CRONACHE DI POESIA- Loredana Mazzeni e Carlo Bordini: Da Montona, Croazia. Come muore la nostra lingua a due passi da casa Italia. Note di Loredana Magazzeni

 

Scrive Margaret Atwood in “Marsh languages (Lingue di palude)”che le lingue sono l’humus della terra e che esse lottano come i popoli per non morire: “Le lingue dolci e scure vengono zittite:/Madrelingua Madrelingua Madrelingua/ una dopo l’altra ricadono nella luna”.

Questo accade a due passi da casa nostra, nella verde e accogliente Croazia, dove la minoranza italiana fa sentire la sua voce attraverso editori e riviste (la casa editrice Edit di Fiume e Il ramo d’Oro di Trieste, la rivista omonima Il Ramo d’Oro e La Battana, ad esempio), nell’indifferenza generale della madre patria, che pure si è impegnata, per legge, a garantire la salvaguardia di ogni minoranza linguistica al suo interno, ma anche fuori dai confini. Francia e Inghilterra ci hanno insegnato in passato l’orgoglio della lingua ed il senso di appartenenza che ne scaturisce. Hanno favorito una letteratura oggi fiorente di studi postcoloniali, sono impegnate a garantire la salvaguardia della lingua d’origine fuori dai confini, inglobandola nel sistema letterario nazionale.

Cosa sappiamo invece noi dell’italiano degli italiani di Croazia? Delle opere, dei libri di poesia e dei romanzi da essi prodotti? Quasi nulla, se non per alcuni (pochi) nomi eccellenti della letteratura istro-quarnerina che hanno fortunatamente varcato i confini (Anna Maria Mori, Nelida Milani, Giacomo Scotti, Fulvio Tomizza, Lucifero Martini, Osvaldo Ramous, Ester Barlessi, ad esempio).

I confini noi li attraverseremo”, scrive Ingeborg Bachman, sapendo che i confini si scrivono e si riscrivono continuamente, sulla pelle dei confinanti, che qui hanno casa e di là hanno parenti, che qui vivono e di là pensano, in madrelingua. Schengen è una porta enigmatica dentro la casa Europa, una porta invisibile e soprattutto culturale, una porta dell’immaginario che ancora una volta separa un qui da un fuori di qui, un noi da un altro da noi. Anche quando l’altro da noi parla la nostra stessa lingua, oltre all’altra lingua in cui è immerso, la padroneggia in modo impeccabile, ha dunque gli stessi nostri padri e madri letterari, le nostre stesse radici.

Queste brevi riflessioni mi sono scaturite dall’incontro con Silvio Forza, direttore della casa editrice Edit, a Fiume, che ci ha accolto a Montona, in Croazia, all’interno delle intense giornate culturali di Residenze Estive 2010, organizzate ogni anno da Gabriella Musetti a Duino, durante le quali si sta insieme, si parla di poesia e letteratura, ospiti del Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, si visitano luoghi letterari topici delle culture di questi luoghi di confine (la casa materna di Pier Paolo Pasolini, a Casarza della Delizia, quest’anno, ma anche la casa natale del poeta Srečko Kosovel a Tomaj, frazione di Sežana, in Slovenia, lo scorso anno), si incontrano poeti e scrittori in lingua italiana, slovena, croata, grica e nei dialetti locali.

La Comunità degli Italiani d’Istria, di cui Forza ci ha portato in prima persona la testimonianza, sta sperimentando sulla propria pelle la “possibilità di vivere una identità multipla” (sono parole di Forza), di praticare dunque la condizione moderna per eccellenza, quella del nomadismo culturale, crosspassando da una cultura all’altra, ed in questo esercitando una elasticità mentale e una produzione in assenza che ne fa per noi un fenomeno cui guardare con vivo interesse.

Manca, a detta di Forza, un mito fondativo di questa nuova cultura italiana istriana. Mentre la Croazia ha coltivato il topos dell’incomprensione e dell’ingiustizia, del sentirsi “umiliati e offesi”, gli italiani d’Istria hanno accarezzato a lungo il tema del nostos, della nostalgia dolorosa per la casa persa ed il tema altrettanto doloroso dell’esodo. Ecco che l’Istria, da luogo di confine, praticato solo come piacevole meta vacanziera dalle nostre pacificate e inconsapevoli coscienze, ci offre un’altra chiave di lettura, più complessa e articolata, ci apre a un’altra esigenza esistenziale, fatta di recupero linguistico ed identitario: fare i conti col passato per capire un presente sempre più multiculturale.

