MA CHE CAPPELLO MI PRENDE? – Adriana Ferrarini

Panama a Venezia, ovvero i viaggi di Giuliana Longo, da calle del Lovo all’Ecuador

 

C’è un posto che non ha eguali sulla terra…
Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie mistero e pericolo.
Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio.
E per fortuna… io lo sono!

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cappello 1

mille ore di lavoro per creare questo cappello

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Per entrare nel paese delle meraviglie di Alice basta infilarsi in una delle strette calli che da Rialto portano a San Marco e mettere il piede nel negozio di Giuliana Longo, cappelleria di lunga data, di cui tutti i gondolieri veneziani portano in testa orgogliosi il cappello: lì tra tricorni, pagliette, cloches, fedore, feluche e pamele c’è da perdere la testa. Ho scovato il suo negozio seguendo una passione illogica e potente per i cappelli e grazie a lei ho scoperto la bellezza dei Panama. Che in realtà non dovrebbero chiamarsi così ma, si sa, gli errori sono difficili da correggere.

I cappelli mi affascinano quanto più sono inutili, non servono a ripararsi né dal sole né dalla pioggia e nemmeno a dichiarare il proprio status sociale, sono un mero prodotto dell’ingegno umano, della sua fantasia e abilità. E più ancora mi affascinano le storie che da sotto un cappello prendono vita.

Oh, certo, dietro a ogni cosa si nascondono universi di storie. E dietro poi alle cose da vestire, che sono a diretto contatto con il nostro corpo, ci contengono, ci segnano, ci distinguono, quanti mondi! Ci sono i mondi, spesso insondabili e sconosciuti, da cui i capi di vestiario provengono e i mondi futuri che quegli stessi oggetti ci promettono e non sempre mantengono. Ma i cappelli, come forse solo le scarpe, hanno qualcosa di speciale: basta un cappello e hai un personaggio, come mostra con arguta eleganza il designer Federico Mauro nella sua serie Famous hats.

 

cappello2

Al Capone, che possedeva molti Panama, fece venire dall’Ecuador un tessitore perché li facesse apposta per lui.  

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Alla Marguerite di “L’amante” M. Duras è sufficiente un cappello rosa, con la tesa piatta e il largo nastro nero, un cappello da uomo, per dire: “me lo metterò sempre, ormai posseggo un cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono più”.  Allo stesso modo Tuffy Webb, il giovane protagonista del racconto di E. Caldwell, “Il cappello nuovo” – in inglese “A Day’s Wooing”- con in testa il nuovo e costoso cappello di paglia, sente di avere il mondo in pugno. Salvo poi riscoprirsi impacciato e inconcludente come sempre davanti alla donna amata. I cappelli illudono, ingannano, promettono invano: come il cappello, simile a quello di Rembrandt, che lo scorbutico e insignificante pittore del racconto di B. Malamud “indossa come una corona di fallimento e speranza”.

Un tempo i cappelli avevano anche un altro compito, afferma la scrittrice irlandese C. Dunne in “Ditelo con un cappello”, descrivendo la foto di fine ottocento in cui sua nonna siede impettita con il corpo stretto nel busto: ”Il magnetismo della foto sta tutta nel cappello. Proclama il suo status sociale e la posizione professionale di suo marito, più esplicitamente di qualsiasi discorso”. E poi arriva la descrizione, “un manufatto enorme, pieno di frutti colorati e di alte piume ondeggianti, e almeno un uccellino deve aver nidificato nei nebbiosi recessi dei suoi molti metri di tulle”.

All’epoca in cui il cappello era un segno di distinzione, gli uomini, entrando in chiesa, se lo cavavano.  In segno di umiltà. Per lo stesso motivo le donne si coprivano il capo. Stranezze del mondo! Sempre in segno di rispetto, gli uomini levavano il cappello o, nella contrazione del gesto, si portavano le dita alla tesa, incontrando una donna o un superiore. (H/t  dicono gli inglese che hanno il dono della sintesi e così twittano per complimentarsi con qualcuno).

