CRONACHE DI POESIA-Loredana Magazzeni e Carlo Bordini: NOSTROMO, NULLA IN VISTA? di Luciano Troisio

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Dico subito di non essere all’altezza perché collego il Postmoderno a un’idea di spappolamento, disgregazione generale, stagnazione riguardante tutto l’impero, una seconda (e temo definitiva) volta à la fin de la décadence, quindi forse dovrei tacermi. È dall’evidenza che emerge il subbuglio, e anche la paresi, l’anchilosi. Almeno per la mia generazione non c’è scampo, ma questo non significherebbe nulla. Non ha nessuna importanza che ci sia un garantito happy end. Dopo l’estremo fotogramma della disperazione certamente salteranno su cuccioli, vispi furetti, rinascerà qualcosa che non c’entrerà nulla col Postmoderno.

Leggo buona poesia, poesia mediocre, soprattutto brillanti saggi sulla poesia, agudezas, profondi distinguo, serrate analisi, botta e risposta. Apprezzo moltissimo i poeti che chiosano i loro versi (non sempre li migliorano). Come umile storico della letteratura ho riflettuto, specie sul secolo passato. Non sono un filosofo, né un sociologo. Ritengo che stilisticamente la poesia non debba imitare mai, nessuno, nemmeno in buona fede, che debba rispettare anche in futuro dei seri criteri linguistici, derivanti soprattutto da seri studi.

(In poche vecchie parole: essere vigili; scrivere e non essere scritti.)

Neo, Post, Epocale, Sperimentalismo, Millenarismo (e relativa Fine del Mondo ). Divagando.

Da bambini, ma anche dopo, il 2000 avanzava come qualcosa di misterioso, inavvicinabile, talmente moderno che lasciava adito a ogni fantasia a ogni fantascienza. Per parte mia prevedevo: avrò 62 anni. Il Capitano Nemo non aveva previsto la radio per il suo sottomarino personale da escursione (legato a un filo); Kubrick sui tempi si sbagliava di grosso col suo (capolavoro) 2001, e una poesiola-canzonetta suggeriva: Nel 2000/ noi non mangeremo più/ né bistecche, né spaghetti col ragù// prenderemo quattro pillole con gran semplicità/ la fame passerà. (Invece la fame non è affatto passata ma) fortunatamente la poesiola si augurava che almeno l’amore si continuasse a fare -pressappoco- come sempre, (concludendo: /speriam che sia così!/).

(Ammesso che il Tempo esista) le date tonde non esistono in nessuna storia (nemmeno in quella letteraria). Invece esistono inizi come il 12 ottobre, il 14 luglio, il 20 luglio. Nella memoria di noi vecchi sono scolpite immagini fondamentali, tremende e sublimi. Nella mia persiste assoluto un suono: quel primo pulcinesco bip bip dello Sputnik 1 sovietico. (L’uomo è la Misura dell’Universo?)
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Abbiamo oracolato male, d’accordo, però i Poeti, gli Auctores (alludo ovviamente all’etimologia di Fattori, di augusti Aumentatori del Reale), hanno lavorato indefessamente per tutti, traendo dal buio bellezza, ricchezza, salute, felicità (?); sono state scritte importanti opere, fatte scoperte e invenzioni straordinarie, perfezionati marchingegni imprevedibili, net, medicine, genoma, la speranza di vita si è straordinariamente allungata, con la sua pena, hanno grande successo narratori sempre più anziani, quindi c’è speranza per tutti. Per i poeti invece il prodotto non cambia, essendo sempre stati assai precoci. Infatti basta aprire un sito, un blog ed eccoti ogni giorno nuovi nomi, nuovi versi di interessanti teen-ager. (Citando Eliot: divento vecchio, divento vecchio…). E non vorrei affatto che un romanzo fosse “lungo soltanto una riga”.

Voglio dire che “sono dove non penso” dunque (non so più chi) sono. Né che sarà di noi.

