E’ IL TEMPO DELLE DONNE – Vittoria Ravagli: Il tempo di Roberta

roberta serenari

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Roberta Serenari è un’altra tra le “donne normali” che più stimo e che conosco da tantissimi anni. Un’altra sorella. Una delle prime che hanno fatto parte de Le Voci della Luna, allora “Arci Luna”.  E’ una pittrice affermata, ha avuto ed ha riconoscimenti importanti, le sue mostre indicano il livello alto cui il suo talento l’ha portata negli anni. Abita a Sasso Marconi. Di lei, oltre al talento,  mi pare sorprendente la semplicità, l’umiltà sincera con cui si rapporta agli altri e la generosità quasi imbarazzante, sempre disponibile com’è.

Cara Roberta, la tua pittura trasmette qualcosa di particolare. Attraverso i volti di donne, di bambine,  tu lanci messaggi, segnali.
Com’è nata la tua ispirazione? come sei diventata pittrice?

Da piccolissima il mio gioco preferito era imbrattare fogli di carta con colori ad acquarello, un talento da perfetta astrattista. La mia mamma fu la prima estimatrice e consulente artistica dei miei scarabocchi e, ogni Natale e compleanno della mia vita di bimba, ho avuto in regalo acquarelli e scatole di matite colorate poiché, se è vero che le colpe dei genitori ricadono sui figli, è stata lei a volermi trasmettere  la sua grande passione per la pittura.
Alle prime classi elementari, consolidata la mia piccola fama d’artista in erba, avevo il privilegio di fare grandi disegni alla lavagna, e la mia maestra mi mandava a disegnare anche nelle altre classi, magnificando  le mie qualità.
Poi all’età di 10 anni si presentò un momento decisivo,  un’apparizione: dopo un pomeriggio di giochi all’aperto, mi ritrovai nel salotto buono di casa di una mia amichetta  e qui, con enorme stupore, vidi su un cavalletto una grande tela dipinta, ancora fresca di pittura, da cui proveniva lo sguardo complice e suadente di una bellissima figura di donna a grandezza naturale realizzata con magnifici colori … ne rimasi abbagliata  …
Tornando a casa, pensai che la mamma della mia compagna di giochi era capace, solo con pennelli e colori, di creare la Bellezza, e in cuor mio si formò la nuova convinzione che avrei voluto, ad ogni costo,  seguire anch’io quella magia…

L’ho seguita…

Hai avuto periodi in cui le tue bambine sembravano dormire, c’erano nastri rossi a fermare passaggi, a indicare soglie…Le uova, i cappelli da uomo, le cravatte qua e là. Un paesaggio femminile con segni di presenze invisibili di uomo. Simboli.
Quali i più importanti?

Nello spazio della tela metto in scena  una specie di teatro.
Il faro di luce sul palcoscenico del dipinto è diretto alla protagonista del racconto, ma, nella commedia degli effetti, amo perlustrare l’inconscio in aspetti più nascosti…
E cerco di farlo in modo sussurrato, accennato, non gridato.
Per questo uso i simboli che sono un grande elemento di comunicazione… è quasi come  usare parole stando in silenzio.
L’uovo che è nascita e perfezione (un riferimento subliminale a Piero della Francesca), la tazza di porcellana, che è contenitore del latte dell’infanzia, nutrimento ma anche simbolo del ventre materno (ricordando Casorati) e poi simboli del maschile come cravatte o bombetta che è presenza di autorità e nel contempo assenza della figura paterna (omaggiando la metafisica  Dechirichiana) ecc…
Il simbolismo è antico ed è nato insieme alla pittura nelle caverne rupestri.
Ma non sempre serve alla pittura per chiarire concetti, al contrario a volte pone lo spettatore di fronte a rebus non risolvibili se non con interpretazioni soggettive. Serve a porre dubbi senza dare risposte..
Critici e addetti ai lavori dicono che la mia pittura si allaccia alla corrente pittorica  del  “Realismo Magico” del primo novecento italiano. Una pittura del reale sospesa in scenari immobili, in un’atmosfera d’incanto,  quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si proietta.
Credo sia vero.

roberta serenari- la città delle donne

la città delle donne - cm.150X150-2001+

roberta serenari- il bersaglio

serenari-bersaglio

 

– Le tue bambine sono diventate a volte donne, alcune come dietro una nebbia, come uscite da un sogno. Poi forte il segno che hai dato con ” la città delle donne” e di recente con  le sorelle, così vive e attuali, ritratti di figlie di un’amica comune, Rita: splendide, di una purezza raggiante.
Quanto “il dolore del mondo” entra nella tua vita, nella tua pittura?

