CASE DI PIETRA, DI FUOCO E PASSI LONTANI: sulla poesia di Fernanda Ferraresso in “ In pochi attimi di vento”- Recensione di Paolo Gera

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Ogni raccolta di poesie si distingue per un ritmo metronomico, uno scandire iniziale di suono e silenzio che sarà il respiro costante di una singola poesia, del suo intreccio con altre, del loro sviluppo complessivo.

Il ritmo metronomico di “ In pochi attimi di vento”  è il battito del cuore, le sistole, le diastole, la sospensione, l’impulso, le accelerazioni dell’ansia, il tornare tranquillo di una pace precaria, in una parola, tutta l’umana sensibilità (p.7). “Dove vai cuore mio/ in quale parte della notte hai perso/  i tuoi battiti più felici…” scrive Fernanda Ferraresso e nella chiusa di questo primo componimento ancora ritorna il suono primordiale della vita e viene esplicitato il motivo principale della scrittura poetica: “ battere la mia aorta/ cucendo con un filo rosso/ l’istante all’infinito”. Lo scrivere del poeta  è realmente, sospendendo l’altro tempo, quello quotidiano, un lavoro di tessitura tra la dimensione dell’attimo e il mare senza fine dell’eternità. Il riferimento più eclatante, quello che ognuno conosce sin dai banchi di scuola è Leopardi: “io quello infinito silenzio/ a questa voce vo comparando”. Un altro elemento significativo lega queste poesie a Leopardi e poi a Emily Dickinson ed è, di fronte alla vastità senza scampo dello spazio e del tempo, la ricerca di un contenitore più ridotto che è la propria casa, ora sentita come rifugio ed ora come ostacolo.  E’ il “paterno ostello “ del giovane Giacomo, è la casa di Amherst dove Emily biancovestita passa quasi senza uscirne gli ultimi venticinque anni della propria esistenza. Ma anche la casa non può tenersi immune alla forza del tempo ed ecco il motivo della dimora che è stata accogliente ed ora non lo è più, il rudere , simulacro della civiltà in cui piano piano si infiltra la natura (p.8):”ci sono ritornata questa volta/ l’ho vista dall’argine/ormai mangiata dalla boscaglia /le si è ispessita intorno e dentro”. Ma la tematica della casa  articola un altro movimento rilevante per queste poesie, ovvero il continuo procedere dal micro al macrocosmo (p.9)
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“(…)una forza di gravitazione colossale
una bestia magnifica sepolta nella sua fiamma
che impianta la luce nelle stelle e
le galassie ritorce in un filo
dietro la sua lente mostra uno spettacolo dove l’ignoto
manifesta il mistero l’immenso buco nel nero del suo volto
del suo volo composto dove stanno intrappolati
in orbita miriadi di astri condannati a fondersi
in quel ventre ignoto come nel ventriglio
di un immenso uccello o di uno stormo
che del buio tiene il colmo di una casa senza tetto.”
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Mirabile è l’accostamento tra l’immenso calderone infuocato dell’universo e il ventriglio dell’uccello , tra l’immaginazione che si spinge verso l’oltre e poi ritorna ai dati empirici conosciuti, quotidiani, ciclici.

Le ascendenze sono indubbiamente alte e formano una parabola ampia che parte dai lirici greci per arrivare alle stelle pigolanti di Pascoli. Ma è Lucrezio con lo svolgersi della sua teoria epicurea a indicare il cammino e la parabola dall’immenso al microscopico, che pure rivela ad uno sguardo attento altri oceani profondissimi: “ Quando al sorgere  del giorno, la natura comincia a sollevare sui monti il fulgido astro del sole dai fuochi ondeggianti (…) ma tra essi  e il sole scorrono le sterminate pianure del mare che si distendono  sotto l’immenso spazio dei cieli (…). Una pozzanghera invece, non più profonda di un dito, che stagni in mezzo alle pietre che lastricano le nostre strade, offre una vista che tanto si sprofonda sotto la terra, quanto è profondo l’abisso fra cielo e terra. Ti sembra di vedere giù in basso, nuvole e cielo, corpi prodigiosamente andati a celarsi, dal cielo sotto la terra”. ( libro IV , vv, 404-419, trad. di U.Dotti). E’ lo stupore, trattenuto da un’attitudine all’analisi descrittiva, quasi scientifica, di fronte alla gigantesca dimensione delle piccole cose, che Fernanda Ferraresso dispiegherà nella composizione dei suoi haiku.