Loredana Magazzeni

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Rijeka 

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Silvio Forza: Da Fiume, Croazia.

 

L’Edit di Fiume, la casa editrice degli italiani di Croazia e Slovenia, fa editoria minoritaria. Fare editoria minoritaria significa in primo luogo compiere una chiara scelta programmatica sulla quale fondare il proprio operato. La prima cosa da non fare è tradire la valenza semantica di un sintagma in cui “editoria” va letto anche come settorialità disciplinare tout court (nel nostro caso letteraria e di manualistica scolastica) che deve fondarsi su criteri artistici ed estetici (nel caso in cui un’estetica esista realmente, ma questo è un altro discorso) e in cui “minoritaria” vuole dire sostanzialmente presenza etnica. In altre parole, nel caso dell’Edit, non si può essere editori di una letteratura fine a se stessa, svincolata dal territorio e dai destini umani – cioè dall’impellenza etica di “dire il luogo”, né si può fare soltanto opera di pubblicata certificazione nazionale che non sa né vuole distinguere tra “scrittori” e “scriventi”.

Dato per ovvio che pubblicando manuali scolastici l’Edit rende un’effettiva, legittima e utile operazione editoriale, dato per scontato che allo stesso tempo non può fare “editoria letteraria” per ragioni di mercato e dato per buono che lo faccia invece nella convinzione che la letteratura consente una fruizione culturale (linguistica, sociale, simbolica e più in generale “di pensiero”, ma anche di nobilissimo “piacere della lettura”) fondamentale nella costruzione e nel consolidamento della personalità dell’Uomo (Rossana Rossanda dice bene che “non è obbligatorio morire di Google), resta da vedere più da vicino il significato dell’attributo di “minoritaria”.

Dal punto di vista della legittimazione etnica, tra le varie sfumature che si possono individuare all’interno di un ventaglio che si snoda tra l’impotenza della ghetizzazione e la castrazione dell’integrazione, l’Edit ha scelto di usare lo “strumento libro” come veicolo di una letteratura che si presenta (anche, ma non solo) come uno dei tasselli fondamentali del mosaico dell’identità nazionale degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Ma, a proposito di questa missione, che ha per sfondo il tempo (inteso sia come passato-ancora, sia come futuro-vela), va specificato subito il suo significato ultimo: il senso di appartenenza nazionale, da raggiungere anche per via letteraria, non è l’autoconsolatorio porto d’arrivo, è invece il molo di partenza dal quale imbarcarsi per le rotte socioculturali della convivenza interetnica, del dialogo e della scambio, della reciproca conoscenza tra i popoli che storicamente risiedono in questi lidi alto e transadriatici. E lo si può fare proprio ora, quando, per dirla con Betizza, i risentimenti e i contrasti nazionali non sono più “l’acido pane quotidiano” di cui si nutrivano gli abitanti di queste terre.

È chiaro che il fondare la propria presenza su termini anacronistici e sospetti quali “identità” e “nazione” (per non dire di quell’autoctonia in vago odor di razzismo) coincide con il rischio di vedersi affibbiare la logora e logorante etichetta di periferici e marginali: ma chi muove queste accuse spesso non tiene conto del fatto che se identità e nazione sono punti d’orientamento pericolosi se mal metabolizzati all’interno delle maggioranze (per le quali il libero uso di lingua e la misurata espressione d’identità non trovano oggettivi ostacoli di libera espressione e non sono dunque un problema esistenziale quotidiano), le stesse identità, nazione e lingua sono i marker capitali tramite i quali una minoranza si autoriconosce e viene riconosciuta; sono le condizioni affinché essa possa “essere di fatto”. Di ciò va tenuto conto quando si parla di convivenza e di multiculturalismo, i quali non sottintendono disinibita integrazione o forzata assimilazione, bensì ricchezza culturale che scaturisce tra identità che comunicano e allargano le proprie frontiere senza per questo perdere il proprio “territorio”.

