Cronache di poesia- Loredana Magazzeni e Carlo Bordini: Anni Ottanta a Berlino fra cosmopolitismo e utopia, racconti di Lilla Consoni

roberto malossi- berlino

Roberto Malossi-berlino

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Negli anni Ottanta, con la caduta del muro, Berlino divenne il simbolo di un’Europa del cosmopolitismo e della libertà, il sogno di una modernità possibile, includente, in cui i giovani che sognavano un mondo migliore, paritario, libero da schemi, musicale e trasgressivo, avrebbero trovato un riparo e una casa
comune.
La cultura pop, il pacifismo, la possibilità di rapporti più fluidi e più liberi, ma anche di una crescita culturale e intellettuale auspicabile, persino possibile, resero quella città uno dei centri dell’intellettualità progressista e un mito urbano, che con le sue forme architettoniche rigorose, svettanti, pulite la rendono ancora oggi una metropoli aperta all’utopia, che ha saputo ricavare bellezza dalla sconfitta, dalla distruzione e dalle macerie.
In questo luogo-laboratorio di inclusività e di speranze, Lilla Consoni si trasferì negli anni Ottanta presso la sua compagna italiana. In questi racconti inediti e pieni di humour, la scrittrice traccia il ritratto di alcuni personaggi che conobbe, e con cui condivise esperienze ed emozioni in un condominio cosmopolita e multicolore. Qui, solidali e resistenti nei loro piccoli appartamenti, ricavati in un edificio storico costruito per famiglie di rifugiati dopo la guerra, con molta fatica tentarono di strapparlo alla voracità delle agenzie immobiliari, prima rivendicandone con dure lotte l’appartenenza ai beni storici e culturali, poi migrando in altre case del quartiere Charlottemburg di Berlino, ormai arresi al nuovo che avanza: l’inarrestabile logica del profitto e del più forte. Donne turche, bambini, omosessuali, anziani, popolavano il condominio dipinto da Consoni, ma soprattutto fiori, frutti selvatici e giardini, un rettangolo di verde resistente, che vive e pulsa ancora nel cuore della città.

Loredana Magazzeni

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Giardini di glicini e merli

Il sole di gennaio attraversava netto e vivido la stanza, regalando una tonalità calda alla scrivania e una nuova brillantezza al verde delle piante.

Il grande tappeto rosso se ne stava nella sua chiazza d’ombra, silenzioso e soffice. Fuori, il balcone coperto –quasi un terrazzino quadrato- veniva animato dal dondolio di un catturavento di stoffa sbiadita, un calamaro a strisce colorate.

Nell’assenza quasi totale di rumori (lontano e sfumato il traffico stradale, proveniente dal lato nord, tenuto a bada da tre porte chiuse), il torpore postprandiale s’andava trasformando in sonno e sogno. La testa ciondolava sul petto, il tomo di Jacob Wassermann “Der Fall Maurizius” scivolava sempre più giù sulla coperta patchwork, mentre un volto noto cominciava a profilarsi.

“Buongiorno, signorine!”. Voce baritonale. Ragazzo magro e chiaro, un che di vagamente lupesco nei tratti della bocca. Il sorriso aperto andava scoprendo denti lunghi e aguzzi. Heinz. Con la camicia a quadri e l’annaffiatoio in mano, come l’avevo visto la prima volta.

Il giardino del merlo e del melo: da quanti anni non ci pensavo più? Gli orti e i giardinetti della Niebuhrstrasse, con le more le altee i lillà, con i glicini e le rose, e la vecchia fontanella sul sentiero comune. Le finestre delle cantine sotto il pianoterra rialzato, occhi neri sulle aiuole, così diverse per ogni vicino; qui solo ortiche, lì insalata, qua cipolle, là terra nuda con accenni di erbaccia; noi avevamo sempre ruta, saponaria e caprifoglio, degli anni, in aggiunta, fagiolini, degli altri, peperoni. Misticanza, basilico e pomodori li mettevamo invece in giardino, nel riquadro accanto al sorbo degli uccellatori, non lontano dal nido pietroso delle erbette.