L’altro accostamento che colpisce – sempre tenendo ferma questa andatura di ridimensionamento che ingrandisce – è quello tra l’opera dello scrittore e il mondo della natura più selvaggia, con dati che nello sviluppo della metafora  da intimi si fanno ferocemente materiali (p.13):
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“come gridava e gridava e lacerava il foglio
la cerva del mio sangue faceva scintille con le corna
contro il bianco della pagina
una steppa di memoria”
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Oppure la natura si addomestica nell’attività agreste e nel ciclo ripetuto delle stagioni e del lavoro dei campi (p.14):
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“morbido si lascia scrivere
con la punta di una lama
il verso di un’opera contadina
ripetuta mille volte
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A questo punto il tema delle origini personali si unisce a quello dell’atavismo della scrittura poetica, si fa ‘indovinello veronese’, dove l’aratro è la penna, l’inchiostro è il riversarsi dei semi, la pagina scritta è la terra arata. Ma la rivendicazione delle proprie origini si svolge in maniera più piana e l’inquietudine personale diventa quella della propria razza, la sorgente dell’anima da cui si attinge dolorosa ispirazione, si trasforma in un pozzo del tutto reale dove chiunque sia contadino rimane attonito e incantato (p.18):

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“vengo da ieri
da un’impronta di passato
da nidi di paglia dove l’amore è fatto presente
vengo da ruderi da case lontane
da chiese di roccia fatte d’altura
vengo da pale di montagna
dipinte dai pittori sopra gli altari
vengo da borghi di pioppi e carpini neri
da gomitoli di erbe e giacinti
d’acqua vengo da specchi lisciati alla luce del sole
da argini e fossati vengo da genti senza altra pace
che un silenzio profondo attinto dal pozzo”
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Il confronto tra la Natura primordiale e quella incarnata dalle attitudini umane è ben esplicitata da Emily Dickinson : “La crescita dell’uomo/ come la crescita della Natura/ gravita dentro,/ l’atmosfera ed il sole la confermano/ ma germina da solo./ Ciascuno il suo difficile ideale deve da sé raggiungere/ con l’eroismo solitario/ di una vita silente” (trad. di M. Guidacci),  in uno sforzo di definizione centripeta vicina alla sensibilità di Fernanda Ferraresso, che però ha bisogno nello sviluppo della sua poesia della polarità dell’altrove. Così il luogo in cui si è stanziali è anche quello in cui si avverte “il cappio al collo di troppe mattine” ( p. 15) e da cui per forza si vorrebbe partire. Con un rovesciamento totale di prospettiva Penelope diventa Odisseo (p.19):
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“così anche io
deposta la mia vecchia abitudine
come un abito da non indossare ancora
lasciati i fili del telaio
mi misi in mare e aperto il cielo
senza più trappole di tempeste nei miei piedi
e nelle braccia si misurò soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta il viaggio”
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Una storia della poesia potrebbe ben svilupparsi tra questi due spazi evocativi, che delimitano la pratica quotidiana dello scrivere e lo slancio dell’immaginazione. Da una parte la casa , lo spazio intimo del poeta, e dall’altra lo slancio e la fuga verso dimensioni sconosciute:  le navi glaciali di Coleridge, il “Bateau ivre” di Rimbaud, l’invito al viaggio di Baudelaire, il richiamo del volo degli uccelli.