Nella mia vita, che è quella di ogni donna comune che vive il suo tempo, sicuramente il dolore entra eccome,  e  soffro delle barbarie che ogni giorno vedo compiersi.  L’argomento principe della mia pittura è il femminile, difficile quindi supporre che il dolore ne sia escluso.               I due dipinti cui fai riferimento sono perfetti per indicare il significato e la ricerca del mio lavoro, ed il “Dolore”, se anche a prima vista non è così evidente, è presente eccome!.
Nella  “CITTA’ delle DONNE” (olio su tela 2001) che hai citato, per esempio, con colori suadenti e nella luce luminosa, è descritta una piazza dove donne in  libertà sembrano passeggiare ed incontrarsi.  Ma, a ben guardare, quello spazio ameno è delimitato, nel fondo del dipinto, da mura quasi invalicabili, un confine che ne fa un’isola solitaria in un mare sconosciuto dove le protagoniste hanno limiti e costrizioni ed ognuna è concentrata a riflettere la sua storia di vita, consapevole o no della propria condizione, del proprio destino…
Altro esempio di “dolore” è il descrivere la bellezza e l’innocenza che diviene bersaglio del Male..  Nel dipinto “IL BERSAGLIO” (olio su tela  2007) infatti,  in colori accesi e apparentemente festosi, una splendida bambina  immobile apre il suo vestitino rosso in  atteggiamento di vanità, inconsapevole d’essere il bersaglio di una società dove anche il “maschile” può assumere aspetti aberranti.
Poi “LUNA PARK” (olio su tela 2011) un dittico, dove un re con  la corona di carta esprime, attraverso il suo sguardo altero e abbagliante, il proprio potere maschile sulla levità dell’innocenza.
Il dipinto più recente invece, cui fai riferimento, s’intitola “LE IMMUTABILI” (olio su tela 2015) dove due bambine (nella vita reale sorelle) in atteggiamento di affetto e amicizia  sono in attesa del tempo che dall’infanzia le porterà nel tempo adulto che verrà.  Sono “congelate” sulla tela in un istante immobile, mentre nel piatto che le affianca l’unico cibo per loro sono i petali bianchi  del fiore della loro innocente perfezione. Il tema vero, che sta dietro a quelle bambine, è il Tempo.
Ho la pretesa, dipingendo, di voler dilatare per l’eternità l’istante che occupa uno spazio stretto e breve… Cerco di spiegare un enigma che è la magia del tempo perduto, ritrovato, ora intatto ma destinato a corrompersi. Voglio indagare quell’Eden perduto nel cono d’ombra che ognuno ha dentro di sé,  giocando con Nostalgia e Utopia…forse…

– Questo tuo lavoro così importante che ti tiene – e tu lo vuoi – un po’ segregata dal mondo nella tua casa tra il verde, per poi uscire tra la folla delle mostre, è stato ostacolato dalla tua famiglia?

Già ho spiegato come mia madre sia stata la mia vera “iniziatrice” alla pittura. Una rivalsa credo, poiché, a suo tempo,  a lei fu negato diventare pittrice, ritenuto un mestiere non adatto a “signorine per bene”…A mia volta, nonostante un “imprinting” così forte e la passione, volendo io proseguire in studi artistici, mi ritrovai invece iscritta, da mio padre,  alle magistrali  anziché al liceo artistico… (allora le classi magistrali alle Laura Bassi di Bologna erano esclusivamente femminili…)
Poi, sposata giovanissima, ho avuto subito bambini, quindi le mie aspirazioni al sogno della pittura sono passati in second’ordine.   Quando i figli erano piccoli, è chiaro che avevano la precedenza su tutto. Ma noi donne siamo brave a moltiplicare il tempo che non abbiamo… Quando portavo uno a scuola e l’altro all’asilo, mi ritagliavo uno spazio minimo tra fare la spesa e cucinare per disegnare o dare qualche pennellata  in spazi assurdi e limitati come lo sgabuzzino vicino la cucina, alzandomi di continuo per girare il sugo e tenere d’occhio l’orologio per l’ora del pranzo… E’ chiaro che in queste condizioni  nessun progetto o ricerca pittorica può avere  futuro. Ma non potendone fare a meno, me lo facevo bastare. Poi i figli sono cresciuti e anche il tempo a mia disposizione. Ho iniziato a dipingere in modo professionale, che vuol poi dire ogni giorno con le classiche otto ore d’ufficio,  solo quando ho potuto permettermi d’avere la famosa “stanza tutta per Sé” declamata da Virginia Wolf.

