PAESAGGI CON FIGURE- Elianda Cazzorla: Una razza.

elianda cazzorla-nel giardino di ischia


ischia

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Una razza striata di rosso si solleva dal fondo. Muove le pinne sfruttando la corrente. E va alata. Sei certa che sia una razza? Metti la testa sott’acqua: non senti più voci. C’è un sottofondo sonoro che non ha nome. L’anonimo suono lo conosci da quando sei venuta al mondo, ma non hai parole per dirlo. E lì con la testa sottacqua la vedi nel suo andare. La razza striata di sangue.

Quella mattina entrò in classe con l’affanno e mise la testa sul banco. Le braccia attorno a corona. Nessuno poteva entrare nei suoi capelli neri distesi sul piano.
Iniziai l’appello.
– Bacco. Ballarin. Balzan… Ponchia, Raja. Raja è presente? Sì o no? Perché non risponde?-
Dissi contrariata.
Ballarin quasi sottovoce:
– Prof. Raja piange.
Emisi un sospiro. Mi detti coraggio. Mi alzai. La raggiunsi nel banco.
– Cosa c’è?
Sollevò il viso. Aveva un occhio nero. L’altro semichiuso e gonfio. Una guancia tumefatta. Quel viso era disagio.
– Vuoi che andiamo in infermeria?
– No.
– Vuoi che andiamo dal dirigente?
– No.
La presi per mano. Tremava. Le sue dita piccole si strinsero alle mie.
– Vieni andiamo in giardino.
Mandai a chiamare la bidella.
– Mi tenga la classe per favore.

– Raja, cosa è successo? Ancora.
Aveva raccolto una foglia da terra. Gialla. E tra le dita la teneva stretta. Foglia d’acero con le punte libere. L’avrebbe frantumata, quella stella, in briciole di nulla.
– Non posso prof. non capirebbe.
– Non posso cosa?
– Non voglio aiuto. La prego. È peggio. Se ci tiene a me, non mi aiuti
– So che il preside ha parlato con tuo padre.
– E lui mi ha menata. Ed io mi sono tagliata. È la terza volta in tre giorni. Lui non capisce niente.
– Chi?
– Mio padre mi ha preso a botte perché il preside gli ha detto che vado male a scuola. E il preside a me aveva detto che lo chiamava per dirgli che stavo male. E che avevo bisogno d’aiuto. Ma lui… è un casino. Prof. non aiutatemi. Complicate tutto ancora di più.
– Il preside vuole trovare una soluzione, lui è il garante della legalità.
– Per favore, la prego, io non voglio aiuto, ce la posso fare da sola. Il preside ha detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra. Ma non si rende conto che alla fine sono io quella che subisce?
– Si fanno tentativi. Che tuo padre ti picchi non lo possiamo accettare e… la dignità umana… certo ci sono culture diverse… ma il rispetto per la donna, non si può eliminarlo.
– Prof. il problema è che nessuno mi capisce e nessuno sa come io mi sento. Io mi odio.
– Prova a darti un po’ d’amore. Raja. Tu non sei sbagliata.
– A me non serve amore. Io mi taglio per star bene. È l’unico modo che ho per star bene.
– Tu fai su di te quello che già gli altri fanno: distruggerti. No. No. Il bene supremo è la tua vita. Quello devi difendere, non il tuo sfinimento. Si può star bene quando ci si sente senza forze, come fantocci senza fili?
– Io non voglio fili che mi tirano. Sono sempre stata una debole e distruggermi mi fa sentire forte. Non posso farlo sugli altri. E lo faccio su di me.
– E dopo cosa ti resta?
– Prof. ma lei sa cosa vuol dire fregarsene di se stessi, fregarsene delle conseguenze, se vivere o morire, se avere un futuro o meno, se essere amati o no è la stessa cosa? Io sono così, me ne frego delle conseguenze. Tanto vivere o morire è la stessa cosa, per me.
– Tu hai una sorella che ti potrebbe aiutare?
– Anche lei ne ha prese tante. Botte cinghiate e pugni da mio padre. Ma non è più in casa.
– E perché non vai da lei?
– Lei è libera. Non mi vuole. Si è sposata e mio padre non può più toccarla. E lei se ne frega. E anch’io me ne frego di me.
– Tu lo sai che dentro di noi ci sono tanti io? C’è quello che si interessa e… c’è una zona d’ombra.
– Da me ce ne sono due: una che ride di giorno e l’altra che piange di notte. Io non dormo prof. La notte la passo piangendo.
– Forse c’è una terza Raja: quella soffocata dalle due più forti. E forse una quarta. Come le lettere del tuo nome.
– Prof. sono introvabili sconosciute morte e io non le voglio.
– Devi aver pazienza. Piano piano portarle alla luce.
– Prof. queste parole con me non funzionano. Scusi. Ma dovrebbe averlo capito.
– Si hai ragione… torniamo in classe. Ci aspettano.

