Malinconia travestita da cortesia. Per Le nuove elegie di Paolo Senni- Recensione di Francesco Piazzi

alex colville 

Alex Colville aka David Alexander Colville

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Nella nuova raccolta di poesie di Paolo Senni, Le nuove elegie – poesie per argomenti, Pendragon, Bologna 2015, ritrovo gran parte delle tematiche e peculiarità stilistiche presenti nella produzione precedente: la tensione prosastica e discorsiva di marca minimalista e carveriana: una scrittura che esibisce la quotidianità, l’ordinaria amministrazione;la quasi assenza di lirismo in senso tradizionale: assenza di rime, di fenomeni di richiamo fonico;

sul piano tematico, la presenza della tradizione familiare (ritrovo l’autocitazione in Soliloquio: “Non sono nato nella paglia mia madre era ricca sono nato nel feudo campestre”, una specie Leit-motif senniano): una presenza, che nella passata produzione era controbilanciata da un’ideologia “democratica”, il cui fervore s’è andato via via attenuando in quest’ultima raccolta, lasciando il posto a una tensione che definirei metafisica;

l’idea di poesia intesa come ricerca della verità, come navigazione a vista; e la frustrazione per l’impossibilità di arrivare alla piena comprensione delle cose, degli eventi e delle persone: in Soliloquio, ci si accontenta di una verità parziale, relativa: “mi chiedo se torto o ragione esistano ancora/ …/ è difficile dire come o cosa penso che sia la verità o, almeno, cercare di avvicinarsi ad essa”;

la frequenza di inserti meta-poetici, cioè di riflessioni, nel corpo stesso della composizione, sul senso dello scrivere poesie, ad esempio in Soliloquio: un’elegia è come una discussione da soli; “io per elegia intendo una cosa che sa fare / le capriole”;  In Emozioni: “… si cerca insieme l’elegia e io, si fanno delle/ ipotesi su cosa sia la poesia,/ soprattutto come faccia a sgorgare/ quando ci sia e quando non ci sia”;

sul piano formale, l’abbondanza di anafore e figure di ripetizione con effetto, a volte, di litania. Si veda, in Io aspetto, l’anafora ossessiva del pronome di prima persona;

le incongruità semantiche, gli anacoluti, l’effetto frequente di mise en abyme, quando un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito. “Un gioco di scatole cinesi” scrive Guccini nella Pseudoelegia di introduzione al volume;

l’apertura, nel senso in cui l’intendeva Eco nel saggio famoso sull’opera aperta, un’apertura che chiama in causa il lettore per un completamento: “devi inventarti quello che manca con intuizioni, salti mnemonici”, scrive ancora Guccini. Nell’esercizio di stile dell’Elegia dei 23 incipit, il lettore è chiamato a compiere 23 integrazioni narrative. Per ciascun incipit può immaginare un seguito. Massima è poi l’apertura nelle composizioni più brevi – ad esempio, Sassi e Fiore rosso – che hanno il fascino di certi frammenti della lirica greca: lampi di luce nel buio di contesti indecifrabili per il lettore.

Merita un discorso a parte la questione del genere letterario, l’elegia, un genere già praticato da Senni nelle raccolte precedenti, ad esempio in SPE, Sonetti, preghiere, elegie, ma qui dichiarato, fin dal titolo del volume, come il genere a cui apparterrebbero tutte queste nuove poesie. Perché, e in che senso, Senni considera elegie le sue composizioni? Provo a dare una risposta a questa domanda.

Le elegie di Paolo non hanno il contrassegno formale obbligatorio dell’elegia antica, che era il metro, cioè il distico elegiaco: esametro più pentametro. È assurdo pretendere che oggi un poeta riprenda il metro di Properzio, Ovidio, Tibullo? Forse sì. Eppure Giosuè Carducci, quando componeva un’elegia, faceva proprio così, anche se poi riconosceva che si trattava di una “metrica barbara”. La, per me, più bella poesia di Carducci, Nevicata, suona così: Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,/ suoni di vita più non salgono da la città, dove gli accenti tonici coincidono con gli ictus dell’esametro nel primo verso, del pentametro nel secondo. E così per tutta la composizione.

Evidentemente a Senni non importa recuperare il metro dell’elegia. Roba di più di duemila anni fa? In realtà non c’era un impegno preciso nell’osservare la gabbia metrica neppure del sonetto, nella raccolta SPE (Sonetti, preghiere, elegie), dove si leggono sonetti che, quanto a metro, non parrebbero tali a Petrarca o a Foscolo.

