Un racconto inedito di Adriana Ferrarini: OH, LA BIALETTI!

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Tutta la sua enorme carica di rabbia si scatenò allora sulla manovella. Come una furibonda dea delle tempeste prese a girarla in tondo serrando con forza tra le cosce il vecchio macinino quadrato. I chicchi dentro crepitavano afferrati dalla vite centrale che li rompeva e stritolava fino a ridurli in polvere.
Oh, come avrebbe voluto ridurre così chi sapeva lei!
Oh, con quanto piacere avrebbe voluto sentirlo gemere e implorare aiuto!
Era tanta la rabbia che Rita aveva in corpo da non accorgersi né delle lacrime che suo malgrado le scendevano lungo le guance né della polvere di caffè che stava versando a terra.
– Eh, guarda cosa fai! – la voce aspra della madre si infilò nel corso tumultuoso dei suoi pensieri.
Si chinò a raccogliere la preziosa miscela poi si asciugò le guance con un gesto brusco. La mano impolverata di caffè le lasciò un rigo scuro sulla guancia e quando sentì il sapore salato del pianto mescolarsi, guastandolo, all’aroma del caffè, non riuscì più a trattenersi. Con le spalle che le tremavano e il petto in preda a una bufera incontenibile scappò dalla cucina.

Quella notte non riuscì a dormire. Il pensiero di lui non le dava pace: perché non si era più fatto vivo? E tutte quelle promesse? Tutte bugie? Tutti inganni?
Nel buio della camera che divideva con la sorella più piccola entravano i suoni della notte come tanti misteriosi presagi. Il vento che passava in mezzo agli alberi nel parco, il cadenzato e regolare bubbolio del gufo, l’ululato del loro cane e quello di altri più lontani, tutto la faceva sobbalzare. Poi, d’un tratto il verso soffice, quasi strozzato di una civetta. Questo le entrò nelle carni come una ferita.
Si affacciò alla finestra: il vasto cortile era vuoto e silenzioso, il parco della villa, dietro alla mura, immobile e quieto sotto un cielo inondato dalla luce azzurra della luna. Solo in lei tutto quel tormento.
Il rintocco della campana scandì la notte d’ora in ora: le due, le tre, le quattro…
Alle sei i suoi si erano appena alzati, suo padre già a sfaccendare nelle porcilaie, sua madre in cucina ad accedere il fuoco, quando Rita, senza far rumore, messi addosso i vestiti migliori, scese le scale, e senza voltarsi indietro inforcò la bici. Non sapeva di preciso dove stava andando, sapeva solo il nome del paese, poi che stava dall’altra parte della città, che ci volevano un paio d’ore. Era tutto. Ma l’avrebbe trovato. Doveva trovarlo.
La sua vita… Le pareva di procedere lungo un crinale affilato come la lama di un rasoio. Da ogni parte l’abisso. L’unica cosa che poteva fare era pedalare. Pedalare fino a sentire solo la stanchezza delle gambe e poi pedalare ancora.
Il cielo era ancora opaco, ma tutto piano piano riprendeva colore e vita e quando dall’orizzonte si profilò l’arco luminoso ed enorme del sole, i campi che si stendevano a perdita d’occhio alla sua destra parvero prendere fuoco.

