Francesco Piga: Libro letteratura veneta- Prima parte

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Prima di dare inizio alla pubblicazione dell’opera nel nostro sito, diamo la sequenza con cui  il LIBRO DI LETTERATURA VENETA, cioè i testi di Francesco Piga si susseguiranno, ad intervalli brevi, negli articoli di  CARTESENSIBILI

 

Prima parte della pubblicazione

-La “Gazzetta Veneta” di Gasparo Gozzi.

-Nievo europeo.

Seconda parte della pubblicazione

-La presenza di Antonio Rosmini ne “Il Santo” di Fogazzaro.

-Prime esperienze culturali e primi scritti di Giacomo Noventa.

Terza parte della pubblicazione

-Poesia dialettale veneta nel primo trentennio del Novecento.

-Le “storie veneziane” di Neri Pozza.

Quarta parte della pubblicazione

-Sperimentalismo ed etica nella poesia di Cesare Ruffato.

-Le poesie di Nelvia Di Monte: dall’alto dell’abisso.

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Prima parte – Libro letteratura veneta- Francesco Piga

-La “Gazzetta Veneta” di Gasparo Gozzi.

-Nievo europeo.

 

La “Gazzetta Veneta” di Gasparo Gozzi

Nell’introdurre la prima riproduzione completa della Gazzetta Veneta, il curatore Antonio Zardo considerava come la cronaca cittadina, trattata in modo ironico e burlesco, si trasformasse in vivace letteratura e procurasse maggiore attrattiva alla Gazzetta rispetto all’Osservatore, si soffermava sui debiti gozziani con i giornali inglesi, ripetendo del resto ciò che anche l’autore riconosceva nel suo primo foglio; definiva “piena di festività e di grazia” la prosa di questo “maneggiatore eccellente della lingua che possedeva, come forse nessun altro al suo tempo”. Sebbene il critico si fa ingannare dallo stesso Gozzi prendendo troppo alla lettera proprio quelle affermazioni riportate per dovere di gazzettiere, l’introduzione all’edizione del 1915 segna un iter critico che, seppur ricco di confronti fra i due giornali più importanti di Gozzi, tralascia di considerare come nella Gazzetta ci siano già tutti i prodromi di un discorso poi sviluppato nell’Osservatore Veneto, nel Sognatore italiano e in tutti gli altri manoscritti che il diligentissimo artigiano della penna accumula quotidianamente sullo scrittoio.

Appare quindi utile soffermarsi con più attenzione sui concetti culturali qui espressi in una essenzialità filtrata nelle pagine di cronaca di un giornale che doveva essere un tripudio del quotidiano.

La Gazzetta Veneta nasce infatti dalla necessità di far fronte a quella crisi economica che aveva affossato il proposito di “pensare ad una vita solitaria e lontana dalle faccende”; Gozzi avrebbe voluto oziare nello “spedale poetico” di casa sua, o rifugiarsi nel “castellaccio” di Vicinale dove poteva rileggere, con grande distensione, le pagine dei suoi amati classici e dare “a beccare ad una gallina” dimenticando le preoccupazioni domestiche e, tanto più, le guerre europee. E’ invece costretto a vivere a Venezia, fra gente chiassosa che parla continuamente di feste mascherate e di teatri alla moda, a scrivere una gazzetta, finanziata da una società di commercianti, per i nuovi ricchi che comprano i libri solo per curiosità.

Gasparo, che fino al 1759 aveva composto poesie petrarchesche per la moglie, sermoni per gli amici, drammi da tenere nel cassetto, e soprattutto era vissuto in continua meditazione su “studi infruttuosi”, come si lamentava la moglie preoccupata dalla pigrizia del marito per tutte le cose pratiche, ora, nei fogli apparsi dal 6 febbraio 1760 nel negozio del tipografo Colombani, reclamizza “sorbetti d’ogni sorta e frutti gelati che sono una delizia”, fiori artificiali che emanano odore naturale, lotterie e astrologi del lotto, belletti che assicurano carnagioni fresche; pubblicizza nuovi tipi di innesti giunti dalla Germania, rimedi efficaci usati in Olanda e in Inghilterra per il male degli animali bovini; riporta l’annunzio di un “perito coltivatore di giardini” che offre la sua opera, l’Avviso di un mercante di libri che vende la raccolta di tutti i drammi recitati nei teatri di Venezia dal 1637 e inoltre scenari e intermezzi drammatici e comici; per più numeri si diffonde a spiegare il funzionamento di una nuova invenzione: un letto riempito d’aria.

Il Gazzettiere, che non sa come si stipula un contratto, per compiacere i lettori e farli tornare ogni mercoledì e sabato alla bottega del Colombani fa sapere dei 196 contratti conclusi grazie alla Gazzetta e finge di essere soddisfatto, lui che ama solo i fiori veri della sua campagna e la naturalezza delle giovani contadine, ignare delle civetterie dello specchio. Con gli annunzi raggruppati sotto i titoli di Case da fittare in Venezia e fuori di Venezia, Cose rare da vendere, Cose ricercate, Cose perdute, Cose ritrovate, Persone desiderate, Persone ch’esibiscono la loro capacità, Libri nuovi sotto il torchio, Libri stampati fuori di Venezia, in questo mercatino del Settecento non manca un fratello in cerca di un marito per la sorella virtuosa e dedita esclusivamente alla casa.

Con grande disagio Gasparo deve sostare nelle piazze a spiare, tra la folla che lo nausea, le processioni del mercoledì santo con i cori di tutti gli ordini religiosi e le lanterne che “la notte è scambiata in giorno”, le feste del giovedì grasso con i voli alla fune dal campanile di San Marco e i fuochi d’artificio da raccontare ai lettori, le solenni accoglienze per l’arrivo di autorità religiose e politiche. Nelle calli il suo udito educato alla metrica latina, ai versi danteschi e petrarcheschi, e il suo concetto tutto stilnovista della donna, vengono profanati dalle furibonde voci delle “donnicciuole” che si azzuffano con sedie impagliate e coltelli, dimostrandosi più colleriche dei mariti; nelle osterie la sua nobiltà versata all’ordine è messa a dura prova dalle mezze parole che ode dagli avventori sulle ruberie che avvengono per le vie, nelle case e nelle chiese, sui ritrovamenti di infanti morti lasciati sotto i ponti o gettati nella laguna, sui rapimenti perpetrati dagli zingari, sui suicidi di un calzolaio scontento del matrimonio del figlio, di un oste debitore, di un contadino che ha trovato il vino della cantina andato a male. Ma è questo il mestiere del Gazzettiere, che deve sporcarsi gli stivali nel fango della realtà quotidiana per scrivere sui fogli ciò che ai popolani e ai borghesi piace leggere, perché ne sono essi stessi i protagonisti: ecco così dispiegarsi tutta la cronaca nera che offre Venezia nel 1760.

Per i popolani Gozzi descrive sparatorie fra birri e ladroni, tentativi di fuga dal carcere, padri che uccidono i figli per un melone; ai borghesi, che si dilettavano anche di queste cose a loro congeniali prima che la ricchezza accumulata con i traffici offrisse loro una decorosa esteriorità, Gozzi racconta burle e scherzi, novellette su spilorci puniti, servi idioti licenziati, contadini a cui spuntano le corna, venditori di frutta che per rinvigorire inghiottono zecchini, ubriachi che per sbaglio dormono in case altrui; dà notizie sui titoli delle rappresentazioni teatrali, gli inizi degli spettacoli e il costo dei biglietti, tacendo personali giudizi che sa non interessare, si sofferma per nove numeri della Gazzetta a parlare delle nozze principesche d’Isabella di Borbone, fa divertire con storielle amorose, proverbi e detti popolari.