All’interno della Comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il passaggio dell’Istria e di Fiume alla Jugoslavia e il conseguente esodo della gran parte degli italiani locali, è sopraggiunto effettivamente un problema di sopravvivenza identitaria, dovuto anche al fatto che la lingua, in pochi anni, da strumento di comunicazione nei luoghi di lavoro e dell’amministrazione è stata costretta prima agli spazi del dopolavoro, poi a quelli del ristretto ambiente famigliare o comunque privato. Mancando una lingua viene a mancare anche l’identità nazionale: in questo contesto è molto pertinente la nota osservazione di Antonio Gramsci per il quale “non si dà una nazione senza una letteratura”. E in Istria, dopo il 1944-47-54, bisognava davvero dar vita ad una nuova “nazione”, quella degli italiani rimasti che in alcune località d’insediamento storico si ritrovavano per la prima volta nella condizione di minoranza. Ecco allora che in Istria e nel Quarnero la letteratura in lingua italiana acquistava un nuovo mandato sociale, non potendo più limitarsi ad essere mera preoccupazione artistica. C’era di mezzo un confronto con un’identità da mantenere in vita, a partire dal ripristino della lingua. E la letteratura è stata davvero un veicolo importante a molti livelli perché, come spiega Giuseppe Rinaldi in “Letteratura e identità”, essa “è strettamente connessa con il linguaggio (…) offre un repertorio inesauribile di materiali simbolici (..) che possiamo interiorizzare continuamente, producendo l’integrazione continua della nostra identità”.
Dando per consolidato, come – sulla scia di Gramsci – lo scrive anche Ezio Raimondi nel suo libro “Letteratura e identità nazionale”, che “la letteratura è il luogo in cui si crea l’identità di un paese” e nonostante il fatto che, come prosegue Raimondi, “nella nostra tradizione letteraria a partire da Dante è conservata la memoria comune degli italiani”, si deve considerare il fatto che all’interno della cultura italiana, il rapporto tra letteratura e identità ha seguito un percorso ondivago e di alternanza tra i poli della letteratura come veicolo d’irrobustimento nazionale e letteratura come pratica sovranazionale disinteressata alla “patria”.  Questo percorso è ben sintetizzato da Romano Luperini nel suo saggio “Letteratura e identità nazionale nel Novecento” in cui nota che il disamore dei letterati per il sentimento nazionale si afferma appieno già agli inizi del XX secolo: “Si direbbe infatti che dopo la generazione dei vociani e dei futuristi”, scrive Luperini, “una parte sempre più cospicua della nostra letteratura si sottragga al compito di creare e di arricchire o anche solo di riflettere e di definire quella identità nazionale che era al centro degli interessi di generazioni romantico-risorgimentali e anche di quelle postunitarie …” Luperini, pur individuando il momento della frattura, ovvero il momento in cui gli autori desistono da una scrittura impregnata dall’identità nazionale, non indica esplicitamente le ragioni della stessa: ma come si può ben immaginare, esse si possono vedere nella volontà degli scrittori, specie nella II metà del secolo, di “bypassare” tematiche intrise di nazione anche perché, all’epoca, la nazione italiana era immediatamente associabile alla degenerazione fascista e alla guerra perduta. In ogni caso, il giudizio finale di Luperini appare alquanto condivisibile: “per secoli la letteratura italiana ha non solo rispecchiato un sentimento d’identità nazionale già esistente nei gruppi sociali più elevati, ma anche l’ha suscitato e prodotto. Nel corso del Novecento è successo qualcosa che ha logorato, e forse interrotto, tale rapporto dialettico. Ovviamente la letteratura non può non rappresentare il clima culturale da cui nasce e quindi rispecchia sempre, anche nel Nocevento, una qualche coscienza nazionale; ma certo questa appare sempre più disgregata e informe, mentre l’ottica artistica che la riflette è divenuta, negli ultimi decenni del secolo, sempre più rassegnata ed elusiva o addirittura agnostica e indifferente al tema”.

