CINEMATOGRAFIA E DINTORNI- Adriana Ferrarini: “chi focu a mmari ca ce stasira”. Note su FUOCOAMMARE di Gianfranco Rosi

locandina film

Fuocoammare-poster-locandina-2016

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In attesa di entrare a vedere il film di Rosi vedo uscire gli spettatori dalle altre sale: sciamano fuori leggeri, scherzando, qualcuno ridendo. Poi escono anche gli spettatori di Fuocoammare: seri, quasi disorientati, addirittura barcollanti.

Non c’è da stupirsi, un film su Lampedusa, roba di migranti, un problema che sta mandando gambe all’aria l’Europa. Niente di allegro. Per un attimo mi chiedo perché non entro anch’io in una delle altre sale.

Poi le luci si spengono e sullo schermo appaiono enormi radar che si girano lenti da un lato e dall’altro, mentre all’impianto satellitare arrivano le voci disperate di migranti spersi nel mare che invocano aiuto. Ok, ci siamo.

E invece no. Invece dei migranti arriva sullo schermo un ragazzino un po’sovrappeso, tutto imbacuccato, che stenta a salire su un albero. E’ una giornata grigia e ventosa. Una Lampedusa lontana mille miglia da quella che attrae, o meglio attraeva, i turisti.

Per buona parte del film seguiamo i lenti giochi di Samuele che ha la passione della fionda, ma un occhio pigro e deve mettersi gli occhiali, va in barca con il papà ma non regge il mal di mare, mangia gli spaghetti con una voracità come non abbiamo più visto al cinema dopo Alberto Sordi. Le scene con Samuele si alternano a quelle scandite dai gesti quotidiani della nonna che riordina la casa, cucina, cuce e, mentre fuori tuona, spiega al nipote che il maltempo non è buono per chi sta in mare a pesca; sembra tempo di guerra, aggiunge, quando c’era “come il fuoco a mare”.

Di tanto in tanto appare il deejay di una radio locale che trasmette musica melodica. A lui la nonna chiede di mandare in onda la canzone “Fuocoammare”, canzone lampedusana che parla di una nave bombardata durante la seconda guerra mondiale: l’incendio illuminò per tutta la notte l’isola.

E i migranti? Una barca parte in piena notte, scandaglia il mare, una luce fruga sul pelo dell’acqua. Ma i migranti non appaiono. Sentiamo parlare di loro dal dottor Pietro Bartolo, medico dell’isola. Con profonda sofferenza e partecipazione umana racconta della fatica di salvare i migranti, di trovarsi di fronte a tante morti. E’ preso di profilo, curvo sulla sua scrivania, una gran massa di capelli.

Solo molto avanti compare il barcone dei disperati e la nave vedetta con uomini in tuta e mascherina bianca che mettono in salvo i superstiti. Vediamo uomini e donne in fin di vita, non sappiamo se ce la faranno. E alla fine, assieme ai militari e i medici che hanno portato i sopravvissuti sulla nave, entriamo nella stiva del barcone dove sono rimasti gli altri, corpi accatastati, stretti gli uni agli altri. Sembra stiano dormendo.

Certo che è rischioso il viaggio, ma la vita è rischio, no? “ urla quindi a tempo di rap un migrante, gesticolando con forza.

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foto di scena fuocoammare

fuocoammare-nuove-foto-poster-

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La storia di Samuele e quella del salvataggio dei migranti viaggiano in parallelo senza mai intersecarsi. I migranti di notte improvvisano una partita a calcio gridando e incitandosi gli uni con gli altri, Samuele va di notte da solo nella radura dove c’è l’albero su cui faticava a salire e, invece di colpire con la sua fionda un uccello (un usignolo d’Africa?), lo avvicina imitandone il fischio e delicatamente lo sfiora. Due mondi che sembrano non sapere quasi nulla l’uno dell’altro, ma l’isola di Lampedusa li tiene insieme.

In “Sacro Gra” Gianfranco Rosi, raccontando piccole storie quotidiane, ci metteva davanti al brulichio di vite che si muove ai margini di una metropoli. In “Fuocoammare” nello stesso modo, in apparenza svagato e inconcluso, ci porta dentro all’isola di Lampedusa, con la sua vita quasi immota nel tempo e poi dentro al barcone, dentro le vite dei migranti. Con la stessa invisibile e strana capacità di comporre un affresco attraverso singole storie, raccontate sempre con stupore e profondo rispetto.

 

Nella sala vanno i titoli di coda ma nessuno si muove.

Quando esco, in silenzio, perché non ci sono parole, forse barcollo, ma non me ne accorgo.

Il film di Rosi ha ricordato all’Europa che siamo tutti, dico tutti,  su una nave in piena tempesta.

No, non c’era nessuna altra sala dove andare in questo momento.

 

In calce alcune recensioni che suggerisco in modo particolare.

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Nella sala vanno i titoli di coda ma nessuno si muove.

Quando esco, in silenzio, perché non ci sono parole, forse barcollo, ma non me ne accorgo.

Il film di Rosi ha ricordato all’Europa che siamo tutti, dico tutti,  su una nave in piena tempesta.

No, non c’era nessuna altra sala dove andare in questo momento.

Adriana Ferrarini

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In calce alcune recensioni che suggerisco in modo particolare.

http://www.cultframe.com/2013/09/sacro-gra-gianfranco-rosi/

(su “Sacro Gra”)

http://www.ondacinema.it/film/recensione/fuocoammare_rosi.html

(una lettura del film attenta al montaggio)

https://youtu.be/BdgksG8-sZ0

(una lettura di una giovanissima sull’opera cinematografica)

http://www.wired.it/play/cinema/2016/02/22/fuocoammare-berlinale-tecnologica/

(Su Gianfranco Rosi e il documentario nuovo genere di cinema in cui l’Italia è all’avanguardia)

http://www.left.it/2016/02/18/il-medico-dellisola-la-lampedusa-di-pietro-protagonista-di-fuocoammare-di-gianfranco-rosi/

(sul medico Pietro Bartolo)

http://www.alabianca.it/4363/

(Sulla canzone che ha ispirato il nome del film)

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2 pensieri su “CINEMATOGRAFIA E DINTORNI- Adriana Ferrarini: “chi focu a mmari ca ce stasira”. Note su FUOCOAMMARE di Gianfranco Rosi

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