Tutt’altro che semplice gazzettiere pronto a ricopiare ciò che la cronaca propone, Gozzi non si accontenta di dilettare popolani e borghesi, ma, al tempo stesso, compie un’operazione culturale di primissimo ordine, anche se la Gazzetta Veneta è uno dei due pannelli, (l’altro è il Sognatore italiano), più piccoli del Trittico gozziano: dipinge un quadro la cui affastellata realtà veneziana non è quella di piazza San Marco o delle calli, ma quella nascosta dalle apparenze e dalle maschere, la condizione umana, colta proprio nel momento in cui un solo atto diventa, per chi lo guarda sulla tela, un’accusa morale, una scoperta di essenzialità. E mentre continua ad assicurare i lettori, come se temesse di essere scoperto nell’operazione culturale che va compiendo, di scrivere solo ciò che accade realmente e di non aver messo di suo altro che la scrittura, di essere “storico e non favoleggiatore”, Gozzi con ironici commenti finali, con sorrisi amari, tramuta tutte le notizie di cronaca nera in continue allegorie che racchiudono un discorso morale sorretto da una solida cultura classica e umanista. Solo quando il fatto di cronaca è avvilente – un ortolano uccide un fanciullo che gli ha rubato un popone –  l’accusa di Gozzi è precisa e investe apertamente tutta la società veneziana, tutto il mondo: “Tutto il mondo è pieno di queste maledette bilance, nelle quali l’interesse contrappesa ogni spazzatura e frivolezza con la vita e con la riputazione del prossimo, le quali si stimano sempre le più leggiere…” (LVI).

Ma popolani e borghesi non sanno e non vogliono vedere allo specchio deformato, che il moralista Gozzi ha messo loro di fronte, la loro vera identità corrosa dai vizi, dalla pochezza intellettuale, dall’avidità di denaro, dall’ambizione e vanità.

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gasparo gozzi

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Gozzi quasi senza rendersi conto di questo doppio gioco letterario, di aver tramutato, con la sua mentalità umanista e classica, i materiali cronachistici in discorsi didattico-morali sulla condizione umana, annuncia con sollievo la pubblicazione del Mondo Morale, dove potrà aiutare i giovani con “un genere di favola che, sotto il velame di certe fantasie allegoriche, vesta alcune verità principali e ricopra molti semi di virtù”; ma se questo intento già lo aveva raggiunto, come si è visto, nella Gazzetta, appena ha un giornale tutto da riempire di materiale moralistico ne fa un cumulo di ragionamenti troppo eruditi e così aggrovigliati che non possono servire ad una benché minima comunicazione.

La Gazzetta Veneta, non solo è un giornale di miglior consultazione del Mondo Morale, ma è anche il luogo letterario più adatto a Gozzi per fare la prima esperienza di scrittore pubblico: a Methodophylax che vuol sapere quale metodo di scrittura userà il Gazzettiere, Gozzi risponde: “Metodi e sistemi io non posso altrui usare migliori, che balzare e saltare qua e colà, e di una cosa in un’altra, per appagare tutti gli umori”, e non solo per appagare tutti gli umori, ma soprattutto per usare il solo tipo di scrittura a lui congeniale, un periodare breve e frammentario, un’alternanza di motivi appena accennati, proprio ciò che è necessario ad un foglio letto da frettolosi affaristi, da popolani disattenti. Trovata questa sotterranea corrispondenza fra il suo stile e la consistenza di notizie necessaria ad un foglio, inizia a saper usare anche gli espedienti del buon gazzettiere, come l’anticipare l’argomento che tratterà nel foglio successivo con il pretesto di una lettera giunta in redazione all’ultimo minuto, il pubblicare lettere come se fossero dei lettori, a volte donne, per far apparire più dialettica la gazzetta; ma soprattutto riesce a far filtrare e ad enunciare molti dei concetti che nell’Osservatore Veneto, con maggior metodicità e senso letterario, svilupperà, a volte con una ripetitività esasperante.

Il concetto su cui, già nei fogli della Gazzetta, inizia a insistere maggiormente è quello dell’educazione dei giovani. Rispondendo alla polizza di un maestro di scuola, che si lamenta della poca voglia dei giovani ad applicarsi allo studio, Gozzi afferma che “tal difetto viene dal volere che ognuno si dia a certi generi di applicazione che non sono pel suo temperamento”; i giovani dovrebbero essere “allogati in quelle professioni alle quali sono inclinati” e tutti sarebbero attenti perché “dove natura asseconda, non vi ha bisogno di stimoli” (XV). Gozzi conclude la risposta alla polizza, firmata dal maestro, ma scritta da lui stesso per poter introdurre l’argomento di cui ha interesse a parlare, con un accorgimento che ripeterà così spesso nell’Osservatore da farne un proprio  topos letterario, ponendo cioè a confronto i costumi veneziani con quelli latini; in questo caso se Gozzi cita il frammento di una satira di Persio sugli scolari pigri, più spesso nell’Osservatore, tacerà il primo termine di paragone per non fare satira diretta e fustigherà i contemporanei costumi antimorali attribuendoli ai popoli antichi.

Sull’educazione Gozzi scrive tre dei passi più belli di tutta la Gazzetta Veneta: il primo, sull’educazione che un padre moderno si affretta a elargire al “figliuolino” desideroso di conoscere, è una delle poche accuse aperte ai costumi immorali dell’epoca, è un acuto ritratto dell’uomo del Settecento, ripieno di saggezza materialista, sicuro della propria fisicità razionale e del senso del dovere, cioè del proprio tornaconto.

Il Gazzettiere dice di aver appreso un nuovo metodo per allevare figliuoli mentre scendeva lentamente il ponte di Rialto; innanzi a lui un uomo “di età mezzana, riccamente vestito” alla domanda del bambino, curioso di sapere che cosa fanno le stelle in cielo, rispondeva “figliuol mio, le stelle sono stelle e cose che risplendono come tu vedi”, e assicurandolo dell’impressione che fossero candele di cera, lo ammoniva a guardare in basso per non inciampare; e quando chiede un libro il padre dice che gli regalerà l’abaco “il solo libro del mondo, che vaglia qualche cosa, perché t’insegnerà a far conti del tuo avere; di quanto riscuoti o spendi: quando avrai bene imparato quello, potrai dire che sai tutto, e ad un galantuomo non occorre altro” (XIX). Negli insegnamenti del padre le frange d’oro e d’argento che si vedono in una bottega serviranno al figlio “per essere stimato uomo dabbene e degno di rispetto” e per essere accolto in ogni luogo, i fiorellini e le cuffie di un’altra bottega saranno invece regali necessari per farsi voler bene dalle donne. Il padre è felice solo quando vede nel figlio il suo se stesso di domani, cioè quando il figlio mostra di gradire le libagioni esposte in un negozio, o di voler un cagnolino che passa per la via, così abituato a desiderare e a entrare in possesso di tutto ciò che osserva. Questo prototipo di buon borghese non solo è soddisfatto della propria ottusità ma, ostentando un’aria da Catone o Plutarco, ha anche la presunzione di potersi sostituire alla scuola, di essere l’unico a poter insegnare al figlio “i doveri di un buon cristiano, di un uomo onesto e del galantuomo”.

In un secondo passo, i genitori, affaccendati in frivoli passatempi, affidano l’educazione dei figli prima ai servi, che avvelenano “i cervellini nascenti” con stupide storie di orchi e streghe, e poi ai maestri che abituano al piacere e al disordine, insegnando cose superflue invece di riflessioni morali.

