LUOGHI ABITATI- Anna Maria Farabbi: Entrando in biblioteca con un poeta. Intervista a Paolo Pistoletti

helsinki central library proposal – AAKAA & MARS Architectes

Helsinki Central Library proposal - AAKAA & MARS Architectes

helsinki central library proposal, exterior rendering -AAKAA & MARS Architectes

Exterior rendering -AAKAA & MARS Architectes

 

 

Entrando nei mondi di una biblioteca

Vincitore del Premio Pelegatti 2015, Paolo Pistoletti con Legni, Giuliano Ladolfi editore, ci permette di entrare nel cuore di un luogo pubblico: la  biblioteca. La sua voce onesta, appassionata ma misurata, discreta e precisa, merita ascolto assoluto per il suo lavoro interiore, per la sua ricerca artistica e per la professionalità nell’offrire alla comunità l’opera degli altri.

Paolo, tu dirigi la biblioteca di Umbertide. Consideri il tuo lavoro di bibliotecario conciliante e arricchente con il tuo studio e la tua espressione artistica in poesia?

In realtà nella nostra biblioteca non c’è un direttore. Il mio compito è essenzialmente quello di curare tutte le attività rivolte al pubblico: consultazioni, prestiti, ricerche. E poi anche: presentazioni di libri, incontri con gli autori, letture e progetti rivolti ai bambini. Questo è un lavoro molto creativo per chi come me ama i libri, la scrittura, la poesia. In biblioteca si è più portati a coltivare il pensare, il sentire, l’ascoltare. Il silenzio favorisce la concentrazione e il respiro lungo e lento dello studio e poi, per chi vuole, anche l’espressione artistica. Tra l’altro, la nostra biblioteca prima era una chiesa e l’essenza sottile di un luogo – in qualche modo – in fondo, rimane sempre.

Il fatto che un bibliotecario sia poeta, con una sensibilità e una sua alimentata tensione creativa, in che cosa accresce qualifica la direzione, per esempio negli acquisti, nella relazione con il pubblico, nell’organizzazione di iniziative?

C’è un filo sottile che lega tutte le attività nella biblioteca: l’amore per il pensiero. Seguendo questo motivo di fondo poi tutto viene rivolto ai bisogni culturali degli utenti, mai trascurando l’incontro personale. Quindi anche la ricerca e l’acquisto dei testi più adeguati è un momento essenziale, a cui si presta molta attenzione. L’impegno è quello di fare acquisti non a seconda delle nostre inclinazioni personali, ma tenendo conto delle vaste esigenze degli utenti. La tensione creativa è sollecitata proprio da questa attenzione verso tutte le persone, compresi gli autori che invitiamo. Al di là del dovere lavorativo, questo è quello che cerco.

Quanto ha influito e condizionato il tuo lavoro di bibliotecario nella tua poesia?

In effetti il lavoro in biblioteca, per evidenti ragioni,  aiuta tanto la pratica della scrittura. La poesia poi è un modo del pensare e del sentire; la poesia pensa e sente, anche mentre si lavora. Il mio lavoro sicuramente favorisce tutto questo scavo silenzioso e spesso inconsapevole.

La tua autorevole lettura è preziosa: secondo te, tenendo conto delle frequenze  e della quantità dei prestiti, delle presenza nelle attività culturali, la biblioteca di Umbertide è in buono stato di salute?

Stiamo incrementando notevolmente le presenze degli utenti, il numero dei prestiti e anche quello degli eventi culturali. Purtroppo il nostro punto debole, per ora, sono gli acquisti dei libri. Troppo poche le risorse economiche a nostra disposizione.

 

museo shiba ryotaro memorial foundation- Tadao Ando

Museo Shiba Ryotaro Memorial Foundation,tadao ando

stadtsbibliothek  stuttgart- Yi Architects

Stadtsbibliothek, Stuttgart, Deutschland - Yi Architects

 faculty of philology’s library -the free university of berlin- Norman Foster

The library of the Faculty of Philology, The Free University of Berlin- Norman Foster

 

 

Avresti dei  progetti, iniziative da proporre nell’ambito culturale che pongano al centro il luogo della biblioteca? Anche con uno sguardo nazionale?

Anna Maria, allora approfitterei per rilanciare quel progetto di cui avevamo parlato insieme (…e che era partito da te). Al di là delle presentazioni e degli eventi con gli autori, perché non invitare alcuni poeti italiani scelti a farci dono di un testo esemplare pensato per la nostra biblioteca, per poterlo così collocare, ben esposto, all’interno della sala di consultazione? Questa operazione semplicissima, otterrebbe un obbiettivo altrettanto semplice ma essenziale: quello di rimettere al centro di tutto l’opera.

Oggi, invece, l’opera (il libro) è spesso solo una scusa per celebrare il suo autore. Il che mi sembra davvero una assurdità (pensiamo – per richiamare una visione diametralmente opposta – alle icone orientali, dove l’autore anonimo sparisce nella sua opera). Bisognerebbe tornare a leggerla la poesia, per conoscerla più a fondo. Un testo prima di tutto va letto, e quindi pensato e sentito interiormente.

Secondo te, custodire, alimentare il luogo pubblico della biblioteca è ancora attuale? Perché? Ti faccio questa domanda proprio per verificare il significato e l’utilità comunitaria della parola pubblico.