Era marzo e dopo giorni di pioggia la primavera era esplosa in tutto il suo rigoglio. Dai giardini e dagli orti venivano folate inebrianti: rampicanti, cespugli, alberi da frutto saturavano l’aria con il profumo dei loro fiori: i grappoli viola del glicine, quelli azzurrini a pannocchia del lillà, le nuvole rosa e bianche dei peschi e dei pruni. Le fiammate gialle delle forsizie.
La natura era in rigoglio, la mente di Rita un tormento. Chiusa negli stessi pensieri, lungo le immense campagne dove già i contadini lavoravano, arrivò alle prime vie cittadine, attraversò il ponte, percorse tutto il lungo Parma, giunse al punto opposto della città, oltre la stazione, oltre il cavalcavia, oltre l’imbocco dell’autostrada, là dove di nuovo le case iniziavano a diradarsi e il traffico di autobus e macchine a scomparire, fino a ritrovarsi ancora una volta circondata da campi e canali e filari di pioppi e casolari sparsi.
Si stava avvicinando. Il suo cuore iniziò a battere furiosamente.
Fu costretta a rallentare.
Allora gli stessi pensieri le si scagliarono addosso come una sciame di api. Ferma ai margini della statale per Mantova, vicino ad un antico convento benedettino, si rese conto che ormai ben poco la stava separando dalla meta.
Poteva ancora tornare indietro. Fare finta di niente, come se niente fosse successo, tornare alla sua vita di sempre e dimenticarsi di lui.
Si rivide allora nella grande cucina con il vecchio lavello in marmo, tutto quel mondo arcaico, legato alle necessità delle bestie: in primo luogo i maiali, le galline, il latte, l’acqua da prendere alla fontana. Sua madre imperiosa, i fratelli arroganti, suo padre l’unico a difenderla. Ma quando si era tagliata la treccia di nascosto, per farsi i capelli corti come le ragazze di città, lui non le aveva parlato per un mese. Si rivide intenta in quelle mansioni abituali: impastare il pane, macinare il caffè, gettare l’acqua a manciate su quell’orribile pavimento in cotto e lavare per terra. La casa sempre piena di gente, un via vai continuo, nessuno spazio per lei, per pensare, sognare.
Di contro, come in un film, vide quel mondo che lui le aveva fatto balenare davanti agli occhi: un mondo dove le donne erano sempre carine e sorridenti ed eleganti, vivevano in case lustre e moderne con lavelli bianchi di porcellana, lavatrici, aspirapolveri, forni elettrici. I loro uomini, sempre impeccabili, le guardavano con occhi seducenti.
Ripensò alla moglie di quel suo amico dove lui l’aveva portata una volta, in quella bella villetta a due piani con la scala in marmo e la ringhiera in ferro battuto davanti. I capelli cotonati, il rossetto alle labbra, lo smalto alle unghie ben curate, quella donna sembrava uscita da un film. Le aveva offerto il caffè versandolo da una caffettiera come non ne aveva mai viste: lucida e sfaccettata, stretta in vita, sì, stretta proprio come i vestiti delle donne alla moda, si allargava verso l’alto lasciando uscire il caffè da un beccuccio vezzoso. Sul lato opposto, il manico pareva il braccio di una donna col gomito in fuori e la mano sul fianco.
Le aveva viste alla TV del bar, dove talvolta i suoi fratelli le permettevano di andare con loro. Non credeva che qualcuno potesse averle realmente. Bialetti si chiamavano, sì, Bialetti.
Anche lei ne avrebbe avuta una così.
Rivide il viso di lui, simile a quell’attore americano, Humphrey Bogart, e un dolore improvviso e feroce la attraversò da capo a piedi, tale e quale una scarica elettrica. Si sentì debole, malata.
Ci sono cose che il corpo capisce molto prima che la mente arrivi a metterle a fuoco. Così il corpo di Rita in un suo modo oscuro e animale aveva intuito che il corpo di lui, di quel vigliacco, traditore, canaglia, era fatto apposta per lei. Le giuste rientranze, le giuste sporgenze. Si incastravano alla perfezione. La sua vita sottile era fatta apposta per accogliere l’addome di lui, già sporgente e inevitabilmente portato ad espandersi. E le sue labbra rosa e sottili erano attratte in modo quasi doloroso dalla cavità sanguigna e carnosa che le labbra ridenti e la schiera di denti forti e bianchi di lui rivelavano. Una bocca che sembrava costruita per ingoiare la vita e Rita voleva esserne ingoiata, per ingoiarla a sua volta.
Allo stesso modo gli occhi verdi e miopi di Rita amavano riflettersi in quelli scuri di lui, luminosi e brucianti ma anche facili a spegnersi e incupirsi. Lui era un fiammifero, lei l’aria che avrebbe saputo accenderlo e tenerlo acceso.
No, per lei non c’era  altro ritorno ormai, se non quello di suo zio dalla guerra di Russia, senza una gamba. Adesso si era abituato, riusciva a fare un sacco di cose come prima, ma quella gamba che non c’era più, quando cambiava il tempo, ancora gli faceva male.
Stringendo forte le mani sulle manopole del manubrio per soffocare ogni pensiero in quel dolore di braccia e palmo e dita, risalì sulla bici, lasciandosi alle spalle l’antico convento. Pedalava lentamente, l’aria sembrava più spessa, le pareva di doversi far largo in mezzo a una melma. Ma non poteva mollare. Non c’era scelta.
Passò oltre Cortile San Martino, oltre Paradigna, piccoli agglomerati di case stretti attorno a una chiesa, e ancora oltre, fino ad arrivare all’ultimo paesino prima di Colorno e lì cominciò a guardarsi intorno. Doveva chiedere. Trovare un tabacchi o un bar o qualsiasi posto, entrare e chiedere.