Viene il sospetto che – in un autore colto, che sa benissimo com’era un’elegia e com’era un sonetto – l’intento sia di indurre nel lettore un’attesa riguardo al genere letterario, per provare il piacere iconoclasta di violarla. Ma probabilmente le cose non stanno così.  

Lasciamo stare il metro e le rime e vediamo se c’entri con l’elegia tradizionale il tono delle elegie di Senni, la tematica, l’atmosfera, insomma i contenuti.

Secondo alcuni il nome “elegia” verrebbe da élegos (“lamento funebre”) e l’elegia sarebbe stata in origine un canto funebre. Questa interpretazione sembrerebbe accordarsi col tono spesso mesto e malinconico delle composizioni elegiache, soprattutto latine, nelle quali il lamento è d’ispirazione amorosa (un tema, quello amoroso, in verità poco presente nelle raccolte di Paolo). Del resto la stessa barbara carducciana Nevicata si chiude con l’immagine della morte: “In breve, o cari, in breve – tu càlmati, indomito cuore – / giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò”.

C’è nelle elegie di Paolo questo tema? Beh, sì, ad esempio in  Piccoli viaggi: “Mi sveglio e so di avere avuto paura … non sono incubi è un senso diffuso … mi chiedo da cosa avviene questa paura … è la paura dell’Inferno, del dopo?”.

Ma anche la presenza di questo motivo – che poi in Paolo si coniuga con la tematica religiosa (che pure meriterebbe un discorso a parte) – non pare ancora la ragione decisiva del fatto che lui consideri elegie le sue poesie.

Mi sono preso lo sfizio di consultare la voce elegia, nel Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia: “… nell’età moderna, venuta a mancare la caratteristica del metro, si è fissato il carattere lirico dell’elegia in un atteggiamento spirituale di meditazione malinconica”. Meditazione malinconica: ecco questa sembra essere la vera cifra dell’elegia di Senni, ma direi – al di là di ogni distinzione tra speaker in the poem e Senni personaggio reale – la vera caratterizzazione psicologica e finanche antropologica di Senni. Quella malinconia che secondo Madame de Staël sospinge verso l’infinito, il mistero delle cose, forse verso Dio (“fait rêver l’infini”). C’è in Senni questa tensione verso il mistero, verso l’al di là delle cose, verso Dio, una tensione letteralmente metà tà physiká, cioè metafisica? Certamente sì. Ed è questo, a mio avviso, il principale tratto distintivo dalla sua poesia di ieri, come di oggi. Una meditazione malinconicamente intima, misurata e signorile – aristocratica, verrebbe da dire – mirabilmente definita nel titolo di una bellissima poesia della raccolta Parole di parole del 2005: Malinconia travestita da cortesia. Dove “cortesia” pare riferirsi, oltre che al tratto umano gentile di Senni, anche – nell’accezione medioevale e rinascimentale del termine – alla tradizione famigliare illustre. Ma la cortesia malinconica in Senni – nemico dichiarato di ogni sentimentalismo ed effusione scomposta tipica del “poetese” – serve anche a temperare e velare con discrezione “signorile” una materia passionale che non si vuole esibita nella sua immediatezza, ma filtrata attraverso il recupero memoriale: “calore di fiamma lontana”, direbbe Foscolo.

 Francesco Piazzi

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alex colville 

Alex Colville

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Da Le nuove elegie. Poesie per Argomenti di  Paolo Senni

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SOLILOQUIO?

