Ivan Pozzoni- poesie nella rete

anatoliy kalugin

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Underground

Clandestino, amo di nascosto,
e di nascosto scrivo
di notte, schermato, dai fari accecanti
di un mondo malato
di rabbia, d’invidia, e di cemento armato.

Furtivo, amo di nascosto,
e di nascosto vivo,
nel chiuso anonimo di una stanza,
o nel ventre claustrofobico di un ufficio
inventando rivendicazioni, contro i ricchi,
arroganti, e rompicoglioni.

Sotterraneo, amo di nascosto,
e di nascosto schivo i treni del successo,
– asini deraglianti- o meglio, mostri celati
dalle nebbie dell’eccesso della logorrea fraterna
di, voi, grilli parlanti.

Underground,
registro, staccando col martello
i chiodi conficcati nelle mani di un Crsito,
abbracciato alla sua croce, in attesa di martirio,
sputandovi negli occhi versi, e gocce di collirio.

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anatoliy kalugin

anatoliy kalugin(3)

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Carmina non dant damen

La storia di una moneta non interessa a nessuno
due facce mai tanto ardite da vedersi in faccia:
su un lato impressa l’effigie d’una regina,
austera, drappeggiata di sete e assetata di drappi,
sull’altra l’immagine di un menestrello, vestito d’un manto di terra,
circonfuso dall’aurea tristezza dei canti di guerra.

L’incanto d’amore si trasforma in moneta
due mani, sistemata con cura e artigiana,
si stringon le mani, e due visi, due occhi meteci
si sporgono dai rilievi del rame,
tenendosi vivi, abbracciati, sospesi nel vuoto,
l’uno a osservare l’amenità di un reame
dove corrono liberi i fiumi, sorridono i fiori,
rivestito di boschi e di frutti in eterno,
l’altra a guardare l’inferno.

La mia arte è impotente
a lanciare incantesimi tanto influenti
da tener senza tempo sospesi nel vuoto due volti,
mescolando in fucina i due mondi
in un unico mondo in cui menestrello
e austera regina si armonizzino a fondo.

Menestrello, continua a cantare
il tuo inutile canto col cuore spezzato,
in attesa che frammenti di lacrime
si rimettano in circolo
nel sangue d’un amore smezzato.

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anatoliy kalugin

anatoliy kalugin (2)

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Mortacci!

Passando in auto fuor dal cimitero,
città nella città,
affitti bassi da scarso acquisto,
ci siamo accorti come non tutti i cari estinti
abbiano compreso d’esser morti.

Urla, lacrime e sussurri,
col mite borbottio dei men buzzurri,
rincorrono voli di farfalle,
simili alla monotonia costante
dello scolorir d’un vecchio scialle.

C’è il vecchio maresciallo dei carabinieri
che, non ancor abituato agli stranieri,
chiede a gran voce, sull’extracomunitario,
duri divieti di cippo funerario.

C’è la fanciulla, spirata adolescente,
che passa la giornata a non far niente,
tappezzando a foto di giornale
i muri della sua stele tombale.

C’è il maniaco, fresco di cassa,
che, non ancor arresosi alla fossa,
vaga narrando a tutti di com’è bella
l’orrenda vista della sua cappella.

C’è la ninfomane in tuta da tennis
presa a saziarsi di rigor mortis
cercando di sfruttare, con disinvoltura,
i vantaggi propri della sepoltura.

Perché – mi dite- è inverosimile che vivano i defunti,
in barba ai beccamorti,
se voi che v’ostinate a dichiararvi vivi,
vivete come foste morti?

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anatoliy kalugin

images (1)

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Frammenti ossei

La scala a chiocciola, librata in mezzo ad una scia di monumenti funebri di superficie,
conduce nel cuore delle terre nere – a Occidente, direbbe il saggio Ptahhotep-
conduce all’archivio storico d’una intera città
sommersa da centinaia d’anni di corone funebri,
lento incedere di corteo, benedizioni bagnate di dolori attoniti.

Come un archivio di ministero,
debitamente incasellati: i morti.

Morti, d’ogni età, d’ogni secolo, morti stoccati in nicchie d’un metro
in corridoi senza tempo, a due dimensioni,
città nella città, città sotto città, un carosello di fiori sbiaditi
coccarde nere fine ottocento, ritratti velati di nebbia,
conditi da un’atmosfera di noia mortale,
nome dopo nome viso dopo viso
muti racconti ammantati dal sudario dell’oblio.

Vorrei (e mi ritrovo a scrivere «vorrei» in un testo dopo troppo tempo),
essere burocrate da casellario
dando un minuto di voce a ciascun concessionario:
al bimbo morto, a un anno, nel ‘43
condannato a vestire in eterno da bebè;
a un magistrato, baffi all’Umberto, costretto a vivere la morte,
di fianco all’umile, magari ladro, scafato tecnico da cassaforte;
ad una contegnosa docente di Liceo, deceduta nel ‘19,
che mai arrivò a spiegare ai suoi mille e mille alunni
come mai morirono di ferite o campi di concentramento
in un ventennio speso a risiedere in un reggimento.

Fuggito dal remoto avvenire risalendo di corsa la scala
i monumenti funebri di superficie ci richiamano all’oggi, all’istante,
o a un futuro meno distante.

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anatoliy kalugin

1874904

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Hotel Acapulco

Le mie mani, scarne, han continuato a batter testi,
trasformando in carta ogni voce di morto
che non abbia lasciato testamento,
dimenticando di curare
ciò che tutti definiscono il normale affare
d’ogni essere umano: ufficio, casa, famiglia,
l’ideale, insomma, di una vita regolare.

Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa
d’un contratto a tempo indeterminato,
etichettato come squilibrato,
mi son rinchiuso nel centro di Milano,
Hotel Acapulco, albergo scalcinato,
chiamando a raccolta i sogni degli emarginati,
esaurendo i risparmi di una vita
nella pigione, in riviste e pasti risicati.

Quando i carabinieri faranno irruzione
nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco
e troveranno un altro morto senza testamento,
chi racconterà la storia,ordinaria,
d’un vecchio vissuto controvento?

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Altri riferimenti in rete

https://lombradelleparole.wordpress.com/tag/tre-poesie-inedite-di-ivan-pozzoni-lalieno/?iframe=true&preview=true

 

3 pensieri su “Ivan Pozzoni- poesie nella rete

  1. Questo non è un «poeta»: non sta alle convenzioni, è attaccabrighe, ostioso, aggressivo, ciarlatano. Non sta in nessun «mondo dell’arte»: sta liminale, tra vari pseudo-«mondi dell’arte». Morde. Da sollecitare una terapia antirabbica.

  2. se è un matto andremo anche in manicomio a trovarlo, non fa tanta differenza tra dentro e fuori anzi i più matti sono tutti fuori
    se è un cane bastardo allora gli troveremo un posto dove vivere tra noi, siamo tutti meticci anche se lo abbiamo dimenticato
    se poi è rabbioso tignoso aggressivo significa che devono avergliene scaricata tanta di rabbia, di aggressività
    sul limite poi è il posto migliore per ricordare che non ci sono confini tra questo e quello e i mondi sono modi in cui ci illudiamo di guardarci e guardare gli altri.
    Se poi è rabbioso, io sono la volpe rossa che porta questo seme virale in una infiammazione acuta del cervello e dei sensi , che brucia il sangue fino al rosso della fiamma.
    ferni
    Grazie di queste patologie!

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