ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: L’ultimo canto d’amore. Un romanzo di Daniela Raimondi

 

La cosa migliore, quando ci si avvicina ad un libro è leggerlo, (as)saggiare la sostanza di alcune sue pagine. Se ti senti chiamare, se senti che c’è qualcosa, lì dentro che vuole farti entrare nelle sue vie di carta, allora lo si acquista. E’ questo allora che intendo proporvi. Direttamente la lettura di un passaggio dall’ultimo romanzo uscito in e-book di Daniela Raimondi L’ultimo canto d’amore. Buona lettura e …scoprite il resto.

fernanda ferraresso

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john everett millais-ophelia

John Everett Millais-Ophelia

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IL VOLTO DI DIO

Non ancora adolescente, Mahasti chiedeva a suo padre se era vero che esistesse il Paradiso.  Sahid sorrideva, poi si sedeva insieme a lei all’ombra della vite e iniziava a raccontarle una storia antica.  Era sempre la stessa, ma lei non si stancava mai di ascoltarla.  Narrava della vita di Mohammed Al Zahir, di come un uomo cercò per tutta l’esistenza la via che lo conducesse all’Ain Soph Aur: il traguardo della luce infinita.  Mahasti si sedeva sull’erba, gli occhi che brillavano, e Sahid iniziava il suo racconto:

“Il giorno in cui Mohammed Al Zahir decise di morire, il cielo aveva il colore dell’ocra e un vento caldo soffiava dal deserto.  Per tutta la vita Mohammed aveva cercato l’essenza della felicità: aveva provato il delirio del potere, l’esaltazione del denaro e l’ebbrezza della fama; aveva ascoltato i canti dei minareti, sentito sul viso la sabbia del deserto e la neve delle montagne; le sue mani avevano ammaestrato cavalli e ricamato la filigrana, ma nulla aveva mai assopito l’inquietudine che viveva dentro di lui.  Giunto a trent’anni, Mohammed cercò la risposta nell’amore.  La trovò negli occhi assenti di Fatima, nello sguardo impaurito di Sarah e nel sorriso sensuale di Talim.  Pianse di gioia alla nascita del suo primogenito, e poi per tutti i trentasei figli maschi che le sue mogli partorirono.  Ma, giunto alla soglia della vecchiaia, si rese conto di non avere mai conosciuto la vera felicità.  Arrivò alla conclusione che la risposta a tutte le sue angosce non poteva che essere una sola: conoscere il volto di Dio.

Mohammed Al Zahir si immerse nello studio della Torah e del Corano.  Passò notti intere curvo sulle pagine della Bibbia e dei Veda.  Cercò di svelare i segreti dell’Alchimia e della Kabala, ma i testi antichi si rivelarono impenetrabili.  Decise allora di andare alla ricerca di Dio per le strade più oscure dell’esistenza umana.  Cercò Jahwe avvinghiato alle cosce di una prostituta assira, nelle fumerie d’oppio di Samarcanda e nel mistero di un peccato dolcissimo; e ancora lo cercò nelle profezie degli antichi egizi e nel Lingam di un tempio di Mahabuli Purum.  Scrutò a lungo il perfetto movimento dell’onda e il percorso luminoso di una goccia, ma l’incontro con colui che è, che sempre è stato e che sarà, gli sfuggì in continuazione.  Fu così che il mattino del suo novantaquattresimo compleanno, Mohammed Al Zahir lasciò la sua casa e si diresse sulla montagna per incontrare la propria morte.  Si stese sotto un faggio e attese la fine con curiosità e trepidazione.

Passarono sette giorni e sette notti.  Mohammed sentiva il proprio corpo disfarsi e ricongiungersi alla terra.  Il suo viso si coprì di polvere, le sue membra si essiccarono sotto il sole e si sciolsero nella pioggia della notte.  Mai Mohammed si era sentito tanto unito al centro dell’universo come in quel lento liquefarsi della propria materia, nel dissolversi della sua carne con la viva sostanza del mondo.  Morì con gli occhi aperti.  Era l’alba del Sabbath.

Giunsero sulla montagna i quattro angeli dalle quattro teste e lo condussero al regno dell’Altissimo.  Mohammed salì lungo una scala bianca di cui non scorgeva il termine, fino a che arrivò all’entrata del Tempio di Dio.

Sacrificò sette agnelli.

Si purificò in quattordici vasche d’acqua.

Si cosparse il corpo di cenere.

Camminò lungo un corridoio illuminato da mille bracieri di fuoco.

Aprì trecento trentatré porte.

Vagò lungo i labirinti infiniti di un cerchio perfetto.

Giunse finalmente alla cella di Dio.

Questa era in un’aula d’ebano e cipresso.  Sull’altare di pietra c’erano la mensa per i pani della proposizione e quattordici candelabri d’oro massiccio.  La cella che conteneva Dio era separata dall’aula mediante una parete di legno, e da lì si apriva una porta pentagonale, occlusa da un velo nero che impediva di vedere il volto del Creatore.

Mohammed Al Zahir sentì che era giunto al culmine di tutta la sua esistenza.

Si avvicinò al velo.

Rimase immobile, sopraffatto dall’emozione.

Infine allungò la mano e, con un gesto pieno di reverenza, scostò quell’ultima, fragile barriera che lo separava dalla Verità.

Il suo urlo di terrore scosse fino alle fondamenta la cella di Dio

fece tremare il velo nero

l’aula di legno d’ebano

le trecento trentatré stanze del tempio

il lunghissimo corridoio

i mille fuochi dei bracieri

i percorsi infiniti del labirinto circolare

il sangue ancora caldo dei sette agnelli

la scala senza fine.

E ancora vibrò nel centro di un universo usurpato,

raggiunse la montagna,

fece fremere le foglie del faggio e il corpo putrefatto coperto di edera e funghi.  Perché quando Mohammed scostò la tenda, fu invaso dall’orrore e dalla venerazione ma, sopra ogni cosa, si arrese alla propria sconfitta.”

Il racconto finiva così, ed era sempre accompagnato da un profondo sospiro di Sahid.

Il calore ondeggiava in un’aria satura di polline e farfalle.  Intorno a padre e figlia, parevano esistere soltanto il frinire delle cicale e la luce del pomeriggio estivo.  Mahasti respirava il profumo dell’erba tagliata; la paura le batteva dentro come un secondo cuore:

“Ma com’era il volto di Dio?” – insisteva la ragazzina.

“Non te lo posso dire, né te lo potrebbe mai dire nessun altro uomo. – le rispondeva allora Sahid. – Lo scoprirai da sola quando verrà il tuo giorno.”

Non aggiungeva altro.  Ogni volta Mahasti restava delusa.  Provava invidia per Mohammed Al Zahir e, allo stesso tempo, una gran rabbia verso quel Dio circondato da tanti segreti.  Un Dio che sentiva pieno di superbia, immenso e lontanissimo.  Troppo lontano per essere capace di amare veramente le proprie creature.

Dal romanzo e-book: L’ultimo Canto D’Amore, di Daniela Raimondi

 

cover raimondi

Daniela Raimondi, L’ultimo Canto D’Amore-e-book

© IoScrittore, Gruppo Editoriale Mauri Spagnol

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Riferimenti in rete
http://www.sololibri.net/L-ultimo-canto-d-amore-Daniela.html

Ancora una pagina in lettura:
https://books.google.it/books?id=VBcMCgAAQBAJ&pg=PT5&hl=it&source=gbs_toc_r&cad=2#v=onepage&q&f=false

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