ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso e Loredana Bogliun: DIARIO D’INVERNO di Mauro Sambi. Note di lettura.

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A volte il tempo fa lunghi giri,  me ne sono accorta spesso, per riportarti cose che credevi di aver perso o di non riuscire più a rintracciare, a volte non le riconosci nemmeno quando ritornano perché si sono cambiate d’abito. E’ il caso di questa raccolta, DIARIO D’INVERNO di cui avevo scritto, all’amico Mauro Sambi appunto, che me l’aveva inviata quando ancora era inedita, una lettura che oggi condivido qui perché, rileggendo il libro, ho nuovamente percepito le stesse sensazioni, le stesse emozioni mosse da riflessioni di cui gli ho scritto allora, in quella lettera di risposta all’invio del materiale ancora in bozza.
Ci siamo scritti, di tanto in tanto, da allora, ciascuno portando i propri acciacchi e i guai che sempre la vita sfodera dal suo pastrano prima di accomodarsi in casa di ognuno. Quando la facciamo entrare, ci lascia in deposito un po’ di tutto quanto ha nelle tasche ma, ogni tanto, ci porta in dono amicizie che non si perdono nemmeno se debilitate da distanza e impegni inderogabili. Diario d’inverno è un viaggio, in luoghi che, di fatto, non sono fermi sotto la lente di ghiaccio di una lettura in laboratorio, come l’autore cerca di fare per guardarli bene in faccia, dietro ogni riga o segnatura del tempo, è un denudare se stessi ma, attraverso la scrittura, questa operazione ha il significato spesso di sopravvivere, quando vorresti  galleggiare e non risulta importante lo stile della bracciata, mentre le parole sono marosi e salvagenti insieme, perché non c’è operazione più rischiosa e ardua di nuotare con quel te stesso che senti affogare e al contempo ti viene a salvare.   Mi scriveva nella lettera di risposta alla mia e-mail:- Il doppio, l’unione dei contrari, lo specchio, la gabbia, l’indecidibile sono i miei fantasmi di sempre. Tutto nasce, ne sono sempre più convinto – e mi sto interrogando a fondo su questa questione ultimamente – da quella dislocazione geografica e culturale che incide così profondamente nella mia origine. Quanto della mia incontentabilità, della mia indecidibilità, del mio vivere ogni scelta come una rinuncia, del mio stare sempre in equilibrio su due versanti senza mai riuscire a cadere da una parte, dipende dalla rimozione dell’altro che mi segna fin dall’infanzia e che per lungo tempo ho vissuto come una minaccia? Siamo esseri-di-linguaggio, e dunque la questione della lingua qui è nevralgica. Difficile dire se all’origine stia il corpo o la lingua. L‘altra lingua, la lingua lungamente rimossa, il croato, vissuto come subìto, imposto. È una variante della questione dell’uovo e della gallina.
Rileggere la raccolta, nella bella edizione di LietoColle, uscita quest’anno, mi ha fatto ritornare indietro sui miei passi, mi ha fatto riprendere la misura di qualcosa anche di me e di cosa sia mettersi in relazione con l’altro, anche attraverso i piccoli ponti delle parole.
Maria Zambrano  appunta,  in Verso un sapere dell’anima, questa nota che riporto a conclusione delle mie brevi riflessioni: <<Scrivere diventa il contrario di parlare: si parla per soddisfare una necessità momentanea immediata e parlando ci rendiamo prigionieri di ciò che abbiamo pronunciato; nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza – si trova liberazione soltanto quando approdiamo a qualcosa di durevole. Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive.>>

E quanto segue è quella famosa mail in cui gli rendevo esplicita la mia lettura.