 

roberta serenari- luna park

serenari-luna park

roberta serenari- le immutabili

serenari -le immutabili

 

– I tuoi figli maschi come lo vivono?

I miei figli sono grandi ora, giovani uomini con la loro vita. S’interessano a me perché mi amano. Della mia pittura sono quasi gelosi.  Se un quadro scompare dal mio studio perché venduto, sembrano come soffrire del fatto che qualcosa che è nato dalle mie mani sia andato per il mondo, se ne sentono privati.

– Parli con loro – i tre uomini della tua vita – del fuori, delle donne, del rapporto uomo-donna, della dolorosa  lentissima emancipazione reale all’interno della società, ostacolata con ogni mezzo possibile?

Avere figli maschi è una grande responsabilità…cercare di formare uomini, che saranno poi compagni e mariti e padri futuri a loro volta..
Ero così giovane quando li ho avuti,  quasi una bambina io stessa, e avevo un’incosciente speranza verso la vita che era fortissima, e siamo cresciuti insieme. Ho fatto bere loro nella tazza del latte tutte le mie scoperte, illusioni, speranze, e sono stata io stessa lo specchio di femminilità che hanno conosciuto. Non so se sono stata una brava educatrice, ma vedendo ora il risultato direi che il mio compito è stato buono, sono uomini leali e rispettosi anche e soprattutto nei confronti dell’universo femminile.
Per quello che riguarda mio marito il discorso è a parte… anche lui si è dimostrato geloso,  ma non della pittura in quanto tale, ma del mio tempo dedicato ad essa … e ritiene superfluo (quasi un’offesa personale) che alla porta del mio studio, che è al piano superiore della nostra abitazione, sia necessario suonare un campanello per accedervi…

–  ci siamo dette, spesso anche pubblicamente, col gruppo Gimbutas, delle artiste dimenticate, delle tante mogli, sorelle figlie di cui non si è voluto dare conto, lasciate indietro cercando di cancellarne le tracce: uomini che si sono  impossessati del loro lavoro, della loro arte, che a volte le hanno  chiuse nei manicomi per farle sparire materialmente.  Difficile negare per gli uomini.

E’ una costellazione, una moltitudine di talenti femminili ignorata e messa da parte volutamente. C’è bisogno di parlarne, per fare riemergere ingiustizie e ristabilire equilibri…
Il femminile nell’Arte…come in altri ambiti di lavoro, quanta fatica è costata e costa alle donne?

A questo proposito voglio raccontare un piccolo aneddoto personale.  Avevo 16 anni, dipingevo da autodidatta e mi presentai allora ad un’associazione importante di Artisti Bolognesi molto nota in città, per cercare di essere accettata come iscritta. Varcai, con timidezza,  la soglia di questo grande  portone, e mi trovai in un ambiente fumoso e scuro. Inutile dire che gli esaminatori erano solo uomini, io li vidi “vecchi”…Mi sentivo così piccola, ma un po’ di sicurezza mi veniva dalla cartella che stringevo sottobraccio, piena di disegni e qualche tavoletta ad olio. Fui guardata con sufficienza, poi, esaminando il mio lavoro, sentii dirmi questa frase, quasi con tono di sorpresa: “….dipinge come un uomo…”
Nelle intenzioni dell’esaminatore questo voleva essere un complimento forse, ma io provai un sentimento fortissimo di offesa e d’ingiustizia… Non ero un uomo e nemmeno una donna…dipingevo bene, punto e basta.  Ma credo che ogni donna, nel proprio lavoro, sia costretta in qualche modo a dimostrare di essere brava non come un uomo, ma molto di più se vuole avere credito da una società che ancora usa stereotipi…che fatica.

roberta serenari- in studio

in studio

 

– Il tuo viso sereno ti fa sembrare senza età. Ti ho vista anno scorso nelle classi a Borgonuovo, dove ti avevamo invitata con le Donne di Sasso a tenere un laboratorio di pittura con i bambini. Sembravi felice con loro, bravissima, professionale, incalzante e coinvolgente, lo sguardo luminoso…Ti ho guardata da in fondo alla classe ed ammirata, sinceramente. Ti è piaciuta quell’esperienza?

Mi hanno sempre detto che ho un’espressione sempre un po’ seriosa, e forse è vero… ma certamente non era così quella mattina quando,  in mezzo a quei bambini, sentivo il dovere e la gioia di renderli partecipi di una piccola parte di conoscenza del mondo che amo, quello dell’Arte. Vedevo i loro occhioni attenti e interessati ed era così gratificante per me. Bisogna avvicinare i bambini all’Arte, non  releghiamo questo aspetto così importante per la crescita e la conoscenza di ciò che la parte migliore dell’uomo ha fatto nella storia dei secoli….ricordiamoci che la Storia non è fatta solo di guerre..