Nuvole inquiete e paffute percorrevano il cielo gettando ombre sui campi, su tratti di strada, sulle facciate delle case, il sole si infilava dietro a loro poi ne usciva, quasi fosse un gioco, e folate di vento passavano lungo i campi verdi abbassandoli e sollevandoli come una mano che accarezzi la pelliccia folta di un gatto.
Il cuore le batteva aldilà della sopportazione.
Vide un bar che era anche un negozio di alimentari, tra un gruppetto di case basse, modeste, arretrate rispetto alla strada. La pasta, lo zucchero nei cassetti, l’odore di caffè e di vino e di fumo e di minestrone mescolati insieme in una mistura pesante.
– Scusi, cerco il dottor Cornigli… dovrebbe stare da queste parti… – era già pronta dentro di sé a sentirsi dire che nessuno aveva mai sentito parlare di nessun dottor Cornigli, a sentirsi quindi addosso gli sguardi maliziosi e le risatine beffarde alle spalle.
Fu proprio così.
Ma era proprio sicura che si chiamasse così? Cornigli? No, no, il dottore si chiamava Magnani. Perché? Di cosa aveva bisogno? Forse non si sentiva bene?
No, sì, non stava affatto bene. Si sentiva svenire. Uscì precipitosamente, per liberarsi di tutte quelle voci indagatrici, di quegli sguardi.
Le venne un conato di vomito. Si appoggiò al manubrio ma faceva fatica a reggersi in piedi. Tutta la sua vita si era sbriciolata in un attimo.
Aveva ragione sua madre quando le diceva di non fidarsi di lui, che la prendeva in giro, nessuno sapeva di lui, né chi fosse, né da dove veniva. Un imbroglione, un qualsiasi imbroglione. Ne era pieno il mondo. E dalla veemenza con cui insisteva sulla parola pareva che parlasse per esperienza personale. Se anche era vero, sarebbe stato inutile chiederle. Era una donna brusca, di poche parole, non parlava mai di sé. Lasciava solo capire in modo fin troppo chiaro l’insoddisfazione per la vita che era costretta a fare. Da giovane aveva lavorato come sarta, frequentava la città e quella vita di fatica e privazioni l’aveva indurita.
Rita risalì in bicicletta e fece per uscire dal piazzale del negozio-bar, anche se non sapeva più da che parte andare, se continuare, ma verso dove? Oppure tornare indietro, tornare a casa?
No, questo no, questo mai. Si tastò in tasca, dove aveva infilato tutti i suoi pochi risparmi e pensò che avrebbe preso un treno, poteva andare a Genova. O a Milano. A Genova, meglio, lì aveva un’amica. Avrebbe potuto chiederle di ospitarla. E poi? E poi non riusciva adesso a pensarci.
Per un momento non riuscì a mantenere l’equilibrio e quasi cadde a terra.
Una donna con il grembiule in vita, le pianelle ai piedi e la borsa dalla spesa in mano stava entrando in quel momento nel negozio. Le corse accanto:
– Si è fatta male? Non si sente bene? Venga dentro. Mo’ le offro un caffè o un bicchiere di amaro…
– No, no è già passato, ho solo bisogno di appoggiarmi un momento – le rispose Rita, furibonda con se stessa e con la donna.
Ripartì svelta.
Era già a 50 metri di distanza, quando sentì dietro di sé una voce che urlava. Era la stessa donna di prima. Cosa voleva? Cosa si impicciava degli affari degli altri?
Correndo verso di lei con il grembiule che le svolazzava e le braccia alte, gridava:
– Signorina… Signorina… Il dottore Cornigli… – queste furono le parole che riuscì a captare.
Sua malgrado tornò indietro.
E allora dalla donna col fiatone seppe:
– Abita vicino a mia sorella.…  mamma mia, che corsa, mi manca il fiato… dentro al negozio, Quirino mi ha detto… che lei lo cerca…  è poco che è venuto a stare lì… ecco, o Signore, aspetta, aspetta, che riprendo fiato… Deve continuare dritto, fino a che trova la chiesa sulla destra, subito dopo c’è un incrocio, ecco se lei continua dritto, sempre sulla sua destra, la terza casa che vede dopo l’incrocio è quella lì. Una casa bianca con le imposte verdi, non può sbagliare.
Rita riprese a pedalare in direzione di Colorno. Quando arrivò all’incrocio, sentì il cuore martellare in modo insopportabile. Poi vide la casa. Ogni particolare si impresse nella sua mente: le imposte verdi a listelli, i cuscini e le coperte a prendere aria fuori dalla finestre del secondo piano, il cancello e la siepe di ligustro, il fiore di pesco in mezzo all’orto, il bucato steso ad asciugare che si gonfiava alle folate di vento come volesse prendere il volo.
Fece forza su di sé, arrivò davanti al cancello e in quel momento lo vide.
Era lui, certo.
Un affondo nel cuore.
Ma non era solo.
Con lui c’era una ragazza.
Nel giardino sotto ad un pergolato di rose rampicanti, giocavano a rincorrersi, ridendo insieme come matti.
Le vennero in mente le parole della sua amica che l’aveva visto in città assieme ad una ragazza giovane, molto bella, che lui aveva abbracciato in modo affettuoso.
Allora era vero. Era vero…
Ecco perché non si era fatto più vivo!
Questo non poteva sopportarlo.
E ad ogni modo mai si sarebbe abbassata a fargli una scenata nel cortile di casa sua, mostrandogli di essere venuta fin lì in bicicletta, come un’accattona qualsiasi. Stringendo forte le labbra, alzò il mento orgoglioso e di nuovo fece dietro front per ritornare verso la città, prima che lui riuscisse a vederla.
Si tastò i soldi in tasca stringendoli fino ad affondare le unghie nel palmo e per un istante si vide a Genova, sola, fiera, una giovane donna che sapeva il fatto suo, lavorava in un grande magazzino, portava i tacchi. A quel film possibile della sua vita futura si aggrappò con tutta la forza della disperazione. Ma subito dopo si vide disperata vagare a vuoto per le vie di una città sconosciuta con i vestiti laceri, affamata.

