CRONACHE DI POESIA-Loredana Magazzeni e Carlo Bordini: Da Bologna.” Non è un gioco”- Incontro con Carlo Bordini al Centro Sociale XM 24

joselito sabogal

joselito sabogal

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Pino De March

La Scuola di strada Pierpaolo Pasolini vuole essere un percorso di memoria attiva intellettuale e di inattuale autoproduzione creativa e riflessiva, in forma innanzitutto esistenziale, attraverso la poesia, la prosa, la filosofia, le arti come forme capaci di sintonizzarsi con i percorsi concreti delle varie esistenze precarie e migranti, in cerca di terre libere da vivere ed abitare attraverso processi di auto-valorizzazione ed autodeterminazione.

Mira ad una critica radicale del nuovo fondamentalismo realistico e consumistico che sussume cinicamente, nei suoi processi di valorizzazione capitalistica, ogni possibile atto, gesto, parola, respiro, tutto quell’eccesso di vitalità, azione, saperi e dono di socialità che rimanda ad una intensità, visionarietà, utopia o sogno di mondi possibili di uguali nella condizione umana e sociale.

Oggi, 27 gennaio 2010, con altri poeti e poete, presentiamo il libro “Non è un gioco” dell’amico poeta Carlo Bordini, che narra di un’esperienza poetica di viaggio nomade attraverso le periferie latino-americane. Abbiamo voluto partire per questo nuovo viaggio poetico metropolitano da una delle periferie antifasciste e di lotte operaie della nostra città: la Bolognina, da questo storico territorio operaio e proletario di resistenza armata e sociale contro l’occupazione nazi-fascista, da uno dei centri sociali, l’X- M24, più eccentrici e accoglienti della città, dove è possibile fare aperte esperienze singolari e trasversali di forme di socialità e desistenza sessualmente plurale o, per usare un acronimo, GLBTQ (Gay, Lesbiche, Bisessuali, Trans, Queer), di relazioni antropologiche libertarie, dell’uso creativo e cooperativo degli spazi comuni, dei saperi e delle tecnologie .

Spazio anche di incontro sostenibile tra città-campagna-montagna, tra consumatori e auto-produttori agricoli locali. Ora, prima di avviare la lettura, il commento e la conversazione su questo testo-testimonianza, voglio ricordare, nella Giornata della Memoria, con la nostra non-sopita memoria intellettuale, il tragico sterminio sistematico di tutte quelle soggettività, persone appartenenti a comunità originali ritenute geneticamente inferiori (ebrei, neri e asiatici) e di quelle altre soggettività, persone ritenute socialmente e politicamente devianti, criminali, omosessuali, lesbiche, zingari, comunisti, socialisti, democratici, liberali, anarchici e libertari che la soluzione militare totale nazista, con la complicità di tutti i regimi fascisti europei e non, e della stragrande maggioranza silenziosa delle associazioni industriali capitaliste, ha perpetrato.

Vogliamo ribadire la vergognosa ed ignobile complicità dell’Italietta fascista al nazismo con le sue leggi razziali (1938), la militarizzazione della società europea e l’avvio di guerre d’aggressione e d’occupazione di tutte le terre dell’est, dell’ovest e del sud europeo e di quelle nord-africane, il disciplinamento coatto fino alla riproposizione della schiavitù, per milioni di esseri umani. Fascismi che hanno trasformato l’Europa in un immenso campo di terrore, di concentramento e di sterminio, ove la dignità umana è stata cancellata nel nome di un’arrogante supremazia di una pura razza ariana.

Voglio ricordare qui uno zio paterno di cui porto il nome, Giuseppe, morto di stenti, di fame, di violenza e d’indifferenza in un campo di lavoro nel Nord Est della Germania, a Neue-Brandenbug. Voglio parlarvi di quelle decine di cartoline militari che quotidianamente mia nonna riceveva, come testo-auto-biografico e di micro-storia sulla condizione di violenza, di disprezzo e di detenzione a cui erano soggetti i prigionieri dei lager; raccontarvi come da bambino, frugando curiosamente tra quelle lettere-testimonianza, scoprivo quell’orrore, e poi la scrittura e la vita impossibile in quelle cartoline che diventavano via via sempre più flebili come la sua non vita, come un fiume che diventa via via solo pietre secche, sillabe sparse, mute e incomprensibili, insignificanti grafie. Desidero ricordare che questo zio fu uno dei trecentomila soldati italiani dell’esercito del Regno d’Italia imprigionati e molti fra loro, morirono di stenti e violenza arbitraria nei lager nazisti e fascisti, per essersi rifiutati di diventare soldati della Repubblica di Salò, stato totalitario fascista del Nord Italia, parte integrante del 3° Reich nazista, dopo la caduta del regime fascista italiano.

Voglio ricordarlo perchè furono quelle lettere, inviate alla madre, lettere incompiute e incomprensibili, scritte da una mano tremante di un’individualità umana cancellata, a rendermi consapevole, fin da bambino, della disumanità e della crudeltà di quei sistemi totalitari nazi-fascisti, che hanno gettato milioni di uomini e donne nel disastro più totale, cancellando qualsiasi altra forma della vita e della dignità umana alle genti dell’intera Europa.

Quella scrittura spezzata e tremolante fu per me una forma di rivelazione della sofferenza o della malvagità di quei sistemi totalitari che hanno tolta vita a milioni di persone, ma in quella grafia spezzata coglievo un tentativo di resistenza, di affermazione della vita e dell’espressione in luoghi e in condizioni inimmaginabili.

Il filosofo Adorno sosteneva che, dopo Auschwitz, non era più possibile fare poesia. Va anche detto che Auschwitz non è stato l’unico tragico evento e luogo del Novecento, altri luoghi di orrore sono seguiti, non certo eguagliabili alla sua assoluta malvagità e crudeltà, ma la banalità del male, per riprendere una riflessione di una filosofa a me cara, Hannah Arendt, ha continuato la sua opera di distruzione dell’umano reso Nemico pubblico, prima nella guerra statunitense contro il Vietnam, nelle varie invasioni militari sovietiche di Budapest e Praga, e poi nella guerra russa in Afghanistan, dell’umano indesiderato con le varie pulizie e gli stupri etnici nei Balcani, con le guerre umanitarie in Irak, che non trovano giustificazione neppure tra coloro, generali e politici statunitensi, che sono dediti a preservare l’unità dell’Impero-Mondo capitalista e neocoloniale.

A ciò si aggiungano le purghe staliniane del Partito Comunista Sovietico contro i dissidenti politici ed intellettuali, e i colpi di stato e le stragi fasciste.

In questo tragico Novecento molti intellettuali e poeti trasgredirono con ragione e con passione all’affermazione di Adorno che non si può fare più poesia dopo Auschwitz, vissuta più come diktat autorevole che come vera e propria interdizione a comporre versi; molti invece furono le donne e gli uomini, i poeti, gli scrittori e gli intellettuali in generale che trasgredirono alla scomunica filosofica di Adorno, e molti furono quelli che trovarono nella scrittura, da un lato un esercizio di memoria, e dall’altro un esercizio postumo di psicoterapia contro i traumi che hanno segnato le vita dentro quelle tragedie militariste e totalitarie.

Se pensiamo alla tragedia di questo inizio XXI secolo, alle masse migranti nel loro nuovo esodo attraverso il Mediterraneo, masse migranti in fuga dalle guerre e dalla miseria scatenata dagli effetti perversi della globalizzazione occidentale. Se pensiamo ai nostri silenzi e all’ oscuramento mediatico delle loro sofferenze, troviamo una tragedia nella tragedia.