Gozzi, tanto contrario a mettere francesismi o parole straniere nella sua prosa, è addirittura disposto a riportare un’intera lettera in francese purché ciò gli dia la possibilità di proseguire sul tema dell’educazione. Stavolta, con questa lettera della signora francese che chiede consigli per il “figliuolino” desideroso di studiare l’italiano, si lascia spazio prima per distinguere fra la lingua plebea che insegnano balie, cameriere, staffieri e altre “genti siffatte” e la lingua nobile, con vocaboli più colti e gentili, degli amici di famiglia; e poi per dire che all’educazione del fanciullo sono necessari “libri scritti con semplicissimo stile”, come il Fiore di virtù e l’Istoria di Barlaam e Giosafatte, letti però in buone edizioni, subito dopo commedie antiche, “nelle quali non si ritrovano ingegnosi avviluppamenti nel vero, né quella vivacità di azione che dà tanta dilettazione agli spettatori oggidì” (XXIV); poesie facete di Toscana, lettere, soprattutto quelle di Annibal Caro e di Jacopo Bonfadio e novelle del Boccaccio e del Sacchetti, da leggere il primo soprattutto per gli armoniosi periodi, oggi non più intesi, polemizza Gozzi, da orecchi abituati allo stile interrotto e frammentario dei francesi; poi è necessario che il fanciullo legga opere filosofiche, poeti epici e lirici.

Un’altra idea, tutta nuova del Gozzi, sull’educazione delle donne, appena accennata come Risposta ad una polizza, prospetta la necessità di allevare le donne come i maschi, di riempire le loro teste “di altre idee, diverse da quelle che hanno” (XXXVI) e prosegue, in risposta questa volta ad una madre che domanda in qual modo debba allevare la figlia, sostenendo “essere di necessità che una giovane sia allevata con qualche tintura anche di lettere, le quali, bene insegnate, indirizzano il cervello e il cuore” (LXXXV).

A queste considerazioni sulle capacità intellettuali delle donne, alle quali più oltre Gozzi delega il compito di sentenziare nelle dispute perché hanno il senso più delicato e fino degli uomini, si alternano nella Gazzetta, ma sarà così anche nell’Osservatore, passi decisamente dispregiativi, a sottolineare la loro incostanza, la rabbiosità nelle zuffe, l’amore per il lusso e gli ozi, il loro preferire la compagnia di rozzi idioti a quella di nobili intellettuali.

Se fra le disquisizioni gozziane alcune sono dovute più al proprio carattere che all’ambiente settecentesco, altre sono anche topos del secolo, come la misoginia, garbato duello in cui i vari Metastasio, Da Ponte, Parini, considerano la donna vana e civetta,ma poi non possono farne a meno, anzi la preferiscono così e acculturata fino a un certo punto: Algarotti scrive un Neutonianismo per le dame e Gozzi cita alcuni libri speciali per le signore che vogliono rallegrare i conversari salottieri.

Anticipa brevemente nella Gazzetta un altro dei motivi che ritornerà nell’Osservatore, tacendo anche qui il primo termine di paragone, la società veneziana delle invenzioni, delle attività frenetiche, delle comodità: l’età dell’oro, là dove regnano “semplicità di costumi, rustichezza, capannelle in cambio di case” (XXIX).

Gozzi non fa paragoni, che inutilmente spera spontanei nei lettori, ma addirittura si prodiga a cercare in Venezia quell’età dell’oro, fra le rare tradizioni che conservano solo pochi popolani non ancora completamente intenti ad imitare la borghesia, e dice di vederla nei “putti senza mutande che nuotano la state”, “ove si balla al suono di un cembalo incartato co’ sonagli”, in “chi mangia cocomeri per via”, in “chi con un aghetto cava fuori di una nicchia la sostanza di certe chiocciolette marine e se ne pasce saporitamente”.

In queste visioni, come nella scelta di una cultura che seppur classica e umanista filtra sempre attraverso modelli tardo-barocchi, Gozzi è un arcade attardato, a differenza del fratello Carlo che, insofferente alle forme del Settecento e più aperto alle esperienze nuove, propone a teatro il mondo della favola e di quella fantasia sempre più compressa dall’ottimismo illuministico.

L’allegrezza e la ricreazione d’animo, dice Gozzi, sono soltanto là dove regnano “una certa misura e ordine di cose” (L); ma nel presente le cose sono a dismisura e si muovono, nel primo suo pannello allegorico, senza un ordine tra le persone a deformare ulteriormente con la loro presenza inquieta manie e vizi umani, a simbolizzarli meccanicamente: i bottoni e gli occhielli di stame, d’argento e d’oro, i piatti, le forchette e i bicchieri, gli orologi che trinciano e sminuzzano il tempo avvertendoci di quando abbiamo fame e di quando dobbiamo visitare l’innamorata.

Nel piano socio-culturale predisposto mentalmente, l’educazione cioè “la condizione di vita che meglio si acconcia al cuore e cervello” (XCVI), è sempre congiunta all’ordine, inteso come ordine sociale, e morale perché “le virtù civili sono così unite alle morali che non mai possono andar disgiunte, o se per avventura si trovano qualche volta disgiunte, desse sono virtù false” (LXXXV): gli uomini devono quindi essere allevati in modo che l’educazione li renda obbedienti alle leggi.

Al contrario di ciò che dicono alcuni critici pronti a spiegare il suo disinteresse per la politica con l’intoccabilità di cui godeva la classe al potere, Gozzi riconosce la validità politica e culturale dell’aristocrazia, sa che i suoi amici della nobiltà, fra cui Marco Foscarini, autore della Storia della letteratura veneziana e Paolo Renier, traduttore di Omero, Platone e Aristotele, detengono la vera cultura; il compito di Gozzi, nobile decaduto solo nelle finanze ma non certo nell’animo e nell’intelletto, è additare ai borghesi in vertiginosa ascesa economica gli esempi morali e culturali di quei valenti uomini dell’aristocrazia dominante, prima che se ne perda completamente l’eredità, prima che siano i borghesi ad assumere il potere.

La difesa della nobiltà e l’atteggiamento conservatore e retrivo sono propri di un nobile penitente e pentito che, appartenendo a quel ceto morente e a quel tipo di cultura, tenta un discorso utopico puntato inevitabilmente all’indietro, mostra in buona fede, da mummia sopravvissuta a se stessa, una nobiltà che non corrisponde a verità, essendo la vera nobiltà quella viziata e corrotta dei personaggi del Goldoni e del Parini, priva perciò della chiave per risanare il presente.

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Negli ultimi trenta numeri della Gazzetta, l’autore, dimenticandosi un po’ delle cronache, inizia due polemiche che caratterizzeranno tutti i suoi scritti successivi: la prima contro gli illuministi, pseudofilosofi che “quando sono intrinsecati in qualche meditazione, divengono nelle altre cose più ignoranti di tutti gli altri uomini” (XL), contro la loro dea, la ragione, che in alcuni uomini diventa “veleno dello spirito” (LI), contro i loro libri, come il Dizionario istorico critico del Bayle, “vortice di maligna erudizione”, magazzino dove è raccolto “tutto il male degli antichi scrittori (…) i dogmi insidiosi, diretti a zappare i fondamenti della religione, a corrompere i buoni costumi” (LXXXVIII). Gli illuministi hanno la colpa di affossare ulteriormente la verità nel momento in cui cercano di comprendere con la sola ragione; di contro, nell’Osservatore, auspicherà una perfetta armonia fra il cuore e il cervello, una morale che, scissa dal puro ragionamento, tenti di giungere, col cuore, all’essenza delle cose.