– Nella nostra vita di donne c’è la cura come fatto naturale, un po’ come il parto, come il volontariato…Quando ci siamo raccontate tante volte delle nostre vite ti ho sempre sentito parlare di persone che tu aiutavi, seguivi, di cui ti prendevi cura oltre alla tua famiglia ristretta. Eppure di lavoro ne avevi, ne hai già tanto. Come vivi questo aspetto del tuo fare?

Questa domanda m’imbarazza un po’ e ti darò una risposta breve Vittoria:  non so restare impotente dinnanzi al dolore, devo dare una mano…

– come possono fare le donne, secondo te, per compiere  qualche reale  passo in avanti, per essere considerate essere umani tanto quanto gli uomini?

Le donne hanno già fatto dei passi, ma non basterà mai se non saranno anche gli stessi uomini a farne.  E’ giunto il momento di un cambiamento, sarà lungo ed estenuante, ma ancora una volta il cambiamento degli uomini sarà opera delle madri, solo loro possono trasformare un maschio in un uomo che possa essere compagno e non padrone della donna. Quindi vedi…torniamo al punto di partenza, dobbiamo lavorare ancora noi…

– Anche a te Roberta chiedo di scegliere una poesia da regalarci, una poesia che ti ha detto molto ed ancora ti dice…

Ce ne sono tante, ma proprio di recente mi sono imbattuta in questa poesia di Milo Rossi, che risponde perfettamente a ciò che sento e cerco di esprimere attraverso la mia pittura:

“Fate piano.
La bellezza
turba il cuore
e lo smarrisce.
Fate piano,
che anche la perla
nella conchiglia
è frutto di un dolore.”

 

– Ti ringrazio per questo incontro amichevole e franco che permette anche ad altri di conoscerti un poco, al di là della pittura.

Vittoria Ravagli

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Roberta Serenari – www.robertaserenari.cominfo@robertaserenari.com

Nata a Bologna,  vive e lavora a Sasso Marconi (BO). E’ un’autodidatta. La dote naturale di attitudine al disegno dell’infanzia si arricchisce negli anni con  lo studio approfondito della pittura ad olio e della storia dell’Arte, avendo come unico maestro lo sguardo attento e appassionato per le opere del passato e contemporanee viste nei musei e nelle gallerie del mondo. La sua pittura ha la vocazione di condurre ad una riflessione intima, dove prevale una presenza femminile dotata di una misteriosa fascinazione. Protagoniste infatti sono spesso bambine bellissime con sguardi austeri ed algidi, sospese tra scenari metafisici e riferimenti simbolici che ci conducono alla ricerca del sorprendente mistero del “passaggio”, del tempo fugace, del  senso dell’attesa e del  temuto cambiamento.
I titoli delle mostre personali che seguono negli anni riflettono questo tema preferito. Sono infatti: “In cerca di Alice”, “Prima colazione”, “Caro papà”, “Ho ucciso Biancaneve”, “Teatro intimo”, “Nelle molte stanze”, “Rosa-Rosae”,  “Ma-Donne”, “Incanto e incantesimo”, ecc…
Numerose  le esposizione in collettive e personali dal 1982 ad oggi,  tra cui figurano la Galleria Forni  e la Galleria Ariete di Bologna, il Leudo di Genova e la Davico di Torino, e poi :
Nel 2004 viene scelta da Vittorio Sgarbi per la partecipazione alla mostra “Morbidamente Donna” presso lo Showroom di Elena Mirò (MI), e da Giorgio Celli nel 2007 per “L’eterno presente dell’infanzia” nella chiesa di S.Apollinare a S.Giovanni Persiceto (BO).
Nel 2010 viene invitata a partecipare al “Mito del Vero- Il ritratto e il volto”a Palazzo Durini (MI) e nello stesso periodo partecipa a ”I guardiani dello spirito” alla Fortezza di San.Leo (RN).
Nel 2011 è invitata da  Vittorio Sgarbi a partecipare alla 54° Biennale di Venezia per il Padiglione Italia sez. Emilia Romagna a Palazzo Pigorini di Parma con l’opera “Luna Park”.
Nel 2012 partecipa alla collettiva al femminile “A proposito di Donne” alla galleria Conarte di Savona, e  è invitata ad “Apokalips”al Grattacielo Pirelli di Milano.
Nel 2013 partecipa ad “Iconica” alla galleria RezArte di Reggio Emilia a cura di Francesca Baboni.
Nel 2014  Mari Montagnani la invita al Palazzo Mediceo di Serravezza (Lucca) per la mostra “Essere(E) Mistero”
Nel 2015 è invita dall’Istituto Italiano di Cultura del Cairo all’esposizione “Immagini e Parole” (incontro tra poesia e pittura) poi presentata anche  all’Accademia d’Egitto a Roma.
Nel 2016 espone a Fiuggi, alle Terme di Bonifacio una personale antologica, “Tra inconscio e intenzionalità” a cura di Giovanni Stella,  con i dipinti degli ultimi 16 anni.
Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche come il Museo di Cà La Ghironda (BO), il Museo di Logudoro (SS), la Quadreria dell’Arcispedale Sant’Anna di Ferrara,  la collezione dell’Hotel Albornoz di Spoleto  e la Collezione  Permanente di Costa Crociere sulle Navi Costa Deliziosa e Costa Fascinosa.