Se la conclusione di Luperini è esatta, essa ci consente di individuare le ragioni della grossa sfasatura tematico cronologica – ancora parzialmente in corso – tra la letteratura italiana e la letteratura prodotta dagli italiani rimasti nell’ex Jugoslavia: nel momento in cui i letterati italiani, che nella loro vita quotidiana hanno “mantenuto la nazione”,   preferiscono obliare la memoria, i letterati italiani istroquarnerini devono ritrovare la nazione perduta e tuffarsi a capofitto nella memoria. Se è vero ciò che dice Luperini, cioè che l’identità nazionale è “il patrimonio di idee e di cultura, la tradizione dei valori, la memoria comune”, in Istria e a Fiume l’identità è compromessa proprio perché viene a mancare la memoria. Ecco dunque perché in Istria, Fiume e Dalmazia, quando si scrive in italiano, si fa tanta letteratura della memoria. D’altra parte, nel panorama della letteratura italiana, la scrittura della memoria in merito alle grandi tragedie del Novecento non è stata una pratica molto diffusa. Meglio sarebbe dire che accanto ad una ricchissima pubblicistica memorialista, pochi sono stati i letterati che si sono avventurati in questo territorio minato, ma tutti di grande valore, a partire da Primo Levi, ma poi Ignazio Silone, Italo Calvino, Luigi Meneghello, Beppe Fenoglio, Elio Vittorini, Cesare Pavese. Tuttavia, questo segmento memorialistico non è stato di certo uno dei cardini portanti della letteratura italiana contemporanea, come lo è stato invece per la letteratura italiana decontestualizzata dei rimasti nella zona istroquarnerina.

Come abbiamo già notato nella Prefazione ai racconti di “Panorama ristretto” di Ester Barlessi, la perdita della memoria avviene perché nelle recenti versioni ufficiali della storia istriana, un anello portante è stato rimosso, e una componente umana, quella italiana, è stata elusa o, ancor peggio, manieristicamente etichettata come derivato di un’occupazione, come elemento di disturbo. Il guaio è che questo racconto storico mozzato è stato tradotto d’autorità in modelli di comportamento in base ai quali il presente viene affrontato nella quasi totale ignoranza del passato. Ed è chiaro che ciò inquina le relazioni tra “chi sa” ciò che è stato prima e “chi non sa”: da qui quella “nuvola di malumore persistente”, individuata da Nelida Milani nel suo racconto “Una valigia di cartone”, in cui sembra che i rimasti custodiscano “cose morte o morenti, sale e cenere”, e che il loro sia “un destino di sentinelle di tombe e macerie, se non addirittura di nessuno e di niente”.

La letteratura della memoria, così diffusa all’interno della nostra Comunità nazionale, si fa dunque carico della necessità di ripristinare, per via letteraria, la sintesi mancata, ovvero di ricomporre i quadri rimossi della secolare sequenza storica istriana in queste terre. Ciò vuol dire che il “senso” del testo si individua nel rapporto che le opere tentano di (ri)stabilire tra passato e presente, ben sapendo che solo essendo coscienti del nostro passato possiamo essere noi stessi. Ed è qui che si nasconde la maggior frustrazione di tutti i prosatori memorialisti – Ester Barlessi, Gianna Dallemulle Ausenak, Mario Schiavato, Claudio Ugussi e per molti versi pure i “particolari” Nelida Milani Kruljac, Osvaldo Ramous ed Ezio Mestrovich – degli Italiani rimasti in Istria, Fiume e Dalmazia dopo il 1945.

Le ragioni che stanno alla base di questa frustrazione si possono sintetizzare in questo modo: punto primo – italiani, croati e sloveni oggi vivono gli uni accanto agli altri in varie località dell’istroquarnerino; punto secondo – queste località, indipendentemente dalle origini dei loro abitanti odierni, sono figlie di un passato in cui la presenza italiana è stata fondamentale; punto terzo – nel corso del cinquantennio nazionalcomunista jugoslavo, questi “segni italiani” sono stati negati, cancellati, stigmatizzati, cacciati con gli esuli; punto quarto – causa le rimozioni di cui al punto terzo, gli attuali abitanti di quelle località poco o nulla sanno di quel passato contrassegnato da “storia” anche italiana e dunque il loro atteggiamento dei confronti della storia dei luoghi in cui si ritrovano a vivere è fortemente contaminato da pregiudizi contaminati e contaminanti; punto quinto – in assenza di strategie didattiche e mediatiche di ripristino, la letteratura, oltre ad essere valvola di sfogo, zona franca in cui avviene il riscatto, pratica lenitiva di perduranti frustrazioni, può diventare strumento di recupero storico. Ecco perché, in quest’operazione, complice fedele del letterato è la memoria.