La seconda critica è rivolta all’abate Chiari, del quale commenta alcune rappresentazioni teatrali a volte con finezza mettendone in evidenza i difetti, più spesso denunciando senza mezzi termini “le meravigliose inverosimiglianze”, “il libertinaggio letterario”, da quello usato nel teatro e nella poesia. Il teatro, per Gozzi, non deve essere solo artificio, fantasia fine a se stessa, scopiazzatura dei modelli francesi, ma un’educazione morale da ottenere con allegorie colte e divertenti, di facile comprensione per il pubblico; solo dopo un graduale avvicinamento al teatro “piacevole e naturale” di Goldoni, riconosce la validità di quelle rappresentazioni che, rispecchiando sulla scena la vita e i costumi, i disordini umani, fanno conoscere il male per evitarlo, il ridicolo e il danno di certe usanze.

Del resto “piacevole e naturale” Gozzi lo è, deve esserlo, nella Gazzetta Veneta e spesso, soprattutto quando nei primi numeri non è ancora cosciente di come potrà, appunto in maniera goldoniana, rendere morali fogli di cronaca, si duole di questa condizione, si sente impacciato e chiama a consolarlo la Varietà che, in tono intimidatorio-affettivo, gli dice: “Guai a te, se non ti consigli meco mentre che tu scrivi, guai a te ” (II).

Sotto l’ala della Musa, non solo dimentica di essere prigioniero degli schemi della Gazzetta, ma addirittura si pavoneggia vantando di seguire le tracce dell’Addisson, di Swift, di Steel e rivendica, a suo nome, con brevi ritratti di se stesso (XXXIII, XCIV), quella fama letteraria fino allora attribuita ai tanti sdoppiamenti del Gazzettiere e dei vari firmatari di polizze e avvisi.

E dovunque la sua firma appare più chiara non manca la presenza della Poesia, la sua dispensiera di miserie estrinseche e di quiete interiore, a reclamare uno spazio di astrazione, una pausa balsamica al cupo malessere della realtà; Gozzi stesso Poeta-Gazzettiere diviene, per amore di armonia, “seminatore di mangimi per ogni uccello” (VI), l’ortolano che, quando trova l’orticello privo di frutti, per non dire bagnato solo dalla cronaca nera che piove insistente, “Ho stanca la mano e la penna a scrivere di ladronucci” (XV), sogna le prime allegorie, l’Interesse travestito da Amore, una fanciulla di nome Virtù mandata da Giove nelle selve della Tracia per aiutare Orfeo a condurre a vita civile gli uomini rozzi e bestiali, allegorie somministrate in dose ben leggera per i cervelli troppo deboli dei lettori della Gazzetta.

Spiegando ai lettori una commedia allegorica di Marivaux, L’ile de la Raison, ou Les petits hommes in polemica con lo spirito illuminista (LXXIII), Gozzi definisce quali sono le origini di questo genere poetico che caratterizzerà larga parte dell’Osservatore: “Questo genere di commedia allegorica fu in grande uso fra i Greci, ed Aristofane riuscì in essa mirabilmente” (LXXIII). Il mondo greco e latino con le mitologie in cui tutto vive in armonia e naturalezza, è il modello di vita a cui fare continuo riferimento nella ricerca dei rimedi per i costumi contemporanei disarmonici e innaturali; gli autori classici, che già nella Gazzetta sono i “soli che servir debbano di testo autorevole e di modello vero a chi calca la via di scrittore e di poeta italiano” (LXXXIX), sentenzieranno dalle epigrafi di tutti i brani dell’Osservatore, gli insegnamenti morali che l’autore andrà ampliando.

L’uso di termini molto coloriti, i proverbi, i detti popolari che servono nella Gazzetta a rendere piacevole il racconto e a far credere al pubblico che “la vera Gazzetta la fa egli senza avvedersene” (XLIV), non devono trarre in inganno sulla sua cultura tutta classica e umanista; le diffuse notizie di cronaca nascondono numerosissimi rimandi al passato: una sacra rappresentazione di Goldoni gli fa considerare l’utilità morale pubblica e la grandezza poetica di quel genere conosciuto dai Greci, “che quasi tutte le tragedie composero in argomenti di religione, e v’aggiunsero i cori, che non sono per lo più altro che pubbliche preghiere” (XVI); in un sogno un “venditore di bagatelle” con scimmia, pappagallo e mimi, biasima la danza moderna in confronto a quella greca (XVI).

L’amore per l’arte classica lo fa essere anti-illuminista, e inattuale là dove vuol utilizzare proprio quella cultura per risanare i costumi dei Veneziani: “l’architettura, la pittura, la musica e fino a quella poveretta della poesia, hanno più influenza ne’ costumi di ogni altra scuola; anzi sono una scuola comune, dove senza sferza, senza voce di maestro si ripuliscono le genti, senza ch’esse punto se ne avveggano (…). Non ci fu in tutta la Grecia paese che uguagliasse in bei costumi e civiltà gli Ateniesi, e le arti loro sono ancora modello a tutto il mondo ” (L).

I rari esempi di come al presente è ascoltato l’eco di quelle lontane e splendide arti sono riportati scrupolosamente: i quadri di Majotto presentati in piazza San Marco, i ritratti del figlio del Tiepolo in cui la pittura imita la natura scegliendo il meglio, gli inni e gli oratori che risuonano in tutte le chiese di Venezia nella settimana santa, gli edifici, i templi, le statue che con le loro architetture “a poco a poco s’imprimono nel cervello di ognuno e lasciano una certa misura” (XVIII), un sonetto dell’abate Frugoni, in cui si ritrova il “nobilissimo legame tra il cuore e la mente”, le poesie del canonico Santucci che uniscono dilettevole ed erudito.

Per Gozzi l’arte è là dove l’uomo, per bisogno suo e degli altri, imita la natura non facendo solo una copia, ma cercando di migliorarla, così da creare diletto in questo confronto: “Natura, per esempio, ha molte voci alte, basse, stridule, sonore, e vattene là; ma queste non escono però fuori delle gola sempre a tempo, e talora ne vengono fuori de’ polmoni con sì mala creanza, che spezzano gli orecchi: la musica le prende, le accorda insieme e ne fa misura, armonia e concento” (XLVIII).

Per seguire nella Gazzetta il tipo di cultura che vuol proporre ai lettori, chiedendo addirittura scusa qua e là, è indicativo rileggere gli annunci dei libri in pubblicazione: tre volumi in IV delle Opere di Platone, volgarizzate da un gentiluomo veneziano, una nuova e pregevole edizione della Gerusalemme liberata, con venti tavole fuori testo e ottantasei incisioni intercalate nei canti, un libretto di pochi fogli con Quattro elegantissine egloghe rusticali, stampato dal Colombani che “elesse la carta con diligenza, usò attenzione nel trovare correttori intelligenti, dispose con varie avvertenze i caratteri, e v’aggiunse diversi fregi di rami ben disegnati, intagliati con grazia, e tutti a proposito, e secondo la materia” (LXIV).

La vera cultura Gozzi la ritrova nel secolo degli umanisti e degli arcadi, nella Tancia di Michelangelo Buonarroti, detto il Giovane, “la principale fra tutte le commedie italiane dette rusticali”, nei Proginasmi del Pontano con le regole sul modo di condursi nella vita, nel libro religioso del patrizio veneto Dolfìno, Il tempio di Dio, dove “tutto spira devozione, verità e sacra erudizione, e rinnova la memoria dello scrivere de’ padri antichi della Chiesa” (XXXIX), nelle poesie del pastor arcade ed accademico Rosmano Lapitejo.

Preferisce i libri antichi, evita di recensire quelli moderni, inutili a leggersi, senza sostanza e intenti educativi; e quando lo fa è per ironizzare sui pubblicisti e i filosofi francesi o perché costretto a reclamizzare annuari e cronache veneziane, così necessarie a un popolo che vuol affermare la propria presenza nella Storia.