Il complesso aveva una forma ad “elle” con due archi e due cancelli d’ingresso.

Torpore, dormiveglia. Intreccio e incastro di rimembranza e abbandono onirico…

Sfilano le donne turche, tutte velate, e gli ombrelloni d’estate; le grigliate fumose; le notti in cui Metin, ubriaco, urlava alla luna. E Draga la croata s’affacciava a zittirlo: “Va’ dentro, va’ a letto, lasciaci dormire!” L’uomo di Smirne e la donna di Spalato si lanciavano frasi acuminate in un tedesco smozzicato, la koinè della nostra eterogenea comunità. Vinceva sempre lei. Il vecchio tornava dentro, dalla moglie abbondante e accigliata, nel bilocale foderato di tappeti, restituendo la notte ai vicini.

Se n’era andato con grande dignità, Metin l’alcolizzato, Metin a cui, alla fine, avevano amputato le gambe. Metin che, gentile, regalava le cipolle del suo orto, non senza essersi prima accertato: “Zwiebeln essen?” “Mangiare cipolle?” “Ja, danke!” e avevi il suo più bel  sorriso.

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L’acqua e la beffa

 

L’universo “Niebuhr” aveva una certa densità di popolazione. Nelle prime palazzine, dal 15 al 17, abitavano quelli con cui avevamo meno contatti, se si escludono Antoine e i nonni di Volkan.

Il 15 era un pianeta maleodorante e alcolico. Il fetore era dovuto ai numerosi animali, domestici e no, che vi risiedevano; la birra la bevevano solo gli esseri umani, ma molta.

Al piano terra, nell’appartamento di destra, viveva, diverso da tutti, senza animali e senza sbornie, il Pazzariello, il quale aveva decorato la parete lato scala con un grande albero e una scritta: “Io uso l’acqua come, quanto e quando voglio”.

L’esegesi di una simile frase è riservata agli iniziati. Beh, diciamo più semplicemente che bisogna conoscere l’antefatto, per capirla.

Essendosi i vicini, una volta, lamentati del rumore continuo di acqua corrente e avendo loro ottenuto una dura, quanto inaspettata, reazione (lo sciacquone di Antoine non conobbe più tregua: si scoprì poi che aveva messo un mattone sul sifone, per farlo funzionare non stop), l’amministrazione si era vista costretta a una sorta di “ispezione”. Due impiegati nerovestiti, un po’ beccamorti com’è ormai obbligo da trent’anni tra chi vuol essere trendy, si erano presentati alla porta dell’enfant terrible, chiedendogli di poter visitare l’abitazione.

Sorrisi infantili di Antoine. Solo chi lo conosceva bene sarebbe stato in grado di cogliere un certo guizzo nella pupilla nera, foriero di sorprese d’ogni tipo. Sorrisi di risposta dei becchini.

“Un poco impreparato sono preso”. (Mio tentativo di rendere la sua parlata cortese e meticcia, che diveniva sempre più cortese e meticcia nei rari contatti con l’autorità).

“Non è arrivata la lettera dell’amministrazione? Quella che annunciava il nostro arrivo?”

“Distratto e preso forse non la vidi”. “Preso”, in tutte le accezioni, era uno dei suoi vocaboli prediletti.

“Ciononostante ci farà ugualmente accedere alla sua dimora?” Cercavano di adeguarsi alla situazione, mischiando gergo burocratico ed eloquio forbito.

“Volendo dimostrare culanza, potreste ripassare fra non molto?” “Kulanz”è parola tedesca che significa accondiscendenza, gentile andare incontro; ma lui l’aveva pronunziata alla francese, quindi era venuto fuori un suono vicino a “cul”, culo. (Per far sfoggio di erudizione, e per insinuare che il mio amico sapeva benissimo quel che diceva, aggiungerò che Kulanz viene dal francese coulant, = che scorre, che cola).

Visto che i due sembravano riflettere, proseguì: “Cantina controllare si potrebbe”.

“Cantina???” Coretto stupito dei beccamorti.

“Sì, nel frattempo leggere il consumo dell’acqua!” (Sguardo e tono trionfanti).