Oggi viviamo in epoche per fortuna più libere, in cui il cappello non è più una forma di costrizione, ma un capo utile per ripararsi dalla pioggia, dal sole, dal freddo, oppure un oggetto con cui giocare, inventarsi un’identità o nascondersi, o anche tenere gli altri a distanza, come Isabella Blow, musa dello stilista di cappelli Philip Treacy, icona internazionale di stile, morta suicida come il suo grande amico, lo stilista Alexander McQueen. Fu lei stessa a dire che indossava quei cappelli “per mantenere le persone lontane da me. Mi chiedono: posso darti un bacio? E io dico no, grazie. Ecco perché indosso cappelli.” E ha indossato capelli favolosi, cappelli che solo la mente surreale di un cappellaio matto come Philip Treacy poteva inventare, e che solo una donna originale, un’artista come lei, poteva amare.

 

Isabella Blow con una creazione di Alexander McQueen

  Isabella Blow con una creazione di Alexander McQueen

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Ecco, quando ho deciso di parlare di cappelli, è a questi che pensavo, a quei cappelli impossibili che trasformano un essere umano in un creatura mitologica o fiabesca e ci portano in una dimensione fantastica, schiudendo mondi. Veevera in un articolo apparso su Carte Sensibili mesi or sono, mi aveva incantato con cappelli siffatti, le creazioni  di  Carl Bengsston.   

Ma poi sono entrata nel negozio di Giuliana Longo, negozio storico di Venezia, eho scoperto la storia di un cappello che non avrebbe mai attratto la mia attenzione, niente di civettuolo né di allettante o fantasioso, un cappello perlopiù maschile, uguale da sempre, da cent’anni o forse mille o forse più. E ancora una volta ho constatato come proprio dietro alle cose più semplici, anzi meno appariscenti, si nascondano le storie più interessanti.

 

vetrina

il negozio di Giuliana Longo situato fra Campo San Salvador e Campo San Luca, è inserito nella facciata laterale della Scuola Grande di San Teodoro progettata da Longhena nel 1650

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Parlo del Panama, un bene così prezioso che nel 2012 l’Unesco lo ha dichiarato patrimonio dell’Umanità; in effetti questi cappelli che, nonostante il nome, vengono tutti dall’Ecuador, rimandano addirittura agli Inca. I colonizzatori spagnoli nel 1500 rimasero così colpiti da quegli insoliti tessuti, tanto leggeri, da pensare fossero pelle di pipistrello, tuttavia è solo con il taglio del canale di Panama ai primi del novecento, che quel copricapo, indossato anche dal presidente americano T. Roosvelt, si impose all’attenzione di tutto il mondo e da allora non riesce più a scrollarsi di dosso quel nome fittizio.

Pochi sanno che, in realtà, solo sulle coste dell’Ecuador cresce la palma Carla Ludovica, dalla cui fibra nascono questi famosi cappelli, detti anche jipijapa, e che solo qui si è sviluppata quest’arte preziosa.  

Giuliano Longo, che è lei stessa modista e ha creato cappelli di tutti i tipi, da vent’anni ogni anno va a in Ecuador per sceglierli. Cinquanta ore di viaggio all’andata e cinquanta al ritorno per comprare direttamente dagli artigiani del luogo e non doversi sottomettere a intermediari che sovraccaricano il prezzo a danno dei lavoratori. Quegli stessi che avrebbero voluto appropriarsi del marchio Montecristi, se una legge ecuadoregna non glielo avesse impedito: Montecristi, oltre a essere la città da cui provengono i migliori jipijapa, è anche la montagna che sovrasta la città stessa e il nome di un monte in Ecuador non può diventare il nome di un marchio, perché bene geografico. Per fortuna.

Così mi racconta Giuliana che con entusiasmo parla del paese sudamericano. “In questi vent’anni ho visto molti artigiani locali lavorare ricurvi sulle forme. Ma riesco ancora a stupirmi che siano esseri umani a crearli. Due sono i luoghi di fabbricazione: Montecristi dove lavorano solo uomini, con le mani lisce, sottili e con pollici dalle unghie lunghissime per tagliare in due, tre, addirittura quattro parti, i già esili filamenti della palma da cappello; a Cuenca sono invece le donne a lavorare, aggregate in cooperative che portano al riscatto sociale, all’indipendenza economica e all’emancipazione femminile. Le mani delle donne sono provate dai lavori manuali e domestici, hanno dita più grosse e ruvide degli uomini. E’ interessante vedere come in base al loro vissuto cambia la tipologia del prodotto”.

