VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini: Lingua di terra di Giancarlo Zagni ed alcuni suoi inediti

paolo ventura 

paolo-ventura

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Il tema chiave di tutta la silloge è la perdita, declinata sia come scomparsa e mancanza di ‘un-già-dato’,‘un-già-stato’ nel tempo personale, che si avverte nella memoria; sia come accadere nell’oggi della decadenza di una stagione umana, un’epoca, un’era forse, percepita nel suo sgretolarsi, nel suo scucirsi, nel suo svanire all’orizzonte, immane sullo sfondo dell’individuo. Inoltre il senso della perdita è accolto e sentito anche come attuale esperienza della morte: attuale per la scomparsa di personali affetti, attuale per l’avvicinarsi del proprio “turno”, attuale per il sempre più difficile affidarsi a Dio. Non a caso l’autunno è stagione ricorrente: di separazioni (“L’estate era alla fine./ Sul pontesèl di legno/ c’era la brina. …/ … Si partiva.” Distacco, p.12), magari coi filari delle viti e la raccolta dell’uva, (ma a volte richiamati già nel gelo della dimenticanza: “Dimenticati. Inezie.// Ancora, ai primi geli,/ attaccati alle viti/ ormai scarne. Sfuggiti/ alla vendemmia. Sviste.// Piccoli radi grappoli./ Magri. Con un sapore/ di brina, macerato da un languore di sole.” (Inezie, p. 8)), comunque sempre nel segno di qualcosa che volge alla fine: “Il sole di settembre che insapora/ l’uva. L’estate che si arrende.” (Spreco, p.11); “Il sole basso tra i filari d’uva,/ la luce che nidifica, dorata/ già dalla ruggine d’autunno,/ sulle cose feriali, sulle foglie/ sensitive del mondo – c’è una spina,/ nella gioia, di pena?” (In memoriam S.W., p.24). Così come è ricorrente la sera: “Rondoni ancora a sera/proiettati nel cielo./…/ Sempre più in fondo: persi/da noi ultimi vivi?” (Rondoni I, p.5); “Rondoni si inabissano/ fino all’ultima luce./…/ Nell’immenso minuscoli/ vertiginoso nulla/ dello spazio./ Asterischi.” (Rondoni II, p.6); “La sera, come un grido trattenuto.” (Uomo che corre, p.8). Sempre sul bordo del tempo che finisce, dei saluti, degli addii.
Nella prima declinazione della perdita, il primo grado è quello della nostalgia e del rimpianto, che trovano espressione particolare nella seconda sezione, anticipata da Distacco, testo che chiude – e collega alla successiva– la prima sezione, e sono esemplificati nella forma più semplice da La statuina di zucchero di p. 14, dove, accanto ad un naturale ed incontrovertibile consumarsi delle cose nel tempo, nonostante la cura profusa (“la statuina di zucchero colorato/ …// sempre più stinta, ogni anno retrocessa/ tra gli addobbi sull’albero, succhiata/ dal tempo (non da noi), ormai senza figura,/ sarà finita nella spazzatura.”), fa dimessamente – tra parentesi – capolino una, invece, conservazione di particolari che la memoria – una memoria proustiana – riaccende vivissimi: “(gli angoli sonnolenti, la farfalla/ del fuoco palpitante sul soffitto,/ nella vetrina i piatti come immersi/ nell’ambra, la finestra che stupiva/ nel biancore di un crollo silenzioso)”. Infatti subito dopo, già in Il solaio di p. 15, il sentimento del rammemorare si complica: il tempo passato diventa un’incostante durata ballerina tra l’ieri (“(ricordi?)/ …/ L’uscio chiuso/ dietro cui dorme/ in un grumo concreto/ il tempo”) e l’oggi (“Spingi più forte. Spingi./…// Avanza con cautela (non trovo/ l’interruttore). …/Attento/ c’è un buco in qualche punto/ del pavimento. Trappole,/ spigoli che non vedi. Attento/ a dove metti i piedi.”), un tempo-incubo, nel quale la soffitta, inizialmente familiare e gozzaniana (“cucita di ragnatele”, con “l’odore delle mele e dell’aceto”), diventa luogo kafkiano dove si trova e si indossa la maschera antigas (“cercala che c’è ancora/ ((ma dove sono le mele e l’aceto?)/ …/ (sai di che cosa parlo:/ Unteroffizier e il graffio/ di un nome tedesco)”), che in realtà avvelena e trasforma in un insetto, in un “animale/ freddo feroce cieco.”, così che “Non hai più la tua voce”, e insieme anche devasta, cancella le cose che, pure, c’erano, lì; e allora: “E le mele e l’aceto?”. Così in La stalla vuota di p.17, il tempo della rivisitazione memoriale – che vorrebbe proporsi quasi sacrale (le sommità delle colonne della stalla sono nobilitate da “capitelli”, i muri non sono corrosi ma ‘fioriti’ dalle muffe) – ammala invece le cose: “Il sale… fioriva/i muri come un male”, “i nidi/delle rondini rotti” e scava assenze incolmabili: “nuda/ pietra, desolazione/…Vuote/ e deserte le poste./…/ Il freddo del selciato/ disinfettato (fiotti/ bianchi di calce viva)/ Disabitato e vecchio./… // Non il velo di un fiato/…/ Un silenzio di ghiaccio./ …senza anima.”. Più avanti, in Paesaggio di collina perduto di p.49, il “vuoto” di questo “catenaccio” si fa esperienza consapevole dell’impossibilità, comunque devastante, dell’andare a ritroso: al posto di ciò che si è cercato, nella suggestione delle indicazioni mnemoniche, c’è un luogo “non più trovato”, un luogo “non raggiungibile se non/ nel furto del rimpianto.”. Tanto che in Verifica del qui di p.18, la mancanza (“l’infanzia di rondini e di prati/ e l’arca aperta in lieta confusione/ di animali e di arnesi e l’orto e i fossi/ d’acqua lenta”), la perdita (“Forse/ mi sono perso (ah la zingara/ che rubava i bambini)”) si ripercuotono sul presente, in un disorientamento assoluto: “Mai veramente in nessun luogo a casa./…/… Io sono un luogo/disalberato. …// Lo sgombero, il trasloco poi, e quasi/ una demolizione./ Tutto quel vuoto. Un crollo./ E ora sono qui/ in questo nessun luogo/ disalberato.”. E ancora, in Contraddizione, inedito del 2011:

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Perch’io vorrei tornare a casa
là dove mai non sono stato
e per strade che mai ho camminato
ritrovarmi, rimango
in questa residenza di anni o mesi
con tutti i miei risparmi
sempre più radi
e la tristezza dei vestiti appesi
negli armadi.
Forse se ne percepisce una motivazione in Agostiniana, p. 27:
Dei canti di lontani galli aprono
squarci nel tempo e da là chiama
ciò che non torna. – Ma non
tornerà più neppure questa mattina, calma
nell’oro della sua luce donata,
mi dico e mi ferisce
di taglio l’intravista felicità col senso
di un frutto che mi stacchino dal petto.

Spazio che si traduce in tempo. Tempo
contato e sbriciolato nell’andare. Ecco,
il passato ci sta davanti come
qualcosa che non è compiuto.
E la memoria – ciò che chiama
di là – è una ferita non sanata.

Lo sanno i galli che mi danno
ciò che non torna e staccano
da me un pezzo di me?

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E non basta, a fugare questo sventramento, qualche momento di dolcezza, pur nell’accettazione del taglio: “I caduti nell’ombra li rivedo che passano/ tra il cortile e la casa con le mani/ calde e la loro voce vera. (E di tutto/ quanto di noi è passato io non so il frutto,/ solo una scia di tenerezza e una distanza)./ Cercami, là forse c’è ancora lo stridore/ d’anime vive imploranti dentro i sibili/ della stufa.”. Infatti, ecco che, allo sguardo affettuoso della strabica servetta down del gruppo di Guido Mazzoni nella cripta del Duomo di Modena [1](“Guardami, sono là/ che con la testa sanguinante corro verso/ il tuo grembiule, tenera/ mongoloide”), forse tutt’uno con quello amorevole della propria madre cuciniera, s’impone una assenza che stravolge l’incontro: “(Noi qui quasi invisibili)./ …/ Voltati, non mi cercare/ più dove c’era il tempo/ di riporre provviste nella cripta/ e portare la cenere al piede/ del fico. Il tempo ora è in frantumi. / La cenere dispersa dappertutto”. Resta solo la possibilità di una preghiera rivolta a quel soffio di accudimento: “Ma tu soffia, strabica/ santa del cantinetto, con il cucchiaio colmo/ per noi, soffia, sdrucita soccorritrice, soffia,/ dirada la foschia. Santa Supiàuna [2], soffia/ per noi.” ( Domanda di soccorso, p.29), dove l’identificazione, non certo sommessamente suggerita, con l’invocazione alla Madonna traspone la serva-madre cuciniera su un piano sacro che, mentre apre spazi di consolazione metafisica (e, però, di ancora più netta distanziazione), cuce invece tra loro locazioni di abissali lontananze terrene e temporali e ultraterrene, per farne una comune unica esperienza di affidamento maternale. Acquista un senso particolare, allora, anche la “sconsacrazione della casa”, come l’autore titola la seconda sezione, che è una sconsacrazione della memoria; ma, se essa attesta soprattutto l’assenza, la mancanza, la perdita lungo lo snodarsi diacronico del tempo, assolutamente non redimibili dall’intenzione memoriale, peraltro apre ad una consapevolezza più accorta e responsabile del presente (“Rimbombava/ nel vuoto il catenaccio.” (La stalla vuota, cit).; “Perché ora sono qui?” (Verifica del qui, cit.); “Dove è andato/ il lungo andare?/…/Quante vite spreca/ una vita incompiuta?” (Spreco, p.11)). Ben esemplificata nella figura del gallo, tanto tessera musiva della realtà quanto immagine simbolica, che ha un’importante e frequente occorrenza in questa silloge. E’ un gallo sempre mediato dalla metafora della fiamma: “la fiammata/ del gallo strangolato che si spegne” (Spreco, cit.), “la sua voce scotta”, è “fiotto che ribolle”, “grido caldo”; il suo canto scuote, esalta, chiama (“A volte/ scroscia/ gloria di festa”), ma anche brucia, rivela sofferenza (“forse è anche un dolore/ che mette ruvidezza/ in quel suo grido caldo”), chiama alla responsabilità della coscienza: “altre/ volte è protesta, quasi/ che con rancore strappi/ via vecchie scorze, spigoli rimasti a offendere, e allora/ è che più va nel vivo/a frugare il torpore.” (Variazioni sul canto del gallo, p. 47). Un gallo il cui “getto caldo”, al contempo “rimprovero” e “invito”, “ ridice/ il tempo irrevocabile, / i giorni di viltà / non perdonati. Tempo/ spezzato mi riporta, con il becco / un bordo acuminato e ad ogni getto / qualcosa ancora sanguina.” (Terzo canto del gallo, p.50). Questi “lontani galli aprono / squarci nel tempo e da là chiama / ciò che non torna”, che non è “memoria”, o non solo, quanto piuttosto “ferita non sanata”, che continua ad additare dolorosamente “qualcosa che non è compiuto” ( Agostiniana, cit.). Questi “galli carichi di anni” con “colpi di becco additano/qualcosa. Brucia/ qualcosa qui sotto la cenere / del sonno, ma lasciatemi dormire,/qualcosa nella carne della mente…/ … Forano la pelle/ dell’anima, la bruciano. …/… /… Nel solco di quei canti/ i nodi che non passano, lo sento,/ forse me tutto, è scoria che alimenta/ il loro fuoco.”. E la luce del mattino, più che allontanare i loro “richiami”-“cunei”, svela, attua quanto essi hanno annunciato: una visibilità esteriore, inconsistente, vacua (Ad gallicantum, p.25). Ma il grido del gallo, che si contrappone al “baratro del suono” di un aeroplano che “buca/ la sfera del silenzio” per poi inabissarsi via, quel grido che “subito/ … squilla/ quaggiù, chiama da terra, scaglia/ in alto la sua guglia/ di lancia per configgerla/ nel costato del mondo.” (inedita, 2007), anche si inerpica verso il cielo del Dio scomparso, lo chiama, lo interroga, lo reclama.
Ancora, la sconsacrazione della memoria, se la si intende come diffida ad un ‘già-dato-per-certo’ solo perché già stato, costituito, interpretato, bruciato (quanta “cenere”, infatti in questi versi!), può aprire una prospettiva nuova: tanto rivisitazione e rilettura di qualcosa apparentemente già dato per conosciuto, e siamo nel dominio in cui sta anche la poesia (“L’odore delle mele nella neve./…/ Le lenzuola le nuvole le vele/ colme di luce. Il mondo che si scuce./ Le cose al loro scomparire. Vere.” (Ottava sciolta, p.28); “Deporre a terra tutto. Ascoltare la voce con lentezza/ di una gallina, come si china/ in terra e ogni volta/ esclama lo stupore primo.” (In terra, inedita)); quanto inaudito, imprevisto incontro, come quel grido “lama di gallo” che “si incide/ sul filo/ tra buio e chiaro”, tra vita e morte, tra senso e nonsenso, e che annuncia l’impensato, l’insperato, a testimonianza-promessa di resurrezione: “lo vede/ che dall’alveo di sangue si divide,/ sale ferito,/ è vivo.” (Resurrexit, p. 54). E siamo nel dominio del sacro, del divino.
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paolo ventura

