VERBA & INDUMENTA- Adriana Ferrarini: DI PORPORA E DI BISSO… E AEROGEL

DI PORPORA E DI BISSO… E AEROGEL®.

Un tessuto, un abito, un accessorio: per parlare del corpo e dei suoi travestimenti. Ogni travestimento è una storia. In ogni storia c’è una trama. In ogni trama un filo. Quindi di filo in filo, di verso di verso, alla ricerca di storie tessute e intrecciate con la penna e con il fuso, con il telaio e con le parole. Verba e indumenta. Alla ricerca del segreto dietro ogni vestire.

Comincerò con il Bisso.

 

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Lungo le pagine della letteratura si snodano metri di bisso, seta sottile dai riflessi cangianti, che viene dal mare. Di bisso erano le vesti sacre di Aronne (Esodo, 39), dei re e dei gran sacerdoti egizi, di bisso era la tunica di Iside per Apuleio (Metamorfosi XI, 3,5 – 3,7), di bisso era ammantata Gerusalemme (Ezechiele, 16,13), avvolta nel bisso è Cleopatra per Pascoli, hanno infine vesti di bisso molte eroine nei romanzi dell’800.

Poi il bisso scompare del tutto.

In effetti, questa fibra che gli inglesi chiamano sea-silk, seta del mare, si ricava dai filamenti secreti dalla Pinna nobilis, un mollusco marino detto anche nacchera o penna, che è a rischio estinzione, per la pesca indiscriminata, l’inquinamento e la diminuzione delle aree dove crescere.

Ma se anche così non fosse, chi saprebbe più lavorarla?

chiara vigo

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Unica depositaria dell’antica sapienza è rimasta una donna, Chiara Vigo, che vive a sant’Antioco, isola a sud ovest della Sardegna, dove ha aperto un Museo del bisso. Qui lei guida i visitatori in un viaggio attraverso i segreti di questa seta cangiante, che va “dal bianco splendente al giallo del fiore di croco, al rosso acceso delle rose”, per usare le parole di Apuleio.

Chiara si immerge nel mare, taglia i filamenti senza uccidere la pinna e la mette a macerare in una misteriosa mistura di 14 alghe e 2 succhi di limoni diversi. “ Se non si bagna in questo liquido dopo un paio d’anni il bisso perde lucentezza e si fa sempre più sottile, fino a bucarsi o disintegrarsi. Gli oggetti che vengono a contatto con questo liquido, diventano eterni. La ricetta si ottiene solo con il giuramento dell’alga”:

Ponente, Levante, Maestro e Grecale
prendete la mia anima e
buttatela nel fondale
che sia la mia vita
per Essere, Pregare e Tessere
per ogni gente
che da me va e da me viene
senza tempo, senza nome, senza colore, senza confini,
senza denaro
in nome del Leone dell’Anima mia e
dello Spirito Eterno

così sarà”

Così raccontava Chiara Vigo alla giornalista Flavia Piccinni, in un’intervista apparsa sulla rivista “Elle”, aggiungendo che, per avere 100grammi di bisso ci vogliono 10 anni di pesca. “In 100 immersioni raccolgo 300 g di grezzo che diventano 30 g. di filo. La pesca di 5 anni sta tutta in un pugno. Ho giurato fedeltà al bisso e all’acqua. Ho giurato di vivere solo di offerte perché il bisso non si compra e non si vende”. (Da “Elle” ottobre 2012).

 

 

Il mare, dei polmoni che si riempiono di aria, un corpo che si immerge negli abissi marini, un mollusco che si abbarbica agli scogli, delle bolle che risalgono in superficie, un liquido misterioso e poi il lavoro paziente di mani che filano e tessono o lavorano ai ferri un filo color dell’oro: tutto ciò mi affascina e mi riempie di stupore. Il giuramento dell’alga poi mi porta alla memoria mia nonna, fine sarta che con il metro attorno al collo, come la stola di un sacerdote, prima di tagliare una pezza per ricavarne vesti per i suoi figli, si faceva il segno della croce. Solo dopo il gesto sacrale, la mano poteva affondare le lame nella preziosa tela, di lana o lino o cotone che fosse.