“Ah, sì, i contatori trovansi in cantina!” (Burocratichese altrettanto trionfante).

Così scesero all’Orco innanzi tempo generose tempre d’eroi. Quatto quatto, il monaco diavoletto li rinchiuse nelle segrete della Niebuhr e se ne andò a mendicare sul Ku’damm.

Furono trovati e liberati ore dopo da Eva –pronunziare “Efa”-, l’inquilina del secondo piano, porta a sinistra.

Il mio racconto si basa su quello dei malcapitati, di Eva –ricordarsi di pronunziare Efa- e dello stesso Pazzariello. Guizzi di pupille e toni esultanti sono mie fondate ipotesi.

Un risvolto importante della toccata e fuga: Antoine aveva dimenticato aperta la porta di casa, così i vicini, concordemente entrati per una rapida ispezione non autorizzata (i due impiegati avevano preso il largo a precipizio), scoperto il mattone spingisciacquone, l’avevano prontamente rimosso e asportato. Stranamente, il monacello scherzoso smise di produrre rumori idrici. Forse la burla l’aveva placato; ma non appagato! Una settimana dopo si diede all’arte rupestre, realizzando il murales arboreo che sta all’inizio della nostra piccola storia.

Nessuno toccò il capolavoro, distrutto alla fine dallo squalo di Monaco, quando le case furono vendute e restaurate. Questa era la splendida anarchia della Niebuhrstrasse 15-21.

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L’odore del pacco

 

Avevamo cominciato noi. Era Pasqua, e m’era venuta una gran voglia di fare una sorpresa ai miei. Avevo comprato un enorme uovo di materiale plastico, che si apriva a valve, come una concava conchiglia (nella realtà molto meno kitsch che nella descrizione). L’avevamo quindi riempito di dolcini pasquali tedeschi o in ogni caso di moda in Germania. In cantina era stata prontamente trovata la scatola adatta, e via di corsa all’ufficio postale della Leibnizstrasse, oggi soppresso.

In risposta era giunto un pacco grande come un baule, da cui erano usciti colombe e torroni, libri e maglioni, bicchierini di vetro intarsiato, confezioni di pasta artigianale di fogge rare e ardite, e persino un pupazzetto che avevo fatto io da bambina, ritagliando un cartone durissimo e incollandoci sopra il disegno di un tipo col ciuffo. C’era anche la pignolata, tipico dolce messinese, un po’ stucchevole, buono per tutte le feste e tutte le stagioni, benché nato come leccornia carnascialesca. E poi l’intenso, meraviglioso caffè in grani di una modesta ditta sicula, miscela bar speciale, con la confezione nostalgico-coloniale e due tazzine in omaggio.

Il paese della cuccagna rinchiuso in una scatola.

Da quel momento, ricevemmo regolarmente cinque pacchi l’anno, per Pasqua, per il mio onomastico, per Ferragosto, per i Morti (il due novembre, data importante al sud) e per Natale. Il mio compleanno era compreso nel collo natalizio.

E’ per merito di quelle spedizioni che il mio cervello non ha cancellato profumi colori sapori della terra natia, l’anice, la cannella, la mandorla della “pasta reale”, il cedro, la glassa al limone, la pasta d’acciuga, i capperi i pinoli i pistacchi di Bronte, la caponatina, il finocchio selvatico l’origano l’alloro.

Il caratteristico odore del pacco aleggiava nella minuscola dimora della Niebuhrstrasse, e avrebbe aleggiato per anni nella Gervinus e nella Mainzer, fino alla dipartita del mio babbo.

“L’odore del pacco”: un misto di sapone, spezie e caffè, di cartone e polistirolo, di carta e di dolci. Lo percepivo appena entrata, e gridavo: “E’ arrivato il pacco?”

