Stéphane Mallarmé- Igitur : l’opera il caso la morte – Saggio di Guglielmo Peralta.

 andrew wyeth e z.beksinski

Andrew Wyeth - Turkey Pond

beksinski 002300

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La scrittura e la morte
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Hegel in un testo che precede la fenomenologia scrive: «Il primo atto con cui Adamo si rese padrone degli animali fu di imporre loro un nome, vale a dire li annientò nel pieno della loro esistenza». La parola che nomina, la parola umana, a differenza del Verbo divino, nutre dentro di sé un germe di morte. Dal potere di dare la morte viene alla parola il suo senso. Il linguaggio che possiede l’essere lo annienta, e tuttavia lo salva dal nulla e dall’assurdo in cui sprofonderebbe se con l’esistenza non gli fosse anche data la possibilità di sparire. Senza la morte la distanza tra la parola e il suo oggetto sarebbe incolmabile. In assenza della morte, nello spazio vuoto di essa, il linguaggio avrebbe la sua sepoltura e tutto l’essere del mondo riposerebbe sulle sue ceneri.1 Scrive Foucault: «Dopo Mallarmé la parola è l’inesistenza manifesta di ciò che essa designa». Un legame più profondo con la morte è nell’atto della scrittura. Clemens Brentano, nel suo romanzo “Godwi”, parla dell’«annientamento di se stessi» che si produce nell’opera, e per Kafka «lo scrittore è colui che scrive per poter morire ed è colui che trae il suo potere di scrivere da una relazione anticipata con la morte». «Scrivere per poter morire. Morire per poter scrivere». Questa fu l’aspirazione anche di Mallarmé per il quale l’opera ha in qualche modo una relazione col suicidio, come accade in “Igitur o la follia d’Elbehnon”. Se da un lato la realizzazione dell’opera richiede tempo, vita; se è impossibile morire finché l’opera non è realizzata; se, dunque, bisogna compiere l’opera, se bisogna scrivere per poter morire, dall’altro lato, se l’opera è interminabile, incessante, la morte è sempre differita e morire è solo un “caso”, “un tratto di dadi”. E il caso, ossia la morte impersonale, il “si muore”, decreta l’assenza dell’opera impedendone il compimento. Solo il suicidio, abolendo il caso, la morte anonima, può permettere a Igitur di cogliere l’altra morte, di fare cioè esperienza della morte possibile, personale, autentica, felice, giusta e di entrare così con essa nello spazio dell’opera. 5 Maurice Blanchot, parlando della solitudine dell’opera, scrive: «Lo scrittore appartiene all’opera, ma ciò che gli appartiene, ciò che egli porta a termine da solo, è soltanto un libro […] l’artista, terminando la sua opera soltanto al momento in cui muore, non la conosce mai»2 . Igitur è una ricerca che ha come posta in gioco l’opera. Il suicidio, pur consentendo di afferrare l’opera dando scacco alla morte impersonale, è, tuttavia, una scommessa perduta in partenza. L’io che si dà la morte non la riceve perché morendo perde la coscienza di sé e sparisce nella morte, quella anonima, che credeva di potere evitare. «Il suicida prende una morte per l’altra; l’artista prende il libro per l’opera»3 . Come può allora Igitur raggiungere l’opera e collocarsi nello spazio puro dell’assenza? Come può risolversi ad agire, come può uscire da quel «dunque» che è il suo nome e il suo destino e che, pur sollecitandolo all’azione, lo sospende dinanzi alla decisione estrema? Egli tenta in un primo movimento di raggiungere la morte con la rappresentazione dell’atto volontario: una morte in spirito che permette di «percepirsi nell’atto di sparire e apparire a se stessi nel miraggio di questa sparizione»4 . Con la presenza di Mezzanotte tutto è come se fosse compiuto, i dadi gettati, l’ampolla vuotata fino all’ultima goccia di veleno, l’adolescente disteso sulle sue ceneri, la candela dell’essere spenta. Il racconto inizia con la fine affinché possa cominciare e ciò è possibile solo nell’ora della Mezzanotte che segna la fine del giorno, ma anche l’inizio del nuovo; l’ora della decisione estrema in cui Igitur può raggiungere, “toccare” la propria spoglia mortale. Non si può sparire in una morte che non c’è5 . Morire richiede la presenza della propria sparizione, la presenza di Mezzanotte, dell’assenza pura e perfetta in cui possono essere gettati i dadi, perché in quest’ora la probabilità che tutto ricominci è abolita. Solo in quest’assenza, che è il puro nulla, l’opera può essere afferrata6 . Ma la morte sognata, pensata è «l’immensa passività che, preliminarmente, dissolve ogni azione e perfino l’azione per mezzo della quale Igitur vuole morire, arbitro momentaneo del caso»7 . Come può allora Igitur fare un poema di questa morte?, come può mettere in atto il suicidio e rimanere nella presenza di Mezzanotte, autore e spettatore della propria morte? È proprio nella Mezzanotte che Mallarmé trova per Igitur l’immagine rivelatrice, la soluzione del dramma. E qui siamo al secondo movimento. La Mezzanotte è l’ora neutra in cui tutto l’essere del mondo è trattenuto e sospeso tra il passato e l’avvenire. Il presente infatti è abolito, negato e Igitur non deve più compiere il gesto divenuto superfluo “perché in un tempo senza presente, ciò che è stato sarà”. Questa immagine sorprendente è annunciata dalla Mezzanotte, dal suo addio alla notte: «Addio, notte, sepolcro tuo proprio, ch’io fui, ma che, sopravvivendo l’ombra, si trasformerà in Eternità»8 . Qui la notte è simboleggiata dal libro aperto sul tavolo. La notte, che racchiude in sé il passato ed è resa eterna dalla Mezzanotte, è simile al libro conclusivo che trova riposo eterno nel sepolcro dell’Opera. Ma la notte che non ha più un’apertura nel giorno, essendo ormai stata tutta la luce profusa, è l’oscurità (“l’ombra che sopravvive”) mai affrancata dalla luce, che ancora risplende e lascia filtrare dal fondo del passato tutto l’avvenire del giorno. Questa notte è il libro smunto, al quale il silenzio ancora dà voce quando tutto è stato ormai proferito; antico silenzio che rischiara con luce notturna tutto l’avvenire della parola.

Continua qui: file:///C:/Users/pc/Downloads/Quaderni%20di%20Arenaria%20vol.8.pdf

Ringraziamo per la sua disponibilità  Lucio Zinna  che ci ha permesso di utilizzare il materiale del pdf del n.8 di  QUADERNI DI ARENARIA- monografici e collettivi di letteratura moderna e contemporanea Nuova serie – vol. VIII

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