Per riprendere il filo del testo che volevamo presentare e commentare, la cosa mi sembra sia partire con il leggere le pagine che più hanno catturato la mia immaginazione poetica e civile. Voglio partire con una citazione di Paolo Rumiz, dal testo “Il poeta dei monti naviganti”: “ero partito per fuggire dal mondo, e invece ho finito per trovare un mondo”: a sorpresa, il viaggio è diventato epifania di un’Italia vitale e segreta. La montagna, pur essendo spina dorsale del paese, è totalmente scomparsa, guarda caso con la Resistenza, dalla politica e perfino dall’immaginario nazionale. Dietro ogni alluvione, dietro ogni siccità, dietro ogni emergenza climatica, non vi è solo l’effetto serra, ma anche la guerra sistematica del potere contro le periferie più vitali. E per riprendere il commento e i primi passi del testo di Carlo Bordini, le periferie sono oggi molto migliori del cosiddetto centro, non solo in Italia, ma anche a livello globale. E allora ho capito le ragioni del mio malessere e della mia nostalgia col bisogno di un messaggero che sia stato là e che porti le notizie a voce, perchè, con tutti i mezzi di informazione che abbiamo, che servono a depistarci, viviamo nell’ignoranza più completa. Dice Carlo: “Globalizziamo il bene (conoscenza), dato che il male e l’ignoranza sono già globalizzate”. Penso in questo momento ad altre periferie: al cinema rumeno, al cinema neorealista. Penso testardamente ai nuovi spazi o centri sociali come laboratori periferici di questa nuova umanità cosmopolita, è proprio da queste estreme periferie che oggi si deve ripensare, rielaborare, ri-immaginare la condizione umana e sociale, ma anche nuove forme di avanzata socialità ed interazione espressiva e culturale nei territori dei popoli-mondo: le tavole di aggregazione tra lavoratori stranieri e le scuole per migranti, lo spazio di auto-organizzazione della precarietà diffusa, lo spazio d’accoglienza non omofoba, non sessista, non razzista, non etnocentrica, non fascista e non autoritaria e la poesia in un senso non strettamente letterario ed accademico, devono trovare il loro ruolo d’ascolto contro la neolingua stereotipata dei media commercializzati, dei grandi fratelli e di uomini e donne che si parlano addosso e insensatamente nei contenitori dei media pomeridiani.

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joselito sabogal

Joselito Sabogal (3)

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Loredana Magazzeni

Ho incontrato Carlo Bordini a Roma alcuni anni fa, in occasione della presentazione del libro “La rivoluzione è solo della terra” di Paola Febbraio. Ci siamo poi rivisti quest’anno a Trieste, per la rassegna “Iperporti”. Carlo è per me principalmente uno scrittore con un altissimo senso morale, un poeta impegnato, un testimone degli anni ’70 di cui ha lasciato un interessante affresco nel bel libro collettivo “Renault 4. Scrittori a Roma prima della morte di Aldo Moro”.

Ne “La zona grigia” lui scrive: “Roma, nei primi anni Settanta, era davvero bellissima. Il tono della città era dato dai giovani e dai compagni. Le manifestazioni erano frequenti…Gli studenti erano dappertutto; era in questo modo che davano il la alla città”.

Carlo Bordini privilegia in molti dei suoi libri una forma di scrittura frammentata, fatta di prose brevi, la quale esce dagli schemi tipici della narrativa. È una scrittura personale, molto particolare, che vi invito a conoscere. Le sue raccolte di poesia hanno tutte titoli molto brevi, ma al loro interno appaiono varie forme testuali, da quelle brevi a quelle poematiche. La sua poesia riflette continuamente sulla vita e usa forme brevi e semplici del discorso. Egli scrive:” la scrittura mi serve a conoscere, è una protesi, io attraverso la scrittura vivo e capisco la vita”.

In “Non è un gioco”, ha parlato dell’incontro con la poesia sudamericana attraverso l’esperienza del festival di poesia di Bogotà. “Non è un gioco” è piccolo libro ricchissimo di spunti e riflessioni, che ci dà anche delle indicazioni metodologiche perché si arricchisce di contributi diversi per provenienza e tipologia. Ci sono infatti trascrizioni di conversazioni, interviste, una breve storia del festival, una “non antologia” di testi poetici, tre lettere aperte: la “Lettera degli artisti e degli intellettuali per la pace in Colombia”, la “Dichiarazione dei poeti indigeni partecipanti al XVII Festival internazionale di poesia di Medellín”, la “Lettera sul senso della cultura” di una giovane traduttrice e consulente editoriale, Laura Ceccacci. Mi ha molto interessato il discorso che Carlo faceva, cioè che quell’esperienza gli permetteva di riflettere sul fare poesia in modo diverso e che era quasi per lui “specchio” di una cultura “speculare al capitalismo dei disastri”. Mi ricordo che mi disse che ci sono luoghi dove le situazioni di violenza generano una tensione etica più forte.

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joselito sabogal

joselito sabogal Paseante en Pez mágico 1 m. x 82cm.

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Carlo Bordini

Volevo raccontare come è nato questo libro. Sono tornato dalla Colombia, dove ho partecipato al Festival di Poesia di Bogotà, nel 2006, avendo fatto un’esperienza che trovavo importante, e volevo far conoscere questa cosa. Quando si parla della Colombia si parla della droga, della criminalità, della guerra civile, che indubbiamente esistono, ma in Colombia esiste anche questo enorme desiderio di cambiare le cose. E soprattutto c’è l’idea che sia la poesia a poter cambiare le cose, c’è questa passione enorme per la poesia. C’è l’idea che la poesia sia uno degli strumenti per cambiare la realtà.

Ho fatto un paio di articoli per l’Unità raccontando queste cose e Luca Sossella, che è mio amico, ne ha letto uno e mi ha detto: Carlo, ci devi fare un libro. Me lo ha detto lui, io non pensavo a fare un libro su questo, è stato lui che è un editore di tipo creativo, capace di portare avanti dei progetti e di coinvolgere in progetti. Mi ha dato anche le misure, 64 pagine, un libro piccolo da vendere ai giovani. Io ho fatto quindi questo libro che non è un libro specialistico (sono stato solo una settimana a Bogotà) ma è il racconto di un’esperienza. E proprio per dare il senso di questa esperienza ho coinvolto altre persone, e ho cercato di far sentire altre voci, come ad esempio quelle del festival di Medellin e dei poeti nativi, e ho allargato la descrizione anche ad altri paesi dell’America Latina coinvolgendo altre persone.

Quello che mi ha colpito e che ho cercato di raccontare è il fatto che in questi paesi, che sono i genere disastratissimi, la cultura ha un’importanza molto maggiore che da noi. Questo è un paradosso importantissimo. In questo senso la poesia sopravvive dunque anche dopo Auschwitz, anzi, sopravvive proprio nelle situazioni più difficili. A proposito di questo, voglio raccontare un episodio che mi è capitato qualche anno fa. Un giorno mi trovavo in un bar con Gerardina Colotti, che scrive sul Manifesto, e a un certo punto arriva Silvia Baraldini, e Gerardina mi presenta come un poeta. E allora Silvia Baraldini dice: Ah. La poesia. Quando stavo in carcere negli Stati Uniti c’era una militante inglese bravissima, (io mi ricordo proprio le sue parole), e siccome in Inghilterra, nella metropolitana, nei posti dove si mette la pubblicità, quando non c’è la pubblicità ci attaccano delle poesie, lei comiciò ad attaccare poesie sui muri del carcere. Ed ebbe un successo enorme, nel senso che tutti cominciarono ad attaccare poesie dappertutto, sia poesie più leggere, e più semplici, sia poesie più complesse. C’era gente che le rubava per mandarle alla famiglia. Quindi la poesia diventò in questo carcere americano una cosa molto importante. Ecco, questo è solo uno degli esempi del fatto che la poesia non solo sopravvive dopo Auschwitz, ma anzi può sopravvivere come reazione vitale, come resistenza, possiamo dire, proprio nelle situazioni più difficili.

Io ho elaborato una formula, in questo libro, che è quella de “la cultura della crisi”. Ossia, nei paesi in crisi c’è una maggiore importanza della cultura e una maggiore presenza della cultura. E questo mi fa pensare, per esempio, al fatto che una delle grandi ventate di espressione artistica di questo nostro paese è stato il Neorealismo, soprattutto il cinema neorealista, che ha prodotto una serie di capolavori che hanno insegnato il cinema al mondo, e che sono nati nel momento in cui l’Italia era completamente a terra. Nel momento in cui l’Italia era a terra c’è stata questa enorme narrazione e reazione vitale. A questo proposito Rossellini una volta disse, per spiegare la situazione in cui nacquero i suoi primi film del dopoguerra: “In quel periodo la realtà ci prendeva a schiaffi”.

Io ho voluto trasmettere più o meno questo: in certe situazioni, in queste situazioni, e la Colombia è un paese veramente disastrato, c’è una tendenza a reagire attraverso la cultura. La poesia in Colombia, per una serie di ragioni che ipotizzo, ma che non conosco, è importantissima, per cui in Colombia i poeti sono importanti. Io sono andato là con un mio amico svizzero, il poeta Vince Fasciani, e sull’aereo, al ritorno, gli ho detto, in forma scherzosa: “adesso torniamo nella clandestinità”. Perché per una settimana, infatti, non eravamo stati clandestini.

