamente in passato dalle donne stesse. La memoria sociale soffre di continue emorragie procurando danni determinanti alle nuove generazioni. Esplode la paura di contaminazione per il continuo, inarrestabile, flusso di extracomunitari, che rompono i confini e ogni apparente saldezza materiale: tutto questo può inconsciamente produrre un senso terrorizzato di destabilizzazione, sfociando nell’incubo della possessività, della semplificazione relazionale in autoritarismo.  L’educazione civica dovrebbe essere materia di insegnamento dall’asilo fino all’università. Ma molte altre potrebbero essere le iniziative per interrompere questa caduta.  Intellettuali e artisti mancano di interità. Interità nel senso di vivere parola e corpo in unità. In una testimonianza quotidiana di onestà e consapevolezza. Non generando e alimentando mondi di mercato carrieristico.   Per combattere la violenza occorre seminare cultura.  Ciascuno è responsabile, politicamente nel suo quotidiano, al fronte per recuperare i valori di una democrazia dal basso che impegni al dialogo e al rispetto reciproco.  Come sai la mia attenzione alle donne, alla storia all’arte alla vita quotidiana delle donne nasce da quando ero ragazza, ancora prima della mia collaborazione con la rivista Noi donne .

Tu rifuggi  gruppi chiusi, i salotti letterari dove si fa passerella. Sei un po’ selvatica – termine poco appropriato per una poeta come te – ma adatto, secondo me –  che vivo isolata, sospesa su di una valle ..

Sì sono selvatica, ma allo stesso tempo rispondo a chiamate, all’incontro: credo al noi  e al tu. Lavoro per l’opera degli altri. Le danze letterarie evaporano.

Sei sempre sensibilissima al dolore degli altri, alle tragedie del mondo e ne scrivi, ne parli, ne fai in qualche modo parte attraverso il tuo impegno personale.  La gente fugge dalle guerre e cerca una vita possibile in questa parte di mondo che spesso è stata alle origini dei loro mali. Assistiamo a un dolore senza fine, a morti continue, rischiamo di perdere sensibilità, bombardati da immagini che riportano con retorica un discorso che resta in superficie. Cosa ne pensi?

E’ un momento storico difficilissimo, siamo inadeguati a elaborare e praticare una politica di integrazione collettiva. Anche volta a arginare una disperazione violenta per la sopravvivenza. Le classi dirigenti politiche, centrali e territoriali, mancano spesso di cultura e competenza, non interagiscono fra di loro.  Manca  la cultura dell’accoglienza e dell’incontro concepita in una progettualità estesa e articolata . Non siamo in grado, né collettivamente né individualmente, di rinunciare al nostro agio. I paesi europei non si concentrano insieme per convertire dinamiche economiche, sociali, interrelazionali.

Credo che questa complessità situazionale, che ha radici lontane e pone l’Occidente davanti alle sue gravissime responsabilità, debba essere affrontata immediatamente. Investendo ogni intelligenza e risorsa.  Non condivido un facile e superficiale buonismo, che spesso è demagogico o vacuo, né le ottuse ignoranti barriere razzistiche.

–  Mi ha colpito sempre il tuo interesse forte per i linguaggi: da quello materno a quello dei non vedenti; il tuo rapporto stretto con persone che hanno problemi mentali, il tuo andare da  loro nel loro mondo; coi carcerati, nel loro luogo di detenzione... 

Questa di te è l’aspetto che più mi coinvolge. 

Ce ne parli un poco?

Grazie Vittoria di avermi chiesto di rendere luce a una mia ricerca profonda che può essere facilmente interpretata in eccessivo sentimentalismo. Non posso essere qui esaustiva nella mia risposta. La velocità dell’intervista non lo consente. Posso, invece, schizzare alcuni nodi cruciali dentro cui lavoro. Ciascun individuo si relaziona all’altra creatura in un’intenzionalità,  e con  un proprio linguaggioQuasi sempre generando, suo malgrado,  uno scarto (che è anche  malinteso), una frattura comunicativa spesso insanabile.  Ne consegue un trauma reciproco dentro cui la parola non guarisce. O non completamente. La diversità, quindi, costituisce un nostro fondamento biologico di cui prendere coscienza. Ciascuno ha la sua unicità.