Il viaggio di Fernanda Ferraresso è composto , nella seconda sezione della raccolta da cento inesorabili passi cadenzati su un mantello di neve appena scesa. Cento haiku. Sono squarci di poesia in cui il distacco del viaggio è sancito dall’adozione di una metrica (5-7-5) lontana nella sua fissità dalla consuetudine italiana. I temi sono quelli già rivelati nella prima parte della raccolta, ma ora levigati come selce e resi essenziali come riverberi di luce. Così il viaggio non è tanto l’andare lontano, ma il penetrare in profondità. La purezza raggiunta risulta straniante, scabra, aguzza.
Ritornano così le immagini del cuore:

10

candido rosso
il cane dentro il cuore
abbaia luce

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della casa e del tempo:
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35

soli e assoli
nelle case il tempo
smonta e rimonta

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del rapporto fra scrittura e natura:
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49

l’invisibile
inchiostro simpatico
un millepiedi
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della metamorfosi dello spazio intimo in quello paesaggistico:
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54

muta la bocca
filari di silenzi
corpi di noce
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Quando infine si ritorna dall’arcipelago, la piccola casa è diventata massiccia, un blocco di prosa granitica che non lascia passare neppure lo spiffero di un vocabolo inutile, ma che si fonda su una scelta accuratissima di parole che vogliono dare ragione e testimonianza dell’itinerario affrontato: (p.76)
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Avrei voluto avere una piuma, per scrivere tutto il cielo che in terra si versa, questo invaso d’acqua e neve, nuvole. Per non dire del vento, di cui mi sento solo un piccolo soffio nel mantice che spilla per tutti energia, riducendo la sua scala alla nostra, terrestre, umana, rendendo possibile ogni vita.

E’ riduttivo chiamarla ‘nota’, è ancora e di nuovo poesia, è la casa che di nuovo si vede, ha muri più massicci per trattenere calore e porte appropriate per accogliere il mondo.

Paolo Gera

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Fernanda Ferraresso, In pochi attimi di vento -Terra d’ulivi 2016
Immagini fotografiche di Cristina Finotto

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ALTRI RIFERIMENTI E NOTE ALLA RACCOLTA

Uscito il 24 giugno non vedo l’ora di abbracciarlo!

La raccolta di poesia, haiku e fotografie in bianco e nero, si articola come un corpo, un corpo che ha perso la sua consistenza e cerca di disgregarsi poiché la percezione del mondo che appartiene a quel corpo è in bianco e nero, senza mezze tinte, senza possibilità di trovare varchi o ripari. Ogni testo, più specificamente, è un passo che organizza dapprima una dissolvenza e poi, grazie al lavorio della terra, della natura che entra in corpo attraverso immagini ma soprattutto odori, fantasmi che galleggiano e vivono di nebbia, acque che hanno in sé l’arcaicità e la potenza di un sacro incorruttibile, il vuoto, il silenzio, le tante declinazioni del verde, i cieli, le nuvole, gli animali che vivono le sponde e le golene, le spiagge, le case e i maceri, le piccole chiese, la luce, la notte, i cieli stellati oltre i confini dei paesi, e ancora i paesi, le case abbandonate e in rovina ma ancora in piedi, contro la forza del tempo e dell’acqua, i centri rurali e le poche anime che li vivono, storie di memorie letterarie e contadine…E ancora si potrebbe continuare in molti dettagli ma tutti, indistintamente tutti, contribuiscono a quietare un dolore che preme con forza, un’urgenza che chiede di trovare la sua erba medicamentosa, una parola di sale che sleghi dal capestro. Per questo il corpo centrale è dissolto in haiku, indicando il lungo periodo di eremitaggio in luoghi di silenzio, selvatici, abitati solo dal vento, dalle bestie delle paludi, dagli uccelli, dalle piante. Pochissimi i tratti riservati agli uomini, alle persone, a cui si arriva nuovamente solo alla fine, quando il corpo, trovati i suoi collanti si è rigenerato, dando forma e ospitalità ad una parola modulata in versi, riversandosi esso stesso nella relazione con l’altro, anche l’altro se stesso. Le fotografie di Cristina Finotto, che all’interno del libro scandiscono precisi passaggi, sono paesaggi in cui viva si esprime la parola non detta, sono la terra della salvezza, intima, profonda, il linguaggio in cui i territori celati si esprimono oltre ogni vocabolario e sono il volto di quel paesaggio praticato in sé che ha ricostruito quel corpo, all’inizio smembrato, risanandolo.
E’ anche un ringraziamento, questo libro, a tutti coloro che in questa terra hanno abbattuto i limiti di confini inutili, aggiungendo luce alla profondità di questi spazi liberi.

fernanda ferraresso

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Forse non è una vera e propria recensione questa mia traccia, ma un tessuto di essenziali riflessioni su un’autrice che seguo da molti anni nel suo percorso artistico. Mi raggiunge il suo libro, lo studio, elaboro una mia riflessione che rimbalza con naturalezza su questa carta.