Vediamo di contestualizzare ulteriormente. Lina Bolzoni, direttrice del “Centro di elaborazione informatica di testi e immagini nella Tradizione Letteraria della Scuola normale Superiore di Pisa”, osserva che “oggi, quando si parla del problema della memoria, ci si riferisce piuttosto ad alcuni contenuti, ai momenti più tragici della storia del XX secolo ad esempio, con i suoi campi di sterminio, i suoi gulag, i suoi totalitarismi. Il problema della memoria diventa allora l’esigenza etica di non dimenticare, come atto di giustizia e di responsabilità verso le vittime, come impegno a vigilare perché orrori simili non si ripetano”. Ci siamo in pieno: cos’è stato l’esodo, almeno per la secolare anima istrofiumana, se non uno dei “momenti più tragici della storia del XX secolo”? Sotto questa chiave di lettura, la letteratura della memoria della CNI risponde in pieno alla richiamata “esigenza etica di non dimenticare” e anticipa anche di decenni quella tensione che solo recentemente il critico italiano Pier Vincenzo Mengaldo – a proposito della Shoah – ha descritto (programmaticamente, nel titolo di un suo libro) come “la vendetta è il racconto”. Lo stesso Carlo Emilio Gadda, riferendosi agli “oltraggi del destino”, ha detto che (nel 1950 – “Intervista al microfono”) “nella mia vita di “umiliato e offeso” la narrazione mi è apparsa, talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di stabilire la “mia” verità; il “mio” modo di vedere, cioè: lo strumento della rivendicazione contro gli oltraggi del destino e de’ suoi umani proietti: lo strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta. Sicché il mio narrare palesa, molte volte, il tono risentito di chi dice rattenendo l’ira, lo sdegno. Anche il nostro Alessandro Damiani, nel suo romanzo “Ed ebbero la luna”, scrive: “la possibilità di narrarsi costituiva forse una forma di liberazione”.

Ma, a parte i possibili rischi di matrice collerica repressa, i racconti di memoria possono essere visti anche modello conoscitivo per i giovani, ma con una precisazione: la memoria viene “usata” soltanto per “vendicarsi” contro un fato crudele, non è di certo strumento invocatorio di vendette da perpetrare a danno degli “altri”. Al contrario, per certi versi gli autori memorialisti amano cullarsi fiduciosi nella memoria, perché in essa trovano riparo, consolazione, disincantata consapevolezza della propria legittimità di esserci qui ed ora. Si tratta dunque di una memoria usata come strumento di rivitalizzazione della propria presenza. Una memoria, dunque, funzionale al recupero dell’identità nazionale, che andava ristabilita dalla cultura, in questo caso dalla letteratura, è non da vaghi richiami politici alla terra e al sangue. In quest’operazione, i nostri autori sono stati in linea con le convinzioni di Luperini per il quale “l’identità nazionale è un fatto culturale, non etnico: è nutrito da una memoria comune che esige di essere continuamente ri-selezionata e ri-motivata, dunque aggiornata”.

Una volta evidenziati i meriti della letteratura della memoria, non si deve correre il rischio di non vedere anche l’altra faccia della medaglia, la meno solare. Infatti, considerato che a volte nei testi dei nostri autori ci sono tracce di quello spaesamento di cui hanno parlato Claudio Magris (“chi si trova ai margini della vita scrive di qualcosa per alludere a qualche cosa d’altro “) e il filosofo Umberto Galimberti (nostalgia e addirittura follia come conseguenze dello spaesamento), si potrebbero prestare anche ad una certa etnopsichiatria della memoria, anche in ragione di quell’innegabile eccesso di nostalgia che a sua volta costituisce un eccesso d’identità. E Lévi Strauss considerava la nostalgia come un eccesso di comunicazione con se stesso, cioè come un vizio che trova il proprio contrario nell’oblio, che è il difetto di comunicazione con se stesso. Campi, entrambi (memoria ed oblio), ben conosciuti alla nostra minoranza.