In questa società occidentale consumistica ci sono molte creature poco produttive che vengono  emarginate o ghettizzate, comunque non apprezzate, non ricevute nella loro peculiare ricchezza. Persone con handicap, come ciechi, sordi, individui con sofferenza psichica o anziani hanno un enorme potenziale sensoriale. Subiscono effettivi disagi e disparità.  Mi insegnano. Lavorare per loro e con loro, per me è poesia e pratica di  democrazia dal basso, così come sosteneva Aldo Capitini. Crescita interiore e palestra.

 

 

la quinta poesia dell’amore civile 

il mio canto d’amore appartiene alla poesia civile
perché con la mia lingua suono
malgrado tutto il profondo desiderio del tu 

gli amanti disubbidiscono alla banalità delle armi
sono disertori che spalancano le trincee del fronte
cantando con il nemico alla vigilia di natale
scelgono non l’esercito ma il servizio civile
nella nonviolenza di aldo

arano la città praticando la passione tensiva della parola
seminando la democrazia dal basso 
sono quelli che rimboccano il corpo fradicio
dei clandestini scaraventati dal mare
nell’inferno dell’infermeria da campo

riconoscimi intera amore sono l’amante che ti viene
alle labbra l’anna
che si spoglia davanti al falò della tua notte
mentre di giorno sradica le barricate
cantando con louise e le altre

 

Questa poesia fa parte della nuova opera dentro la o, che a giorni sarà pubblicata da Kammer edizioni. Il canto espone, citando Capitini e Louise Michel, questa mia tensione.

Dirigo un seminario nella sede dell’Associazione Il Pellicano di Perugia, centrata su problemi di alimentazione. Un altro presso La comunità di Torre Certalda, Asad, di Perugia, rivolta a individui con problemi psichici anche relativi a tossicodipendenza. Ho lavorato con sordi e ora studio la Lingua dei segni. Curai alcuni anni fa un’opera, luce e notte, per Lietocolle, tessuto di testimonianze rilevanti di ciechi e ipovedenti. Questo è qualcosa del mio fare.

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sarah jarrett

sarah jarrett

 

 

Anche ai bambini ti rivolgi spesso ed utilizzi il loro linguaggio. Sei una donna senza tempo e senza luogo, che attraversa le vite degli altri  e gli spazi cosmici e  sa leggere, capire e scrivere e sa dire, anche attraverso il silenzio.

Ho due pubblicazioni per bambini e ragazzi. Una in prosa: Caro diario azzurro per Kaba edizioni e Talamimamma per Terra d’Ulivi. Quello che più interessa è creare, come ho fatto già in diverse città italiane, delle occasioni di poesia collettiva con i piccoli. O in una singola classe o in un corpo di due trecento bambini, di diversa età, dall’asilo alle scuole superiori. Tutti insieme. Usando un linguaggio a più registri. E’ emozionante.

Tua madre. Quale il rapporto con lei?

E’  il plesso della mia clessidra interiore.

Quale il legame tra te e la tua terra d’origine?

Non ho una terra d’origine se non una grande terra di riferimento: Montelovesco, sull’appennino umbro, in provincia di Perugia, tra Gubbio e Umbertide. Lì ho passato molti anni della mia infanzia e adolescenza. Mi assomiglia. Ho dedicato molta scrittura a questo luogo, dentro cui, oltre il borgo, brilla il cimitero. Su Leièmaria ne scrivo ma anche ne Il segno della femmina e in soli dieci pani.

Mi ritengo una nomade, per custodia interiore della tradizione e per necessità di movimento, di attraversamento di soglie, confini, per la mia figura essenziale, sobria, in stato di veglia e attenzione, di esplorazione. La mia tenda ha l’orto, e il verde attorno. Oasi. Costituisce uno dei due miei  polmoni. L’altro è nel profondo.

Grazie Anna ancora una volta.

Vittoria Ravagli

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anna maria farabbi e vittoria ravagli

vittoria e anna maria

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Tutti gli articoli di Anna Maria Farabbi in cartesensibili sono rintracciabili al seguente link: https://cartesensibili.wordpress.com/?s=Anna+Maria+Farabbi
Note del suo curriculum: https://cartesensibili.wordpress.com/about/

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