Dunque un vecchio malato di varie Sindromi, da quella di Peter Pan a quella di Stendhal, (ma un elenco disgrazie sarebbe lungo) non è molto adatto a intervenire in questa sede. Dovrei declinare l’invito soprattutto perché troppi saggisti di ottimo livello hanno già detto la loro, in maniera compatta (anche troppo), piuttosto condivisibile, senza labirinti pindarici e in ammirevole brevità sorella della profondità. Non posso certo competere. Tuttavia ringrazio della cortese ospitalità che mi fornisce Le Occasioni per divagare da uno spazio assai lontano dalla cara Penisola, e precisamente dal Sudest Asiatico, mia seconda patria. Procedendo in una fantasia di avvicinamento potrei cominciare col dire che qui l’Italia non esiste, italiani in giro non se ne vedono, si incontrano italo-americani che hanno venduto il ristorante e vivono di rendita, italo-australiani che parlano il loro terribile inglese o un dialetto, sia del nord che del sud. Abbiamo com’è noto, colonizzato interi settori linguistici soprattutto nella cultura del cibo; dominiamo mondialmente il complicato e stimatissimo lessico del caffè, del gelato, del pregevole decasillabo: pizza pasta ravioli lasagne, in tutte le sue infinite varianti. L’osservazione è fuori tema solo in apparenza: infatti sarebbe una ghiotta proposta per un editore in vena di strenne (come si usava una volta, o appena passata la crisi): pubblicare tutte le varianti esilaranti scovate nei menù. Assicuro che si supera ogni fantasia. Esempio recente qui a Vang Vieng, nel cuore delle montagne laotiane: Spaghetti Kabulana (immagino, dagli elencati ingredienti, per Karbonara, ma evocanti anche la poco fine Kabulite già nota a Marco Polo che ne soffrì a lungo).

Le librerie in lingue europee sono pochissime e soltanto nelle metropoli (Bangkok, Tokyo, Singapore, dove si stampa moltissimo in italiano). Esistono miseri book shop di seconda mano, in inglese al 95%. Poesia? Zero. Però ad Hanoi ho comperato varie edizioni delle poesie (dal carcere) di Ho Chi Minh, e seduto sui gradini dei prestigiosi monumenti, delle auree pagode, nei ritagli di tempo, nelle vuote attese del nulla, mi sono divertito a tradurle nella nostra lingua. Non escludo che esista già una traduzione (non riesco a rintracciare la vecchia opera omnia Anni Settanta, della Newton Compton). Molti pensano che l’originale sia in vietnamita, invece le ha scritte in cinese, e proprio la mia familiarità, per quanto minima, col mandarino, è stata la prima scintilla, ma poi sono stato costretto dalle molte lacune a consultare-collazionare l’edizione inglese, francese, spagnola. (Ecco un tracimante esempio di Postmoderno, di fuoristoria, di tempo scaduto, di sentirsi maisempre in ritardo, fuori dal mondo ecumene, mai nessuna risposta al vaniloquio, -ricordando Andrea: vorrei essere amato dai miei lettori-, di marginalità punitiva, di isolamento, di gara tra fuori gioco. E potrei chiuderla anche qui).

In fin dei conti, parlando (sempre) De Me, come postmoderno mi salvo perché il mio è un sorvolo corografico in ricognizione, un antidepressivo. Vivo gran parte dell’anno lontano dalla patria, sento spesso discorsi di italiani che vogliono andarsene definitivamente, mi tentano (ci sarebbero grandi vantaggi). Sono lontanissimo dalla circoscritta e minoritaria emittente culturale-linguistica, non ho più nulla da perdere, però mi tengo aggiornato. Ora con la rete va meglio: leggo ogni mattina 5-6 quotidiani on line. Soprattutto disgrazie che non giovano alla depressione. (Ma cerco anche i settori Cultura e Scienza. Quest’ultima mi conforta). Però non pare che ci sia da stare allegri. Soprattutto per la netta sensazione che in Italia non si combini assolutamente nulla, non ci sia un governo, che la classe politica sia indegna, che ci siano infiniti pagliacci di fama nazionale, regionale e comunale (lascio fuori il provinciale), che il livello umano del panorama sia desolante (il resto dell’Europa come percezione non va molto meglio), che la cultura sia filtrata, precotta, comprata e/o venduta. Noi tornati espressione geografica? Nelle università straniere risatelle di scherno? Troppo frequenti proctofigure della nostra -strapagata e ignorante- diplomazia? E che dire del penoso settore culturale all’estero? L’Incompetenza au pouvoir? Insomma il nulla, il vuoto, un vero Postmoderno. (Ma qualcosina -suvvia- si salva, con le famose eccellenze, proprio volendo occuparsene…).

Come scrivere (Che fare). Quali progetti per il Postmoderno. Da dove partire: dai vari stati dell’UE, con le loro diversità, i loro diversi tempi anche letterari (e politico-filosofici, economico-sociali). E già su questo punto sarebbe necessario ricordare prima le orrende dittature, quindi i ritardi nella circolazione delle idee, i divieti e le censure dei regimi, la splendida centralità letteraria dei nostri anni Cinquanta, poi l’aggiornamento anche magnifico degli anni Sessanta/Settanta, fino al nulla. Siamo sempre debitori di molte idee, da secoli, a Francia, Regno Unito, Germania; ora, finalmente colmate le lacune dell’informazione, siamo già saltati nel vuoto, nel nulla da un bel po’ (mentre nell’est europeo stanno ancora prendendo la rincorsa per il baratro).

