Dalle piramidi all’opera house quanto è cambiato l’uomo? Come è cambiato il mondo?

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Passa il tempo, la vita si fa passato  per ogni era, ogni luogo della terra si fa un dove, dove un tempo c’era, qualcosa, e dove ogni attimo ha smussato e smussa le sue asperità.  E’ un trama e una frana il tempo.

 Un tempo le aguzze piramidi solleticavano il cielo, indicavano impietrite la bellezza delle stelle, segnavano le costellazioni e chissà ancora che altro. Oggi i grandi edifici dichiarano una potenza commerciale e finanziaria che si mostra in verticale, per meglio opporsi alla bassa ragnatela delle strade e dei tanti, senza nome, che vi corrono affaccendati dalle incombenze quotidiane ed entrambi non pensano, che sia la scalata sociale sia questo continuo vendersi siano qualcosa che si sgretola, alla pari delle pietre delle piramidi o delle più alte montagne.

Scriveva Borges:

Ormai le strade di Buenos Aires
sono le viscere della mia anima.
Non le strade veementi
molestate da smanie e trambusti,
ma la dolce strada della periferia
trepida di penombra e di crepuscolo
e quelle fuori mano
prive di alberi pietosi
dove austere casette s’avventurano appena».

E, sempre Borges, profeticamente aveva  scritto, accanto alle 29 poesie dell’Artefice (1960),una parabola emblematica che intreccia l’universo esterno e l’io personale

Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».

Eppure gli uomini, dopo secoli e secoli di storia vissuta e raccontata, dipinta, archiviata, in miriadi di segni e ragnatele di strade, paesi case bastioni torri fosse comuni e monumenti,  restano in prigione nei loro labirintici  pensieri, restano catturati  dai sogni più piccoli e lievi, non rincorrono mai, davvero, la libertà d’essere fini, sottili, più dei fili delle ragnatele in cui il ragno cattura la sua preda. Immersi nel mondo ci si trova sballottati tra maree di storia che si fa mito, sempre, e quella universale, forse,  “è la storia di un pugno di metafore”, ma resta comunque da vedere se quella storia “è la storia  di un solo uomo”.

 

andrea avezzù- la biennale di venezia

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Il tempo, che inesorabilmente sentiamo scorrere  all’esterno di noi, in realtà è (in) noi, anzi è il nostro io, come sempre Borges sostiene nelle Altre inquisizioni:

«Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco».

E  nei Congiurati aggiunge con estrema forza di parola: – non c’è un istante che non sia carico come un arma. –

Se pensiamo alle frontiere che vogliamo opporre come solide barricate, barriere, di fatto ciò che opponiamo è la nostra esiguità, perché le frontiere sono dentro di noi e sono sempre mobili ed esili, si sgretolano, nel tempo si spostano, cedono, non esiste una cortina di ferro tra finzione e verità, tra realtà e immaginazione, tra razionalità ed emozione,tra concreto ed astratto,  paura e coraggio sono solo la configurazione di parabole, confronti che tentiamo tra la nostra e l’altrui montagna. Ma, ancora una volta Borges sentenzia: – Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia, ma dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra.– E inoltre: – Chi dà non si priva di ciò che dà. Dare e ricevere sono la stessa cosa.-

E’ con queste riflessioni che si riaprono cartesensibili, ancora con più lentezza e con qualche aiuto di più, con voci nuove, di giovani, che si aggiungeranno lungo il percorso.
Serve essere mobili non mobilia, serve ascolto e serve porgere una parola (s)porgendo se stessi sui nostri baratri, non serve a nulla la propria immagine in un selfie.
Miti sono coloro che non si fermano nemmeno davanti alla profondità di una insicura attraversata, vengono a portare parole e parabole, non la guerra che li ha messi in fuga dai denti di un potere che ausculta il cadavere di altri poteri divorati e di cui si vede nei futuri la car-cassa dei passati.

 

italo rondinella-la biennale di venezia

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Guardare i quadri che hanno appeso attorno a noi significa rendersi conto che sono appunto quadri, anche nella loro tremenda colorazione, nella loro orrifica scena, sono quadri, e quindi sono stati dipinti, ora serve cambiare tela, serve ridipingere i confini delle nostre ombre su quelle tele e comprendere che appena il nostro piccolo sole scompare anche quelle ombre saranno solo tela di buio.
Nelle Confessioni di sant’Agostino si può legge : «Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più!».
Aggiungo:- Nello scorrere che sento tra me  e l’altro si semina il nostro tempo che è comunque istante, e …istantaneo! 

fernanda ferraresso

 

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