Con amore e squallore di Walter Cremonte – Lettura di Anna Maria Farabbi

arthur g. hansen

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Ringrazio Eugenio De Signoribus, direttore letterario di questo quaderno trimestrale, che avrà probabilmente insistito non poco per ricevere i versi di Cremonte, notoriamente più che discreto, direi sul bordo umilissimo del silenzio.

Poche, centrate, magrissime poesie confermano il segno asciutto, essenziale, ironico e politico del poeta di Novi Ligure che apre, nell’introduzione, il significato del titolo e, quindi, la sua intenzione poetica. Lo squallore potrebbe essere attribuibile all’uso di un linguaggio – scrive Cremonte – sempre più degradato, sempre più povero di grazia e di energia. E anche nello stile l’autore spoglia fino all’osso ogni struttura, tanto che l’endecasillabo – continua – , qualche volta, anche qui, è ridotto a servire luoghi comuni, brandelli di chiacchiera.  

Personalmente non trovo nell’opera la degradazione indicata da Cremonte, rilevo un abbassamento estremo del baricentro letterario, dentro cui vengono meno retoriche e abbellimenti. Permane, incredibilmente nell’interiorità arsa, la capacità di continuare a creare un sottilissimo tagliente filo lirico, che attraversa occhielli sociali e esistenziali, in modo netto, pulito, limpido. Poverissimo e quasi in estinzione di energia, sì.

Queste sono le preziose impronte digitali di Walter Cremonte, che meritano sempre attento ascolto.  Anche la sua parsimoniosa offerta è una testimonianza di rigore in questo mercato brulicante.

Estraggo una perla a caso:

UN PAPAVERO

Hai colto un papavero
e un fiore di carota
hai detto che non dureranno
però tu li hai colti
e li hai messi in un piccolo vaso.
Lo so – me lo hai detto –
che non dureranno
ma io continuo a guardarli
come qualcosa che dura.

 

anna maria farabbi

**

Walter Cremonte, Con amore e squallore – Associazione Culturale La luna 2016

con un’opera di Vitaliano Angelini

 

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5 pensieri su “Con amore e squallore di Walter Cremonte – Lettura di Anna Maria Farabbi

  1. Rendo pubblica parte di una e. mail che, qualche tempo fa, ho inviato all’amico Walter a commento del quaderno d’arte “Walter Cremonte, Con amore e squallore – Vitaliano Angelini, Laceramenti 3”.
    Più che per l’«abbassamento estremo del baricentro letterario» (?!) o per la tessitura del “filo lirico”, la raccolta poetica di Cremonte credo si segnali per l’urgenza e l’attualità delle domande che, con forza fecondatrice, erompono da questo assai denso poetare. Dietro un’apparente asciuttezza talvolta si nasconde persino un sovraccarico di letteratura, quasi sempre di ottima letteratura!

    Caro Walter,
    ho letto e riletto e ancora leggo questo tuo “Con amore e squallore” e ad ogni lettura si accavallano nella mente e nel cuore nuovi sentimenti e nuove domande. Sarà bene organizzare un evento, anche piccolo, domestico e conviviale, per poterne parlare un po’ insieme. Intanto ti accenno qualche questione che, a mio parere, meriterebbe approfondimenti:

    Nella “Nota sul titolo” tu dici: “lo squallore potrebbe essere attribuibile all’«uso» di un linguaggio… sempre più degradato” … magari (verrebbe quasi da dire) fosse solo l’«uso» “sempre più povero” del linguaggio a determinare lo “squallore”! Ma non v’è una più generale, “strutturale” inadeguatezza di qualsivoglia linguaggio, anche di quello altissimo della migliore poesia? … “lingua mortal non dice” …

    Ancora sulla “Nota sul titolo”: perché ridurre a “diceria”, per giunta “maligna”, il famoso aforisma di Max Stirner, fatto proprio da Marx nel saggio L’ideologia tedesca secondo cui “La strada per l’inferno (o per la rovina) è lastricata di buone intenzioni”? Non mi convince infatti l’asserzione di Pintor che tu fai tua secondo la quale: “I buoni proponimenti sono invece un polline che non fiorisce mai…” Ma in verità ci sono molti pollini che feconderanno altre piante e quindi altri profumati fiori, altri che, con la commovente collaborazione delle api, daranno un ottimo miele, e infine anche quelli che creeranno allergie… e guai, se vuoi, “infernali”. Ma per analogia, seguendo la metafora, dovrebbero esserci, accanto alle rovine, anche molte buone opere nate dai “buoni proponimenti”. Perché allora stroncare così drasticamente e ingiustamente le potenzialità della Natura e del lavoro dell’uomo?

    Sulla poesia “Le foto”: non mi convince del tutto questo meccanismo un po’ determinista del rinfacciarsi a posteriori le colpe: posso sbagliare, ma avverto una qualche forzatura. Come fai a dire “loro diranno” e indovinare cosa diranno?

    Sulla poesia “Mit uns”: se, come ha capito mia moglie Mailis prima di me, è un tuo colloquio con Dio, non ti sembra un po’ azzardato e irriverente il tuo rimprovero finale “(potevi però dirlo…). Hai dimenticato il Salmo davidico: “Beatus vir qui timet Dominum” …

  2. Anch’io guardo i papaveri come qualcosa che dura, a cui affido, ed è una parola importante, la convalida dell’arrivo della primavera, come a dire una vita ulteriore, una stagione che rifiorisce nuova pur se antichissima nella ruota del tempo, ed è anche mia, mi attraversa e mi ancora a questa terra e al suo cielo. Fresca la tenera vestina rossa e morbida la peluria del corpo, che si solleva dal basso dell’erba, nel campo, in una metafora che si fa ogni anno grandiosa e magnifica e che i grandi artisti come Monet , per esempio, seppero ritrarre nella luce delle loro opere, un ringraziamento a quanto è durevole e non teme di mostrare l’estrema fragilità di cui si connota.
    Rita Trani

  3. @Anna Maria Farabbi
    Perché ringraziare solo per le erroneamente immaginate insistenze – “avrà probabilmente insistito non poco” – e non per le reali, pluriennali fatiche letterarie ed editoriali di Eugenio De Signoribus?

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