ieri pensavo tra me e me
(come sempre più spesso mi capita)
pensavo che mi mancano le discussioni
sì, sento il bisogno di una discussione, di una discussione a due o tre
non ricordo l’ultima
ora quando siamo in gruppo taccio
mi chiedo se torto e ragione esistono ancora
la discussione che mi manca è come l’amore
è difficile dire come o cosa sia
penso che sia la verità o, almeno, cercare di avvicinarsi ad essa
non difendere o argomentare una tesi
speculare camminando sotto una volta di una romana basilica
parlare da soli in un prato
scrivere un’elegia è come una discussione da soli
dico elegia come queste che ora scrivo
ho contraddetto persone importanti
amicizie sono finite
non voglio lamentarmi e dare colpe
cerco di capire
spesso interrompo – quando credo di aver capito quello che le persone stanno per dire –
incalzo il loro col mio pensiero
probabilmente produco silenzio
ho assistito a discussioni per me noiose
erano due poeti disquisivano sul consenso dei loro lettori
ci sono più libri di poesie che lettori
la poesia è come una biscia?
odio la retorica naturalmente di un odio grazioso
lui che è figlio e nipote di partigiani
non ha dubbi a narrare la storia
io sono frivolo
amo scrivere di nullità
sfiorarla di traverso la vita
non farsi poi prendere troppo da nessuna questione
per questo solo sfiorare le cose
non sono nato nella paglia
mia madre era ricca
sono nato nel feudo campestre
li ha affrontati ubriachi che lo cercavano
io le ero nel grembo giugno o luglio del ‘44
questa sera è successa una cosa strana
è nata, sì è nata, è nata una discussione
eravamo in tre
moglie, figlio e il “sottoscritto”
mi sembrava ci fosse odio di classe giovani – non giovani
stavo attento a non essere troppo logico
cercavo di aprire porte ed ascoltare
mi sono messo a guardare il film
avevamo discusso forse una mezz’ora
non male direi

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alex colville 

alex coville-masters-colville

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A ME PIACE PENSARE

A me piace pensare
appoggiarmi sui pensieri
come fossero poltrone
oppure schivarli come fossero birilli.

A volte i pensieri, perlopiù mattutini, li subisco.
È uno strano dormiveglia come se fossi in un drive-in a mangiare patatine e pollo fritto.
Spesso mi chiedo dove sto andando.
Forse c’è stata una svolta.
Prima vivevo guardando avanti, la vita avanti, i progetti.
Ora vivo guardando indietro, i ricordi.
Guardo ancora avanti, faccio ancora progetti, temo la malattia mia e sua, penso spesso ai luoghi del dopo.
Quando è avvenuta questa svolta?
Non capisco bene di cosa si tratti.
Mi sembra che mi manchi qualcosa, di essere incompleto, inadatto, precario, emigrante …
anche se so di non esserlo.
Come fanno gli altri a vivere, a provarci, a crederci?
Cerco di carpire i segreti di vita, respirarli, farmi contaminare.
Il resto continua come sempre: occhio all’orologio e al conto in banca,
resistere ai mali che arrivano grandi e piccoli,
preoccuparsi per le nuove nidiate dislocate altrove.
Io spero che loro non siano come me,
cosa gli lascerò?
Cosa gli lasceremo? Gli basterà?

Questo è stato un inverno duro
ora c’è la primavera
devo pensare al prato, all’erba che cresce nella ghiaia
devo pensare alle potature
mentre i picchi fanno il nido.
Quando c’era la neve lei metteva briciole sul davanzale.
La sera chiudevamo vetri e scuri
la casa dentro era tutta buia e noi ben chiusi
l’unica finestra rimasta aperta la tv.

Tv e vita la stessa domanda:
esistono? sono vere? c’è da fidarsi?
Quello, quella, quelle, quelli che sento amiche e amici mi conoscono?
Cosa so io di loro? Cosa sanno loro di me? Di noi?
Andare a Messa o pregare mi piace.
Soprattutto alla Messa feriale di buon mattino quando siamo pochi al chiesolino
come l’aria fresca delle sette che mi fa ricordare treni, autobus, corse a piedi e in bicicletta
Io sono un garantito, almeno fino ad ora,
mi chiedo come fanno tanti, che vedo, a mangiare tutti i giorni.
Spesso ho mal di stomaco quando ci penso e le vertigini.
Mi sento impotente, ma riesco a cacciarli i pensieri che non voglio,
che tornano come talpe.

A me piace pensare
mi fa sentire diverso.
Voglio essere diverso.
Credo di essere molto individualista.

Non mi pace che di certe cose non si possa parlare religione e fede per esempio.
Non mi piace che si debba tenere nascosta la propria fede.
La fede penso che non sia l’ideologia:
difendere la Chiesa sull’ICI e sull’IMU, per esempio.
La fede ci fa uguali o disuguali?
Oltre a essere un “dato sensibile” è qualcosa che sta dietro, sotto, in filigrana?