Pino De March

Dopo aver letto per due volte il libro, mi sono soffermato su un aspetto, quando Bordini dice “io sono stato solo sette giorni in America Latina”, è un po’ come la Genesi , in sette giorni dio ha creato il mondo o, come dice Benjamin, per essere un po’ più laici, ha dato il nome alle cose. In questi sette giorni Bordini cerca di dare un nome alle cose, di vedere la poesia non come un esercizio di stile, puramente estetico, di divertimento, ma come il tentativo di dare un senso alle cose, un senso alla vita. Una poesia capace di ricreare immaginario, di ricreare desiderio di cambiamento, di uscire un po’ da questa precipitazione.

Carlo Bordini

Il Festival di poesia di Medellin, dove non sono stato, ma dove spero di andare l’anno prossimo, è nato in una situazione terribile. C’era il famoso cartello di Medellin, droga e criminalità, ed era anche pericoloso uscire di casa. Era pericoloso riunirsi. Quindi questo festival, iniziato da 13 poeti anni fa, è nato anche come una sfida, e adesso è un festival enorme. L’ultimo anno, in dieci giorni, ci sono state 150 mila presenze. C’è una frase che riassume il pensiero dell’ideatore e direttore di questo festival, Fernando Rendon: “la poesia non è soltanto un fatto letterario”.

E anche Pedro Gomez, il direttore della Casa Silva di Bogotà, che è molto diverso dal primo, un uomo molto raffinato, mi ha scritto in una lettera la stessa cosa, “speriamo che il mondo sia diretto soltanto dalla grande poesia”. Questa è un’utopia che probabilmente non si realizzerà mai, però il fatto che esista questa tensione etica che si coniuga con una tensione letteraria e artistica a me sembra importantissimo.

Credo che quello sia un mondo migliore del nostro, cioè sia un mondo in cui gli istinti più feroci (che abbiamo dentro tutti) possono esprimersi più liberamente, hanno meno remore, meno filtri, meno ammortizzatori, più fame, quindi più ferocia, ma in cui però le forze che cercano un mondo migliore e più armonioso sono migliori delle nostre forze che cercano un mondo più civile e più armonioso (parlo di forze come singoli individui e di forze come parte di tutti gli individui (di ogni individuo), e come aura che pervade un mondo).

Io credo che queste forze, questa parte dell’essere umano che tende verso un’armonia, sia più forte nei paesi poveri e in crisi, forse come una necessaria reazione. Cioè, in base alle esperienze che ho fatto, credo che le periferie in questo momento siano migliori del centro, e che noi abbiamo da imparare da esse. Il centro dà solo corruzione. Non è un caso che, in questo momento di crisi, negli Stati Uniti, sia stato eletto un presidente che proviene dalle periferie del mondo. Tutto ciò che è nuovo viene dalle periferie o dalle ex periferie.

In particolare vorrei dire che in questi paesi delle periferie del mondo è molto forte il senso del sacro. Molto più che da noi. E’ un senso del sacro che non passa attraverso integralismi. Probabilmente ogni società ha bisogno di un senso del sacro, e io l’ho visto. Gente che piange perché ascolta una poesia. Un senso del sacro che non passa attraverso un religione, ma attraverso una ricerca del significato dell’esistenza.

La poesia quindi è, in Colombia e in altri luoghi, parte di questa ricerca del significato dell’esistenza. Quindi, in questi luoghi, la poesia è sacra.

A me è capitato diverse volte a Bogotà, dopo una lettura, che qualcuno mi chiedesse cosa fosse per me la poesia. Gente che voleva sapere cosa pensavo della poesia, come scrivevo una poesia, ecc. Sono convinto che queste persone avessero apprezzato la poesia che avevano ascoltato, ma che volessero soprattutto capire cosa c’era dietro la poesia. La poesia che avevano ascoltato era per loro la punta dell’iceberg di un mondo che essi volevano conoscere. Non si trattava di scoprire il mio mondo interiore, ma di scoprire una chiave di interpretazione della realtà. Il senso del sacro, che noi abbiamo perso, è appunto questo: la ricerca di una chiave di interpretazione della realtà.

Loredana Magazzeni

Una cosa che mi ha colpito molto è che hai dato spazio anche ai poeti nativi, pubblicando sia Lettera degli artisti e degli intellettuali per la pace in Colombia, sia la Dichiarazione dei poeti indigeni partecipanti, e questa è una pratica che a noi forse un po’ manca, quella di raccogliere all’interno di grossi festival anche le voci delle minoranze.

Carlo Bordini

Ci sono dei filmati molto belli del festival di poesia di Medellin, e tra questi filmati ci sono diversi poeti che recitano prima nella loro lingua originaria, indio, e poi in spagnolo. Questa è veramente una cosa culturalmente impressionante, cioè che restituiscano dignità poetica a quelli che sono stati popoli oppressi per secoli. Guardate questi filmati, sono davvero impressionanti. Cliccate su Festival de poesia de Medellin su un motore di ricerca.

La poesia è molto diffusa, in Colombia. Ci sono molti grandi poeti di altissimo livello, però c’è anche una grossa diffusione. Ho parlato col direttore della Casa Silva di Bogotà, Pedro Gomez, la casa di poesia più importante dell’America Latina, che era la casa di un poeta, José Asuncion Silva, che si è suicidato lì, e che ora è monumento nazionale. Questo dà un’idea. La casa dove un poeta si è suicidato è monumento nazionale. E lui mi diceva che fanno seminari di poesia per tutti, anche per i bambini, e fanno seminari di poesia anche per le aziende, che li usano per dare una forma di benessere ai loro dipendenti. E poi mi disse che ogni anno fanno un concorso nazionale di poesia, e mi raccontò che una volta, il giorno della premiazione, fuori dalla Casa Silva c’erano 5 mila persone che non erano riuscite a entrare e volevano sentire il risultato di questo concorso. La polizia cercò di arrestarlo perché turbava il traffico, ma, mi disse Pedro Gomez “non riuscì a passare. C’era troppa gente”.

Una volta un mio amico andò in Argentina e al ritorno mi disse: “guarda, c’è una via a Buenos Aires dove ogni porta è un teatro”, e mi citò un altro esempio: “a Sarajevo quando c’erano i bombardamenti c’era musica dappertutto”. Ecco, in questo senso, nelle periferie del mondo la cultura ha ancora un senso come esaltazione della vita, possibilità che la vita continui ad esistere e quindi anche come forma di resistenza.

Loredana Magazzeni

Tu affermi che i mass media non ci restituiscono la verità delle cose, ed è per questo che è più efficace il passaparola. Ecco, tu hai fatto questa esperienza importante, torni e fai un piccolo libro su questo.

Carlo Bordini

Il paradosso è questo. Noi abbiamo i mass media e tutto quanto, e nessuno sa che la Colombia non è assolutamente un paese incivile. Occorre andare lì e tornare con un messaggio. Il rapporto diretto è ancora vitale perché noi viviamo in un mondo di completa menzogna.

Loredana Magazzeni

Un’altra cosa che mi ha colpito nel libro è la linearità e la semplicità della tua scrittura. Tu usi una lingua assolutamente semplice, con cui dici cose profondissime. Vorrei allora farne un piccolo assaggio, per raccontare quello che la tua scrittura così semplice limpida e piana comunica.

“L’idea che la poesia non è avulsa dalla vita ma può cambiare la vita mi ha colpito, anche perché si collega all’idea che la vita può essere cambiata e che può essere cambiata senza volgarità, senza egoismo o violenza. Credo che dietro tutto questo ci sia qualcosa che non è meramente letterario ma che è soprattutto umano. Mi ha colpito l’umanità e il calore della gente che ho incontrato. Anch’io voglio dire dunque che sono stato in un luogo alla periferia del mondo e l’ho trovato disperato, pieno di immensi problemi ma più forte e migliore del nostro e soprattutto dotato di una vita culturale, e quindi di una vita spirituale, e quindi affettiva, e quindi di una fantasia, di una capacità di immaginare, e quindi di progettare nuove soluzioni maggiori di quelle che noi oggi abbiamo”.

Questo a me dà il coraggio di dire che mi piacerebbe raccontare le cose così. A volte ci facciamo il problema di non possedere un determinato tipo di linguaggio letterario che crediamo necessario ad esprimere i concetti che vogliamo sostenere, quando con un linguaggio molto semplice, che parla anche alle emozioni, si possono dire cose che a me sono servite.