A volte c’erano sfumature diverse. I candidi dolcini della festa dei Morti (i cosiddetti “morti bianchi”), quell’impasto duro di zucchero e farina con chiodo di garofano, contribuivano alla miscela di aromi con una nota acuta e compatta. La frutta di pasta reale, invece, era più sommessa nel profumo e più squillante nei colori; come una bimba, mi godevo con gli occhi mele e mandarini, fichi e fichi d’India, fette d’anguria e albicocche. Di pasta reale erano anche i gamberi e le cozze, le vongole, i pomodori e i finocchi dei giganteschi vassoi comprati alla pasticceria “Cristo Re”. Troppo dolce, per me adulta, questo tipo di marzapane siciliano, ma talmente barocco e sensuale da mandarmi ogni volta in visibilio.

Ci estasiavamo pure davanti ad un “invio straordinario”, un’abituale aggiunta al pacco pasquale, consistente in una gonfia busta rinforzata: le palme!

Le “palme” sono ghirigori di foglie di tal pianta, artistici intrecci tradizionali, architetture leggere, decorazioni traforate e benedette; s’usa, da noi, portarle in chiesa per la domenica delle palme, esponendole all’incenso e alla voce del sacerdote, e appenderle dopo in casa, di solito al capezzale del letto, fino alla Pasqua successiva.

Enrica ed io una palma l’abbiamo sempre messa dietro la porta d’ingresso, a coprire lo spioncino e a tenere lontano il male. Nella casa della Gervinusstrasse, dove non ci sentivamo a nostro agio, l’effetto apotropaico veniva rafforzato da una piccola testa di Medusa.

In modo simile agivano i panettieri ateniesi dell’antichità, quando applicavano formelle con testa di Gorgone ai loro forni, onde proteggerne il prezioso contenuto.

(Avendo difficoltà ad aderire completamente a un sistema, coltivo e nutro con pervicacia un sincretismo culturale a tutto tondo, socio-estetico-religioso).

Ai tempi della Niebuhr, bruciavamo nell’Allesbrenner la palma dell’anno precedente. Era un bel rituale. Sembrava di ardere l’inverno e di salutare l’incipiente primavera; ma soprattutto si festeggiava il ciclo, il ritorno di ricorrenze, cose e affetti. Adesso non abbiamo più stufe. E non ci arrivano più palme dalla favolosa Trinacria. Così ce ne teniamo una vecchia, che di anno in anno inesorabilmente s’ingiallisce e rinsecchisce.

La testa di Medusa riposa in un comodo cassetto, a faccia in giù.

 

Lilla Consoni,  dalla raccolta inedita Il cuore è un debitore insolvente

 

 

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Brevi cenni biografici

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Lilla Consoni insegna lingua e letteratura italiana a Berlino. Vincitrice di numerosi premi per la poesia e la narrativa, ha pubblicato liriche e racconti in diverse antologie italiane e tedesche. E’ stata collaboratrice, fissa o saltuaria, di riviste e giornali italiani. Si occupa anche di saggistica. Un suo articolo è stato recentemente recepito nell’Enciclopedia delle Donne della “Villanova University” di Philadelphia. Suoi articoli sulle fiabe sono stati inseriti nell’archivio online del Servizio Bibliotecario Nazionale. Nel 2011 è stato pubblicato il suo romanzo “I giorni dell’Ippocampo”, Maremmi editore Firenze, poi risultato vincitore di diversi premi, fra cui il “Palia Literara” di Orastie (Romania) e il “Città di Cattolica”, sezione speciale “Profumo d’autrice”.
Nel 2012 è uscito il suo libro di poesie “Strega di mare, Circe di strada”, edizioni Tracce, Pescara.

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Roberto Malossi , l’autore delle immagini ,vive e lavora a Bologna. Da sempre appassionato di fotografia, ama documentare e ritrarre le città e i luoghi che attraversa, cogliendone le pieghe più intime e nascoste.

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Un pensiero su “Cronache di poesia- Loredana Magazzeni e Carlo Bordini: Anni Ottanta a Berlino fra cosmopolitismo e utopia, racconti di Lilla Consoni

  1. Ritrovo in questi brani la mia Berlino degli anni 80-90, i sapori, gli odori e le sensazioni di quegli anni. Apprezzo lo stile tra il trasognato e il comico, che si adatta perfettamente al contenuto.

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