Il GATTO BELFAGOR. Favola per adulti con incipit d’autore- Graziella Poluzzi

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Per molti aspetti mi reputo un uomo del tutto normale per la mia razza, sesso e religione: ho un lavoro che mi soddisfa relativamente, una casa che, se tutto andrà bene, finirò di pagare poco prima di morire, una moglie che rispetto e che tradisco con encomiabile regolarità sia con donne che con uomini, due figli di cui so poco o niente ed un gatto che sa bene come ignorarmi per suscitare in me il più vivo interesse nei suoi confronti.

 Infine, vado in chiesa ogni domenica per tornare a casa non più tardi del giorno stesso. L’unica cosa che mi rende abbastanza unico è qualcosa che ho probabilmente ereditato da una mia vita precedente o dall’animale che vive e vegeta nella mia casa. Dovete sapere, senza peraltro che sia per voi un obbligo che, da qualche tempo, ogni qual volta provo un’emozione o un particolare godimento, faccio le fusa, non potendo quindi nascondere il mio stato emotivo. Trattandosi inoltre di fusa piuttosto rumorose, questa mia peculiarità mi crea occasionalmente non pochi problemi…

Il gatto di casa che io chiamo Belfagor e che mia moglie Teresa chiama Pucci, ha notato di recente la mia stranezza, mi tiene d’occhio e sta cambiando il suo modo di fare nei miei confronti, è passato dall’indifferenza alla curiosità. A cena mia moglie mi ha servito un gustoso piatto di pasta e fagioli, che adoro, il rumore delle fusa cresceva a ogni cucchiaiata, per fortuna Belfagor si era messo vicino a me e mi copriva col suo miagolìo.
Teresa è piena di domande: «Che c’è Pucci? Che hai? Sei strano, perché miagoli? Hai ancora fame? Vuoi uscire?»
«Lascia che miagoli quanto gli pare, non mi pare che disturbi.»
La partita di calcio a Teresa non interessa e me la vedo da solo nel mio studiolo. Belfagor mi è venuto in braccio, dalla curiosità è passato a una affettuosità incalzante. Non era mai successo, il fatto mi inquieta e non so perché. E’ finita la partita, Belfagor con la coda e con una zampa, mi fa cenno di seguirlo. Andiamo alla porta, prendo le chiavi, mi chiede di accompagnarlo nel solaio, arrivati, apro la porta, accendo la luce. Mi siedo su di una vecchia poltrona, Belfagor mi fissa, ha due occhi magnetici, chi è stato costui? Chi è? Il re dei solai e dei sottotetti, mi gira intorno, fa le fusa ed io pure mi sto emozionando, facciamo un duo, mi gira la testa, mi salta in braccio e poi sulla spalla, mi morde un orecchio, il sinistro, sinistro in molti sensi. Svengo. La tragedia è compiuta.
Non so dopo quanto tempo io mi sia risvegliata, ma non ero più io, ero ricoperta di un morbido pelo grigioverde da giovane gatta striata: ero intontita, incredula, atterrita, come- perché- cosa mi era successo? Una doppia mutazione da uomo ad animale e come se non bastasse, cambio di sesso!
Era stato Lui, il malefico Belfagor?! Ridurmi così e mi gironzolava attorno con aria equivoca, anzi piuttosto chiara nell’equivoco. In due secondi mi saltò addosso e mi possedette, mio malgrado. Avrei voluto chiarire, sfogarmi, spiegargli che non potevo reggere quella vita, chiedergli di farmi ritornare come prima, ma non sapevo parlare il linguaggio gattesco, tra noi non c’era comunicazione, come mi diceva sempre mia moglie all’inizio della nostra vita coniugale, quando secondo lei, c’erano vari problemi da discutere. Ma era un altro tipo di incomunicabilità, avvertita solo dalle donne, che si sa, hanno un sesto senso e trovano sempre il modo di complicarsi e complicarci la vita.
Ritornando in quel presente ben più tragico: sarei pure rimasta incinta, mi pareva di impazzire, io, un maschio umano dominante ridotto a sottospecie animale e di genere femminile, da possessore a posseduta, era il peggio del peggio. Avrei urlato un rosario di bestemmie, ma non mi usciva niente più di un flebile ‘miao’. Quando rifiutavo il suo corteggiamento, mi ipnotizzava con gli occhi e con le moine e riusciva a fare di me ciò che voleva, salvo alcuni graffi andati a segno nonostante la mia inesperienza di vita felina. Una notte insonne, da incubo.
Cominciarono a filtrare le prime luci del giorno, Belfagor rientrò nell’ambito domestico, io non me la sentii di seguirlo, Teresa mi avrebbe comunque cacciata, forse a randellate, di un gatto ne aveva già abbastanza. Del resto non mi andava di mangiare, cercai nel prato qualche erbetta, che mi attraeva per il suo particolare odore, non so perché.
Fuori era freddo, tornai nel solaio, ma lo trovai chiuso. Ero disperata, cercavo di nascondermi, mi sentivo clandestina. Belfagor arrivò più tardi e mi accompagnò in un casolare abbandonato non molto lontano.
Andò a caccia di topi, era abilissimo, me ne portò un paio presi in poco tempo, di nuovo mi saltò addosso, ma pur essendo io in calore, pur essendo sempre stato affascinato da quel felino elegante e indipendente, e dico affascinato al maschile, riferito al passato, ora, da gatta, avevo altre cose per la testa, altro che l’orgasmo!