È anche molto emozionante la lettera dei poeti indigeni che invocano la natura, la madre terra contro il potere, e senti che è una cosa che viene fuori da persone vive, è qualcosa che lì è molto vissuto, molto agito. (Lettura della dichiarazione dei poeti indigeni partecipanti al XVII festival di Modellin). Fra i poeti che hanno sottoscritto la dichiarazione conosco Joy Harjo, che è una poetessa nativa americana, per avere tradotto una sua poesia nell’antologia “Gatti come angeli”, visto che i poeti nativi spesso, per farsi comprendere, utilizzano l’inglese come lingua comune.

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Gregorio Scalise

Non so se la teoria di cui parla Bordini nel suo libro sia più o meno vera. So che somiglia un po’ a quello che diceva Pasolini: l’italiano ormai corrotto non è più capace di esprimere poesia, c’è stato il famoso “ cambiamento antropologico”, il consumo ha mutato la natura degli italiani. In ogni caso la differenza (umana, poetica) tra la Colombia e l’Italia andrebbe vista più da vicino, sono storie diverse, questo è implicito. Non so in quale modo la poesia salvi la vita. Mi riferisco, fra l’altro, ad un libro, “La poesia salva la vita,” non so quanto ancora fra i nostri ricordi. Ma per cercare di fare un discorso rapido e generale: noi sappiamo che in Europa, in Italia, ma in ogni caso la poesia nella sua storia…La poesia è anche tristezza, pensiamo a Leopardi, per chiudere subito il discorso, anche a me piacerebbe pensare alla poesia come ad un elemento decisivo di comunicazione. Come un elemento che possa accomunare le persone, renderle fratelli, far riconoscere le diverse identità.

La poesia come un nastro semovente, che metta in contatto le identità fra loro. Naturalmente, tutto questo non accade per miracolo. Esiste, lungo questa utopica strada, più di un passaggio  censurante, tagliente. Tutta la lettura del tuo libro, Carlo, mi ha riportato a un “ fine poetico di laboratorio anni Settanta”. Con questa definizione un po’ strana e che però per me è indicativa, sintetica, mi riferisco a quel periodo di ricerca del mio lavoro, cioè la ricerca di un fine, di un senso. E la domanda, in quegli anni ossessiva, era: come mai esiste tanta difficoltà fra le persone, quando devono riconoscersi fra loro? Oggi queste

domande, e anche altre, non sono più all’ordine del giorno, la cultura che le rendeva possibili si è, diciamo pure, dileguata. Questo libretto ha il merito di riportare molte di quelle cose in primo piano.

Alberto Masala

Questo libro mi è piaciuto molto e mi affratella, da vent’anni vivo in quel modo e vengo da esperienze di quel tipo. Dunque non mi sorprende. Ne risulta interessante il confronto con la poesia italiana: era ora che si interrogasse un po’ su se stessa.

Io vengo da un posto dove ci sono alcune caratteristiche simili a quelle riportate nel tuo libro. Innanzitutto il poeta non si auto-nomina, ma lo nominano gli altri: è sempre investito da qualcuno, dalla gente, dell’incarico e del carico di parlare “in nome di”. Il secondo elemento è che dalle mie parti esistono circa 270 modi di cantar poesia popolarmente praticati; la terza cosa è che sono stato allevato in situazioni dove la poesia viene fatta nelle piazze e, grazie a mia nonna, quasi analfabeta, che mi portava ad ascoltare i poeti, ho capito che il poeta deve avere tre caratteristiche fondamentali, quasi un contratto con la gente: saper attrarre, mantenere alta l’attenzione fino in fondo, e trasportare senso. In caso contrario, se non ne fosse capace, sarebbe la gente stessa a destituirlo, a non farlo più cantare. (Da noi si dice ancora “cantare”, non recitare o parlare).

Ancora oggi, se mi chiedono di intervenire, mi dicono di scrivere su qualcosa che è successo. Normalmente vanno in giro a cantare i testi, nelle feste o in altre occasioni, ma può capitare anche che attacchino lo scritto sulla porta del Comune. E che altri rispondano. Ecco quindi un uso concreto della poesia nel quotidiano, con funzione di voce pubblica, testimonianza e memoria. Credo che noi siamo memoria che procede reinventando sempre nuova memoria. È un parlare, senza attitudine narcisista, ma in nome di chi non sa o non può farlo.

Ho insofferenza verso il noioso sistema poetico italiano. Fra poco sarò in Iraq, a far poesia, dove mi aspetta una situazione molto simile a quella che tu racconti nel libro.

La Sardegna è una terra oppressa, parla lingue oppresse, ma laggiù la poesia ha continuato a vivere. Mussolini l’aveva vietata perché era talmente derisoria nei confronti dei sistemi e non controllabile. Allora si faceva clandestinamente. In molte parti del mondo si sa ancora fare poesia in questo modo. Nel Maghreb, nell’Africa nera, nell’Est asiatico, in un certo senso, non accademico, anche nell’Est europeo. Una poesia che non parla a se stessa, di se stessa, per se stessa e non dispone di un sistema protetto. Che sa andare in piazza con la gente, come in Colombia. A volte si fa anche qui, a Bologna.

Tu hai detto che la poesia è sacra, certo, la poesia è nata cantando il sacro. Ma bisogna differenziare il sacro dal divino: il parlare in un metro quadro pubblico di mondo è sacro. Ma quanti di noi sentono questo carico? Non voglio essere polemico, ma allo stesso tempo non ho pietà, rispetto al sistema della poesia italiana contemporanea e di tutti i tempi. Da quando Lucrezio, da Epicuro, ha detto che l’uomo può alzare la testa e guardare le stelle senza mediatori, nella nostra cultura è nata la consapevolezza che non ci sia bisogno di un mediatore per pronunciare il sacro, per trasportarlo. E l’abbattimento del Narciso è il primo passo per poter andare dalla condizione egocentrica a quella ‘egotopica’, cioè calpestare quel metro quadro pubblico spogliandosi delle proprie miserie personali.

La poesia qui in occidente normalmente parla troppo a se stessa, da sempre… Sinceramente preferisco che ciò che scrivo sia cantato dai rappers… e che mi cambino pure le parole! Non me ne importa. Il testo è come un frutto. Può essere raccolto e mangiato, o ci fai marmellata, o lo lasci marcire con i semi che, restando a terra, daranno altri frutti… propaggini mortali che si staccano dal nostro piccolo corpo. La nostra poesia non è importante, non è sacra in quanto nostra, ma in quanto voce. Quindi stringiamo piuttosto il discorso sulla qualità della voce che si porta.

Carlo Bordini

Non credo che sia il caso di citare Pasolini. Io amo molto Pasolini, lui parlava di un mondo arcaico che vagheggiava e che stava scomparendo. Ma non si tratta di resuscitare o idealizzare quel mondo. Il fenomeno di quella che io chiamo cultura della crisi è diverso. E’ antropologicamente diverso. Quello che viene messo in discussione è come noi possiamo portare qui, nell’Italia contemporanea, la poesia come forma di resistenza, come una delle tante forme di resistenza vitale, non nell’Italia del borgo che ancora esiste, e dove esiste ancora una comunità, ma nelle nuove comunità di resistenza che si stanno formando. Io sono stato due ore fermo a guardare passare la manifestazione dei viola a Roma. Son stato due ore fermo. Era bellissima. Quello è il nostro pubblico. C’era una quantità enorme di giovani. Nelle letture di poesie i giovani non ci sono. Io mi ricordo che negli anni Settanta la poesia aveva una maggiore diffusione, alle letture di poesia ci andavano i giovani. E secondo me questi periodi stanno tornando. Io sono stato a una lettura in un centro sociale di Roma, a S. Lorenzo, e c’era un casino di gente, tutti giovani. Era molto interessante. Non si tratta di tornare ad arcaismi, l’Iraq è diverso dall’Italia, però l’Italia è un paese vivo, c’è una forza prorompente. I partiti non rappresentano questa forza, però la gente no, c’è una vitalità. O per lo meno c’è una forte minoranza molto vitale. A proposito di resistenza vitale all’orrore, e della possibilità di scrivere poesie dopo Auschvitz, voglio citare un altro episodio. In un incontro con dei vienamiti, all’epoca della guerra in Vietnam, un vietnamita raccontò che nelle zone liberate, sottoposte al bombardamento degli americani, si scrivevano moltissime canzoni, e circolava un proverbio: “Nelle zone liberate il rumore dei canti copre il rumore delle bombe.”

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joselito sabogal

Joselito Sabogal (7)

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 Leila Falà

Mi interessa fare solo un’osservazione. Bordini ha raccontato di un carcere dove le poesie sono state attaccate ai muri e poi da qui lette, staccate, inviate, usate. Credo che non si possa aspirare a di più.