 

roberta serenari

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DICONO DI LEI

Tra le tante recensioni ne riporto una che sento  particolarmente interessante, è di Maria Rita Montagnani.

ROBERTA SERENARI : DELL’INFANZIA COSMICA

Roberta  Serenari è artista- pittrice di mondi paralleli e sotterranei, la cui luce di sghembo ama ritagliare nel mistero le sue figure dalla chiara oscurità.
Figure femminili come icone del mondo al di là del mondo, ognuna delle quali è un cesello d’ombra su un clamore di velluto. Esse sono più propriamente, creature dell’ “infanzia cosmica”, ovvero quello stato della mente che proietta una luce soffusa tra le opache ombre delle cose e del mondo. Provengono dall’Albedo, quello stato nascente non tanto della coscienza, bensì di quell’indefinibile irrealtà che diventa a poco a poco visibilmente reale. Non parlano, ci interrogano. Non dicono, ci ascoltano.  Ci attirano nel loro regno affinché possa farsi strada in noi la rischiarata possibilità di una giovinezza eterna, di una perenne incontaminata bellezza.  Ultimo rifugio e conforto in un mondo sempre più offuscato e obnubilato dalla mediocrità e da uno sconfortante materialismo.
La Serenari dipinge l’inconoscibile attraverso forme conosciute o che crediamo di conoscere, ma queste figure misurano la distanza tra noi e il nostro inconscio e, con la loro bianchezza, con il loro apparente candore, sottolineano il nostro essere irrazionale e la nostra appartenenza alla radice dell’ignoto.
Che siano dèe, streghe o bambine, stanno tutte raccolte in una nicchia di altera inafferrabilità, eppur vissute, eppur segnate da una vita estranea e
farneticante, ma sempre inalterabili da alcunché di umano e di terreno.
Impenetrabili e indecifrabili, vegliano i nostri sogni inquieti, visitano le nostre notti come succubi bisognosi di dedizione e di totale devozione, o come visioni sublimi ma ingannevoli e non importa se irrompono dentro i nostri pensieri come un incubo, perché esse portano con sé lo stigma della nuova coscienza, della profonda lucidità psichica.
Come vere personificazioni del femminino esse incarnano la potenza immaginifica dell’archetipo cui appartengono e che agisce su di noi con il potere soverchiante dell’inconscio. Sono sovrane del metaxy, del regno di mezzo, e come tali portano dietro di sé lo strascico di una regalità severa ma scintillante, lasciando nel loro passaggio tracce di numinose presenze, di strani fremiti della mente.
Così il realismo magico della Serenari ci pone subito in contatto con la nostra alterità, e con le sue inquiete epifanie, con le sue inspiegabili immanenze, rende il non-detto più gravoso e persistente di un grido.
E in quell’apparente immobilità che “muove”si agitano tutte le larvate forme dell’immaginario, dal doppio al suo fantasma, e tutto ciò che non trova più spazio né collocazione nella nostra limitata razionalità. 
E come ogni archetipo anche il Femminino di Roberta Serenari , addita e ammicca ad una salvezza, quella capacità illuminante di perdersi in qualcosa di eterno – nella bellezza e nell’anima – senza dover e poter più ritornare come e ciò che si era prima. Roberta sa che ad ognuna delle sue figure, la musa dà la forma e che l’Angelo la illumina, ma non sa che ciò che anima questi personaggi, è al contempo la proiezione di ciò che essa stessa possiede di più sfuggente ed enigmatico.

roberta serenari

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