L’ho sempre saputo: parlare e pronunciare è come urtare, toccare, assaggiare.
Eravamo in sei seduti a pranzo in una tavola quadrata
persone alto borghesi di sinistra
si parlava di scuole dell’infanzia e elementari buone qui da noi in Emilia.
Ho detto: “Qui da noi subito dopo la guerra il partito comunista ha fatto la scelta ….”
imbarazzo e gelo
“comunista”, “morte”, “tumore”, “preghiera” “vagina”, “gay”, “fascista” …”cazzo” no cazzo si può dire e anche culo
penso che la materialità e la concretezza delle parole sia aumentata
forse perché è aumentata la capacita di immaginare, ricostruire e si ha paura di quello che c’è dietro le parole.
Ho letto negli sguardi: Ah lui le dice? E chi è per dirle? Chi si crede di essere?
Parlar corretto, politicaly correct è la dura legge della convivenza

A me piace pensare
di tante cose, di mille cose.
faccio meno fatica a pensare che a parlare.
Chiudo gli occhi e lui va dove vuole.

dal capo che della guglia è vis à vis

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alex colville 

Alex Colville.j

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ELEGIA DELLA FINE DEL TEMPO DELLE FOTO

non è più il tempo delle foto
intendo vedere e scrivere
(un neoromanticismo adolescenziale
tu che ti guardi che osservi e inventi l’empatia
vedere ad esempio due signore con la borsa della spesa
pensare e scrivere che siano quelle narrate da Terenzio rientranti dal teatro con gli occhi bistrati)

non è più il tempo di quelle istantanee auto-assolutorie
(guardavi e sentivi SENTIVI il sangue nelle vene tu solo esclusivo interprete poeta)

non è più il tempo di foto-poesie monotematiche che non siano un pastiche che a te tanto piace
(chiudere gli occhi e creare l’emozione)

non è più il tempo di foto, istantanee, foto-poesie
non sai perché
ti chiedi: di cosa è il tempo adesso?
come si costruiscono le storie?

sostituire film alle foto?

ti rispondi di si, ma con un distinguo:
per film intendo elegie e sussurri
(movimenti di pensiero, ragionamenti, sequenze, atti unic,
grovigli o matasse un po’ per volta sbrogliati, ricerche del vero, soliloqui,
dialoghi con l’autore (tu), piccole sconfitte, dolcezze amare)

a me piace pensare
a me piace descrivere il pensiero
ora fatico a pensare
mi interrogo sulla vecchiaia
ti passa la voglia
siedi al giardinetto
guardi la vita degli altri
è come un torpore quello che ti avvolge
aspetti la neve che non viene
cerchi nebbia nei dintorni
ti chiedi la differenza che c’è fra matrimonio e matrimonio
cristiano cattolico romano
a me piace scrivere
intendo scrivere come scavare
non mi viene subito scrivere
è come rompere un vetro
il piacere è farsi un poco di male
intendo scavare dentro
lo so tu mi diresti che questa poesia non è bella
che non ti piace
che è troppo discorsiva
io non so risponderti
io non voglio risponderti
io amo chiudere la giornata
calare la serranda
la mattina sono più attivo
io non so se è una questione di età
oggi ho invitato Luvigi
domani compie novant’anni
“Luvigi ho da più di un mese una cesta da darti,
lo zampone scade
dai prendi il treno e scendi a valle,
vengo a prenderti alla stazione a Casalecchio
veniamo qui a Lavino a casa nostra
mangiamo insieme
festeggiamo i novant’anni
poi riprendi il treno e torni nella tua Porretta.”
a me piace pensare e ripensare
a me piace pensare non speculare
intendo quel pensiero che la vita sostituisce
intendo quei pensieri che ti vengono all’alba nel primo dormi-veglia
credo di sapere che sono pensieri tremebondi per lo più
pensieri che nascono da dentro e da fuori
pensieri che gli piacerebbe scappare e andarsene lontano

elegia film sussurrato al posto di foto
storie scavate
dopo il male ti danno la pace

 

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paolo senni
Paolo Senni Guidotti Magnani è nato nel 1944 a San Giovanni in Persiceto e vive a Zola Predosa; è stato insegnante, tecnico ricercatore presso l’IRRSAE Emilia Romagna e dirigente scolastico in un istituto comprensivo. Oltre ad alcuni lavori relativi alla ricerca didattica, ha pubblicato le raccolte di poesie Parolediparole, Pendragon 2005; Navigare a vista, Pendragon 2007; SPE Sonetti Preghiere Elegie, Edizioni del Leone 2010; Le nuove elegie, Pendragon 2015 e la raccolta di racconti Oreste, Bohumil, 2011. Sue poesie e racconti sono apparsi inoltre su diverse riviste.

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Paolo Senni –Le nuove elegie. Poesie per Argomenti- Pendragon Editore, 2015

 

 

 

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