<< L’ho letto. L’ho letto tutto ieri. E poi l’ho anche riletto. Il tuo diario non è lontano dai luoghi che anche io frequento sulla carta. Sembra che i tuoi passi si allontanino, ora in una direzione, ora verso un’altra strada. Ma. Se si ascolta bene, con una attenzione profonda si scopre che non c’è inverno, in questi diari. Non c’è mai una parola fredda o che freddi l’emozione. Nemmeno la neve congela e gli animali che si sentono approssimarsi allo sguardo di chi legge, non fanno anch’essi che sottolineare una solitudine che è appunto segno di comunione, in una misura molto più vasta di quella della semplice presenza.

Ogni tuo incontro, in cui avvicini l’altro, incontri sempre quel te stesso da cui senti di doverti staccare in determinate situazioni, che sono recinti in cui tu, non so per quale motivo e moto dell’animo o dello spirito, ti poni, per schermarti al tuo stesso occhio, che sa dove dovrebbe o vorrebbe guardare per guarire, guarirti.

Non fa differenza, nel tuo dialogo continuo, il monologante incontro con poeti e luoghi, con persone fisiche che non dicono mai, alla fine, una sola parola che non sia la tua, parola accesa da una prossimità che è sempre interiore, anche carnalmente interiore, in quanto tutto il tuo corpo è questa prossimità, sempre.

E in questo il tempo non ha più gioco. Non conta che sia in realtà inverno o autunno o qualunque altra stagione.

Tu sei alla stazione dell’incontro. Dell’in-contro te stesso.

E’ inutile dirti che mi è piaciuto tutto, molto. E che molto ho condiviso di queste scritture, scene dell’essere, fin dalle prime righe, in cui dichiara sé in muta azione, quella della scrittura, in un tessuto di(f)forme di corpo-reità.
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Non sapevo, non ho mai letto

di questa singolare metamorfosi:

….

Aveva imparato ad amare l’irta

umbratile creatura

che veniva a nutrirsi dei suoi frutti

purché tenesse la giusta distanza.

Come in sogno, sgomento,

contempla l’improvviso mutamento

da aculeo a corno a difesa dal mondo,

così inaspettato

da raggelarlo nell’attimo esatto

della trasmutazione, quando è nudo

e più vero il vivente

…..

 

E poi lo ribadisce poco oltre, dopo il congedo:

 

In ogni vertice di azzurro e neve

ti vedo, dove il vento è rarefatto

e il gelo è nella luce; o in ogni breve

rupe sul mare, da cui stupefatto

l’occhio sprofondi nell’oscurità

inquietante di masse d’acque pure

blu cobalto.

 .

Ma quando parli del viaggio, ecco, credo che il disvelamento, di quanto ho sintetizzato nelle poche righe di apertura, sia più  chiaro, non solo percettibile

Ti riporto nello spazio mediano

del colloquio, dove non morda come

fa ora l’impermanenza, se dal piano

del tempo ti faccio salire al nome

segreto che ci dica: questo è il senso

eterno dell’incontro.

 .

E se cambia il fuso orario, il clima, l’orizzonte che in te resta nitido, giorno e notte, è quella cura dello spirito, che senti curvarsi nello spazio abitato dall’incontro. E l’altro è l’ospite atteso, sempre, anche nell’ineluttabilità di quanto fa da mediazione e sfondo: il mondo, corruttibile o corrotto, il mondo dalla natura cristallina sorto dalle ere del tempo, il tuo-nostro comune denominatore. E’ il tempo che scava, nella sua stessa miniera e trova noi con altri, come noi, soli, che si chiudono, e schiudono i giorni di secoli, millenni interiori, oltre il cosmo, oltre la riga delle archeologie domestiche, oltre le miniature di noi stessi, tutti, piccoli occhi mirabili, grandi, sulla sponda di spazi oltre la normalità di una misura che non hanno.

Ma è per non perdere nemmeno un secolo dei nostri millenni che

 

Dobbiamo affrettarci prima che sia

tardi. Tra poco un bus ci porta via.
.

E’ per non perdere la meraviglia di quello specchio che si mostra nel guardarsi dentro che
.

Per me non puoi invecchiare, amico caro,

ché quale ti ammirai la prima volta,

tale ancora sembri.
.