L’interesse per la Pinna nobilis e il suo filo di seta è cresciuto negli ultimi anni Da quando Daniel McKinley, biologo americano e storico della scienza, pubblicò nel 1998 la prima monografia completa: “Pinna and her silken beard: a foray into historical misappropriations”, sono nati studi, monografie, convegni, tesi di laurea.

 

 

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A Basilea ha avuto luogo nel 2004 la prima mostra tematica al mondo presso il Museo di Storia Naturale: Bisso marino – fili d’oro dal fondo del mare (Muschelseide – Goldene Fäden vom Meeresgrund). Fondamentale in questo è stato l’apporto di un’altra donna, la studiosa svizzera Felicitas Maeder, iniziatrice del Progetto Bisso marino, e creatrice del sito http://www.muschelseide.ch/it, che, oltre a essere ricco di informazioni sull’argomento, contiene anche un inventario di tutti i manufatti in bisso esistenti oggi al mondo (l’immagine soprastante è uno di questi).

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Nel 2015 è uscito il libro “Spirals in Time – The secret life and curious afterlife of seashells” (Spirali nel tempo – la vita segreta e la curiosa seconda vita delle conchiglie), Bloomsbury 2015, di Helen Scales. Uno di quei libri, secondo R. Kentridge del Guardian, che “prendendo in esame un solo oggetto, apre porte in tutte le direzioni”. H. Scales è una biologa marina dell’ Università di Cambridge, che nel 2014 ha trascorso un soggiorno di studi sul bisso marino a Sant’Antioco Nel capitolo “Spinning Shell Stories” (Filare la storia delle conchiglie) parla appunto della storia del bisso marino, della sua lavorazione e della situazione attuale a Sant’Antioco.

Nel 2016 Eduardo Delehaye, poeta e docente di esperanto, ha pubblicato il saggio ”Il bisso, una fibra misteriosa tra storia e letteratura”, Delfino editore.

cover libri bisso


Infine nel gennaio dell’anno in corso l’attrice Maria Cucinotta ha lanciato su Huffington post una petizione in change.org per salvare l’arte del bisso e il suo ultimo maestro. Ha raggiunto 17.933 firme. Ne mancano 7.067.

Certo ci si può chiedere che senso ha mantenere in vita una produzione così costosa in un’epoca in cui grazie al design e all’ingegneria dei materiali si progettano e mettono punto tessuti sempre più innovativi, come la stoffa autopulente, che, grazie alle nanoparticelle e al biossido di titanio inserite all’interno del tessuto, si smacchia al contatto della luce. E si possono evitare gli sprechi, ricavando fibre dalla parte non commestibile di specie vegetali e animali, come il Crabyon, che abbiamo visto a Textifood, la mostra concepita per il padiglione Francia per l’Expo 2015: si tratta di una fibra naturale riciclabile e biodegradabile fabbricata a partire dall’estrazione del chitosano dal carapace del granchio e la successiva miscelazione con viscosa.

Ci sono poi la Biocouture della stilista Suzanne Lee, che con un mix simbiotico di batteri, lieviti ed altri microrganismi in un processo di fermentazione produce sottili fogli di cellulosa da tagliare come un normale tessuto. E la giapponese Toray Textiles, tessuto impregnato con microcapsule che rilasciano gradualmente un’essenza di aloe vera, dotato  anche  di un’azione antibatterica, quando il tessuto viene riscaldato a contatto con il corpo.