Ora mi viene in mente di quanta fatica noi facciamo a ritagliarci spazi e spazietti, basta guardarsi attorno: qui siamo in un luogo sì emblematico, ma senza riscaldamento, ad esempio.

Ma quello che mi interessa è la circolarità, la comunicazione, l’uso della poesia, la possibilità di un suo uso popolare. Nel carcere, dove dovrebbe essere di casa tutto il peggio di quello che possiamo immaginare, la brutalità, ma dove poi di fatto è di casa la sofferenza, non la “cultura”, ma il quotidiano e proprio lì, dove manca la cosa più importante, cioè la libertà, la poesia ha riacquistato il suo valore pieno.  Nell’aver perso tutto delle persone, la poesia è stata presa e usata per volare, si potrebbe dire per “elevarsi”.

Ma presa nei suoi modi alti, è diventata alla portata di tutti, un mezzo popolare, e democraticamente si è sparpagliata. Ma, ed è questo che mi fa pensare, senza perdere un microgrammo della sua grandezza. Insomma, nel sistema mediatico di cui siamo parte, nella società dello spettacolo “must go on” delle veline, degli appalti e della pubblicità, sembrerebbe obbligatorio, se si vogliono raggiungere le persone, le persone semplici, le cosiddette “masse”, livellarsi al minimo. “Omologarsi”, se vogliamo citare forse Pasolini. Omologarsi sul basso. E così siamo invitati a kermesse di dubbio gusto, dove imbellettare la poesia con mediocre musica, scenette e altre varie … cose, come il varietà, appunto. Questo è il “messaggio” (tra virgolette),  che passa.

Ma  è vero? O questo pensiero è funzionale a qualcosa d’altro? Perchè se è così, come è possibile che in questo carcere di cui parla  Bordini, presumibilmente con assassini e spacciatori di professione e senza tanti universitari, la poesia faccia breccia, sia ascoltata, sia usata, manipolata?

Ora dove non si ha niente da perdere, la poesia dà tanto. Come il teatro, del resto. Allora forse l’alto è nel basso? Allora forse è là che dovremmo andare. Poi, sulla poesia ancorata al quotidiano: ora noi ci ritroviamo spesso a parlare delle nostre misere cose del quotidiano, ma forse perchè questa è la parcellizzazione del Novecento, humus in cui siamo comunque ancora immersi. Parliamo del quotidiano perchè siamo immersi in un momento storico che ci priva di uno sguardo d’insieme dall’alto. Troppo mediocre periodo.

Graziella Poluzzi

La poesia è una voce che sgorga come acqua sorgiva, può far tutto o forse niente, può rallegrare, entrare in empatia con chi ascolta o legge, o annoiare profondamente, ricordiamoci che quasi sempre è detestata dalle grandi masse.
Se poi si parla di sé, si è presi per megalomani, egocentrici ed è anche vero.  E’ utile all’autore, che la usa come  indagine psicologica del proprio inconscio, risparmia i soldi dello psicoterapeuta.
Di utilità sociale, ci sarebbero le poesie d’impegno civile, dovremmo leggerne e scriverne di più, ma che siano anche ben formulate. Non inseguo la Musa, ma se detta, trascrivo ed elaboro.
Un saluto ai Poeti, compagni di sventura.

Serenella Gatti

Innanzitutto, secondo me, la Poesia è un modo per rapportarsi alla realtà, è una scelta di vita quotidiana. Se scrivi Poesia, al di là e prima di qualunque risultato concreto, sei una persona che vede ideologicamente la realtà attraverso il filtro appunto della Poesia e dunque in maniera diversa, in parte o del tutto, rispetto a chi questo non lo faccia mai o assai raramente.

Non mi interessa chi scrive Poesia e poi litiga con tutti, vuole la guerra e primeggiare, anche se avesse risultati tecnici notevoli. Preferisco chi sia una persona “poetica”, magari con minori risultati di scrittura, perché l’ipocrisia e la finzione non rientrano nell’ambito poetico. In Poesia non ci dovrebbero essere narcisismo, “belle parole” ostentate, affermazioni assolute e generalizzate…Da noi c’è troppo individualismo. Mi sembra che, ad esempio, in America Latina i poeti siano maggiormente uniti fra loro.

Ecco cosa potrebbero fare i poeti oggi: UNIRSI per tentare di osteggiare la valanga di volgarità, di indifferenza, di acquiescenza, che stanno dilagando, come se ormai fosse normale. Dicono che la Poesia non ha mai cambiato il mondo, ma è pure vero che nei regimi totalitari i primi ad essere imprigionati sono i poeti. Questi ultimi dovrebbero diventare un po’ più politici e i politici un po’ più poeti. Penso che la Poesia possa operare, essere utile solo nel caso in cui il poeta non sia avulso dalla realtà, distaccato e isolato in un suo mondo particolare. Realtà e Poesia devono coniugarsi fortemente e paritariamente, perché in esse la Vita possa scorrere.

Davide Ferrari

Aumenta, sempre di più, la produzione poetica. Non è un male, perchè indica la ricerca, persino a livello di massa e oltre le consuete età dell’adolescenza e della giovinezza, delle possibilità espressive del linguaggio poetico per trovare vie di comunicazione e di riflessione. E’ vero però che si ha l’impressione di una vera e propria dissipazione qualitativa.

E’ un fenomeno che possiamo osservare in tutte le forme artistiche. Prima la riproducibilità tecnica ha tolto centralità all’arte, ed anche alla poesia, ed oggi la dematerializzazione della riproducibilità sembra capace di liquefare il senso, di annullare ogni capacità di verità della parola. Siamo in una civiltà dove la dematerializzazione del libro è metafora della perdita di ogni possibilità di verificare le proprie asserzioni.

Perdendo ipotesi e scommesse, la capacità cioè di puntare su un pensiero critico, la parola si annienta e la ricerca dello scrivere in poesia diviene angosciosa ripetizione di banalità incapaci di dare espressione anche ai sentimenti più immediati dell’animo, dell’interiorità.
Fare il percorso all’indietro, passare dalla quantità alla qualità è forse impossibile, eppure sento che bisogna frequentare anche la quantità, rischiare i luoghi più deboli, persino esibizionistici, per portare ancora la potenziale forza della poesia ad essere considerata.

Se questo è vero, tanto più il piccolo ma interessantissimo libro di Bordini è utile. Non solo ci porta in una dimensione, quella colombiana, dove la poesia civile ha ancora una grande forza, ma anche dove la scommessa del pensiero, talvolta in forme ingenue, ma non per questo prive di forza, non è stata dimessa. La dimensione internazionale della poesia è proprio uno di quei materiali che quelli fra noi poeti italiani che restano critici di un presente che non accettiamo, debbono portare in ogni luogo della poesia, anche quelli più banalmente quantitativi.

Dobbiamo insistere e sperare che la parola, l’emozione, possa ancora connettere, come allo scatto di un link, una incompiuta prova di autoletteratura, e sappiamo che mostrare prove del genere è ciò che porta i più alle sedi dove la poesia è letta ed ascoltata, con la voglia di una conoscenza più vera e leale, conscia dei propri limiti, aperta ad un orizzonte drammatico e perciò più vero, quale ogni verso di “poesia reale” è capace di proporci.

Bruno Brunini

Ho letto con piacere questo libro di Bordini, che certamente raggiunge il suo scopo, quello di far riflettere, come lui stesso scrive nella prefazione.

L’area dell’America Latina, a livello letterario, esprime una grande ricchezza di voci, di esperienze. Sono convinto che una più estesa conoscenza degli autori di quei paesi offrirebbe nuovi stimoli, per un rinnovamento della produzione poetica italiana, numerosa ma debole nel suo complesso. Un confronto più ampio con gli autori e le opere provenienti da quell’area, dovrebbe spingere l’Occidente a essere più attento a riflettere su realtà differenti, portatrici di altri valori.

Basta varcare i confini di questa vita consumistica, omologata, uscendo dalla consuetudine cittadina, basta attraversare frontiere che non sono solo geografiche ma anche mentali, culturali, per ritrovare realtà molto più stimolanti, molto più vive e autentiche, dove i rapporti tra le persone sono diversi e la cultura, gli eventi letterari, assumono un altro significato, hanno ancora una loro importanza e una reale presa col territorio.

Certo, quando il disagio esistenziale, la mancanza di libertà, la lotta contro l’oppressione, diventano estremi, come succede in quei paesi, è più probabile ritrovare la tensione etica, slanci di solidarietà, di autenticità, valori che qui da noi sembrano perduti. Anche in Italia durante la Resistenza, nel dopoguerra o negli anni settanta, la realtà aveva un altro significato, e la cultura, l’impegno civile, avevano un ruolo nei processi di cambiamento.

