Una fuga di parole. Esperienze di poesia dal carcere di Terni- presentazione di Claudia Cianca

geoff la gerche

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Recentemente ho avuto modo di partecipare a Spoleto ad un convegno nazionale di docenti che lavorano in carcere. Parlando con l’ educatore che  ci ha seguito nella giornata, sono rimasta colpita da quanto ci ha raccontato in merito ad una volta che s’è trovato ad accompagnare un detenuto in permesso premio, cioè nuovamente e per poche ore a contatto con il mondo esterno. Ha testimoniato di averlo visto completamente disabituato al più piccolo atto autonomo, dipendente dalla sua persona, come un’ombra  in tutti i gesti, anche minimi, come quello di attraversare la strada.

E ha aggiunto come episodio significativo che a un certo punto quest’uomo  gli ha fatto a bruciapelo una bizzarra richiesta: di poter aprire una porta, così, semplicemente, da solo. Senza chiavi: aprire una porta. Motivando questo desiderio col fatto che da anni non aveva  potuto farlo. Così è stato: il detenuto, accompagnato dall’educatore, ha posto la sua mano sulla maniglia e l’ha aperta e richiusa, aperta e richiusa tante volte, segno infinitesimale di un’infinitesimale ritrovata libertà, da prolungare in una ripetizione che era una promessa.

Anche Una porta senza chiave è uno spazio di libertà, un luogo mentale e del cuore, dove chi è dentro per pagare il suo debito con la giustizia, può non restare avviluppato dalle conseguenze dei suoi errori, ma sperimentare anzitempo la sua persona come dotata della dignità restituita da ogni comunicazione piena e significante. Se la rieducazione del reo passa per una responsabilizzazione imprescindibile (guardare alle conseguenze delle proprie azioni è necessario per tornare nella società civile in modo costruttivo), se è necessario contrastare quell’infantilizzazione che invece spesso tende ad instaurarsi in istituti di pena ancora troppo improntati al controllo del male, al sorvegliare e punire, una soglia da poter varcare senza la preoccupazione ed il limite di serrature è un bene prezioso. Rigenerante.

In Una porta senza chiave i detenuti della Casa circondariale di Terni possono, come hanno già fatto in passato, sperimentare possibilità  d’ espressione, vedendo pubblicate le loro poesie. Quando i testi entrano in rete, anche i parenti lontani hanno la possibilità di leggere le voci dei loro cari, insieme agli addetti ai lavori ed agli appassionati dei linguaggi artistici che frequentano il blog Cartesensibili.  Questa evenienza è particolare ed induce una riflessione sul senso attuale della poesia: quanto gli aspetti formali pesano affinché  un atto comunicante si possa ritenere poetico? Normalmente tale peso è preponderante se R. Jacobson ha individuato in quella poetica una specifica funzione della lingua, incentrata sul come una cosa viene detta. La consapevolezza della forma di un contenuto, la fusione del versante del significante esterno col significato interno determinano dunque la poesia: lampi dell’anima si incarnano in modo limpido e denso in suoni capaci di restituire senso; suoni assemblati sapientemente, ruminati, cesellati e attraversati da una corrente vitale che li scolpisce portandoli al di là del tempo e dello spazio, delle regole del mercato e delle mode.

Ma se questa consapevolezza linguistica non fosse piena? Anche in questi casi si può parlare di poesia?

Come relazionarsi, quindi, con gli scritti di detenuti a volte non del tutto padroni del mezzo espressivo-poesia, ma molto motivati a raccontarsi in versi?

Noi operatori che condividiamo in minima parte uno spazio recintato con i nostri alunni-amici ristretti, riteniamo sia importante accogliere queste voci di dentro, anche quando formalmente imperfette, perché quest’accoglienza spezza il confine dell’indifferenza e sprigiona, comunque, bellezza.

In quanto docente d’italiano a volte ho “bisticciato” con qualche corsista per disaccordi su virgole, scelte lessicali, rime, figure retoriche. I miei consigli improntati alla tecnica sono però spesso naufragati contro la crudele verità di una vitale necessità di esistere almeno attraverso le parole, proprio quelle parole. Parole così piene!  Magari ancora grezze, in potenza, abbozzate.  Ma piene. Di vita, aspirazioni, memoria, dolore, speranza, rimpianto, bisogno di ascolto. Parole intoccabili, dunque, da prendere così.