Ma torniamo all’interpretazione che ci convince di più: oggi, dopo una lunga serie di pubblicazioni e dopo qualche riconoscimento, appare chiaro che il recupero e il mantenimento identitario italiano in Istria e a Fiume sono stati conseguiti in parte anche grazie alla letteratura della memoria. Il problema, casomai, è che ancora una volta la CNI, questa “Piccola Italia” (per dirla con Scotti), questa scheggia d’italianità territorialmente e socialmente decontestualizzata, si trova in rapporto disarmonico rispetto allo stivale, dove oggi, almeno stando a quanto scrive Ruggiero Romano in “Paese Italia. Venti secoli di identità”, gli intellettuali che hanno cercato di definire una identità italiana non fanno più cenno alla cultura e alla letteratura ma “hanno dovuto ammettere come questa sia frutto di una percezione esterna e non di autocoscienza degli italiani, e che attenga non tanto la dimensione politico-statuale, ma più a quella della cucina, dell’abbigliamento e di alcuni modelli d’imprenditorialità italiana, produzione e consumo.” Non si può fare a meno di notare che anche questi connotati extraculturali possono essere elaborati benissimo dalla letteratura. Ma ciò, almeno in questa sede, è di secondaria importanza.

 

E veniamo, al termine, ai modi e alle ragioni del fare editoria alla luce delle considerazioni precedenti. Rispetto ad un panorama letterario che è stato davvero bandiera identitaria (oltre che genericamente culturale) ma che per decenni non trovava se non occasionali e fortuiti sbocchi editoriali, nell’ultimo periodo il settore di editoria libraria dell’Edit, (guidato da Liliana Venucci Stefan e composto inoltre da Doris Ottaviani e Tiziana Raspor supportate, per quel che riguarda la grafica, dall’Art director Daria Vlahov Horvat e dalla designer Željka Kovačić), ha voluto sostituire la “casualità” con la “causalità” ed ha dato via ad un progetto editoriale organico allo scopo di ritrovare, sistemare e sistematizzare, pubblicare, diffondere e promuovere non soltanto il meglio ma anche il grosso della creatività letteraria degli appartenenti alla Comunità nazionale italiana di Croazia e Slovenia.

Le minoranze nazionali si distinguono in primo luogo per la loro dimensione culturale (sono lingua e cultura, seppure e proprio perché quantitativamente ridotte sul territorio, a renderle “minoranze”) e il libro stampato nella loro lingua diventa una delle loro espressioni culturali più autentiche. Proprio in ragione del fatto che la cultura del libro consente di dare visibilità e creare spessore, l’Edit ha deciso di proporre in campo editoriale – ovvero mediatico e pertanto certificatorio – un preciso discorso culturale e dunque autentico rispetto alla fisiologia stessa della minoranza. Un libro, specialmente se buono e ben promosso, consente di raggiungere visibilità, di trasmettere tenuta culturale, di modellare personaggi e piccoli miti, di creare comunità, insomma. Ecco allora che un’editoria minoritaria deve esistere proprio affinché una minoranza possa essere connotata, affinché possa, come dicevamo in apertura, essere di fatto.

Sulla scorta di queste convinzioni sono state avviate alcune nuove collane, nate per dar risposta ai vari capitoli della missione dell’Edit: promuovere il patrimonio letterario storico della CNI (La collana “Altre lettere italiane”), lanciare i nuovi autori svincolandoli dal freno del “qui e ieri” per lasciarli cimentare con “il mondo e oggi” (“Lo scampo gigante”), ristabilire la prossimità con il destino ed il sentire degli esuli (“Richiami”) presentandoli anche in traduzione croata (“Egzodika”), predisporre strumenti di dialogo e scambio tra il mondo letterario italiano e quello croato e sloveno (“A porte aperte”), rivolgersi all’infanzia, cioè alla comunità nazionale italiana che si rinnova (“La fionda”). Deve essere ancora avviata una collana dedicata alle traduzione in croato e sloveno degli autori CNI e un’altra ancora, sempre di traduzioni croate e slovene, di autori italiani classici e contemporanei. È invece già viva, con 4 titoli, la collana “Passaggi”, realizzata in coedizione con “Il ramo d’oro” di Trieste, che presenta gli autori italiani dell’Alto Adriatico; in sintesi, un unico contenitore per i migliori letterati operanti tra gli italiani rimasti e tra gli esuli. Sul versante saggistico l’Edit si presenta con la collana “L’identità dentro” e su questo versante si affida ad una preziosa collaborazione con la Società di ricerche “Pietas Julia” di Pola. Molto significative sono pure le edizioni d’occasione, quale quella dedicata al “Moretto fiumano” di Erna Toncinich. Non è di secondaria importanza il supporto professionale che l’Edit offre ad altri soggetti della CNI in funzione della pubblicazione di titoli oltremodo degni di nota quali la monografia “Italiani a Fiume” oppure le pubblicazioni su problemi didattici. Ma vediamo da vicino alcune delle collane citate.