Assorbita dal turbine delle sue emozioni e dal rombo assordante del cuore, non si accorse del camion che stava arrivando proprio in quel momento. Un camion dal muso rosso, schiacciato come il muso di un mastino, carico di bidoni di latte. Solo quando il clacson impazzito le fracassò i timpani, girandosi, lo videTroppo tardi.
Lo stridio dei freni fu terrificante.
Le urla del camionista uno schianto.
Tutti dalle case vicine vennero in strada.
Tutti videro il camionista che imprecava e urlava chiamando il cielo e la strada e le case a testimoni: Non era colpa sua, no, lui aveva cercato di frenare. Era lei che si era buttata sotto!
Tutti videro la bici accartocciata. E il latte che colando dai bidoni riversi imbiancava la strada.
Tutti videro la bella ragazza, riversa sul ciglio della strada. Tutti, compreso lui.
Fu lui a prenderla in braccio e a portarla in casa. Al suo fianco la ragazzina che non gli dava requie, chiedendogli:
– Zio, zio chi è? E’ morta, zio ? E’ morta? Perché piangi, zio?

In quel momento, in cui accadeva quello che aveva così a lungo sognato – lui che la reggeva in braccio, facendole varcare la soglia – la mente di Rita era però lontana lontana. Veleggiava in uno spazio informe luminoso e biancastro, il suo corpo fluttuava, mentre immagini della vita passata apparivano e sparivano. In fondo in fondo c’era una luce e lei stava scivolando verso quella luce.
Poi uno strappo, una sensazione orribilmente dolorosa si intromise in quell’universo informe e fluttuante e il suo corpo, non più leggero e aereo, ma pesante e contorto, si impose con tutta la determinazione di una bestia ferita.
No, Rita non era morta. E non si era nemmeno fatta nulla di serio. Un miracolo. Sì, un miracolo, dissero tutti.
Quando rinvenne stupita si guardò intorno, chiedendosi dove fosse finita, di chi fosse, dove fosse quel letto, quella camera dove qualcuno l’aveva adagiata.
Poi vide il viso di lui chino su di lei. Renzo. Vide  gli occhi di Renzo che piangevano.
Si chiese se quello fosse l’Inferno della Vendetta o il Paradiso dell’Amore Perduto.
Lentamente si fece avanti in lei la consapevolezza di appartenere ancora al mondo noto dell’al di qua, benché ignoti le fossero il letto, il soffitto, le pareti, la finestra, l’armadio che turbinavano attorno a lei. L’arredo di una camera da letto spartana ed essenziale come lo erano tutte a quell’epoca.
E lì c’era lui, Renzo, l’uomo per cui era arrivata a farsi mettere sotto da un camion. Vicino a lui la ragazza di prima. Lo chiamava zio. Ah, allora era così… così…
Bene. Quindi in tutto quel vorticare c’era un perno. Bastava.
Così, mentre tutto continuava a girarle attorno come una trottola, le voci, i visi, gli odori, la nausea, i frammenti di ricordi, decise che ad ogni modo da lì non se ne sarebbe più andata. Quella camera da letto in ciliegio, anche se non corrispondeva alle pagine del sogno, poteva ben diventare la sua camera nuziale.