In polemica con gli scrittori moderni che sanno solo imitare le dissertazioni straniere, soprattutto quelle francesi, auspica un ritorno alle tradizioni italiane, ai padri indiscussi della poesia, a Dante, a cui dedicherà un’appassionata Difesa contro l’aspra critica del gesuita Bettinelli, a Petrarca, del cui stile “meraviglioso” già parla nella Gazzetta.

Da queste tradizioni e conoscenze culturali scaturisce il discorso morale reputato indispensabile per l’uomo moderno che ha perduto la propria condizione umana, le coordinate interiori. E benché sappia che solo pochi lo ascolteranno e che l’arte resterà un privilegio dell’aristocrazia, prosegue con umiltà e semplicità a esporre il proprio pensiero, un pensiero che, quando manca l’ironia a riscattare la consapevolezza di non essere ascoltato, ha i timbri del monologo.

Il monologo è contraddittorio perché retrodatato da un visione culturale in cui anche i classici sono destinati a sottoscrivere l’etica troppo rigorosa di prediche barocche e gesuitiche volte a cambiare il mondo non accettato per quel che è; contiene d’altra parte anche spiragli nuovi e preannunciatori: in una Bugia utopico-allegorica fa intravedere agli animi “impiccioliti” del suo tempo l’uomo nuovo, il giovane cui il maestro di danza e armonia risana le storpiature accoltellando le “fìgurette” interne.

Inoltre la ricerca di un imperativo etico contro la corruttela sociale, le considerazioni su mondo soggettivo e oggettivo, la consapevolezza di pensare diversamente dagli altri e di essere da loro respinto proprio per questa diversità, la malinconica presa di coscienza della vanità del Tutto sono i concetti anti-illuministi di uno scrittore del Settecento che proprio in questi apici della sua meditazione, anticipati nella Gazzetta Veneta e ripresi nell’Osservatore, troveranno forti riscontri con la poesia del Parini e del Leopardi.

Lasciando largo spazio negli ultimi trenta numeri alle polemiche, Gozzi con sollievo porta finalmente a termine, dopo un anno di pubblicazione, l’impegno con i lettori e la compagnia mercantile, e si affretta a dire di non poter più andare avanti perché intrattenuto da “non picciole occupazioni”; ma in verità gli stessi commercianti cominciavano a non tollerare più ragionamenti troppo moralistici e polemiche troppo specifiche nel “loro” giornale; e d’altra parte anche Gozzi già da tempo aveva capito che era necessario riprendere le “ciance” morali su un giornale libero da vincoli finanziari, tutto a sua disposizione per “notomizzare” se stesso e gli altri; un giornale per insegnare ai lettori con parole semplici a distinguere fra apparenza e sostanza, ad amare il cuore delle cose senza lasciarsi irretire dai barbagli della realtà.

 

* Dopo ogni citazione è riportato tra parentesi il numero del foglio della Gazzetta a cui si fa riferimento.

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ippolito nievo e le confessioni di un italiano

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NIEVO EUROPEO

 

La vita è quale ce la fa l’indole nostra, vale a dire natura ed educazione;
come fatto fisico è necessita; come fatto morale, ministero di giustizia
“.
Ippolito Nievo

 

Fra tutte le esperienze culturali europee precocemente recepite da Nievo, la filosofia naturalista di Rousseau è quella che più si confà al mondo concettuale dei personaggi de Le confessioni di un italiano. Carlino, l’alter-ego dello scrittore, in ginocchio “come Voltaire” al cospetto della natura appena conosciuta, è già un roussoiano contrario al relativismo di ogni religione, ma disposto ad amare gli attributi divini che solo la natura può svelare. La sua fede non è quindi in Dio, ma nella plasticità armonica con cui ha modellato le cose e al ritmo delle quali è ora necessario vivere.

Nell’armonia con le sfere celesti e nella “bellezza universale” su cui alita continuamente l’intelligenza suprema, l’uomo, contemplativo e teso a cogliere le essenze, trova il concetto di bontà e di giustizia: è la natura ad ispirare a Carlino la bontà anche coi nemici, alla Morosina la bontà di non dubitare di alcuno. In questa corrispondenza metafisica, in questo recepire attraverso la natura gli attributi divini, si comprende l’importanza dell’eticità e ci si crea una coscienza morale individuale capace di domare il caos delle passioni.

Condividendo i passi della Nouvelle Hélóise in cui è la coscienza a stabilire l’ordine interiore che conduce alla pace dell’anima, Nievo rivendica alla coscienza il ruolo del solo e unico giudice delle proprie scelte morali e fa dire a Carlino “che l’opinione altrui valeva nulla contro l’usbergo della mia coscienza, e che in questa sola s’accumulava la maggior somma dei castighi e delle ricompense. Il mondo ha migliaia di occhi, di orecchi, di lingue; la coscienza solo ha la virtù il coraggio la fede (1); Carlino conclude, nell’ultimo capitolo delle sue confessioni, che la felicità può essere trovata solo in una coscienza serena.

La natura educa l’indole umana nella campagna lontano dalle città, nelle polverose Provincie, ma la bontà che ha prodotto nelle coscienze deve divenire attiva e agire nella realtà dove sarà all’improvviso sbalzata, a contatto dell’inconoscibile altro, fra le passioni e i vizi dei “governanti e governati” lontani da una dimensione umana e solidali nel vivere in uno stato di decadenza.

Ciò che spinge Carlino fuori del suo eden, dove tutto era più modesto ma a misura d’uomo, e lo sbalestra nel mondo degli altri, è l’aspetto patriottico, un elemento puramente narrativo, non di sostanza, essendo la sostanza nella guerra donchisciottesca che la bontà di Carlino, al servizio di “quell’autorità che è dovuta solamente al sapere e alla virtù” (2), sferra contro l’amoralità e i dispotismi cancrenosi degli uomini e dei governi, contro l’ignoranza e la stupidità.

Carlino porta avanti tante piccole battaglie di pensiero, ma del suo esercito non sono da dimenticare Amilcare, alla ricerca della verità e di una fede libera e razionale, Lucilio intento a perfezionare l’ordine morale con il proprio io educato a volere il bene e ad imparare “più che si può”, l’intellettuale conte Rinaldo che, “in tempo di errori e di ozii nazionali”, scrive “un operone colossale sul commercio dei Veneti da Attila a Carlo Quinto” (3).

La Morosina torna a riprendere il libro del Petrarca, simbolo del mondo e dell’età che lascia, e la vecchia conversa le dà il viatico per la vita, per l’incontro—scontro con l’altro: “non fidi di nessuno qui a Venezia… e poco anche di sua eccellenza!” (4); il tragitto in gondola spezza ogni legame con l’antico mondo per la Morosina che appena balza sulla sponda barcolla e grida: è il suo passaggio alla vita. Ora l’angelo di bontà deve applicare la propria retta coscienza alla realtà che la circonda, nella decadente Venezia dove “l’opulenza aveva condotto all’ozio, alla frivolezza; questi di pari passo al mal costume, il quale, lì era contagio universale…” (5). La bontà della Morosina è “la semente di ogni virtù” da cui soltanto può avviarsi una futura rigenerazione morale.

Educati dalla natura a scelte morali consapevoli, i personaggi buoni del Nievo vengono quindi sbalzati dalle loro polverose province, dai loro conventi lagunari, nella vita quotidiana, nella storia dove a volte incapaci di adattarsi agli avvenimenti, a volte modellati da questi, lasciano comunque i messaggi di una filosofia della coscienza, i segni della bontà educativa.

E’ la Pisana a rifiutare l’integrazione e a non scendere a compromessi con il reale, rimanendo, nella propria ambiguità, coerente con la se stessa dell’infanzia, mentre Carlino, moderno in senso romantico e in evoluzione, al suo uscire dal mondo di Fratta, là dove per seguire la sua diversità anche il romanzo diventa diverso, è per la Pisana, bimba ambigua e donna ambigua, ed elemento di raccordo del romanzo, un traditore del concetto della vita.