Credo che la lettura di questi autori in fieri potrà arricchire di molto tutti i lettori possibili. O almeno quelli per cui la poesia non è mero e compiuto esercizio stilistico, ma coraggioso processo di verità che accetta anche le scorie, in nome di un’appartenenza reciproca che salva e dà senso.

Claudia Cianca

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cover of the weight of your love

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13 NOVEMBRE

 

Sospiri ridicoli dell’ultima face
che si spegne
il nicchiare isterico, snervante
delle insegne.

Bicchieri vuoti
come l’aria senza musica
persa nella memoria,
coperta dagli spari:
note mute per infedeli.

Bicchieri mezzi pieni,
vita che si arresta
al secondo sorso,
ultima sabbia di clessidra
che si arrende nei polmoni.

Valerio C.

 

melissa murillo
by Melissa Murillo

 

 

ISOLA SILENZIOSA

A Giovanni S., uno di noi

Occhi per guardar lontano
il sorriso leggero rimasto sospeso
il silenzio che scioglieva
i nostri cuori duri.
Agli scherzi rispondevi:
ragazzi, ragazzi, non va bene così.
Giovanni, ti abbiamo trascurato
non pensavamo saresti andato.
Il tuo andare ci ha ingannati,
ma le tue parole davano conforto
erano le stesse di cui avevi bisogno.
Al teatro un grande attore,
così, così sei rimasto col tuo dolore,
formica affaticata dal peso
ti libri ora leggero.
Fai frusciare le foglie come le onde del mare
che non smettono mai, mai di viaggiare
ci riporti alla tua isola silenziosa,
ci riporti alla tua isola silenziosa

Altin H., Daniel V., Daniele P., Franco R., Franco S., Kinge S., Riccardo M., Rocco V.

 

brook shaden

brook shaden 14

 

MAMMA

La prima parola, il primo sorriso,
per primo compagno il tuo dolce viso
La tua bontà, quella pazienza:
serenità e gioia immensa

Sempre vicina, mite e gioiosa,
sempre disposta ad ogni cosa
allegra, dolce, serena e pura,
voce leggera e mano sicura.

Sempre presente, mai un disagio,
il tuo profumo fiori di maggio.
Mamma purissima, mamma d’amore
rosa bellissima dentro al mio cuore.

Placido T.

 

anh buồn lắm

Anh-Buồn-Lắm

UN INCONTRO

Non posso crederci,
il dileggio opprimente della vita
si è dissolto.
Il tempo s’è annullato
nel mio buffo sorriso imbarazzato,
nel guscio acquoso dei tuoi occhi nocciola.
Tutto l’inutile attorno
rappreso.

Valerio C.

simon prades

Simon Prades

 

UN UOMO ALLO SPECCHIO

Mi guardo ed il volto di un uomo
che non riconosco m’incute paura.
Lunghi solchi attraversano il viso,
raccontano la sofferenza patita
mentre dagli occhi ormai spenti
due lacrime sgorgano col rimpianto
di una vita buttata.

Vorrei mandare in frantumi quell’immagine
che sento non appartenermi e gridargli
di ridarmi indietro la mia fanciullezza.
Ma mi si strozza in gola quel grido
cosciente che dio Crono lento, inesorabile
andrà avanti incurante di tutto ciò che lascia. Dietro.

Salvatore I.

IL LIBRO

Pagine vecchie ingiallite dal tempo
Emozioni, sentimenti repressi
intrappolati dalla ragnatela dell’egoismo
Messaggi muti, grida d’aiuto
soffocate dall’indifferenza.

Lì sta scritta la mia vita
riposta in uno scaffale a impolverarsi
d’ipocrisia. Ho ancora tanto da dare
e coltivo la speranza che un giorno qualcuno
apra quel libro, per guardarci dentro.
Mi auguro ci trovi ancora l’attualità di un uomo
scritta con l’inchiostro rosso della sofferenza.
Non la storia di un fantasma.

Salvatore I.

 

Un’irrefrenabile inquietudine
scuote il mio essere
attirandomi
oltre
le sbarre della mia cella

Mentre il malessere
pervade la mente
con onirici sapori
ricordi e sentimenti

costretto
per non morire
ad appropriarmi
attraverso un libro
della vita altrui.

Salvatore I.

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