Maledicevo la mia sorte. Avevo perso ogni entusiasmo, il mio senso d’ironia, il mio distacco, niente appetito, non me la sentivo proprio di mangiare due topi crudi! Ripensai all’ultima cena, a quella zuppa calda di fagioli e mi sgorgarono due lacrime dagli occhi. Neanche con le papille gustative mi sentivo gatta, qualcosa in quella mutazione non aveva funzionato nel modo giusto, anzi più cose.
Fosse diavolo o mago, in ogni caso si era dimostrato inaffidabile. Lo avevo amato forse, il mio gatto di casa, ma amato come? Intesa da maschio a maschio? E se fossi stato io il felino potente e lui, una tenera gattina? Sarebbe stato possibile un legame?
Abbandonai subito ogni indagine psicologica, certamente non ne avevo le forze. Lo avevo ammirato, bello e seducente, ma il sentimento si era incenerito in pochi attimi. Benché assente, lui mi ritornava alla mente come fonte di guai. E mi chiedevo: ‘Quante reincarnazioni avrà vissuto? Nelle reincarnazioni si può cambiare sesso?’
Accidenti! Non ne sapevo niente, avrei anche potuto approfondire un po’ meglio quel tema, per cui nutrivo un vero interesse. Che ci fossimo già incontrati: io gatto e lui, padrona? Mi girava la testa. Forse anche per il lungo digiuno.
Lui di giorno rientrava nella comoda casa, nelle solite consuetudini e di notte tornava da me.
Aveva lasciato perdere la caccia ai topi, ora mi portava del pesce crudo, che mi andava giù un po’ meglio, ai bei tempi adoravo il carpaccio e la tartare e qualche ristorante specializzato in sushi, mi era doloroso parlarne al passato e ricordare la bella vita di un tempo recente e lontanissimo. Non so come lo pescasse, di certo non amava l’acqua, forse lo ‘pescava di frodo in pescheria’.
Una sera non venne, mi disse poi che non gli era stato possibile: fu una tragedia nella tragedia, tutti i maschi randagi del rione, mi saltarono addosso e abusarono di me, piccola, inerme gattina. Ne uscii nauseata e malconcia, sanguinante, con ferite lacero- contuse. Ero annientata. Ciliegina sulla torta: probabilmente ero pure incinta. Ero in uno stato di profondo disagio psico-fisico con la prospettiva di una nuova vita in me, due cose inconciliabili in qualunque essere vivente, conciliate solo forzosamente e miracolosamente, per non dire diabolicamente, nel ventre di una femmina.
Decisi di lasciarmi morire d’inedia, lucida e sicura. Anche Belfagor lo capì, quando venne a trovarmi e mi trovò spelacchiata e disfatta. Allora mi fissò da istrione, come la sera dell’inizio della mia tragedia sulla poltrona del solaio, mi gironzolò attorno e mi accarezzò coi baffi neri e poi mi morsicò, questa volta all’orecchio destro. E di nuovo svenni.
Alla luce del giorno mi ritrovai in quel casolare abbandonato e tetro, ma ero di nuovo io, un essere umano e di genere maschile. Ero male in arnese, debilitato, affaticato, ma felice e sereno. Mi incamminai verso casa: cosa potevo raccontare per non essere preso per un pazzo uscito dal manicomio? Suonai alla porta, Teresa mi squadrò perplessa e stupita: «Cosa ti è successo?»
Raccontai che ero caduto e avevo perso la memoria. Prima di abbracciarmi, mi preparò un bagno caldo e mi lavai dalla testa ai piedi. Poi mi presentò una tazza di tè e due pasticcini. Non avevo mai apprezzato tanto mia moglie, il suo modo di fare garbato e comprensivo, sempre partecipe, più che una moglie era una santa donna. Non sapevo se mi era sempre stata fedele, sapevo che, due corna, me le sarei anche meritate, comunque preferii non chiedermelo e pensare positivo, cioè positivo nel senso di negativo. Io mi sentivo cambiato come persona: non l’avrei mai più tradita, avrei collaborato nei lavori domestici, avrei lavato i piatti tutti i giorni, avrei pulito anche il ‘wuci’. Non avrei più cercato di fare il furbo, ce ne sono anche troppi in giro: l’onestà è il vero valore, di cui oggi c’è bisogno per rinnovare la società e il mondo in crisi.
Vidi una porta dischiudersi lentamente, mi apparve Belfagor nel suo alone di mistero. Avrei dovuto parlargli, ora che avevo riacquistato il mio ruolo e la mia voce, ma non era facile, le emozioni erano ancora troppo fresche e violente. Lui aspettava accovacciato vicino al divano. E allora gli dissi: «Non ti caccerò di casa, puoi restare, ma d’ora in poi ci ignoreremo a vicenda, ciascuno per la sua strada e non mi guarderai mai più negli occhi e non mi sfiorerai mai più con la tua coda.»
Fece alcuni piccoli passi avanti e indietro, sembrava indifferente, come al solito. Si fermò di fronte a me con solennità e alzò diritta la coda, forse era un assenso. Poi uscì dalla stanza. Fu l’ultima volta che lo vidi. Io e mia moglie vivemmo felici e contenti in attesa di qualche nipotino, senza né cani, né gatti per casa.
Solo di notte Belfagor ritornava a popolare i miei sonni travagliati da incubi e desideri.

Graziella Poluzzi

*

Nota dell’autrice
Il racconto è nato alla libreria Trame di Bologna nel marzo del 2010, in una serie d’incontri con l’autore, che in questo caso è stato Luciano Manzalini, ed è stato proprio lui che ha dato un Suo incipit, per chi desiderava ispirarsi e proseguire.

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