Sulle tracce di Rousseau il Nievo dà grande importanza all’educazione, da quella che tende a far sprigionare dall’indole del fanciullo ciò che vi sta racchiuso, “il compendio il tema della vita intera (…), la fede, l’umanità, la patria” (6), a quella che, rivolta al singolo individuo, si rivela anche socialmente essenziale, là dove incide sull’educazione del popolo alla vita nazionale, in quanto “altro non è la vita del popolo se non la somma delle vite individuali” (7). Quindi oltre gli insegnamenti della natura per il giovane alla ricerca, come lo sarà il Grand Meaulnes di Fournier, di mondi e luoghi sconosciuti, ma anche per l’uomo messo continuamente alla prova degli avvenimenti, dal rapporto con se stesso e con l’altro, sono fondamentali i maestri, l’esperienza dei popoli e i libri dei saggi. E’ la visione classica che porta il Nievo ad auspicare una educazione culturale e umanista che completi quella dettata dalle leggi naturali.

In una infanzia-fanciullezza astratta, estranea agli elementi culturali italiani, è la gente semplice a ricoprire inconsapevolmente il ruolo di maestro; è questa strana e isolata terra di confine ad ammaestrare con i suoi arcani silenzi: dalla grandezza oscura del Castello, di qualcosa che c’era prima, proviene una voce di Sibilla; dalle note a margine del libro sacro di Martino, emblema stesso dell’infanzia, giunge per il disperato Carlino un inno alla vita nobile. Un “modello d’indipendenza ecclesiastica“, il piovano di Teglio, maestro di dottrina e calligrafia, dischiude la sorgente delle memorie classiche e dei dogmi morali; il Capitano Sandracca, condensato di storia e di uomini, trasmette una cultura orale e il nodaro Chirichillo, per cui la bontà è il cardine di ogni perfezione morale, comincia a forgiare l’anima della Morosina mentre questa ancora vive un’infanzia purissima nel solitario paesetto del trevigiano.

Oltre che dell’insegnamento di questi maestri, dice il Nievo, “è necessario giovarci dell’esperienza dei Greci e dei Romani, potenti, virtuosi, liberi” (8), e saper “volgere a vero conforto le alte speculazioni della filosofia” (9) e della poesia: la legge suprema delle anime deve essere quella di “imparare più che si può”.

I personaggi del Nievo che amano passeggiare sulle tracce di Rousseau, dalle prime pagine alle ultime quando considereranno la famiglia uno fra i più importanti valori umani, la base stessa della società, non sono peraltro dimentichi della lezione settecentesca di filtrare i sentimenti attraverso la ragione. Ma Nievo paga solo in parte l’obolo ai lumi del Settecento e alla ragione voltairiana: il programma degli Illuministi professato da Amilcare, “Nuove istituzioni, nuove leggi formano uomini nuovi” (10), non è condiviso interamente da Carlino che vive, senza certezze, in una irrequieta ricerca senza fine, mai paga.

Per lui, come per Nievo, “il mondo è un contrasto di sentimenti di forze di giudizi… Tutto si agita, si muove, si cangia” (11) e l’uomo nuovo è, al contrario dei “mezzi-uomini”, causa della decadenza dei governi, delle città e di loro stessi, l’uomo che, educato umanamente e culturalmente, riesce a recuperare la propria naturalità e la concordia intima dei sentimenti con i pensieri e tende a migliorare la propria moralità. Questo non vuol dire perdere d’occhio “le bucce” della generazione che lo circonda, generazione verso cui il singolo ha il dovere di additare le conoscenze fatte negli abissi del proprio essere, le scoperte, spesso dolorose di una complessa ricerca personale nel reale nell’oggettivo, la lenta formazione spirituale: “Ho capito che a questo mondo si ha il dovere di vivere a vantaggio di qualcuno” (12).

Solo dal singolo può scaturire il riscatto morale della società e non viceversa, essendo la coscienza del popolo sollecitata unicamente da concrete esigenze economiche e sociali, mai da buone intenzioni ed ideologie. Celio e la Morosina vivono “solo cooperanti ai principi di quel largo rivolgimento morale, sul quale solo s’insalda la restaurazione d’un popolo” (13).

Consapevole del crollo di tutti i fervidi ideali che avevano animato non solo la spedizione garibaldina ma tutto il nostro Risorgimento (14), Nievo per salvarsi “da molte illusioni e da tutte le esagerazioni” (15) non va più d’accordo con nessuno, rimpiange di aver partecipato a questa impresa e si sfoga con gli amici: ” Ti confesso che, se avessi creduto di imbarcarmi per questa galera a Genova il 5 maggio, mi sarei annegato. Bei conforti la patria ci dona! “.

Ormai non è più identificabile con il protagonista all’assalto di fortezze, bensì in un altro personaggio delle Confessioni, il conte Rinaldo. E’ costui un aristocratico intellettuale che passa il proprio tempo a studiare se stesso e i frantumi del passato e a scrivere libri inattuali da lasciare in eredità a coloro che non hanno voluto essere amati vivendo nella miopia del presente. Rianimare le mummie, scavare antiche lapidi, è una necessità vitale anche per Nievo che guarda sempre più stancamente gli avvenimenti storici, le vicende politiche; è cosciente che ogni cambiamento politico non potrà fare altro che insediare, al posto delle vecchie, nuove aristocrazie del denaro e che sempre si dovrà rimpiangere quella ” dovuta solamente al sapere e alla virtù ” (16).

La vita veneziana negli ultimi anni dell’antico regime e gli avvenimenti che portarono alla decadenza di Venezia erano stati narrati a Ippolito dal nonno, membro del Gran Consiglio quando Napoleone abbatté la Repubblica. Insieme alla nostalgia con cui il nonno faceva riaffiorare alla memoria i tempi gloriosi della città veneta sotto il governo aristocratico, Nievo aveva ereditato per tradizione culturale da questo patrizio, la cui integrità morale ricorda quella cercata invano dal Formiani, ormai troppo avviluppato alla decadenza veneziana, una visione oligarchica e liberale, aliena da qualsiasi posizione populista, le nobili virtù aristocratiche, quelle in cui solamente crede per un futuro risanamento morale (17). Non resta che dedicarsi esclusivamente alle amate lettere, alle parole dei saggi maestri, non essendo altro la sua presenza con i “pezzenti” garibaldini che una disposizione altamente romantica a vagabondare nell’ideale: ” Oh, l’ho sempre detto io che la poesia è parente degli stracci! … ” (18); per il resto affermava di non riuscire ad incasermarsi e di voler rimanere, nella vita e nell’arte, un franc chasseur.

Il lettore, educato all’immaginazione dalle mille pagine delle Confessioni, non ama ricordare Nievo in divisa di colonnello dell’Armata meridionale, pronto a partire per Napoli con le casse dei documenti dell’Amministrazione dei Mille, bensì in pensosi atteggiamenti romantici, come Carlino che “rimuginava beatamente al lume della luna le memorie classiche” e ritrovava la felicità “nelle poetiche immaginazioni di uomini vissuti diciotto secoli prima” (19). Tra gli oliveti di Sirmione in lontananza sibilano versi catulliani, le acque dell’azzurro Benaco rispecchiano immagini virgiliane e un volto di donna trafitto dalla luna pare quello della musa sotto lo sguardo di Eschilo.

Tutto il romanzo è un’ode all’arte e alla poesia, una testimonianza dell’unico valore assoluto su cui confida Nievo: la poesia è l’ultimo infocato raggio divino che solo la mente ispirata del genio sa umanizzare in ” fuoco dell’anima “. E’ in questo fuoco divino e umano la sola felicità spirituale, il solo strumento di educazione morale e civile.