 

canotte in tessuto luminex – illuminato da fibre ottiche

canotte-in-tessuto-luminex-illuminato-da-fibre-ottiche-300x196

 

Ma senza dubbio tra i tessuti di nuova generazione il più spettacolare è Aerogel®,  tessuto progettato per le tute spaziali, un leggerissimo materiale isolante, composto per oltre il 95% di aria, quindi il materiale più leggero esistente sulla terra. Inoltre possiede capacità isolanti superiori a qualsiasi altro composto conosciuto e verso tutti i tipi di trasferimento energetico: termico, elettrico o acustico.

 

giada dammacco- shape memory shirt in tessuto oricalco, by grado zero espace

shirt

 

un abito della mostra manus xmachina al met di new york- 2maggio 2016

immagine abito

 

Torniamo quindi alla domanda: che senso ha il bisso oggi, visto oltretutto che la Pinna nobilis è a rischio di estinzione?

Negli anni ’40 l’Italia era il secondo produttore al mondo di canapa, ma oggi In Italia non esiste più la capacità di trasformare la fibra in filo. “Si può coltivare la pianta ma manca la parte industriale, perché non ci sono più macchine che possano lavorarla”, spiega a Focus Mauro Vismara, imprenditore della Maeko che produce tessuti e filati naturali: canapa, ortica, soia, bambù, lino, cotone biologico, fiocco di Yak. Quindi la canapa Maeko deve essere mescolata ad altre fibre, dal momento che in Italia non esistono più le macchine in grado di produrre il filato 100% canapa.

Per il bisso potrebbe accadere lo stesso: finché rimane qualcuno che ancora conosce i segreti della filatura di questo fibra, finché studiosi e scienziati raccolgono gli antichi manufatti e studiano le tecniche di lavorazione, viene preservato tutto un patrimonio maturato nei secoli, che, grazie alle tecniche più innovative e alle scienze dei materiali, potrebbe in futuro condurre verso imprevedibili intrecci di antico e ipertecnologico.   La grande mostra di moda organizzata dal Metropolitan Museum of Art (MET) di New York, dal titolo Manus x Machina: Fashion In An Age Of Technology, è dedicata appunto alla relazione tra tecnologia e artigianato nella creazione di abiti di alta moda e di prêt-à-porter, che siano realizzati a mano, a macchina o con l’aiuto di stampanti 3D. E alcuni dei modelli più sorprendenti in mostra sono realizzati proprio combinando modellazione digitale, ricamo a mano e cucitura a macchina.

C’è però un altro aspetto per cui Chiara Vigo e i suoi telai sono importanti ed è legato alla forza delle parole. Le parole evocano mondi solo quando sappiamo nutrirle di fatti e di materia: leggo dei paramenti in bisso di Aronne e mi si affacciano alla mente le vite anonime di chi ha pescato nelle profondità del mare un filamento, le mani che lo hanno intessuto, immagino la consistenza, l’odore, il colore della tunica indossata da Cleopatra.  Così attraverso il filo del bisso riesco a ricostruire la storia che dagli antichi fenici mi porta fino alle imprese aerospaziali e gli antichi sacerdoti egizi, i re israeliti si trasformano nei secoli fino ad assumere le sembianze di un astronauta. La storia diventa un tessuto unico popolato di vicende e personaggi diversi.

Infine la consapevolezza che i vestiti che abitiamo possono essere fatti di aria come di ortiche, di fibre ottiche come di microorganismi fermentati, oppure vengono prodotti dal filamento di un mollusco anziché dalla bava di un baco, tutto questo rivela i legami profondi che uniscono esseri all’apparenza lontani: la seta è bellissima perché conserva la leggerezza, la grazia delle farfalle, il bisso i misteri degli animali marini, le ortiche mi rimandano alla fiaba di Andersen “I sei cigni” e così via. Ciò crea in noi un senso di armonia, la coscienza dell’unità profonda che ci unisce non solo alle altre specie animali e vegetali, ma agli elementi del cosmo: aria, terra, acqua. “Tutte le cose sono Uno e l’Uno è tutte le cose” diceva Eraclito. Anche questo si impara dal bisso.