Si discosta dalle opere precedenti questa impronta artistica di Ferraresso, e mi trova favorevolmente sorpresa. L’innesto con la foto di Cristina Finotto segna un’interessante e riuscita coniugazione, dentro cui viene evitata qualunque venatura di evocazione e nostalgia, e resa limpidamente la sintesi profonda tra paesaggio dell’anima e geografia del reale (propria del territorio bagnato dal Brenta dove l’autrice ha trascorso la sua infanzia e adolescenza). Il buonissimo lavoro di Finotto aggiunge qualità e contenuto all’opera.

Il segno di Ferraresso per la prima volta nella sua esposizione pubblica si distende, si ossigena e si idrata in chiaroscuri acquei tra le terre. Accade la grazia della conciliazione con il mondo, dentro cui il dolore si stempera, convivendo con l’infinita ricchezza del mondo vegetale e minerale.

Sceglie anche l’essenzialità della cascata di haiku quasi a interpretare una pioggia di punte liriche di meditazione che viaggiano dalla rarefazione celeste al suolo, atterrando. La necessità verbale di Ferraresso si estingue nell’assoluta brevità, come tocchi di minimi gong.

Anna Maria Farabbi

**

Da In pochi attimi di vento

.

rumore
si sentì solo un rumore
niente che valesse la pena
di fermarsi
per questo fui certa
era già morta
in me tra macerie che non sapevo ricomporre
appena dopo il muro
mentre quasi mi crollava addosso ancora
l’ultima parola e
la speranza di toccarti

*

vengo da ieri
da un’impronta di passato
da nidi di paglia dove l’amore   è fatto   presente
vengo da ruderi da case lontane
da chiese  di roccia fatte d’altura
vengo da pale di montagna
dipinte dai pittori sopra gli altari
vengo da borghi di pioppi e carpini neri
da gomitoli di erbe e giacinti
d’acqua vengo da specchi lisciati alla luce del sole
da argini e fossati vengo da genti senza altra pace
che un silenzio profondo attinto dal pozzo
l’oscura rotondità della notte
crepita dentro le fascine del mio respiro
mentre la cicoria nella bocca canta
quel poco di felicità che porta
la mattina    dopo una forte nevicata
o il crepuscolo quando la giornata è stata governata
con piccole misure di fatica
con qualche parola che illumina
la bocca del vecchio sdentata e tace
in quella del neonato
dal latte della madre appena lavorata

*

sognavo
tutte le notti sognavo un paese
posto ad oriente
un continente fatto di luce
una china trasparente
gocciando da un vaso
suonava parole di perla e di terra

così anche io
deposta la mia vecchia abitudine
come un abito da non indossare ancora
lasciati i fili del telaio
mi misi in mare e aperto il cielo
senza più trappole di tempeste nei miei piedi
e nelle braccia si misurò il viaggio
imbrigliò per notti e notti tutti i miei sogni
stesi ne fece teli
per le sue finestre

1

interra nebbia
geometrie domestiche
un’ombra vaga

3

farfalle ignote
le nuvole invadenti
fantasmi dovunque

5

nero su bianco
sopra gli spari le eco
istantanee

7

una finestra
il profumo del caffè
tutto un attimo

10

candido rosso
il cane dentro il cuore
abbaia luce

24
un sole d’acqua
lo specchio senza ombre
poi il vento

29

e bere bere
la tua nuvola d’aria
neve e luce

30

senza alcun suono
i piedi nella notte
le stelle intorno

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