E ancora: l’Occidente è la mia filigrana, i grandi poeti vanno letti sempre, dovunque, possibilmente in lingua originale. E che sappiamo degli asiatici? Che ne è ormai dei beat californiani pacifici on the road? Cosa resta del loro codino? Leggiamo i sudamericani, gli africani neri e mediterranei? Tutto questo, per dire che incombono problemi irrisolvibili, che ogni giorno la gente si butta dall’ultimo piano, si spara, si impicca. Sono affari del poeta? Può tirarsi fuori? E le torri d’avorio per i nostrani narcisi solipsisti vanno ancora?

Si dice: ma il poeta non c’è più (sebbene moltissimi e moltissime sostengano senza onus probandi di scrivere versi); e a proposito di integrazione: il mio amico D. è finito alla Charitas, A. in comunità, F. è in galera, O non dà più notizie, M. si ostina a dormire in macchina. Quanto sono diverso da loro? Godo di una pensione perché ho lavorato a lungo anche in condizioni difficili, pagato contributi e fior di riscatti. Molti cari amici che mi corrispondevano se ne sono andati. Chissenefrega del Postmoderno e della poesia! È già una fortuna che molti versificatori si autoeliminino, che i peracottari si adattino a vendere piastrelle. Il poeta vero è un formidabile resistente solitario, (fante in un mazzo di carte senza donna), un emarginato che invano chiederebbe a un assessore da quattro soldi di presentargli il libello, perché l’assessore non ha nemmeno di che sostituire le lampadine e comunque prima vengono gli iscritti al partito. Anche perché quella dozzina di editori che stampano collane di poesia (rimettendoci), non sono da prendere in considerazione, loro e i loro autori. Molto, ma molto meglio i piccoli editori, quelli che spesso sono di cattivo umore incombendo le bollette, e magari pensano delle antologie estemporanee, a tema, senza tema; comunque insostituibile polso sincronico della situazione. Anticiperò la mia conclusione pessimistica dichiarando che non vedo niente di buono in arrivo, e che riflettendo su presente e passato prossimo, non percepisco cambiamenti né minime rotture (semmai sfilacciamenti, pappi tra polveri sottili), anzi una melensa inquinante continuità periferica, priva di speranze.

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vang vieng e  matthew cusick

vang vieng

Matthew Cusick a

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Ritengo che una buona catacresi/metafora del Postmoderno si potrebbe ricavare visitando la Biennale (Arsenale e Giardini). Ci vado da 50 anni e più. Se dicessi che non è mai cambiato niente sarei riduttivo, superficiale. Invece se dicessi, come ho sempre detto, che vale sempre la pena di andarci, non direi nessuna novità. Ma stavolta m’è rimasto dentro un qualcosa di profondamente peggiore. Non parlo di singoli artisti, la bravura certo non manca, né di singoli padiglioni, anche se mi è sembrato che certe idee fossero, e siano, mediocri. (Chi decide, chi sceglie, chi paga? I vari Comitati, le varie Nazioni!); ho visto moltissime opere di grande interesse, ma ho visto anche nullità, vuoto, mancanza di progetto, reale insignificanza, provocatoria deprivazione sensoriale (in questo caso sono dovuto stare a lungo in coda solo per tuffarmi nel nulla al buio per 60 secondi. Che trovata pubblicitaria!). Ho visto non solo imperdonabili ritardi, clamorose sciocchezze, ma assoluta mancanza di minime ideuzze, un miserrimo étalage di raccomandati. Ciò mi ha angosciato perché l’ho immediatamente collegato a certi mediocri testi letti da poco. A certi fessacchiotti, incalliti vincitori di premi ante litteram.

I saggi sulla poesia sono dunque spesso migliori della poesia stessa. Perché, ripeto, esistono saggisti talmente brillanti da elevare di molto le pagine di cui si occupano. Li stimo assai -alcuni sono amici- e auguro che abbiano successo anche nel futuro Postmoderno.

Nella tranquilla discarica dello sfacelo desidero quindi contraddirmi: secondo me si pubblicano, anche presso piccolissimi editori senza distribuzione (noto cruccio), segreti volumi di alto decoro. E questo fornisce, a me insonne, una minima soglia di veglia con speranza, ma per finire: essendo purtuttavia totalmente privo di riferimenti, (alla mia età dovrei fornirli e non chiederli), invece di snocciolare disastri, evitando sia gli sconquassi sintattici che la contemplazione dell’ombelico (ma anche la significazione del fallo postpsichiatrico, ormai irrimediabilmente afflosciata), in assenza di altro, temo/auspico che fino a nuovo ordine il solco di un sano Post-Neo-Sperimentalismo possa coniugare, ancora garantire, libertà, estro e sociale.

Luciano Troisio   – Vang Vieng, febbraio 2015

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il capitano nemo

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