paolo ventura -la valigia

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Nella seconda declinazione della perdita si accampa un presente “in frantumi”, di “gente/stipata ai vetri: tutta cenere”, che manda “nella nebbia chiusi/ dalle nostre automobili segnali/ come punte di braci nella cenere” (Domanda di soccorso, cit.), che vive l’“ansia dei minuti,/ la ressa… replicata a vortice,/ il capogiro della giostra immobile.// Paralizzati. Spinti in senso orario./ Tempo irreale.” (Spreco, cit.), in non-luoghi “senza storia”, in un costante “moto pendolare”, dove le pause sono cadute nel vuoto e “nausea”; dove non è possibile incontrare l’altro –lavavetri o chi che sia– il quale, infatti, scompare “in fondo agli specchietti / retrovisori. Sprofondando/ nel sempre qui, nel mai.” (“Il lavavetri”, p.9); o in luoghi chiusi, soffocanti come “queste sale d’aspetto (d’aspetto così scialbo)” in cui l’aria è “satura/ di respiri che evaporano, i vetri/ annebbiati, ristagno di disinfettanti”; come un acquario al cui “affollato vetro…/ occhieggiano meduse con un ghigno/ ostinato che blatera e boccheggia/ nella bolla di vapore del suo fiato.”. E allora si può “disperare dei tarantolati/ annaspanti nei risucchi della ripetizione” e disperare delle “anime in difetto” (Stato d’assedio, inedita), quando ormai tutto si va spegnendo nell’ombra incombente del tramonto: “le musiche/ languidamente sguaiate che ingoiano/ i pomeriggi dei giorni festivi./ Il sole di settembre…/ … L’estate che si arrende./ Il gocciolio del pendolo in cucina/ … e la fiammata/ del gallo strangolato che si spegne.” (Spreco, cit.); in un orizzonte d’annientamento cosmico, in cui “il sole agonizza(va)” e “l’ultima unghia di fuoco” è inghiottita da un sussulto della terra, a cui si va come per un destino folle: “e poi fu cenere e in quella curva/ dello spazio e del tempo/ correvo io correvano gli aerei correva/ la terra e il sole in ansia di arrivare.”. E’ una corsa che si allarga ad una valenza più ampia di quella esistenziale: “E tu / tu c’eri ancora ad aspettare?” (Messaggio autostradale, p.57). Che cosa, chi è questo “tu”? Un obiettivo casualmente qualsiasi o l’obiettivo? Il senso di una vita o il senso della vita, l’oltresenso? Comunque, è messo in discussione dal punto interrogativo, quindi quasi negato. Infatti il dubbio, l’incertezza, la quasi-resa sono la condizione più comune: quando non si sa come “sollevarsi con dentro tutto il piombo/ di un giorno?”, “dove andare/ senza più un altrove?” (Pasqua-passaggio, p.9). Il poeta si rappresenta in fuga: “Io che scappo.”, sulla direttrice di una “freccia/ (la fretta)/ di una strada”, in quell’ormai perenne declinare della luce serotina che è “come un grido trattenuto”. Il medesimo del quadro di Munch, Il grido, di un uomo senza possibilità di redenzione, ritagliato in una solitudine spettrale, immerso in un mondo che si disfa, dove in “un attimo” di passaggio, s’intravede “di sfuggita” “un tratto/ di cielo in uno strappo/ della terra caduto.” (Uomo che corre, p.8). O dove, inversamente, “rimasto/ sull’orlo il salice/ cicatrizzato/ senza braccia proteso/ inciso nel cielo/ e sfrondato del suo sangue/ sta inchiodato nel gelo.” (Crocifissione (acquaforte), p.53). Disperatamente isolato e solo: come uno di quei grappoli dimenticati dalla vendemmia, la cui resistenza “di guscio duro” serve solo a divenire cibo “per l’affamato/ uccellino del freddo.” (Inezie, cit.): se apparentemente tenera e pascoliana l’immagine, però il contesto resta comunque di feroce necessità. Una realtà in cui anche la pienezza vitale può essere terribile, se si traduce in incapacità di afferrarla compiutamente o in impossibilità di sopportarla per il suo travalicare i limiti della ricezione umano (“Alle volte/ la vita quasi soffoca per troppo/ che porge, quasi un groppo/ che l’anima affatica”), quando poi non si declini in bisogno sempre – leopardianamente – ulteriore, e insieme in sensucht: “l’anima affatica che si sporge/ avida e non si sazia. …/… Tutto è grazia o/ tutto è castigo?” (Preludio, p.56). Desolante è l’assoluta chiusura claustrofobica dell’io-monade che si guarda nel pozzo, dove l’alterità e l’altrove restano ingabbiati in un eterno circolare ritorno autoreferenziale:

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Sporgiti ancora, guarda
giù. Fino in fondo,
senza tirarti indietro,
lungo la parete
umida di pietra.
Giù per il muro tetro
e infecondo, nella gola
del pozzo. Giù fino
al suo occhio di vetro
rotondo. Sporgiti.
Non hai nessuno dietro.
L’altro è là in fondo, guarda.