Come dicevo, la biblioteca è il luogo del pensiero e quindi il luogo che favorisce il nascere delle idee. E il pensiero e le idee sono la fonte della realtà. Le cose belle (anche quelle brutte) si realizzano perché prima sono state create, nutrite, cresciute. La biblioteca pubblica come spazio esemplare dovrebbe essere il centro simbolico di ogni città, un luogo pensante diretto al bene comune. Questa credo sia la vera arte, questo il genio del luogo biblioteca (pubblica).   

Ci puoi raccontare episodi che ti hanno particolarmente emozionato, accaduti in biblioteca?

Mi colpisce profondamente ogni volta che in biblioteca vedo entrare persone molto anziane, oppure seriamente malate, oppure degenti in comunità psichiatriche, o senza fissa dimora, o persone che hanno conosciuto la tossicodipendenza e il carcere. Ecco quando vedo entrare queste persone, mi sento bene. Poi ogni tanto arriva Paolino, un senzatetto che si sposta per tutta Italia e che vive le sue giornate all’interno delle biblioteche pubbliche. Quindi la notte si arrangia dove può. Lui è davvero organizzato ed è molto silenzioso, e naturalmente si muove benissimo all’interno del nostro ambiente. È ricco di buon senso e mi piacciono i suoi modi nobili. A volte mi scrive, quando trova città e sistemazioni che lo soddisfano particolarmente.

Entriamo nella tua poesia. Narraci la tua formazione, la tua crescita, il tuo presente.

La mia formazione non è certo ortodossa. Ho concluso i miei studi in giurisprudenza (nonostante l’indole anarchica) ed in teologia (nonostante l’indole eretica), e poi ho continuato ad occuparmi di correnti spirituali d’oriente e d’occidente facendo tante altre letture sconclusionate. Nello studio della poesia e poi nella pratica scrittoria, invece, ho trovato un percorso tutto mio per allontanare il pensare dalle secche del cerebralismo. Anche qui mi sento un autodidatta, o meglio, uno che è stato indirettamente aiutato da maestri molto defilati. Per me è essenziale collegare la poesia al pensare e al sentire, includendola quindi in un lavoro interiore che coinvolge tutta la vita. Per questo devo sì leggere molto, ma non seguo certo la via dei poetologi, cioè la via di coloro che hanno letto tutto e sanno tutto, senza tuttavia afferrare davvero niente. La mia ricerca non è esclusivamente letteraria, anzi ci sono ambiti della conoscenza che per me sono stati e sono ancora più decisivi.

Ci puoi fare un ritratto della tua poesia?

Davvero non saprei dire niente di obiettivo sulle mie cose. Il mio tentativo è quello di portare la mia vita in quello che scrivo. Che non vuol dire autobiografismo, anzi. A questo proposito trovo molto importanti gli insegnamenti di A. Tarkovskij, di C. Michelstaedter, o quello di Eduardo De Filippo rivolto ai suoi allievi: “chi cerca la vita trova la forma, chi cerca la forma trova la morte”. La vita si trova con la vita; la forma, poi, con uno studio intenso (forse) si trova. Cercando la vita nelle cose e nei fatti, cerco cioè l’unico elemento che mi sembra in grado di essere veramente universale. Ogni volta che commetto l’errore di partire subito dalla forma, infatti, tutto mi si sgretola tra le mani. Il perseguimento della forma fine a sé stessa fa perdere la propria voce, e poi si rischia l’arbitrio. E quando si cade nell’arbitrio, è finita. Nessuno può condividere più niente con nessuno; le parole allora assumono senso solo per chi le ha scritte o, nella migliore delle ipotesi, per quelli della propria strettissima cerchia.  

Credi che sia importante incontrare chi legge? Riportare a voce la scrittura?

Che l’autore legga i propri testi in pubblico è, a certe condizioni, una opportunità arricchente per tutti. Anche se a volte mi sembra che questa tendenza più recente alla vocalità sia cavalcata spesso (ma non certo da tutti) come una via di fuga dal processo, lento e difficile, che porta all’atto scrittorio. Mi sembra, cioè, che in questi ultimi tempi si tenda, un po’ compulsivamente, ad evadere dalla responsabilità verso la propria scrittura (e quindi dalla responsabilità verso sé stessi e verso gli altri), anticipando i tempi e quindi esponendo troppo la propria persona, prima ancora della propria opera conclusa. È naturalmente comprensibile che la partecipazione alle letture pubbliche (e comunque il coinvolgimento in tutte quelle attività che rendono visibile il proprio lavoro di autore) possa essere sentita come una pratica più gratificante rispetto allo stallo,  alle limitazioni, e alla fatica che contraddistingue il processo scrittorio. Però la causa occulta di questa ricerca di visibilità esasperata, credo stia proprio nella paura di convivere con la propria solitudine creativa. Non si vuole passare per la fase catartica, e così facendo si azzera la fonte del proprio pensare, sentire, volere, meditare, contemplare. L’inverno e il buio interiori vengono considerati come una condanna da evitare, con tutti i mezzi. La ricerca dei riflettori fuori credo sia spesso un espediente per non scendere dentro, là dove regnano sicuramente più ombre che luci… Ma al di là di queste osservazioni, la lettura (e l’ascolto) in pubblico, quando sono davvero tali, sono una gran bella cosa.

A che cosa stai lavorando ora?

Al mio secondo libro di poesie.

 

anna maria farabbi

 

 

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