 

tessitrici

tessitrici al lavoro a Cuenca, terza città dell’Ecuador per numero di abitanti, posta a 2.500 m. di altitudine

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Ovviamente più la lavorazione è sottile, più perizia e più ore di lavoro richiede. Nella foto in cima all’articolo uno tra i panama più fini che sia mai stato intessuto: se tutti i partono da una lavorazione centrale a cerchi concentrici, in questo caso ci vuole la lente di ingrandimento di un gioielliere per contare i giri intessuti a spina di pesce, più di mille in un centimetro quadrato. Un lavoro che richiede una concentrazione assoluta: “quando lavori alla tessitura di una cappello così fine”, ha detto l’autore del cappello a Roff Smith, il giornalista del National Geographic che lo ha intervistato, “la tua mente non può distrarsi nemmeno un secondo; quando tessi, al mondo non c’è altro che tessitura e paglia.”

 

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immagini della lavorazione di un cappello Montecristi – http://www.brentblack.com/

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Insomma dietro a un Panama, ci sono ore di vita di esseri umani, nel caso dei Montecristi, ore e ore di lavoro solitario e intento, nel caso dei Cuenca ore di lavoro condiviso tra donne in fila o in cerchio, che tessendo mettono in comune storie e preoccupazioni. Da questo viene la bellezza dei Panama. Questo di loro mi ha conquistato.

Certo costano. Ma…

Mentre ero nel negozio di Giuliana Longo che con la sua gentile affabilità mi ha fatto innamorare dell’Ecuador e dei suoi tessitori di cappelli, è entrata una signora in cerca di un Panama da regalare, insieme ad altri, a un collega che va in pensione. Che bella idea, ho pensato, come regalo per una vita di lavoro, il lavoro di una vita!

 

 le mani di Simon Espinal, un grande tessitore di Panama al lavoro

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In calce segnalo alcuni dei numerosi siti che parlano del negozio di Giuliana Longo e della lavorazione dei Panama.
In primo luogo il suo, www.giulianalongo.com, quindi:
http://storiedichi.com/giuliana-longo/ (Interessante Magazine digitale dedicato ad artigiani, artisti, agricoltori, creativi e innovatori)
http://www.veneziadavivere.com/city-guide/giuliana-longo-cappelli-fashion-artigiano-moda-modista-venezia-panama  (guida creativa alla città contemporanea pubblicata per la prima volta nel 1998 in versione cartacea e dal 2001 in versione web)
http://www.brentblack.com/pages/national_geographic.html
(un articolo del giornalista  Roff Smith apparso sul National Geographic,  novembre 2005)
http://www.npr.org/sections/goatsandsoda/2015/08/08/340682706/hes-just-woven-the-worlds-finest-panama-hat-but-who-will-buy-it (articolo del giornalista americano Roff Smith su Simon Espinal)

Le citazioni letterarie sono tratte dalle seguenti opere:

Marguerite Duras “L’amante”, Feltrinelli, 1985 (trad. L. Prato Caruso)
Erskine Caldwell, “A Day’s Wooing” in “The stories of Erskine Caldwell”, Open Road media, 2011 (trad. dell’autrice)
Bernard Malamud, “Il cappello di Rembrandt”, Einaudi , 1975 (trad. D. Migone)
Catherine Dunne “Ditelo con un cappello”, da “33 scrittrici raccontano. Seconda pelle” Feltrinelli, 2001 ( trad. S. Cherchi)

 

Adriana Ferrarini

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4 pensieri su “MA CHE CAPPELLO MI PRENDE? – Adriana Ferrarini

  1. Mamma mia quante storie, quanti intrecci, dentro un cappello. Ecco perché si può diventar matti… Evviva i matti! Grazie Adriana, un’altra scoperta, dopo il bisso della preziosità del dettaglio.

  2. Cara Elianda insieme condividiamo il piacere della ricerca e della scoperta e questa messa in comune delle nostre indagini per sentieri diversi, la chiamerei “il nostro potlach”. Un bel dono che ci facciamo a vicenda.

  3. non solo a vicenda, ci sono molti che passano e non fiatano ma leggono, guardano e restano catturati da quanto porti in luce dal tuo scavo, non solo attorno ma dentro, per quel lavoro profondo che è il domandarsi come, in quale modo tutto questo si faccia nostro…mondo. Grazie. ferni

  4. Certo, carissima Fernanda, questo tuo blog CARTESENSIBILI è proprio questo, un grande potlach dove ognuno mette in comune il suo mondo per scambiarlo e per nutrirsi di altri mondi. E non so quale magia hai inventato ma ogni volta che lo apro rimango ammirata davanti alle immagini ogni volta diverse e sempre bellissime che sai scovare.

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