Guarda giù (in sogno l’acqua
Era arrivata a un metro
dall’orlo senza un’onda,
si poteva toccarla)-

Sporgiti, getta un urlo
oltre la sponda
nell’imbuto profondo.
Chiama, se ti risponda
quello laggiù che fissa
(e non si volta indietro)
dalla caverna d’ombra
te. Chiamalo. Vede
forse anche lui in fondo
a un tunnel uno proteso
in un cielo rotondo
a rovescio guardare
chi lo guarda
(appena a qualche metro)
dall’altra parte del mondo?

Nel pozzo, p.7

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Quasi un altro pozzo, ma senza eco, anche se nello scambio della mano, quasi genitoriale, c’è di sicuro un doppio, un riflesso una reciprocità, colpisce la separazione dal padre, in La mano di mio padre, inedito del 1995:

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La paralisi ha offeso la tua mano
destra. Ti ha reso taciturno.
(Con che occhi su me – una finestra
di terrore – quando l’ictus è sceso
a recidere. E’ il tuo turno
non il mio, si è difeso
svincolandosi l’amore che proteso
filialmente tenevo). E’ la paralisi
che ti ha preso per mano
(ti abbottonavo, ti radevo: ero
diventato io tuo genitore?)
e ti ha portato sempre più lontano
da me. Non tua,
la mano era un inutile
peso, ti trascinava
giù. E arrivato
a quel punto, non ti ho neppure
salutato. Per ore
ho aspettato. Quando sei disceso
al fondo (non ho inteso, credimi,
il minimo rumore),
io mi ero addormentato.

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E’ un distacco che, per quanto attenga alla umanissima storia dell’autore, sembra sfocarsi più in là, in una ben altra perdita: “Lui sparito, i suoi angeli/ si agitano, replicano gesti/ per inerzia, per caso/ anche con ira/ ostinati, da noi anche istigati./ E senza una risposta.” (inedita, 2007); “Lanciano lunghi lamenti/ gli angeli del soccorso/ in cerca per le strade/ ma non giungono mai. E gli altri/ – quelli del desiderio -/ come volano alto/ a braccia aperte, ad ali/ distese, un solo salto/ verso chissà che scali.” (Piccola suite, inedita). E ancora:

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Perché non parli più? Sotto che strame
nascondi le tue braci? Mi induriscono
parole congelate ora che taci.
Il gelo fa più fonda la mia fame.
La mia fame di foglia quando fredde
sente le sue radici. Oscura sonda
tua è questa indefinita doglia
che non ha voce? Quello che si avvita
a questa croce non è canto, è scarso
fumo spanto da strame male arso.
E’ nebbia della carne e sua ferita.
Salmo del freddo, inedita 2008
A cui pare mettersi a specchio il Salmo 39, pure inedito:
Ho detto, con la lingua aggrovigliata
nel greve blaterio- Maldestra. Muta.
Alla mia lingua ho messo
le briglie, e ha balbettato, traballato, ballato
il ballo di chi brucia.

Ho taciuto, è caduto
sul mio il tuo silenzio
invalicabile, in cui
poche spanne di giorni, la vita che va via,
mio dio, sprofonderanno.

Tieni il conto dei giorni? Appena un soffio:
il tuo soffio sul fango, il tuo fiato
sul collo, Signore, sulla fiamma
(si agita l’ombra che cammina).
Dentro il legno più tenero
il tuo tarlo. Il mio grido inespresso dentro
il tuo orecchio più duro. Il tuo muro
invalicabile contro
cui molto pianto, Signore,
si ripercuote. Siamo
stranieri. Tu
alza un momento i tuoi occhi di marmo, guarda:
non ci vedono più?

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Eppure, proprio nell’adiacenza con l’orrore umano, col dolore umano, con lo squallore umano, risorge un punto interrogativo che, stavolta, se non offre nessuna consolazione, però non chiude:

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… ma il gergo sfigurato
che le esprime (le anime in difetto,n.d.r.) traduce faticosamente
l’oscura sofferenza che protende
e agita tutto e tutti nella smania
nei gemiti di un parto. – Quella schiuma
di anneganti in un gorgo? – si risente
la mia dura cervice – che cosa
può venire da tanto umano
disumano dispendio? – rimugina, o forse
rovista nel fondo in cerca di qualcosa.
Qualcosa che ripari
(che ripaghi?)

Stato d’assedio, cit.

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Così, ad esempio, anche se osservati da lontano, anche se ancora molto ‘stranieri’, “Questi giovani neri in bicicletta/ con che ruote di ruggine risvegliano/ l’alba, con che svelti/ pedali d’aria fresca/ fanno fretta al mattino.” (Mattino, inedita 2015), e, aggiungo io: come potrebbero far fretta al cambiamento, forse a un futuro migliore!
La disperazione della perdita nella morte è soprattutto della quarta sezione, Stabat Mater. Il dolore è così forte, lo strazio così lacerante, da non ammettere consolazione alcuna; siamo immersi nella finitudine della carne:

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I fiori delle mani
caduti sulla neve
del lenzuolo
e interminabilmente un ingranaggio
stremato che respira.

Infine spento. Il corpo
portato via riverso
nel sacco. Il letto
stravolto da un ciclone
e vuoto.

Uno sfregio
di vomito ha stampato
per sempre la tua sindone
che porto
con me per mio tormento.