Devo dire poi, che le parole di Bordini mi hanno fatto rivivere le emozioni provate durante i miei viaggi. Anch’io ho respirato quell’atmosfera, quel tipo di scambio che viene descritto nel suo libro. Anni fa ho partecipato a Città del Messico ad una grande fiera libraria, ricca di eventi, letture, incontri interessanti. Fui sorpreso d’interagire con una piazza estremamente viva, interessata e attenta. Non mi accadeva da tempo.

Inutile dire che il viaggio, gli scambi, l’apertura a culture che accendono conoscenza e immaginazione, da sempre aiutano a disfarsi del nostro bagaglio di stereotipi culturali. Uscire da se stessi, vedere, capire, gettare l’occhio su angoli rimasti in ombra, può servire inoltre a rimettere in discussone il proprio modo di sentire e di pensare la scrittura.

Ma, come ho detto, non è sempre necessario andare tanto lontano per uscire dall’omologazione che ci viene imposta e ritrovare la varietà dell’esistenza. E in tal senso, a proposito del rapporto centro-periferia, nel libro di Bordini c’è un riferimento, come ricordava Pino,  ad alcune parole de Il poema dei monti di Rumiz: “Ero partito dal mondo, e invece ho finito per trovare un mondo: a sorpresa, il viaggio è diventato epifania di un Italia vitale e segreta…la montagna…” E’ un passaggio che mi è sembrato importante. Le periferie dimenticate del mondo e della vita sono tante e possono sempre essere fonte di nuove rivelazioni, di luoghi, situazioni quotidiane che portano a interpretazioni inedite della realtà, “le periferie – scrive Bordini – sono oggi molto migliori del centro…”.

E’ vero e in un paese come il nostro, sempre meno sensibile ai valori culturali, tra le varie periferie includerei anche la poesia e i poeti del cosiddetto centro, che vivono prevalentemente un ruolo di marginalità urbana. Ma proprio partendo da angolazioni non viste, qualcosa i poeti possono ancora fare per cambiare il linguaggio e la mentalità dominante, perché la poesia ci aiuta a vedere più lontano. Per il potenziale espressivo che contiene, è in grado di rappresentare ciò che non viene nominato, e riconoscere ciò che resiste alla violenza del conformismo e alla devastazione che subiamo ogni giorno. Attraverso la parola poetica infatti, si può ridare un’esistenza a tutto quello che viene escluso dall’ignoranza e dall’intolleranza.

Un’ultima osservazione. L’itinerario del libro di Bordini è anche un invito a raffrontare, a distinguere, ed è un invito all’ascolto. In un momento in cui si scrive molto ma si leggono poco gli altri, questi appunti di viaggio ci ricordano che attraverso la scrittura in versi, possiamo soprattutto avvicinarci alla conoscenza e alla comprensione di quella cosa insondabile che è lo spirito degli altri, e che,  in fondo, forse la cosa più difficile da imparare oggi è proprio l’arte di ascoltare. Ecco un punto su cui occorrerebbe continuare a riflettere.

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joselito sabogal

Joselito Sabogal (10)

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Vincenzo Bagnoli

Una frase del libro di Bordini mi ha colpito in particolare: «c’è bisogno di un messaggero che sia stato lì e che porti le notizie a voce, perché, con tutti i mezzi di informazione che abbiamo, che servono soprattutto a depistarci, viviamo nell’ignoranza più completa».

Senza voler credere alle teorie del complotto, senza voler prendere in considerazione la questione degli oligopoli (o monopoli) dell’informazione, e del vecchio, vecchissimo problema della proprietà dei mezzi di produzione (inclusa la produzione dell’immaginario: delle rappresentazioni del mondo, quindi…), la frase tocca un nodo cruciale dell’Occidente. La presunzione: la presunzione di sapere tutto, di vedere tutto; di sapere la verità, di avere la libertà; di avere raggiunto un punto superiore e definitivo, di avere esaurito la storia. Quella stessa presunzione contro cui già Leopardi scriveva. Quella presunzione che acceca, che non fa vedere, e che finisce per togliere il diritto di parola.

Può davvero succedere questo nell’Occidente libero e liberale, liberato delle necessità, arricchito dal libero mercato, che liberalmente offrirebbe tutto a tutti «tutto ciò che serve»?

Ma, a pensarci bene, chi decide ciò che serve? A chi deleghiamo questa scelta e a quale strumento ci affidiamo per concepire i nostri bisogni e, forse, i nostri desideri? A quale lente, a quale teoria/teorema/teatro? Al mezzo più adatto a un mondo pacificato, ci dice la concezione delle democrazie occidentali: la provvida mano del mercato, che agisce in modo tranquillo, secondo oliati meccanismi, banale persino. Come è banale appunto il male…Un mezzo che però non è libero, perché questa provvida mano è pur sempre attaccata a un braccio, legata a una volontà; un mezzo quindi eterodiretto, regolato da altre istanze: quelle delle merci, dei mercati, della produzione. Ed è proprio in ragione di questa delega che si perde la capacità di progettare, d’immaginare altro. E quindi di cambiare la realtà.

E che alla fine anche questo sistema libero, liberale, liberista finisca per imporre censure è vero; senza dover presumere derive autoritarie. Per quanti anni voci critiche autorevoli ci hanno spiegato che non c’era niente da dire, che a finita la storia, la poesia, l’arte? Che non c’era nulla da vedere, o che certe cose non potevano essere dette?

Vorrei fare un esempio, citando uno scritto sulla Shoah, visto che abbiamo parlato del libro di Bordini proprio nella Giornata della Memoria, di un giovane studioso purtroppo scomparso, Riccardo Bonavita. Dopo la seconda guerra mondiale, all’ombra della pax americana, Adorno affermò perentorio: «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». In barba al prescritto, Paul Celan scrisse e pubblicò Todesfuge: ma uno zelante accademico, fedele all’interdetto proprio come un «volenteroso carnefice», subito sentenziò che quella poesia non aveva il diritto di essere scritta, perché – come Celan stesso commentò in una successiva poesia pubblicata postuma – un altro «maestro di Germania», del tutto speculare al colto comandante del lager descritto in Fuga di morte, aveva pronunciato il suo divieto,  «scrivendo, / con abile mano sciolta, da nibelunghi della sinistra, con / il pennarello, sui tavoli di teck, anti- / restaurativi, protocollari, precisi, in nome della inumanità da distribuire / di nuovo», e aveva così consegnato di nuovo alla morte e al silenzio le vittime.

Ancora. E peggio. Nel 1961 Vasilij Grossman, un ex ufficiale dell’Armata rossa che era entrato ad Auschwitz tra i primi, e che poi aveva dovuto tacere sotto le persecuzioni staliniane, decise che era ora di parlare; convinto che la destalinizzazione gli avrebbe permesso di raccontare finalmente ciò che aveva visto, di dare la sua testimonianza su Stalingrado, la lotta contro il fascismo, le dittature, l’olocausto, le atrocità ecc. tentò di pubblicare il romanzo più importante del Novecento, Vita e destino. Le autorità lo sequestrarono e alle sue richieste risposero che per almeno cento anni non si sarebbe potuto darlo alla luce. Grossman affidò copie di fortuna alle reti clandestine, che dopo la sua morte (1964) fecero arrivare il testo oltrecortina, nel mondo della libertà, dove però il male banale del mercato e della critica prescrittiva, ben più sottile della grossolana censura sovietica, lo fece sparire nuovamente: all’inizio nessun editore lo volle, perché giudicato non di moda, un «noioso» romanzo di guerra, il cui autore non aveva nemmeno il pregio di essere dissidente. Uscì finalmente, per quanto in edizione parziale, nel 1980 (lo stesso anno del Nome della rosa…), ma a parte qualche raro, per non dire isolato, giudizio critico che ne colse la portata (George Steiner, Tzvetan Todorov) restò quasi ignorato fino a dopo il 2000: un romanzo complesso, impegnato e impegnativo, di centinaia di pagine, che non si faceva inquadrare in facili etichette merceologiche di genere o strumentalmente ideologiche non poteva interessare, e quindi non aveva diritto di parola, nell’età del postmoderno, del disimpegno, del ludus intraletterario, del minimalismo, dell’entertainment.