 

Altre lettere italiane, collana degli autori dell’Istria e del Quarnero

 

Una collana dedicata agli autori della Comunità Nazionale Italiana che vive in Croazia e Slovenia per diffondere le opere di una letteratura italiana che nella sua alterità, nella sua diversità italo – istriana e italo – fiumana rimane pur sempre letteratura italiana. Una collana che vuole promuovere una prosa e una poesia che nascono in un contesto sociale e linguistico non (più) italiano e che proprio per questa ragione sono state e sono espressione di identità, luogo della conservazione e del recupero della memoria, strumento con il quale tramandare un’eredità culturale intima ma allo stesso tempo di gruppo.

Fare letteratura italiana in Istria e nel Quarnero oggi non è soltanto preoccupazione artistica: è un forte segnale di un’esistenza ancora pulsante, è desiderio di rendere gli “altri” partecipi di un’esperienza tipica da microcosmo e dalla cui particolarità scaturisce un’universalità irripetibilmente preziosa.

 

Lo scampo gigante, collana della nuova letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero

Lo Scampo gigante, figura letteraria, vive nelle acque del Quarnero, il golfo in cui si incontrano Fiume, le isole dell’arcipelago chersino e lussignano e l’Istria, le terre in cui da sempre risiedono gli Italiani di quest’area nordadriatica, oggi minoranza nazionale negli stati di Croazia e Slovenia. Nel DNA dello Scampo e in quello degli Italiani istroquarnerini, uniti nell’anomalia, c’è la necessità di mimetizzarsi, di rimanere calmi e cheti sotto la superficie oltre la quale si svolge la vita. Eppure, l’istinto di sopravvivenza li porta, di tanto in tanto, a schizzare in alto e a smuovere le acque. Lo fanno per dire: “Ci siamo anche noi e vogliamo essere di questo mondo”. Con questa collana, i nuovi autori della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero, peculiari proprio come lo è lo Scampo gigante, desiderano abbandonare la comoda angustia dell’isolamento negli abissi e lanciarsi oltre la superficie del mare per incontrarsi con il cielo. Dove tutti, per volare, ovvero per non ricadere, devono avere le ali.

 

A porte aperte, collana degli autori croati e sloveni tradotti in italiano

Una collana dedicata agli autori croati e sloveni tradotti in italiano per confermare e rinsaldare i legami storico-culturali tra le due sponde adriatiche. Si tratta di implementare quella sana contaminazione nata nel lontano Quattrocento, quando le prime opere della letteratura croata venivano stampate in Laguna nelle stamperie di Manunzio e proseguita nella tradizione letteraria dell’Adriatico orientale, sempre pronta a cogliere i nuovi spunti che dal Rinascimento in poi, giungevano dall’Italia per essere accolti su un terreno fertile, con tanta voglia di riscatto civile, pronto a recepirli ed elaborarli nelle dovute varianti locali.

Oggi, la letteratura croata e quella slovena, allineate in quanto a forma alle tendenze universali del momento, hanno da raccontare storie, riesumare memorie e proporre modelli stilistici in grado di animare la sensibilità e la curiosità del lettore italiano. Nate in contesti rimasti a lungo “dall’altra parte” e che adesso, in un percorso a porte aperte, vengono reintegrati nello spazio europeo, le “lettere” croate e slovene diventano tessere fondamentali di quel mosaico transnazionale in cui la diversità vuole diventare unità.