La sindone, p.40

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paolo ventura

paolo ventura-Couple-Escape

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Carne che poi, profanata nelle pratiche mortuarie, cessa quasi di avere identità: da corpo di “mia madre”, di “docili mammelle”, “già copioso e casa”, diventa “corpo caduto, cosa, residuato”, “oltraggiato”, “esposto”, “svelato”, “ridotto a così poco”. Nonostante l’amore sacrale per quel corpo-“tabernacolo”, e gli occhi che adorano e il “cuore genuflesso”, la “benedizione” è “inaccessibile”, quasi che proprio quel corpo si sia fatto “porta chiusa” sull’oltre (Corpo caduto, p. 36). “La reliquia che in mano/ custodivi per me/ era di cenere.”, “Sei diventata il pozzo sigillato./ …// … Sei acqua/ inattingibile.”(Mater vulnerata, p. 37). Eppure nel corpo-“tabernacolo” della “quercia”-madre “dai novanta anelli” non c’è vuoto, se da una “costola” (come per Adamo) “aperta” “si sparge” ancora la vita: una vita ‘altra’, “un grappolo di larve”, che non si osa toccare, ma che si riconosce in contiguità, anzi in continuità con la propria vita e che permette di attingere dalla “cripta”-dispensa della madre le metonimiche “uova in calcina”dai “fragili gusci di luce” (Mater vulnerata, cit.). La stessa epifania io leggo anche, più avanti a p.52, in Il fagiano, dove il corpo del volatile, mentre “si disfa indifferente sotto il sole” e “lascia a terra/ lo strascico, la porpora”, però da “sotto un’ala scoperchiata versa/ un rivolo di larve.”: la morte partorisce “la vita, /che si riversa brulicante e putrida.”[3]. Ad unire ancora, a superare il deserto del “monte scotennato”, a ricomporre la propria “ampolla in frantumi”, a vincere quella sottrazione fatale e negazione terribile come una condanna originale (“Non darai alla luce/ più parole.”), nella consacrazione che trasfigura la madre (“Quando tu fosti posta sul crinale/ del Calvario”), interviene la potenza quasi divina della funzione materna adempiuta, che nemmeno la morte può cancellare-annullare: quel “gocciolio/ di sillabe/ spogliato di ogni nome” che, se subito non disseta “la colpa”, però poi diventa “canto”, una “litania nutrice” che piove dalla “gronda” protettrice “gocce del sole” e permette al figlio, “re mendicante,/ a mani vuote”, di venire “di nuovo/ … al mondo”. (Iuxta Crucem, p.39). E’ proprio nel vuoto, nel silenzio di lei che si arriva a percepire la traccia della divinità misteriosa, che non sta altrove, ma sta insieme, incarnata, crocifissa. Nonostante l’uso insistito e diretto di termini liturgici e neotestamentari (“tabernacolo”, “Stabat Mater”, “Iuxta Crucem”, “Sindone”, “Icona”, “Calvario”, “Mater vulnerata”, “genuflesso”, “adoriamo”, “benedizione”), la sacralità di questo corpo di madre è dirompente quando più forte emerge una maternalità capace di un ribaltamento ontico della morte, divina nel potere di dare e ridare la vita. E quindi “specchio” dell’Altro anche nel riproporsi come “silenzio”.

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Il volto che mi chiama
ancora
quello che mi aprì gli occhi al primo
mattino quando
nel primo faccia a faccia
mi ha toccato la luce e l’ho toccata

è il tuo volto che poi
ho visto chiudersi rimasto
disabitato.

Specchio così dell’altro
vuoto volto di cui
impersoni il silenzio?

Icona, p.40

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Sono versi di aurorale maestà che non possono non connettersi con immediatezza alla Genesi: quel “primo” ripetuto che dà tutta la meraviglia dell’originario, quella mediazione al mondo della madre col toccare la luce per prima lei, per poi guidare dopo il tocco del figlio [4]. Davvero l’incarnazione del divino nella carne-cosa della mater-materia. Sono versi che richiamano Nel pozzo proprio per ribaltarne l’opacità, la disperazione e aprono a tutt’altro: nel primo “faccia a faccia” la madre trasmette il mondo e non il vuoto ripetersi dell’“a rovescio guardare/chi lo guarda”, ed il “volto che mi chiama”, pur se adesso nella morte, pure se “rimasto disabitato”, non riporta indietro una vacua ed inerte eco, ma si fa segno-promessa dell’ “altro”. In totale continuità sono le poesie dell’inedito Vangelo dell’infanzia, dedicato ai neonati nipoti, in cui torna la medesima reciprocità potente di luce e sguardi e la messa in atto dell’eredità materna:
Quando mi affaccio al bordo dei tuoi occhi
e nella vastità di due minuscoli
laghetti d’infinito vedo
me nel miracolo del tuo guardarmi
(così tu mi disarmi),
che cosa può venire a loro, chiedo,
dal mio poco? Appena
l’affiorare di qualche vecchio gioco,
la vela lenta di una cantilena
nella brezza leggera del tuo sonno.

Ti insegnerò la rondine, il mirtillo,
la lucciola, ma tu con un tuo trillo
di che altro paradiso ti sovvieni?
Il sereno che apre un tuo sorriso
fa luce al mio cammino.
Con le tue mani piccole trattieni
la mia caduta.
Porti nella mia sera il tuo mattino.

Effatà, inedita 2011

Ecco, chi era tanto atteso, il viso
di chi deve venire, un viso
che non conosci, ecco è entrato
nella tua casa e tu, che pure
non l’hai mai visto, tu
lo riconosci. E vibra
la memoria più intima
all’immemorabile improvvisa
voce di chi venuto
alla luce porta
con sé la luce, perché nel suo sguardo
vedi
che tu sei stato atteso.
Epifania, inedita 2012.

Il dramma della morte, è vero, resta comunque difficile e misterioso:
Tante partenze e mai nessun arrivo?
Verso il paese che non si conosce,
là tu devi andare.
Dove non fosti mai,
tornare. E là trovare pace
senza fissa dimora, là trovarti
dove sarai trovato.
E’n la sua volontate.

E i piccoli grani caduti,
il gesto solo tardi
riconosciuto, i volti in dono:
germineranno?
e si apriranno gli occhi?

Perché tu trovi la finestra
con la luce che splende sulla tavola
ti strappa a te
e ti spinge lontano chi è assente.
E’n la sua volontate,
non nella tua.