Leopardi, che nella propria disperazione esistenziale sa trovare la forza morale per rivalutare la vita e innalzare lo sguardo al mondo metafisico, e la figura severa di Parini, appartengono a quell’olimpo che il franc chasseur frequenta con pieno diritto.

Prima di giungere all’Olimpo letterario Nievo aveva percorso mille tortuosi sentieri: il manifesto per una letteratura rusticale di Cesare Correnti, il saggio sulle condizioni dell’odierna letteratura in Italia di Carlo Tenca, le novelle di Caterina Percóto, i racconti del Carcano e del Capranica, le pagine del Tommaseo, Pietro Chiari, gli scritti politici del Guerrazzi, Mazzini e Pisacane.

Rapidamente recepita tutta questa letteratura minore, aveva riunito nella propria officina poetica materiale manzoniano e foscoliano e lo aveva smontato pezzo per pezzo usando per i primi esperimenti letterari le parti ritenute più autentiche, più confacenti alla propria tendenza stilistica e al proprio pensiero ancora in fieri.

Ma il merito maggiore del Nievo è l’aver saputo sottrarsi, già negli scritti dove determinante ne era l’influenza, all’esempio dei due numi tutelari dell’Italia letteraria, l’averli superati con una cultura anche di formazione diversa. La sua sensibilità poetica già nel 1850 era stimolata dai pensatori d’Oltralpe e le epistole a Matilde, oltre la lettura dell’Ortis, svelano la conoscenza della Nouvelle Héloise, della Phisiologie du Mariage di Balzac, delle opere di Byron e di Lamartìne. Il pessimistico intreccio fra interessi sentimentali e passioni politiche, reso nel foscoliano stile retorico e oratorio (20), è superato da un atteggiamento titanico, da una rivalutazione individuale che solo la fiducia nell’impegno morale può dare. Nella banale trama narrativa di Angelo di Bontà, dove gli schemi manzoniani sono più evidenti, i personaggi, fra cui non manca la suora “sventurata”, già agiscono con una propria indipendenza, senza fini precostituiti, preannunciando Carlino e la Pisana e lasciandosi alle spalle le figure simbolo della provvidenza.

Nievo non si sofferma nei sentieri tortuosi del romanzo rusticale o politico, della novella, né ama le due strade maestre che necessariamente ha dovuto percorrere (21); dal castello di Colloredo ben altri spazi sono visibili: gli ambienti grandissimi, isolati e strani del Friuli: “… un avvallarsi continuo di monti sopra i monti, e frammezzo ad essi immensi torrenti che allagano le vallate di acqua e di ghiaia, — erte stradicciuole che serpeggiano lungo le chine, come nastri sbattuti dal vento, e paiono sospese tra le rupi scoscese che toccano il cielo, e le rovine interminabili di macigni che si dirocciano fin nell’abisso: — cascate aeree di fili d’acqua sottili, sottili che si vaporizzano nell’aria, e scendono sopra le punte dei massi come veli di nebbia — e intorno ad esse, (scavate dall’incessante attrito delle correnti) grotte nere e selvaggie, burroni spaventosi, che formano insieme come un anfiteatro” (22).

In questa terra di confine, assopita nel Settecento mentre l’Italia tende all’Unità, dovevivono genti robuste, semplici, tranquille, abbarbicate da tenerissimo affetto a un suolo duro e ingrato”, Nievo trova un’antica tradizione culturale autoctona e originale, fedele alla letteratura toscana e francese (23), formata soprattutto dal confluire di molte mescolanze letterarie europee. In questa tradizione eccentrica, in questa appendice del Settecento che ha preso le distanze da Venezia e che rammenta l’Austria sonnolenta, Nievo acquisisce la propria originalità: una formazione diversa per scrivere un romanzo diverso, poco italiano.

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nievo-confessioni-di un ottuagenario

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Dal meditare sulla vita isolata del Friuli, su queste larghe zone in cui arrivano solo gli echi attutiti della storia, nasce la prosa strana, stancante, poco sorvegliata delle Confessioni, un taglio astratto che non ha il romanzo dell’Ottocento. Dalla tradizione asburgica, dallo spirito austriaco che è l’essenza dalla cultura friulana, Nievo recepisce la capacità di far scorrere sullo sfondo storico il flusso delle coscienze, la storia delle anime, che cambiano e si modificano a secondo delle esperienze con la Storia e degli incontri con la stranezza e diversità degli altri.

La storia di un’anima è narrata con il tono dimesso del vecchio pensionato che sente rimescolare a un livello di coscienza pre-bergsoniano gli avvenimenti che hanno dato esca ad una crescita morale.

Per Carlino, ormai disutile alla vita pubblica, ma tranquillo nell’anima che sa godere anche la naturalità della vecchiaia e della morte, tale meditazione sulla vita è favorita dalla calma della vita di campagna. La tendenza al dimesso, alla natura ricercata quando bambino riposava nel suo “gran senofino a quando vecchio attende che si apra “il varco all’oceano immenso infinito, e infinitamente calmo dell’eternità” (24), è anche la dimensione più congeniale all’indole del Nievo, comune a Rousseau e alla cultura austriaca, alla vita isolata del Friuli.

Tolto ogni credito al crudo schematico del Settecento, rivisitato il campionario dei temi romantici per dovere di letterato, Nievo predilige la chiarezza misteriosa, le fantasie apparentemente rigorose ma arcane, i miti, gli aspetti astratti e allucinati, tutti i motivi che, lontani dal romanzo realista italiano, storico e a tesi, caratterizzano, tra le altre, le pagine di Musil, Schulz e Svevo.

Con gli elementi culturali di questa lontana provincia dell’impero dove tutto è più modesto e a misura d’uomo, con un eclettismo che lo porta alle traduzioni di Heine, Saffo, Hugo e Lermontov, alla lettura di Tolstoi e Poe, ad una scrittura di ambiente londinese alla Dickens, là dove il racconto si fa europeo, Nievo approda ad un romanzo più moderno dei Promessi Sposi, ad un epistolario più vario di quello foscoliano.

La modernità dello scrittore friulano è nella dissonanza voluta, che il romanticismo non aveva, nella libertà di agire concessa ai personaggi della fantasia; così come nella realtà l’uomo, “impasto d’eterno e di temporale, di sublime e d’osceno”, è libero di trasformarsi ” in un eroe od in una bestia ” (25). Non più un romanzo a tesi nel quale la Provvidenza si cala nella storia, ma un romanzo totale, i cui protagonisti non sono semplice testimoni del proprio tempo, né personaggi simbolo, ma uomini ai quali esperienze storiche e occasioni umane generano mutazioni interne, donne che caratterizzano la propria esistenza con determinazione e con precise scelte soggettive.

Carlino è un orfano, allattato da comari pietose, sfamato dagli intingoli di Martino, vestito malamente e confinato al ruolo di ” girarrosto “, è un vagabondo fra gli incomprensibili eventi storici dell’Italia, fra le miserie di una Londra melanconica e soffocante; ma è proprio questa condizione di Wanderer la più adatta per passeggiare fra le cose e le persone, per fare le esperienze importanti alla formazione del proprio carattere.

Tale fervore di ricerca individuale non si consumerà unicamente fra gli avvenimenti delle Confessioni, ma si svilupperà nella migliore letteratura europea di inizio secolo; il vagabondare di Carlino proseguirà nella passeggiata di Walser, nella terra di confine di Roth.

