INTERSEZIONI- Cristiana Pagliarusco: Emi Mahmoud, un Arcobaleno per il Mondo

emi mahmoud

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Originaria del Darfur, Sudan, Emtithal (Emi) Mahmoud è una giovanissima studente di Antropologia e Biologia Molecolare presso l’Università di Yale, negli Stati Uniti. Coltiva fin da bambina la speranza di poter un giorno migliorare radicalmente le condizioni sanitarie di madri e figli nei paesi più emarginati e svantaggiati del mondo, come il suo Darfur. Emi è anche poeta e attivista. Il 10 ottobre 2015 ha vinto uno dei riconoscimenti più importanti per la poesia internazionale, l’Individual World Poetry Slam Champion, che si tiene annualmente a Washington D.C. radunando i migliori poeti del mondo, mentre nel marzo del 2016, a Brooklyn, ha vinto il concorso Women of the World Poetry Slam.
Emi è impegnata anche nel Yale Refugee Project (http://yalerefugeeproject.strikingly.com/) e contribuisce a iniziative di ricerca internazionali. Al campus insegna “spoken poetry,” una forma di poesia orale, parlata, molto spesso accompagnata da performance musicali o di danza. Grazie a genitori da sempre impegnati attraverso la scrittura a condannare il genocidio della propria gente, Emi ha fatto sentire la sua voce recitando poesie atte a svegliare le coscienze circa le terribili situazioni in cui il suo paese e molti altri stanno versando. Emi collabora con molti artisti in una politica di relazioni che contribuisce a far conoscere le molteplici espressioni a cui l’umanità può fare rifermento nella denuncia e ribellione alle atrocità del mondo.
Seppure ancora in attesa di pubblicazione, le sue poesie e le registrazioni delle sue performance abitano la comunità virtuale della rete che continua a sottolineare la forza della sua poesia.

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Tra le poesie che si possono ascoltare e vedere in rete, ho scelto “The Colors We Ascribe.” Straziante, commovente e necessaria, la poesia racconta degli orrori della guerra (in Darfur e ovunque) che Emi non può dimenticare soprattutto dalla sua prospettiva di privilegiata in cui si trova negli Stati Uniti con la sua famiglia dopo essere migrata nel 1998 dal Sudan, attraversando ancora in fasce lo Yemen.
Non fa sconti, e non nasconde, la poesia di Emi. Denuncia e speranza si fondono insieme nel desiderio che l’eco delle parole si alzi in levare continuo e martellante perché il cambiamento arrivi, presto.
La poesia, al contrario della narrativa, non inventa scenari e storie in cui ci si possa rifugiare e cullare in un piccolo universo parallelo e ristoratore. La poesia è cose, immagini alle quali ascriviamo i nostri pensieri e le nostre emozioni più profonde. Le immagini di Emi sono forti, crude, eppure piene di speranze che rievocano la tradizione del popolo a cui appartiene e che la stessa Audre Lorde aveva sintetizzato in un solo verso, proprio tratto da una canzone Afro Americana del XIX secolo, “I have had rainbows in my clouds” (Ho avuto arcobaleni tra le mie nuvole), a indicare le molte persone che hanno contribuito nelle nostre vite ad alleviare i nostri dolori, le nostre preoccupazioni. Anche noi siamo chiamati a fare altrettanto perché “quando anche l’ultimo respiro se ne è andato, la carne cambia colore” (when the last breath is taken / flesh turns), recita Emi, usando il verbo/aggettivo “turn” caro alla letteratura nera, creolizzata—come spiega la scrittrice e poeta giamaicana Velma Pollard—e tutti siamo parte di uno stesso arcobaleno.
In tempi dove la solidarietà è combattuta dalla resistenza politica, Emi ancora crede al potere della parola parlata, gridata ad alta voce e lo fa nella migliore tradizione poetica, anche rivolgendosi ai Presidenti del mondo, nella figura di Barack Obama con cui di recente si è seduta in una Tavola Rotonda, a simbolo di una libertà che ancora mostra catene visibili agli occhi di chi sa guardare.