 

In calce il sito per chi volesse firmare la petizione in Change.org

https://www.change.org/p/sardegna-salviamo-l-ultimo-maestro-di-bisso-marino-chiara-vigo-quirinalestampa-f-pigliaru-comunesantioco

Adriana Ferrarini

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ricamo bisso

RIFERIMENTI:
www.chiaravigo.com

https://www.moduscc.it/le-muse/14-10-31-arte-millenaria-del-bisso/

http://www.comune.santantioco.ca.it/cms/comunicazioni/sindaco/628-il-bisso-simbolo-di-santantioco-nel-mondo-a-basilea-la-consegna-dello-stemma-della-citta-in-bisso-e-oro-nellambito-della-manifestazione-internazionale-natur.html

http://www.elledecor.it/speciale-new-york/mostra-manus-x-machina-moda-e-tecnologia-al-met-ny

http://www.elledecor.it/speciale-new-york/metropolitan-museum-of-art-new-york-andrew-bolton-mostra-manus-x-machina

http://insideart.eu/2016/05/03/manus-ex-machina-la-moda-nellera-della-tecnologia-va-in-mostra-al-met/

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10 pensieri su “VERBA & INDUMENTA- Adriana Ferrarini: DI PORPORA E DI BISSO… E AEROGEL

  1. Interessante,molto interessante e accorato questo compendio di fili e trame.Dice bene, nel “cappello” in testa all’articolo, che ogni abito è una modalità di travestimento, anche quando vorrebbe dichiararsi, attraverso quello, chi lo indossa, e addirittura chi lo ha inventato, creato. Non chi lo ha cucito, consapevole di tutto quanto sta sotto e dietro il tessuto, il filo, il tempo e anche l’inganno, in qualche modo.Penso agli abiti di scena e poi mi dico ma non è tutto un teatro di posa? Grazie per questo articolo ricchissimo di spunti.
    Rita Trani

  2. Grazie per la condivisione, grazie per i commenti che aggiungono nuovi spunti agli spunti. Interessante pensare che chi sta dietro le “quinte di un vestito” sia un orditore di inganni, se ho ben capito il tuo pensiero, Rita.

  3. Bello Adriana. Quasi un omaggio al Bisso Sacro che un giorno con gli uomini e le donne del mare ha tessuto la preghiera dell’Alga. Ha intrecciato parole e fili per il tessuto prezioso della storia. E tu lo fai con il bisso, con il cotone e con la canapa. Ogni giorno. Grazie per la dedizione nel tessere questo articolo.

  4. Esattamente, gentile Adriana, è proprio come lei ha colto nei miei pochi getti di parola, non sono molto abile a scrivere e dunque a tessermi un bozzolo o un abito, come sa invece fare molto bene lei, per spogliarsi di tutto ciò che la anima e anima il mondo attraverso la creazione dei suoi occhi e seminarne buone trame intorno, per un buon raccolto per tutti.
    Occupandomi di moda e soprattutto di costumi per il cinema e il teatro credo di avere nel tempo colto il paradosso del travestimento molteplice dietro cui ognuno si nasconde e si cela, forse si salva, da se stesso e dall’altrui sguardo. Grazie per il suo articolo e spero di leggere presto gli altri come appunto dice nel cappello…Sono curiosa di sapere a quale altro indumento si dedicherà.
    R.T.

  5. Grazie Elianda per il caro commento che ha saputo cogliere la dedizione: sappiamo entrambe come ogni scritto è opera di una lenta e meditata “tessitura” per restare sempre nella metafora. Rita, il fatto che lei che si occupa di moda e costumi per il teatro e per il cinema abbia apprezzato questo mio articolo è per me un grande incoraggiamento. Nello scrivere credo siano necessari il tempo e la pazienza di fare e disfare necessari nel cucire come in ogni opera delle mani e dell’ingegno.

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