Ricercare, p.55
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Soprattutto nell’attesa terminale, che non è mai una resa: “Finestra dell’attesa. …/…/ … Adesso un sogno/ grigio mi cuce addosso/ la pioggia e un grido/ troppo lontano è il promemoria/ di un gallo. Adesso/ le cose stanno senza nome mute.” (Pioggia, inedita 2014); “Alla finestra/ nevica giù…/ …/…Il brusio/ che mi appanna un orecchio/ è un tarlo che tritura il tavolo?/ o forse è la voragine/ della clessidra che filtra la mia polvere?/ Sono ormai vecchio. Che faccio? Mi aggrappo/ a questa zattera superstite?” (Lo scriba nel suo studio, inedita 2009). E diviene esperienza quasi devastante, una morte sfiorata, di poco scongiurata:
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E se non troverò mai più
la via di casa.
Nella scatola chiusa che si inclina
e precipita l’anima
che sbatte folle le ali alle pareti
del guscio accartocciato
e il corpo la sprofonda
nel bosco buio giù nel tetro buco
senza parole
e urta il pavimento crudo
brutalmente atterrato e nello schianto
la grandine dei vetri gli atterriti
in soccorso uno che porge
una piccola teca di luci
oh voce di bambina che dall’alto
piovi dove sono
le tue mani la festa
offesa che cosa ho fatto guardo
me come estraneo
con la mente strappata dove ora
mi aggrappo tra i rottami in fondo
a questo pozzo. Risalire
-è un inizio o una fine-
su per la gola spaventosa
fino a quell’occhio di cielo là su
dove si affaccia una bambina
con voce che perdona e che soccorre
e forse là
forse si troverà la via di casa.

De profundis II, Salterio delle tenebre, inedito 2013-15

.
Così assurdamente contro la vita, forse così inaspettatamente possibile, da tornare e tornare ossessivamente, da sentirsene, il sopravvissuto, in qualche modo responsabile, colpevole:

.
A tratti torna la vergogna
e l’altro me che ha proseguito
verso Gerusalemme
guarda qui con disprezzo guarda me
coperto di discredito finito
giù per un grotto me che arranco
tra la sterpaglia su per la scarpata
a ritrovare resti sparpagliati
e raccatto rottami finché stanco
ricado al fondo della forra.

Passerà un altro che scendendo
verso Gerico scorga un uomo
caduto e venga giù
giù nella valle della mia vergogna
per sollevarmi e arrampicarci
al passo del perdono?
da Salterio delle tenebre, cit.

Ma quando mi trascinano là giù
i filari dell’ombra
fino alla strozzatura
del fosso dove a capofitto
a forza devo
passare e deglutire
nuvole e nuvole d’acqua melmosa
guardando ad occhi aperti capovolto
il cielo annegato
nella chiusa di fango mentre tutti
sono scappati via dalla paura, io
resto là senza fiato
senza sapere se ancora una volta
riemergerò grondante e stanco
tirato su da mano misteriosa.

De profundis I, Salterio delle tenebre, inedito 2013-15

.

paolo ventura

paolo ventura4

.