 

eria nsubuga

eria nsubuga

I COLORI CHE CI ATTRIBUISCONO [1]
di Emtithal Mahmoud

I nostri antenati hanno costruito i loro corpi dalla terra
nelle crepe delle mani
siamo stati leali non agli uomini nelle nostre vite
ma alla creta
del deserto nelle nostre ossa.
Ecco chi siamo stati:
fuoco avvolto in pelle smunta
figli di nonne, madri di re
fino al giorno che i nostri fratelli sono caduti.
Quando anche l’ultimo respiro è andato
la carne si trasforma
I colori di una vita che lascia il corpo
sono i nomi che noi attribuiamo alle nostre paure—
vediamo arcobaleni ovunque
L’ironia è che gli occhi nel fuoco si spengono per ultimi
molto tempo dopo che tu senta ancora il dolore
e riesci ancora a vedere che bruci nella morte—
i nostri occhi sono grigi—mimano che ci sia un fumo
che danza attraverso il cielo—
non ci sono istruzioni per l’uso con la morte—
quando la milizia ha aperto il fuoco nel nostro villaggio
pensammo—stelle d’oro cadono dal cielo
atterrano su ogni angolo, finché le case
iniziarono a crollare
Hanno versato piombo da un calice d’argento spezzato
fiamme di kerosene color cremisi
avorio
come quando il sole colpisce le ossa
in pieno mezzogiorno
amaranto
come quando il sangue si rapprende, si crepa
come quando si cerca di scappare dentro al corpo
di un altro
Non posso dimenticare
quanto la morte ami la mia gente
il modo in cui si addormentano tutti ai suoi piedi
insinuandosi tra le coperte e i suoi cuscini
Ma le nostre lacrime non hanno colore—
non c’è sfumatura per tracciare questo dolore
11 giorni fa altre pallottole hanno attraversato
altre due facce del io albero genealogico
avevano 14 anni
studiavano e il sangue ha inzuppato
le loro pagine di aritmetica
che sono ancora poggiate sulla mensola
Mio zio non le getterà via—
non so dirvi che faccia abbia la morte
ma da quando è arrivata, è restata.
Abbiamo fatto un funerale per i due fratelli
i loro corpi deformi
piegati nello stesso modo
così sono state chiuse le loro casse
bare fatte pesanti per il peso di due pallottole
Mio fratello
13 anni
a imparare a portare i nostri morti su ginocchia che cedevano
sotto il peso della sua stessa razza
Mio padre a dire—se tu pensi sia difficile questo, prova a portare i vivi.
E non paghiamo nemmeno più i becchini.

Ora la terra ci è così familiare
tra le mie mani
ne ho raccolta a sufficienza
per costruire un corpo
ma ho paura di ciò che ne farò
Ho paura di scrivere questi fottuti versi che tutti ameranno.
Questo dolore è in codice
I nostri geni si materializzano sulla nostra pelle
Non è amaranto, è nera
E mi sveglio ogni mattina chiedendomi
Perché è capitato tutto a me
Vorrei versare tutti i colori fuori da questa mia forma
Voglio lasciare che la tela affondi sotto il peso della mia razza
Voglio essere in grado di vedere l’alba e non
di vedere la mia intera famiglia andare a pezzi.

Vorrei che questa pelle fosse venuta con le istruzioni per l’uso—
quando anche l’ultimo respiro è andato
la carne si trasforma
e negli ultimi 11 giorni
ho visto arcobaleni
ovunque.

.

[1]

La traduzione della poesia “The Colors We Ascribe” è una  traduzione di Cristiana Pagliarusco che la definisce una “traduzione  di servizio” semplicemente rivolta a coloro che non conoscono e comprendono la lingua. La scansione dei versi e la punteggiatura sono state effettuate dalla traduttrice che se ne assume la completa responsabilità 

 

**

Riferimenti biblio e sitografici

Audre Lorde: https://www.youtube.com/watch?v=0nYXFletWH4
Emi Mahmoud: https://www.youtube.com/watch?v=uaWw6-3GrcU
https://www.youtube.com/watch?v=ZaFq-Twad70
http://news.yale.edu/2015/10/26/yale-senior-wins-individual-world-poetry-slam-championship
Pollard, Velma. “A Continuum of Colors and Languages.” Voci femminili caraibiche e interculturalità, a cura di Giovanna Covi. Labirinti 68, Editrice Università degli Studi di Trento, 2003. pp.15-29.
Glissant, Édouard. Poetics of Relation. Ann Arbor, MI: University of Michigan Press, 1997.
http://benoitpaille.deviantart.com/art/Rainbow-Family-member-43-253612917
Rachel Sharp, New Yorker Series (12) http://www.saatchiart.com/rsharp

 

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