 

Richiami, collana degli autori italiani originari dell’Istria, Fiume e Dalmazia

“Richiami”, ovvero testimonianze letterarie che scaturiscono dalla travagliata storia del “confine orientale”, raccolte in una collana dedicata agli autori italiani di origine istriana, fiumana e dalmata ai quali il destino ha riservato la lacerazione del cordone ombelicale che lega ognuno al proprio luogo natio. In questo caso abbiamo a che fare con un “luogo” in cui, nel corso della storia, le popolazioni italiane, croate e slovene, si sono incontrate, confrontate, scontrate, ma specialmente mescolate, dando vita ad un ambiente umano e culturale d’inusitata ricchezza.
La collana “Richiami” propone “altri” punti di vista, “altre” ragioni, coagula destini, connette spazi sospesi, porta il filo della memoria ai tempi supplementari. Vuole essere in primo luogo una finestra per quelle opere, sofferte e sorprendenti in cui il “richiamo” originario della terra diventa consapevole e si confronta con tutte quelle sfumature, tutte quelle variabili sguscianti, tutte quelle contraddizioni che rendono prezioso l’Adriatico orientale.

 

La Fionda, collana junior

La fionda è un arnese per lanciare, costituito da una forcella alle cui estremità sono fissati due elastici collegati a un pezzo di cuoio sul quale si pone il sassolino da lanciare. Agli uomini primitivi serviva per cacciare, cioè per soddisfare un bisogno primario, sopravvivere ed evolversi. Ieri come oggi, la fionda è un gioco: povero nei materiali ma vivo, guizzante, accessibile. Denominare così una collana per ragazzi significa evidenziare la dimensione ludica del libro. Chi legge aziona l’interruttore che accende la curiosità, l’immaginazione, la conoscenza senza coordinate temporali: il giovane lettore gradirà ciò che il linguaggio personale di ogni autore adulto riuscirà a trasmettere con la narrazione. Ogni autore esce come voce solista da un coro particolarissimo, unico, qual è quello del gruppo nazionale italiano in Croazia e Slovenia. Se questa nuova produzione editoriale dell’Edit può figurativamente rappresentare l’impugnatura della fionda, l’autore con le sue parole è il proiettile che “pizzica” il lettore junior. La fionda diventa così uno strumento di conoscenza. E pizzica oggi, pizzica domani…

 

È chiaro che la pubblicazione di un libro, se non supportata da una buona veicolazione, può ridursi ad un’operazione fine a se stessa. Per questa ragione uno dei compiti fondamentali è l’oliatura della distribuzione: da poco i libri dell’Edit sono reperibili anche in una cinquantina di librerie in varie città d’Italia. Seguiranno tentativi di maggior capilarizzazione, con presenze anche a Fiere, incontri letterari e varie giornate dedicate al libro in Croazia, Slovenia, Italia e all’estero.

Le buone reazioni da parte del pubblico non si sono fatte attendere: manca ancora una maggior attenzione da parte della critica italiana, storicamente poco disposta ad allargare alle nostre sponde lo spazio culturale italiano per considerare anche gli autori CNI all’interno della geografia letteraria italiana. Eppure anche la letteratura CNI – proprio come quella dell’immigrazione in Italia, che invece si sta studiando – si presta a letture interdisciplinari che vanno dall’analisi stilistico-narrativa all’approccio filosofico, da quello storico a quello sociologico, da quello pedagogico a quello antropologico. Possiamo citare tranquillamente quanto Paola Cardellicchio, nel suo saggio “Vite sospese: letteratura e identità nell’esperienza del migrante”, scrive a proposito della letteratura degli immigrati in Italia: le narrazioni “hanno una duplice funzione: una è quella di mostrare che si possono vivere molte vite in una vita, che il mondo di oggi spinge gli uomini, volenti o nolenti, a ripensarsi. L’altra è quella di avvicinare i lettori al tema del diverso da me, non solo di avvicinarlo, ma di penetrare nelle pieghe più intime della sua esistenza, con il risultato che il diverso diviene più uguale a me”. Ma è da citare specialmente il passo seguente: “è una letteratura che merita attenzione, non fosse altro come coscienza storica degli italiani”. Ancora una volta, dunque, dobbiamo superare le frontiere geografiche e simboliche che ci separano.

 

Silvio Forza

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