Alessia Bronico: Le “compressioni” di Stefano Bombardieri

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«Ogni cosa finché dura porta con sé la pena della sua forma, la pena d’esser così e di non poter essere più altrimenti».
L. Pirandello

 

Gare 82, ex casa cantoniera ristrutturata allo scopo di diventare spazio espositivo da un’idea di Ettore Marchina. Siamo a Brescia dove ha luogo la personale di Stefano Bombardieri, DRUMMA, con la curatela di Anna Lisa Ghirardi.

Bombardieri, noto scultore bresciano, propone alcune opere del suo ultimo percorso artistico ed una nuova versione di un’installazione datata 2010: I don’t like a Rolling Stone. Seguono Gabbie, Compressioni e Drum-ma. Non sono un’esperta d’arte, né mi sforzo d’esserlo, semplicemente fruisco delle opere mettendo a frutto la mia sensibilità estetica.

Ho visitato, ho guardato, ho percepito e ho scelto la mia gabbia. Il filo conduttore delle opere esposte può essere rintracciato nel tentativo, riuscito, di offrirci la visione contemporanea di un uomo precario, solo, che ha perso la capacità di comunicare. Che assurdità, penserete. Viviamo nel mondo globalizzato, che ha distrutto i confini, che grazie ad  internet e voli low-cost ci offre l’opportunità di essere ovunque, in poco tempo e spesso a costi irrisori. Ma è davvero così? No. Io credo di no. Semplicemente la gabbia si è allargata, e dove prima si stava in dieci ora si sta in centinaia, nell’illusione di aver conquistato un pezzo autentico del pianeta. Come scrive la Ghirardini: «Nella mostra domina il silenzio, perché l’azione è solo immaginata, in quanto latente, in potenza, ma non ancora espressa». È così per la pietra sospesa e tenuta da puntelli in I don’t like a Rolling Stone, nelle sbarre che trattengono in Gabbie, nel suono sordo della batteria coperta di piombo in Drum-ma. Silenzio che sta all’opposto di comunicazione. Non-azione come rifiuto del soggetto comunicante.

 

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Io mi sono innamorata di Compressioni: figura della classicità greca, di cui Bombardieri ci propone solo la testa, chiusa in una struttura di vetro e creata in spugna, materiale assolutamente contemporaneo. La figura che si sviluppa in quattro fasi termina in una compressione che cancella il volto, ne annulla le fattezze. E se rompessimo la gabbia di vetro? La spugna tornerebbe a riprendere le sembianze originarie. E se rompessimo le nostre gabbie? Forse torneremmo ad esistere. Stefano Bombardieri ci mette sotto il naso l’esistenza sospesa e vuota dell’uomo di oggi che tutto possiede ma nulla trattiene, consumatore compulsivo, malato di solitudine in un mondo sovraffollato. Le gabbie non sono mai sparite si sono solo perfezionate, sono diventate più preziose, luccicanti. Forse, non sappiamo o non possiamo fare a meno delle gabbie o delle forme, per dirlo alla pirandelliana maniera. Quando sentiamo il peso della solitudine e dell’alienazione tentiamo di evadere dalla forma in cui siamo imprigionati, come Mattia Pascal, protagonista di un famoso romanzo, ma sembra che tutti, nonostante gli sforzi siamo destinati al ritorno in essa.

È sicuramente un percorso filosofico quello che ci propone lo scultore, che sa ben indagare dentro se stesso per guardare fuori di sé.

 

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Io sono così

Quando tu riesci a non aver più un ideale,
perché osservando la vita sembra un enorme pupazzata,
senza nesso, senza spiegazione mai;
quando tu non hai più un sentimento,
perché sei riuscito a non stimare,
a non curare più gli uomini e le cose,
e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi,
e l’occupazione, che sdegni
– quando tu, in una parola, vivrai senza la vita,
penserai senza un pensiero,
sentirai senza cuore –
allora tu non saprai che fare:
sarai un viandante senza casa,
un uccello senza nido.
Io sono così.

Luigi Pirandello

 

Alessia Bronico

**

Riferimento in rete
https://www.artsy.net/artist/stefano-bombardieri

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