E’ una dissonanza novecentesca l’ambiguità della Pisana che Carlino non potrà mai decifrare così come, nella letteratura moderna, le perpetue antagoniste dell’uomo, le irraggiungibili custodi di elementi nuovi, fanno sentire la condizione esistenziale maschile estremamente compromessa. E contro quella complessità di carattere tale da fargli pensare di avere di fronte due Pisane così diverse che sicuramente la prima avrebbe disprezzato la seconda, nulla può fare una ciocca di capelli, conservata da Carlino come “talismano” per la concretizzazione di una unione inverificabile, di un amore travagliato e mai completato.

Moderna è anche la concezione antiborghese che Nievo ha dell’amore: la descrizione dei sentimenti, prima idillici e poi esasperati, fra Leopardo e Doretta è dedicata con ironia a coloro che dall’amore hanno tratto una certezza, a coloro che fissano dentro di sé un’immagine e la perseguono solo perché hanno bisogno di uno scopo, di una ragione di vita che li accomuni socialmente agli altri e li porti alla creazione di un’altra famiglia, di un altro nucleo sociale pronto a rinnovarsi.

Il rapporto d’amore è per Nievo una delle più importanti occasioni che ha il singolo per aprire nuovi spirargli nei recessi del proprio io, è “una coesione direi quasi di sentimento fra le due anime, ed ove una sola di queste due anime sia pura, la seconda deve purificarsi pel solo impulso della prima (26): le lettere d’amore di Ippolito sono lunghe pagine di diario introspettive, dove “vi è il desiderio di studiarsi, di elaborare i dati del proprio profilo morale, di autodefinirsi” (27).

Anche l’amicizia rientra in questa prospettiva di ricerca: Lucilio e Amilcare arricchiscono il mondo spirituale del protagonista, impongono una costante verifica delle proprie posizioni interiori, lo aiutano con le loro azioni e con le loro idee a “compiere nel miglior modo questa fatica della vita”.

Il discorso sull’amore e sull’amicizia, affrontato in termini leopardiani (28), si amplia a comprendere tutto il genere umano; ma proprio in questo dilatarsi cade nell’utopia di una comunità di sentimenti in cui l’umano si eterna come un solo spirito, nell’utopia di un’anima collettiva che va perfezionando l’ordine morale dell’universo. A queste utopie crede solo il vecchio Carlino che, dopo la guerra contro i mulini a vento, si sente un tronco fulminato in mezzo al deserto, un tronco pascaliano a cui resta la memoria per pensare e risuscitare brani di passato, per attendere con consapevolezza una morte naturale come naturale è stata la vita.

Utopie lasciate credere ai vecchi o agli spiriti romantici come Lucilio, melanconiche memorie che recuperano a tratti la storia passata come fatto d’anima e condizione etica e, al tempo stesso, ricreano ambienti fantastici, dispersi nelle nebbie di un tempo molto lontano, naturalità a cui l’uomo non deve sottrarsi se vuol salvare la propria coscienza, esperienze e occasioni meditate e trasformate in patrimonio interiore di propositi e di sentimenti, in sensibilità d’animo; tutto appartiene al mondo concettuale del Nievo, alla autobiografia che determina tutta la sua opera.

Nel suo strano e inesauribile monologo continua a cercarsi, a tormentarsi nell’ansia spirituale del dubbio, a frammischiare la polemica contro la bassezza e l’apatia morale dell’accorto galantuomo con “anima lumaca” (29) e dell’anonima, indifferente massa, “turba infinita di sciocchi”, al mito di “un’anima, ma un’anima grande, un senno possente, una volontà d’acciaio! … e così aprirsi un varco ai tempi, a generazioni migliori”.

Pur nella drammatica impotenza e piccolezza umana di fronte alle forze misteriose dell’immensa natura, in una assillante serie di interrogativi senza risposta che rientrano nella migliore tradizione filosofica tedesca, Nievo propone una vita morale come unica certezza ed estrema possibilità di salvezza dai vortici dell’infinito, rivendica il ruolo dell’uomo teso a percepire il sublime e l’inafferrabile che trascende l’intelligenza umana.

Con la profonda e costante dignità morale che traspare dalle pagine dell’immensa opera e dalle azioni della breve vita, Nievo si pone accanto ai suoi amati scrittori e poeti ad additare le vie del Novecento.

Per scoprire le ultime ore della sua vita non è necessario sondare le profondità marine con strumenti scientifici e parapsicologici, quelli stessi odiati da Nievo che, rivalutando il pensiero e il sentimento, aveva scritto: “S’incurvino pure gli anatomici a esaminare a tagliuzzare il cadavere; il sentimento il pensiero sfuggono al loro coltello e avvolti nel mistico ed eterno rogo dell’intelligenza slanciano verso il cielo le loro lingue di fiamma ” (30); la disperazione delle ultime ore ci giunge chiaramente oltre il fragore del mare in tempesta: “voglio scrivere, scrivere, scrivere, in prosa, in verso, in tragico, in comico “.

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confessioni libro

 

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NOTE

 

(1) I. Nievo, Confessioni, cap. XIX.

(2) Ibidem, cap. XVIII.

(3) Ibidem, cap. XXI.

(4) I. Nievo, Angelo ai bontà, cap. III.

(5) Ibidem, cap. I.

(6) I. Nievo, Confessioni, cap. III.

(7) Ibidem, cap. XIX.

(8) Ibidem, cap. IX.

(9) Ibidem, cap. XXI.

(10) Ibidem, cap. IX.

(11) Ibidem, cap. IV.

(12) Ibidem, cap. XXI.

(13) I. Nievo, Angelo di bontà, cap. XI.

(14) Sulla disillusione del “miracolo” risorgimentale basta leggere nel capitolo XV delle Confessioni le risposte di Lucilio alle due domande di Carlino sull’ignoranza del popolo e dell’esercito; e poi le lettere garibaldine.

(15) Lettera alla cugina Bice Melzi Gobio, Palermo, 9 luglio 1860.

(16) I. Nievo, Confessioni, cap. XVIII.

(17) Nel quarto capitolo delle Confessioni Nievo ironizza sulle provinciali che imitano l’aristocrazia dimenticando “la fede di nascita”.

(18) Lettera a Caterina Melzi Curti, Palermo, 2 luglio 1860.

(19) I. Nievo, Confessioni, cap. XV.

(20) Per le influenze del Foscolo sul Nievo, cfr. l’introduzione dì F. Monterosso “Le lettere di Ippolito Nievo a Matilde Ferrari, Argileto, Roma, 1977. E’ da notare inoltre che Nievo descrivendo, nel cap. XVIII, l’assedio di Genova anticipa alcune caratteristiche mandrillesche e l’esibizionismo avventuriero del Foscolo, su cui poi ironizzerà Gadda.

(21) Oltre i romantici e i realisti francesi della prima metà del secolo, gli umoristi e i narratori inglesi dallo Sterne e dal Richardson al Dickens.

(22) Lettere a Matilde, Colloredo, 19 ottobre 1870.

(23) Cfr. C. Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Mi, Einaudi, 1967.

(24) I. Nievo, Confessioni, cap. XXIII.

(25) Ibidem, cap. X.

(26) Lettera a Matilde Ferrari del maggio 1850 da Sabbioneta.

(27) F. Monterosso, Op. cit..

(28) Vedere inoltre nel capitolo ventesimo il dialogo fra Lucilio e Carlino sul suicidio, dialogo che sembra ispirarsi direttamente alle Operette Morali.

(29) E’ per Nievo l’anima carnale e polputa del borghese, dove si trova in “anelli spirituali” l’amore della giustizia, l’affetto di famiglia, la religione, la carità fraterna, la scienza del bene e del male e dove l’interesse guasta il tutto mentre la coscienza è una nicchia tenebrosa. (Cfr. il nono capitolo de La nostra famiglia di campagna).

(30) I. Nievo, Confessioni, cap. XV.

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