E lo si può dire a piena voce riferito anche a noi stessi, cambiati, invecchiati, il corpo scritto dal tempo e dalle vicende, ma splendidamente presenti, prossimi a tutto ciò che non siamo stati una volta ma sempre. Ringrazio di avermi dato la possibilità di leggerlo, ha dato anche al mio giardino, il mio sì d’inverno, una folata d’aria profumata di memoria.>>

fernanda ferraresso

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L’aspetto più sconvolgente del Diario è quel lascito di transitorietà, dell’inizio che è già fine. Tutto tutto ma proprio tutto è immerso nell’inafferrabilità dell’impermanenza. L’attimo è vissuto come esperienza vivificata da suoni, immagini, colori, vicinanze sfiorate, sguardi e sorrisi rivelatori: irrompe l’impellenza dello scrivere nascosto nell’intimo più remoto, difficilissimo da esprimere. E’ un libro scritto sino all’ultimo respiro, un’interminabile poesia-confessione di sé e della bellezza-fatica del vivere. Quando sei costretto, tuo malgrado, a constatare la transitorietà dell’esistenza… quando “perdi” le persone per strada… quando sei costretto a diventare grande… acquisisci inevitabilmente una nuova consapevolezza: “…il nesso carne-parola- / assenza è per palati fini”. E’ possibile lo stupore e il candore mentre dentro si vive uno strazio senza fine? Può la poesia, tanto rivelatrice del disagio di bellezza avvicinarcela almeno un po’, e lenire la fatica del vivere?
(p.s. Se qualcuno in rete volesse contribuire a dare risposta a queste domande ne sarei ben lieta)
Il percorso di viaggio si consuma in quel tuo rapporto non pienamente rivelato col tuo compagno di viaggio. Ed è qui che bisogna venire a patti con questo tuo Diario proiettato al “futuro interiore”: rapporto che ho letto come binomio inscindibile tra l’io narrante e il “tu” dell’io narrante. L’io che si sdoppia nell’immagine dell’altro e che diventa la tua idea-immagine d’amore. Compenetrazione ed esigenza del sentire della tua anima-io-interiore che si sente pienamente corrisposta “nell’altro” e diventa così l’io-tu (in)consapevolmente perseguito. Come a dire che non esiste un altro Tu. Sono sempre io che mi specchio nelle mille immagini di me stesso e il mio sentire diventa il tuo sentire. Questo è uno degli aspetti più profondi del Diario, probabilmente il più profondo, quello più insondabile e difficile da scoprire. Il modo per come hai reso questo aspetto-rapporto è di una bellezza estrema, così delicata e intima, e al contempo vera e presente nello spazio-tempo che tu attraversi nell’ovvietà di un percorso di viaggio fatto di luoghi, immagini e colori.
I tuoi versi impongono riflessione e partecipazione, sembrano ancorarsi alla pagina come l’immediatezza delle immagini che creano. Tanto lontani quanto prossimi. No, non si possono estrapolare. Questo libro è un’unica grande poesia d’amore. Non è narrabile, proprio come non lo può essere la poesia, va letto e sperimentato, e come nella vita ci si deve avventurare.
Con la poesia confessione si ha sempre l’impressione che venga sviscerato un qualcosa che dentro di noi è intimamente vincolante e inenarrabile. Colgo il tuo tormento creativo. Al lettore che affronta la sfida di questa lettura trasmetto questo tuo verso: “…-piuttosto un troppo amore / un troppo di dolore ti protegga”.

Loredana Bogliun

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6 pensieri su “ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso e Loredana Bogliun: DIARIO D’INVERNO di Mauro Sambi. Note di lettura.

  1. Tu sei alla stazione dell’incontro. Dell’in-contro te stesso.
    Ottima lettura….prendo nota.
    grazie ferni
    il tuo pensiero sul Diario d’Inverno è vento da raccogliere.