In quella stanza, nella casa del fratello di lui, rimasero per due anni, cioè fino al giorno in cui fu pronta una villetta nuova di zecca, con la scala in marmo davanti, tutta per loro.
Lì finalmente Rita entrò in quel sogno americano che aveva a lungo vagheggiato, facendosi attorniare dai mobili moderni, le poltrone, i quadri, la televisione, la lavatrice, il forno elettrico, gli oggetti appunto che popolavano le pagine del sogno. Al centro di quel bailamme di cose nuove, costose e ingombranti, c’erano loro due: lei, Rita, con il sorriso di Grace Kelly, lui, Renzo, con gli occhiali neri alla Cary Grant. Una coppia invidiabile, due attori del cinema.
Nella prima fotografia che la ritrasse nella casa nuova, Rita si vide immortalata proprio così, cioè precisa sputata alle donne della pubblicità: una giovane donna bionda con i capelli vaporosi, ai piedi decolleté dal tacco sottile, un vestito a pois bianchi e rossi che le sottolineava il vitino sottile e sopra un grembiulino vezzoso con un grande fiocco sulla schiena. Nella mano destra una tazzina di caffè, nella sinistra la caffettiera Bialetti. I mignoli di entrambe le mani graziosamente sollevati.
La Bialetti erano andati a comprarla quello stesso giorno in cui Rita era stata miracolata, aveva trovato l’amore perduto e quindi fatto la promessa solenne  davanti a un prete improvvisato e a due testimoni trovati lì per lì: tutto in un giorno, tutto in una volta. Tutto all’insaputa di sua madre, suo padre e tutti. Fu il loro regalo di nozze, la pietra angolare su cui poggiò un matrimonio in formato di sogno americano, il gradino di ingresso in una nuova vita in cui Rita non avrebbe più dovuto macinare il caffè, mai più. Mai, mai più.
A passi leggeri in una vita scoppiettante di novità!