Cosa voglio dire con questi due esempi? Che, come dice Bordini, la poesia, come tutta la letteratura, ha senso quando ha qualcosa d’importante da dire, nonostante e a dispetto di ciò che dicono tutti. Nonostante il disinteresse degli editori e del mercato, nonostante la disattenzione della critica. Anzi.  Trova il proprio senso quando ha il coraggio di non ascoltare bandi, verità assodate, proclami, mode, scuole, correnti, poetiche di nessun genere, e osa cercare la propria voce, la propria verità, il proprio sguardo in piena autonomia, usando come solo metro di paragone quello degli uomini con cui vuole condividere la propria esperienza: non una lezione, un’autorità (che sia Aristotele, o il mercato, o la filosofia postmodernista, o  chi comunque dice «non abbiamo eventi da raccontare, siamo banali, la poesia non serve, non vende»).

Perché solo così la poesia può restituire all’uomo la capacità di vedersi diverso, di immaginarsi diverso da ciò che tutti dicono; e quindi la capacità di immaginare diversamente la propria storia. Oggi la poesia davanti alla banalità del male del nostro piccolissimo mondo pacificato, che vive alle spalle di un mondo ben più vasto continuando a ignorare le zone di attrito fra sé e e questo «resto del mondo», nonché al proprio interno, e nel cui felicissimo supermarket comunque il 40% della popolazione compera psicofarmaci, deve continuare a fare quello che Celan e e Grossman hanno continuato a fare con le loro opere: testimoniare, dire ciò che si è visto, la  verità. Senza preoccuparsi di compiacere i critici, i teorici, i tecnici del marketing, le etichette, i generi…

Oggi, come sempre, la poesia ha il solito compito: non guardare la facciata della realtà, ma prenderne le immagini di contropelo; non fermarsi alla superficie dell’edificio, ma osservarne i puntelli, le crepe, i materiali di scarto all’orlo dello scavo, documentando dell’infelicità, dei rifiuti e delle macerie. Non per amore delle macerie, come scriveva Walter Benjamin, ma della strada che passa attraverso di esse.

Anna Zoli

Credo che Carlo Bordini abbia fatto in Colombia un’esperienza che noi, che viviamo in Italia, possiamo solo intuire e auspicare: l’unione fra poesia e vita.
Dico questo perché tutte/i noi che coltiviamo la poesia come forma di espressione in vari modi, avvertiamo invece sopra ogni altra cosa la separazione fra vita e poesia. E non mi riferisco al contenuto e neanche alla forma, ma alle occasioni. Noi in Italia e in tutto l’Occidente industrializzato abbiamo poche occasioni in cui la poesia possa mescolarsi con la vita. E non bastano le sfide, le gare, gli slam, le competizioni poetiche che stimolano la competizione e si risolvono spesso in spettacolari battute ad effetto. L’intenzione, forse, è buona: diffondere la poesia fra la gente facendola scendere dalla “torre d’avorio”. Ma quello che manca è, a mio parere, lo spirito giusto.

In una società dove i valori dominanti sono il denaro e l’apparire, in cui tutto è specializzato, scisso, separato, che spazio può avere la poesia che, citando non so chi (ma la citazione mi piace) è “un quantum di energia che accade nella lingua”?
Ricordo quello che Alberto Masala ci ha spesso raccontato, delle tenzoni poetiche popolari della sua Sardegna, dove il titolo di poeta non te lo attribuivi da solo, ma ti veniva attribuito dalla gente e dove l’anima del popolo era ancora quel tanto primitiva da tenere insieme tutto – natura, cultura, poesia, vita. Ma forse anche là ora le cose sono diverse e quelle tradizioni sono scomparse, soppiantate da rituali più consumistici.
A ben pensarci, qualche occasione di vicinanza poesia-vita l’abbiamo vissuta anche noi qualche anno fa con la “Carovana della Pace”, che girava per tutta l’Italia (guidata da Anna Santoro) e a cui noi abbiamo aderito come Gruppo ’98 Poesia e io personalmente come Donna in Nero.
Ricordo anche quanto ci ha raccontato Fatima Mernissi (scrittrice, poeta, attivista marocchina) invitata a Bologna dall’associazione Orlando, riguardo all’importanza della poesia in tutte le manifestazioni pubbliche e private di una società, indubbiamente meno avanzata della nostra, ma evidentemente ancora intatta nella sua energia vitale.

Maria Luisa Vezzali

Una delle lezioni sempre valide che ci ha lasciato l’Illuminismo si trova nel diciottesimo capitolo del Candido di Voltaire: «è certo che bisogna viaggiare.» Mettere in discussione, cambiare prospettiva, revisionare le “verità” della nostra storia.
Per la poetessa americana Adrienne Rich un viaggio in Nicaragua è stato un’esperienza talmente profonda e radicale da cambiare molte sue priorità e persino i temi della sua scrittura. Era il luglio del 1983, i primi anni della rivoluzione sandinista al potere, quando è stata invitata alla Conferenza sull’America Centrale a Managua, in qualità di figura di spicco del movimento di liberazione delle donne e degli omosessuali statunitensi. Appassionati accenni a questa esperienza possono essere letti nella raccolta di saggi Sangue, Pane e Poesia, scritta poco dopo il suo ritorno.
E’ istruttivo ancora oggi vedere come l’immersione in una realtà diversa dal blocco euro-nordamericano possa essere illuminante. Fin dal primo impatto Adrienne Rich ha compreso quanto si rivelasse inadeguata la scaletta dell’intervento che aveva immaginato a casa. «Ho sentito l’assurdità di arrivare in una società nata da soli quattro anni, in evoluzione, assediata dagli Usa, portando l’agenda del femminismo statunitense, alla quale ci aspettiamo che la società risponda o venga cancellata. Ascoltare e imparare da quelle donne e quegli uomini impegnati a creare una nuova società nicaraguese mi è sembrato più urgente, più necessario per la mia stessa politica femminista di questioni pressanti come l’aborto, che là è ancora illegale1».
Ciò che toccava con mano era che cibo, salute e alfabetizzazione per tutti erano questioni femministe di base, come la libera contraccezione e la riconquista del proprio corpo. Che il processo di integrare le donne nella rivoluzione era qualcosa di sostanzialmente diverso dall’integrare alcune donne nell’elite economica, politica e professionale di un patriarcato capitalistico. In poche parole si trattava di empowering the most powerless. E non è quindi per caso che, a partire dalle raccolte successive (come Your Native Land, Your Life, 1986, Time’s Power, 1989, o An Atlas of the Difficult World, 1980), Adrienne Rich abbia affiancato ai temi del femminismo, che le avevano dato la celebrità, la necessità di esplorare le ferite lasciate aperte e suppuranti dalla geografia e dalla storia: le pesanti amnesie che hanno cancellato dalla faccia del pianeta intere popolazioni, come gli Hopi; i guasti dell’imperialismo americano; l’urgenza per chi possiede il “privilegio delle parole” di mappare le “cartografie del silenzio”, dando voce a chi non ha mai potuto far sentire la propria.
Ma c’è un’altra questione connessa a questa. A Managua la Rich ha incontrato tra le fila dei rivoluzionari numerosi artisti: per esempio, la poetessa e giornalista Claribel Alegrìa, il poeta, sacerdote e teologo, candidato nel 2005 al Nobel, Ernesto Cardenal, nonché lo scrittore argentino, amico di Borges, Julio Cortázar. Dialogando con loro ha compreso cosa può significare l’arte in una società orientata a valori diversi dal profitto e dal consumismo. E, una volta tornata a casa, si è chiesta «cosa accade al cuore dell’artista, qui nel Nord America?2» Che prezzo si fa pagare all’arte quando la si lacera dal tessuto sociale? La risposta è semplice, chiara e terribile nella sua ovvietà: il capitalismo si fonda tanto sull’alienazione degli operai o dei ceti lavoratori, quanto sull’alienazione degli artisti. Alienazione non solo dal mondo concreto, dal potere di far sì che le cose possano accadere o smettere di accadere, ma anche dalle loro radici, dalla memoria, dai sogni, dalle storie, dal linguaggio, tutti sacred materials of art.
Confrontiamo per un attimo le parole che Adrienne usa per descrivere la posizione del poeta negli Usa con quelle che illustrano il suo ruolo nei paesi, per così dire, rimasti giù dal treno dello “sviluppo”. Mentre «la cultura dominante statunitense… ci confonde dicendoci che la poesia non è economicamente vantaggiosa, né politicamente significativa… che sono destinata a essere un lusso, una decorazione sul buffet del curriculum universitario, dell’occasione celebrativa, della celebrazione nazionale3», in altri luoghi «l’arte non è prodotta come un bene di lusso, ma come parte di una lunga conversazione con gli avi e con il futuro (e, sì, io vivo e lavoro credendo in un futuro). Questi artisti proseguono una tradizione in cui lotta politica e continuità spirituale sono compenetrate. Non c’è bisogno di perdere niente, di sacrificare alcuna bellezza. Il cuore non diventa di pietra4
Se si prova a considerare le cose da questo punto di vista, altre cose appaiono chiare, anche l’estensione e i limiti del cosiddetto “sviluppo”: non si può più rimanere indifferenti al fatto, per esempio, che non c’è bisogno di andare in Nicaragua per trovare l’analfabetismo, che gli Usa sono «un paese tecnologicamente avanzato dove il 40% dei cittadini sa appena leggere e il 20% è analfabeta funzionale5.» In queste condizioni chi sa scrivere e può farsi leggere ha la responsabilità di ascoltare meglio, di allargare l’ambito delle sue conoscenze, di combattere l’ignoranza, il solipsismo, la pigrizia, la disonestà della propria scrittura.
Se si prova a considerare le cose da questo punto di vista, l’energia rivoluzionaria della poesia non è illusione utopistica. E’ il modo in cui Adrienne Rich, Lucille Clifton, Audre Lorde, Dennis Brutus, Yitzhak Laor e tanti altri hanno lavorato/stanno lavorando, creando una rete tra le persone che diminuisca la «latitudine e la longitudine dell’odio6».