  2. Ciao Mauro, ti avevo già scritto qualcosa in merito al “Diario d’inverno”. Ora mi preme parlarne anche con Fernanda e con quanti ti leggeranno.
    L’aspetto più sconvolgente del Diario è quel lascito di transitorietà, dell’inizio che è già fine. Tutto tutto ma proprio tutto è immerso nell’inafferrabilità dell’impermanenza. L’attimo è vissuto come esperienza vivificata da suoni, immagini, colori, vicinanze sfiorate, sguardi e sorrisi rivelatori: irrompe l’impellenza dello scrivere nascosto nell’intimo più remoto, difficilissimo da esprimere. E’ un libro scritto sino all’ultimo respiro, un’interminabile poesia-confessione di sé e della bellezza-fatica del vivere. Quando sei costretto, tuo malgrado, a constatare la transitorietà dell’esistenza… quando “perdi” le persone per strada… quando sei costretto a diventare grande… acquisisci inevitabilmente una nuova consapevolezza: “…il nesso carne-parola- / assenza è per palati fini”. E’ possibile lo stupore e il candore mentre dentro si vive uno strazio senza fine? Può la poesia, tanto rivelatrice del disagio di bellezza avvicinarcela almeno un po’, e lenire la fatica del vivere?
    (p.s. Se qualcuno in rete volesse contribuire a dare risposta a queste domande ne sarei ben lieta)
    Il percorso di viaggio si consuma in quel tuo rapporto non pienamente rivelato col tuo compagno di viaggio. Ed è qui che bisogna venire a patti con questo tuo Diario proiettato al “futuro interiore”: rapporto che ho letto come binomio inscindibile tra l’io narrante e il “tu” dell’io narrante. L’io che si sdoppia nell’immagine dell’altro e che diventa la tua idea-immagine d’amore. Compenetrazione ed esigenza del sentire della tua anima-io-interiore che si sente pienamente corrisposta “nell’altro” e diventa così l’io-tu (in)consapevolmente perseguito. Come a dire che non esiste un altro Tu. Sono sempre io che mi specchio nelle mille immagini di me stesso e il mio sentire diventa il tuo sentire. Questo è uno degli aspetti più profondi del Diario, probabilmente il più profondo, quello più insondabile e difficile da scoprire. Il modo per come hai reso questo aspetto-rapporto è di una bellezza estrema, così delicata e intima, e al contempo vera e presente nello spazio-tempo che tu attraversi nell’ovvietà di un percorso di viaggio fatto di luoghi, immagini e colori.
    I tuoi versi impongono riflessione e partecipazione, sembrano ancorarsi alla pagina come l’immediatezza delle immagini che creano. Tanto lontani quanto prossimi. No, non si possono estrapolare. Questo libro è un’unica grande poesia d’amore. Non è narrabile, proprio come non lo può essere la poesia, va letto e sperimentato, e come nella vita ci si deve avventurare.
    Con la poesia confessione si ha sempre l’impressione che venga sviscerato un qualcosa che dentro di noi è intimamente vincolante e inenarrabile. Colgo il tuo tormento creativo. Al lettore che affronta la sfida di questa lettura trasmetto questo tuo verso: “…-piuttosto un troppo amore / un troppo di dolore ti protegga”.

  3. Grazie di cuore Fernanda. Tornare a quel tuo messaggio di più di cinque anni fa, e leggere ciò che aggiungi ora, mi suscita profonda gratitudine – e nostalgia. Eravamo ai primi scambi, baldanzosamente credevo di poter collaborare regolarmente con Cartensensibili. Invece è andata come è andata. Ma spero sempre di poter, un giorno, tornare. Tanti auguri di buon anno a te e a tutto il gruppo, dove sono sempre stato a casa.
    Ringrazio anche Loredana, che ha avuto un ruolo essenziale nell’allestimento della versione definitiva del libro, che abbiamo discusso insieme letteralmente parola per parola. Un abbraccio a entrambe. m.

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