In classe c’è il trambusto dell’aula scoperta. La bidella sarà scappata in guardiola per rispondere a telefono. Un gruppetto di tre parla fitto fitto. Una siede sulle ginocchia della compagna. Qualcuno disegna in totale solitudine alla lavagna. Una pettina un’altra. Un altro è affacciato alla finestra. In fondo ci sono quelli che giocano con una palla di carta.
– Silenzio per favore. Ragazze e ragazzi ora proviamo a scrivere un testo in cui raccontate quello che vi è successo ieri.
– A me non è successo niente.
– Scrivi allora che cosa hai fatto nel niente.
– Posso raccontare della mia cagnetta che ha partorito tre cagnolini?
– Certo.
– A me non è successo niente. Posso inventare.
– Sì. Allora venti minuti di scrittura.

Sono Raja e sono di Aleppo. Loro mi chiamano la Razza.
Mio padre è venuto in Italia dieci anni fa. Commercia pistacchi e frutta esotica. Passati sei anni ci ha portati tutti a Padova Io stavo bene in Siria, senza di lui. Ora sono qua e lo odio. Ieri sera, dopo aver mangiato con mia madre e mio fratello, sono andata in camera. Mio padre era fuori. Distesa sul letto, avevo gli occhi chiusi e ascoltavo musica con le cuffie. La mia passione. Per questo non l’ho sentito arrivare. Mio padre di colpo. È entrato con i suoi cento chili, sbattendo la porta contro al muro. Avrei voluto appiattirmi al suolo, per disorientare quel toro, essere la razza che sono e sparire nella sabbia. Invece la cinghia nelle sue mani è diventata serpente e bruciava sulla carne come un fascio di lingue di fuoco. L’ha fatto ieri sera. Ma lo fa spesso. Scudisciate di qua e di là. Di su e di giù. Urla che rompono i timpani. Quando s‘è fermato, per prendere fiato, sono sgusciata dalle sue mani per andare sotto la rete. Ha chiamato rinforzi. Con mio fratello mi ha tirato per i piedi. Ero un’anguilla. Sono scappata in bagno. Ho chiuso la porta. Lui batteva e urlava:
– Tu non sei come le altre. Lo vuoi capire?
Con forza ho detto: – Smettila, mi taglio tutta con la lametta, come un tronco di caucciù.
– Tu vai a scuola e guai a te se ti trucchi.
– Mi taglio! E tu vai in prigione con il mio sangue nelle mani.
– Va bene… ma tu domani vai a scuola e non fai come le altre.
Così se n’è andato. È tornato il silenzio in casa. Dopo mezz’ora sono uscita dal bagno e sono andata in cucina a cercare una pomata. Mia madre era lì, dove l’avevo lasciata dopo cena. Seduta metteva punti uno dietro l’altro. Senza alzare lo sguardo. Senza dirmi una parola ha continuato a cucire. Lei sta zitta e basta. Ho pianto tutta la notte … ma io la matematica non la so. E non so come farò a fare il compito domani.

– Allora chi deve ancora consegnare. Il tempo è scaduto. Forza chi manca?
Ballarin, la rappresentante di classe:
– Ecco qui, prof. li ho raccolti. Ho controllato. Sono venticinque, noi siamo ventisei.
– Chi manca?
– Il mio prof.
Lo dice, mentre si avvicina alla cattedra.
– Raja, dov’è il tuo foglio?
Alzo lo sguardo. La fisso negli occhi. Seguo i contorni del suo viso gonfio. Scendo sul collo e vedo che indossa una maglietta piena di macchie di sangue. Ha tolto la felpa di prima. Ora il suo sguardo mi sfida.
– Raja, non hai scritto niente?
– Mi guardi prof. Mi guardi bene è scritto tutto sulla mia maglietta?
– Ma quella non me la puoi consegnare?
– Eccome no!
Se la sfila e la lancia verso l’alto e quella plana sul pavimento color sabbia dell’aula come una razza striata di sangue.

Elianda Cazzorla

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5 pensieri su “PAESAGGI CON FIGURE- Elianda Cazzorla: Una razza.

  1. È un pugno nello stomaco. Speri che nn sia vero. Ma sai che lo è e rimani sconcertata e impotente. Brava!

  2. Care amiche,
    voi lo sapete come me: a scuola arriva il mondo e noi dobbiamo essere pronte a capirlo. Ma posso dirlo? Siamo impreparate. E anche se stuhdiassimmo ore ed ore, saremmo impreparate. A noi ci chiedono d’essere dio e tante volte, anzi tutte le volte ci sentiamo formiche imbranate. O forse, lo sono solo io. Grazie, per aver letto!

  3. Vedendo quanto accade nel mondo, anche essere dio non aiuterebbe molto. Vedi guerre, stragi di migranti, violenza alle donne, giovani uccisi e l’elenco delle doléances sarebbe infinito. Voglio dire che anche dio lascia un po’ a desiderare.

  4. Amore efficace e chiara la tua scrittura. Ma rimane sempre un punto oscuro da scoprire. Buone vacanze. Spero a presto

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