E ora proviamo a immaginare l’importanza di questa rete anche nel nostro paese.

1 Cfr. “Going There and Being Here”, in A.R., Blood, Bread and Poetry. Selected Prose 1979-1985 (Norton 1986), p. 157.

2 Cfr. “Blood, Bread, and Poetry”, in A.R., cit., p. 185.

3 Cfr. “Blood, Bread, and Poetry”, in A.R., cit., p. 167.

4 Cfr. “Blood, Bread, and Poetry”, in A.R., cit., p. 187.

5 Cfr. “Blood, Bread, and Poetry”, in A.R., cit., p. 186.

6 Cfr. “The School Amond the Ruins”, in A.R., The School Among the Ruins. Poems 2000-2004 (Norton 2004).

joselito sabogal

Joselito Sabogal (17)

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Roberta Peveri

Quando ho partecipato alla presentazione del libro di Carlo Bordini, “Non è un gioco”, stavo scrivendo un saggio per l’antologia della webletteratura italiana, un progetto curato da Mario Gerosa e pubblicato all’inizio di aprile.
In un botta e risposta via mail con Paolo Guglielmoni, uno scrittore facente parte del comitato scientifico del progetto, ci siamo imbattuti su considerazioni a proposito di quelle che lui ha definito frammentazioni del discorso. Nello specifico, egli mi pose una domanda inerente a una serie di haiku che ci erano stati inviati, ovvero se essi non fossero una sovrapposizione un po’ troppo estrinseca a un tipo di frammentazione che avrebbe dovuto invece avere regole nuove e più “internettiane”. Interessante.
Il tentativo di rispondere a questa domanda ha insidiato in me una voglia diretta di confronto con quella che consideravo erroneamente un tipo di scrittura ad appannaggio di pochi, per altro gente molto appassionata…la poesia. L’incontro con Carlo Bordini e lo scambio comunicativo con tutti i presenti, in particolar modo con Alberto Masala, ha risolto in modo sorprendente le mie questioni e mi ha dato risposte significative non solo riguardo al mio saggio sul ritorno all’oralità nel web, per il quale non riuscivo a venire a capo di una conclusione soddisfacente, ma anche riguardo al mio punto di vista sulla poesia in generale.
Se con webletteratura, in particolar modo con la twitteratura e con Facebook, vengono messi in gioco gli stessi meccanismi di comunicazione di un discorso orale, in cui si privilegia lo scambio di contenuti dell’informazione e abbandonate le regole della forma letteraria, anche la poesia con la rete acquista una nuova espressività riemergendo dal fondo paludoso della letteratura in cui si era depositata a causa della difficoltà del suo linguaggio o, meglio, della difficoltà della società contemporanea di comprenderlo. La poesia nel web risorge dunque in una nuova veste e acquista altresì tutta la leggerezza e la spontaneità proprie del dialogo e del racconto.
Ancora più stupefacente è stato il nesso che si è creato tra le ricerche compiute da questi poeti e le mie, entrambe rivolte alla scoperta di altre culture, a parer condiviso più autentiche e cariche di energia concreta, un’energia in grado di agire attivamente e in modo assolutamente efficace sulla realtà e dunque sulla vita.
Credo che in quelle ore sia successo qualcosa che va al di là della presentazione di un libro, qualcosa che ha messo in moto gli stessi meccanismi di “efficacia simbolica” e di “telepatia attiva” che io ho appreso con tanta passione nei testi di Ernesto de Martino, di Marcel Mauss, di Claude Lévi-Strauss e di Mircea Eliade, mirabili esempi di storia della magia, dunque, della condizione umana.

La poesia genera il bisogno di appartenenza ad un gruppo, nonché presuppone la struttura di una comunicazione orizzontale, la quale si fonda su di un ordine non gerarchico del discorso e prevede, come in ogni nodo dell’ipertesto, la possibilità di un’interpretazione soggettiva.

Con il ritorno all’oralità, si auspica dunque vivamente un ritorno alla poesia.

Concludo con un’affermazione, a mio avviso carica di immaginario, di un teorico dei media tra i più noti ed importanti della nostra epoca, Pierre Lévi: la poesia e la rete sono l’universale senza totalità.

 

Gianfranco Corona

Viaggiamo nel vuoto di una città/ fingendo una partenza/ un linguaggio originale nell’essere poeti”. Sono rimasto molto colpito dal libro di Carlo Bordini “Non è un gioco” (Appunti di un viaggio sulla poesia in America Latina), la parola poetica è considerata come sacralità, è come un fulmine in una società piena di gravi problemi (guerra civile e traffico di droga). Ho sentito il risveglio appassionato della gente comune che ricerca nella parola poetica l’energia di vivere e di lottare contro le ingiustizie.

Il nostro pianeta è sfregiato e compromesso, il suo sistema di vita è a rischio collasso, oggi più che mai, il canto appassionato del poeta ha un ruolo decisamente importante e  trova  nei paesi più poveri, lo spirito del cuore.

La poesia mi ha fatto vincere molte battaglie, mi ha fatto credere nella mia parola, anche se quell’”incespicare” della mia voce a volte mi condiziona, mi frena, ma il fiume in piena dei versi abbatte molti muri e molte riserve che mi sono creato. Nonostante tutte le storiche difficoltà che si incontrano nel proporre i propri scritti, da tempo nel nostro paese si manifestano dei veri sabotaggi nel campo della distribuzione nel settore della poesia. Ci sono case editrici che ti offrono a prezzi esosi la pubblicazione, e poi il tuo libro anziché giungere alla sua naturale destinazione, cioè allo scaffale della libreria, a disposizione del lettore, viene portato al macero senza essere pubblicizzato e distribuito. La distribuzione viene pianificata secondo regole che rispondono, prima di tutto, alle esigenze del massimo profitto, quasi mai in sintonia con la valorizzazione del talento e di un certo tipo di espressione culturale. Di conseguenza, rara o quasi inesistente è la creazione di eventi che possano avvicinare il pubblico al mondo dei versi.

Occuparsi di poesia in Italia significa, ancor oggi, muoversi in un labirinto, dal momento che purtroppo pochi leggono o sono opportunamente stimolati a farlo, molti che scrivono non hanno curiosità per gli altri ed ognuno rimane isolato nel proprio mondo. Importanti, quanto essenziali, sono pertanto le iniziative, che possono portare verso quel salto di qualità volto a riconoscere all’espressione poetica il ruolo che ha, quello di essere un faro che illumina il cammino del pensiero ed accompagna l’anima verso questa, ed altre albe dolcemente attese.

“Sopravviva la poesia … l’inconsapevole sovrappiù i passi del linguaggio la guerra delle ombre. Quale viaggio!/ quale tempo!…”

 

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cover Non-è-un-gioco

Carlo Bordini, Non è un gioco. Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina- Luca Sossella Editore

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Un pensiero su “CRONACHE DI POESIA-Loredana Magazzeni e Carlo Bordini: Da Bologna.” Non è un gioco”- Incontro con Carlo Bordini al Centro Sociale XM 24

  1. La registrazione di questo intenso incontro di poesia fu fatta da Roberta Peveri che me ne fece dono: grazie, Roberta!

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