I santi e le verità sacre a cui potersi appellare sono depauperati della loro più frequente e rassicurante iconografia, per presentarsi così umili e ultimi da essere irriconoscibili: “soccorso” si chiede alla servetta, per giunta down, che porge la pappa nella cripta del Duomo di Modena; e lo si chiede imitando così strettamente la preghiera dell’Ave, da sfiorare la provocazione. Ed è dal “cardellino di un attimo” che si vuole la benedizione; dalle “gemme” che si allarghi “lo spazio che mi stringe”; dalle “piccole viole” che il poeta sia scarcerato “dal tempo contato”, perché così “Forse l’angelo zoppo che mi segue/ con un’ala appassita, allora forse,/ se voi mi avete accolto, se in un soffio/ sentirò alitare il vostro amen,/ mi aspergerà del suo canto superstite/ col sole tra le labbra?” (Rito di primavera, p.42). E i versi per Simone Weil, “dolce austera Persefone”, si spingono in una quasi preghiera-voto: “come foglie/ nutrite e vinte dalla luce/ lasciarsi vincere, cadere/ non per inerzia, per amore …/… /quando il tempo si incarna e pesa/… / … nel punto/ che il gelo già sta per/ strapparti giù nel buio. Fino a che/ la sua violenza resti nuda/ in sofferenza ed abbia luce. Amen. /…./ Aspettare di compiersi, accettare/di non essere mai compiuti.” (In memoriam S.W, p.24). Dell’Annunciazione si immagina soprattutto il bruciante “corto/circuito” dell’incontro di umano e divino, che, però, ironicamente è più difficile per l’angelo, che si deve fare “curvo” sotto “il soffitto/ troppo basso”, si sporca di fuliggine, si contamina di “ruvido”; mentre la giovane Maria non è quasi tratteggiata, se non il suo ambiente povero, la“stanza di servizio”, e in quel rapido rispondere “ecco” tutta dentro il fuoco rosso (“le ali/ con un fremito vive divamparono/ in un battito scosse/ fatte di fuoco rosse/ e ave e ecco furono due uguali/ fiamme volando via”). Di cui ci resta, dice Zagni, solo “questo nostro/decifrare la cenere.” (L’Annunciazione incendiata, p.23). In Variazioni sul canto del gallo di p.47, il poeta vede il gallo come un “angelo non distante, annunciatore”, però “apparso/ su un trono di letame”, che non gli impedisce di chiedere con autorevolezza “cuore non scarso, altro/ che un rassegnato amen.” Così, del grande apparato simbolico ed artistico del Duomo di Modena, salta i rosoni, i profeti, i protagonisti di grandi storie, per fermarsi “giù”, ai bassorilievi delle “opere e i giorni”, dove “uomini callosi/ chini ai riti feriali della vita pronunciano/ la nostra lingua larga e senza grazia”, e ancora più giù, alle sculture “raso terra”, ai telamoni “piccoli uomini sciancati/ dal premere di tutto/ il trono, tutto il sedimento/ di storia e colpa, curvi/ dove zoccoli di uomini e animali/ urtavano il selciato”, “giù, alla mater materia, a un alleluia/ laetare ancora prossimo al letame”. E li chiama “nostri lari pazienti, protettivi,/violentati, superstiti, custodi/ di ciò che siamo stati/ (noi/infedeli)”(A coloro che guardano il Duomo della mia città, p.44). In Lingua di terra (alla tomba dei miei), p.48, affida alle rondini (spesso nelle poesie di Zagni gli uccelli sono psicopompi) la domanda cruciale dalla tomba dei propri cari: “ci portano/ buone notizie? dicono/ che l’arca ha resistito?”. Anche il Cristo risorgente, visualizzato nell’icona di Piero della Francesca, è sconvolto, contaminato dall’esperienza del buio “pozzo”, di cui ha “l’amaro ancora in bocca – quella feccia”; con lo sguardo “oscurato”, che “non dimentica”. “Tirato su dal buio – per vedere/ da capo?”. Ma questo lo fa più umano, e fa più umana la fatica per forzare la gola a dargli “la parola/ che regga l’urto, renda l’urlo/ chiuso coscienza della carne.”. E di nuovo abbiamo un incontro di visi, di sguardi: uno che cerca, scrutando “avanti”, l’altro, che è appena intuito, sperato e sentito per fede, ma certo necessario al “varco” della “voce”. Ancora in un’inversione, qui del teofanico incipit biblico: “Il Logos si fece carne.”, che è diventato: “La carne che si fa parola.” (Resurrexit II, p.59). Ma ancora più suggestiva l’immagine in l’Altra Pasqua di p. 32, dove la resurrezione è scoperta in un incontaminato fiorire di anemoni bianchi tra “sterpi” e “sfacelo di licheni”, nella “ruga selvatica”di una “valletta”. Si veda anche la potenza purificatrice dei Fiori celesti, p.46: “Perché questi fiori celesti di campo mi incantano/ sempre?”, fiori del radicchio selvatico, nemmeno buoni per farne mazzi, ma buoni da “berne un attimo il celeste. …/ …/ E’ l’anima che si lava”. Mi pare che qui ci troviamo di fronte a quel “sapere che apprezza” di cui parla Roberta De Monticelli. Quel “dono di spoglia bellezza” è la gratuità di un valore che è nella cosa e non proiettato da noi sulla cosa: “Da loro a te la grazia?”. Sì, ci suggerisce S. Francesco, dal Cantico delle creature. Incarnazione divina toccata con mano. Ricordando ancora Rito di primavera, dove al cardellino, alla viola, alla margherita, al prato il poeta chiede di scaricare la sua “cenere, la scoria/ il dispendio di vita/ …/ …/… i chiodi arrugginiti,/…/ le mie scarpe di terra.”, per ottenere “che io entri/ più leggero tra voi, così perfetti”, possiamo forse pensare ad un particolarissimo animismo: si prega, si invoca ogni piccola cosa del mondo e della natura, sperando che sia capace, in quanto creatura, di aprire all’insieme-tutto del creato, al fine di percepirne, di goderne, di parteciparne la divinità, l’incarnazione divina. Metafora di questo desiderio, gli uccelli, i tantissimi uccelli: rondini, rondoni, scriccioli, allodole, cince; e il volo. Seguiti nelle evoluzioni più impervie, nell’espressione di massima bellezza metafisica, nelle forme e nei suoni più fisicamente concreti. Nel volo, dall’alto, è possibile l’abbraccio del mondo; “il grembo di radici e di sentieri”, è possibile contenerlo, nella veloce ampiezza del volo da un capo all’altro, facendone parte, ed è possibile inabissarsi “all’ultima luce”, “sempre più in fondo” (Rondoni I e II, cit.).
Ma uccelli e volo sono segno anche della poesia. Non tanto per la loro visualizzazione come “punti”,”asterischi”, segni grafici, quanto perché rappresentano “le bianche/ in volo, le parole vere”, quelle che non sono “nere/ ferme sui fili, stanche” (Tu vedi, p.4), quelle che dicono qualcosa “che non so”, “gridano inviti/ da mattini fuggiti che ora brillano/ come promessa. Voci di parole perdute” (Rondini, p.33); perché nella “burrasca che sconvolge aprile/…/ hai visto in volo rondini arrischiarsi/ nella foschia, puntando senza un grido/ nel grigio crivellato dal sinibbio.” (Nel grigio, p.4). Ma Icaro cade. Invece Icaro cade. E cade malamente: “con ali di fumo e di fuoco/ sfogliate bruciando volare/ a braccia tese in giù gesticolando/ tracciando segni in aria” (traccia segni anche lui, Icaro, ma di sconfitta e terrore), “vedendo con visione capovolta/ la faccia della terra a fotogrammi / frenetici avventarsi/ gettando al suolo la sua macchia/ gettando lo scompiglio con gli orecchi/ pieni di vento oltrepassando/ di schianto il muro del rumore entrando/ nel mondo dissonante”. Perché: “memore a un tratto del suo peso”. Infatti su “era salita” “l’ombra”, “con insolito/ ansito d’ali verso l’alto” (La caduta di Icaro, p.20). Anche qui una perdita, sia pure di un’effimera conquista. Gli uccelli segnano il desiderio, difficile e quasi sempre sconfitto, di ascesa degli uomini. Così come il gallo segna il passato e, dentro il passato, l’incompiuto e la colpa; ma anche il grido umano all’oltre che pretende ascolto e risposta e ritorno. Sembrano, uccelli e galli, gli ultimi tocchi della tempesta neroblu sul giallo dei campi di Van Gogh.
E invece no. La poesia, così perdente perché espressa in una “lingua che perde sempre/ e non misura più le cose,/…/ perdente che si perde/ dietro le cose perse” (Interrogativa, p.4), che non ripara, lascia “ladra di bacche/ e more di nascosto// nelle mani le macchie/ dolciamare d’inchiostro.” (Autoritratto a penna, p.5), può testimoniare, almeno testimoniare. Nel vecchio senso, quello degli apostoli, quello di una fede partecipata. Di quelle rondini nella burrasca, il poeta chiede memoria contro il disfacimento nell’effimero: “tu che hai visto scrivilo, scalfisci/ l’aria.” – in qualche modo volando, quindi – “E che resistano per tutti.” (Nel grigio, cit.). E ancora, di Icaro: “ non scacciarlo dagli occhi come l’ultima/ esibizione di un matto come un attimo/ importuno e distratto. Su te piove/ corpo e cenere ardendo sii tu/ mare disteso e pagina/ non lasciare che cada/ nell’inghiottittoio di un urlo/ di strada nel pozzo rasoio/ succhiato dal vuoto boato/ di fondo dal no del mondo.” (Icaro, cit.).
Solo poche e veloci note sulle tecniche e lo stile. ‘Classico’ è la prima parola che torna ad accamparsi insistente nella mia lettura, ma non perché vi sia niente di esteticamente classico nel senso tradizionale del termine. Mi viene nel senso di una misura interna – o dovrei dire ‘interiore’, nel senso etico e spirituale ed emozionale della parola – ed esterna, cioè di equilibrio formale e costruzione tecnica perfettamente tenuti (anche e proprio nella continua trasgressione dei canoni ‘classici’). Metrica, prosodia, ritmi, tecniche fonetiche, figure retoriche: la sapienzialità è così forte che a volte potrebbe essere sentita fin troppa (si diceva questo dell’esordiente giovane Luzi!, quasi, credo, per uno sgomento reverenziale). Ma Gianni Zagni, coscientemente, rompe qua e là di quel tanto che permetta di interrompere l’eccesso cantabile, senza perdere l’armonia, senza stonare, ma piuttosto per sottolineare uno strappo, uno squilibrio nell’oggetto, un dolore. Lo fa, ad esempio, con abilissimi enjambement mai immotivati o capricciosi, con temperate anastrofi o lievi forzature sintattiche, con spaesamenti di lessico, con l’uso nuovo della spazialità bianca. Ma rompe anche – o spessissimo? – l’apparente compostezza olimpica, quando sparge interrogativi inattesi in sequenze che parrebbero oggettive affermazioni, quando per ossimori ed antitesi mette in discussione icone e visioni consolidate nel comune sentire, quando osa mettere in campo, dentro una forma da salterio (certamente l’eco dei salmi è matrice nella poesia di Zagni), anche con ironia,le proprie contraddizioni:

.
Con un angelo oscuro nella notte
ho lottato. Era giorno e di sorpresa
mi ha spinto nella notte.
E per tutta la notte mi ha sfiancato.
Non afferravo che detriti e polvere.
E non l’ho visto in volto.
Ha riso del mio zoppicare
mentre mi allontanavo. Conosceva
il mio nome. E ha bollato
come falso il mio nome con un nome
di scherno da portare
cucito addosso in eterno.
Da Salterio delle tenebre, cit.

.
Ne risulta una poesia di grandissima modernità, capace d’essere testimone, in questo oggi, del nostro disagio d’umani.

Note al testo:

[1] Tra le statue di terracotta del gruppo conosciuto come La Madonna della pappa di Guido Mazzoni,  seconda metà del XV secolo, collocato nella cripta del Duomo di Modena, c’è una servetta down che soffia sul cucchiaio con la pappa calda da porgere a Gesù bambino, in braccio alla Madonna.

[2] In dialetto modenese: Santa Soffiona, Che soffia.

[3] Un confronto con La passione secondo G.H. di Clarice Lispector, Feltrinelli, Milano 1991, è inevitabile.

[4] Mediazione al mondo della madre, di cui tanto ci ha detto Luisa Muraro in L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991. Ma anche rimando inevitabile a quello sfiorarsi degli indici nel risveglio michelangiolesco di Adamo della Cappella Sistina.

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NOTE SULL’AUTORE  Giancarlo Zagni è nato nel 1948, vive a Castelnuovo Rangone di Modena. E’ stato insegnante presso l’Istituto Tecnico Industriale Provinciale E.Fermi di Modena. Nel 1987 Scheiwiller, nell’edizione degli inediti del Premio Montale di Roma, pubblica Cantata profana. Nel 1990 per Edizioni Rossopietra esce la silloge I fiori dei margini. Nel 1991 due poesie accompagnano le acquetinte di V. Avella e S. Emblema, per le edizioni artistiche Il Laboratorio, di Nola. Nel 1992 alcuni inediti sono pubblicati sul n.12 di Lengua (ed. Crocetti) per interessamento del direttore Gianni D’Elia. Nel 2003 e nel 2006 le edizioni d’arte Pulcinoelefante, di Osnago, stampano due poesie accompagnate da acquarelli di Giuliano della Casa. Nel 2007 la raccolta Lingua di terra esce a Modena per la cura artigianale degli amici delle Edizioni del Villaggio.

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Chi fosse interessato a riceverne una copia (ma pochissime sono a disposizione) si metta in contatto con la mail beatrice.trenti@alice.it.

 

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cover zagni

Giancarlo Zagni, Lingua di terra, Edizioni del Villaggio, Stampatori Soliani-Vincenzi, Modena 2007, ristampa 2016, pagg. 59

zagni 1

 

 

 

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2 pensieri su “VI RACCONTO UN LIBRO – Milena Nicolini: Lingua di terra di Giancarlo Zagni ed alcuni suoi inediti

  1. Puntuale ed esaustivo come al solito il saggio di Milena Nicolini, che ci presenta il poeta Giancarlo Zagni, autore a me sconosciuto ma che, fin dai primi versi ha lasciato in me un segno profondo. La memoria del passato, gli affetti perduti, le sensazioni conservate; quel buco nero nel pozzo che allontana dalle origini, che riduce la vita a un saliscendi continuo nell’oscurità e si traduce in esperienza, lascia spazio alla luce di quel pezzo di cielo visibile all’iimboccatura del pozzo che porta a una schiarita esistenziale. Avverto però la necessità di leggere tutto il libro,per giungere a unìinterpretazione più completa, in modo da verificare meglio
    la mia comprensione della stimolante poetica di Giancarlo Zagni. Mi rivolgerò a Milena per avere il libro.
    Paola Moreali

  2. In alcuni punti, per errore, è rimasto Saltuario delle tenebre, invece di SALTERIO delle tenebre. Me ne scuso. Ero in tutt’altre faccende troppo compresa.
    Milena Nicolini

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