Certo i primi anni di matrimonio nella casa di suo fratello, arcigno e avaro, non furono da sogno, anzi, Rita rimpianse la casa dei suoi. Ma strinse i denti, drizzando la schiena e come un uccello si fodera il nido dei batuffoli più soffici, così lei ogni giorno foderava la casa nuova – ancora da costruire –  di tutti i suoi sogni. Lì si sarebbe realizzato l’incanto. Lì la vita le avrebbe sorriso con denti sbiancati ad ogni ora del giorno.
Fu una sorpresa, messo il piede nella bella villetta, scoprire quanti grani di dolori abitassero anche le pareti del sogno e quanto più duri dei chicchi di caffè fossero da macinare. Dietro allo schermo dell’happy end si nascondevano liti e tempeste e pianti e frustrazioni, ma soprattutto laceranti solitudini da casalinga perfetta che nessun film raccontava.
Una sorpresa. Un’amara rivelazione.
Per salvarsi immagazzinò nella memoria l’espressione estasiata della sorellina e quella di sua madre, ammirata e intimidita davanti alla figlia che nella casa nuova le versava il caffè dalla Bialetti – Oh, la Bialetti! roba che solo i signori…
Ma anche questo non serviva a colmare il senso di vuoto che ristagnava in quelle stanze ingombre di oggetti e tuttavia così vuote.
Piano piano imparò che solo una cosa riusciva a salvarla, nei momenti più bui.
Ed era il ricordo di quella mattina di marzo in cui in sella a una vecchia bicicletta era corsa incontro a un destino oscuro, mettendo sul tavolo da gioco tutte le carte della sua vita. E la disperazione luminosa e accecante e selvaggia che l’aveva guidata allora, facendosi largo tra campi di grano appena spuntato, altalene di illusioni e paure, bidoni di latte e nuvole in fuga, solo quello, anche nei momenti più bui, le ridava la forza di farsi largo di nuovo fra tutte le minuscole cose di tutti i giorni. Come passare l’aspirapolvere, pulire i bagni, sfregare l’orlo affumicato della Bialetti fino a farla luccicare come nuova, andare a prendere le figlie a scuola e inventarsi ogni giorno un nuovo coraggio.

Adriana Ferrararini– inedito

 

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4 pensieri su “Un racconto inedito di Adriana Ferrarini: OH, LA BIALETTI!

  1. Adriana, bello! Davvero! Rete che ti prende e ti trascina in luoghi e anni che sembrano relegati nelle vecchie pagine dei settimanali femminili degli anni 60 o poco prima. La signorina/ signora della Bialetti è vivissima nel mio ricordo e nel tuo scritto con un gran fiocco rosso e il vitino stretto di chi sa mantenere la seduzione contro le super calibrate di quegli stessi anni.
    Bello!

  2. Mi ha ricordato certi racconti da fotoromanzo. Si è tanto battuta per sposarsi, l’amore l’amore l’amore… e poi è insoddisfatta della sua vita coniugale, banale e consumata.

  3. Gli anni 60 sono proprio il cardine attorno a cui ruota questo racconto che vede una ragazza lasciarsi alle spalle il mondo contadino per entrare nella modernità. Il boom economico con le sue illusioni e delusioni.
    Grazie per i vostri commenti.

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