La consapevolezza del viaggio nello scorcio dello sguardo – A proposito di Trittico del distacco di Pasquale di Palmo- Note di Fernanda Ferraresso.

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Ogni oggetto, di fatto, si pone di scorcio davanti al nostro occhio, perché raramente ci troviamo in posizione di parallelismo con quanto osserviamo. Guardando l’altro vediamo comunque uno dei nostri io, uno, tra la moltitudine di quelli che ci affollano.

Tutti gli elementi di quegli io, anziché su un piano parallelo a quello del nostro sguardo, o normale, l’ortogonalità è qualcosa di impervio da praticare, e spesso “trafigge”, inchioda sia ciò che è osservato quanto chi osserva,  risultano perciò di fatto disposti obliqua-mente, così che alcuni li percepiamo più vicini ed altri lontani nello spazio ma anche nel tempo, se pensiamo a davanti e dietro spaziali come prima o poi temporali. In questa situazione risulteranno anche percepiti come raggruppati e coperti, forse, almeno in parte. La rappresentazione di una figura che si presenta in tal modo, da finestre di tempo diverse e anche di spazio differenti, risulterà manipolata, de-formata, da quell’io-finestra che ora si affaccia e guarda questo aggrupparsi e allontanarsi delle sue par(e)ti, facendo sì che tempi lontani si allunghino fino al suo “ora” e viceversa ciò che è qui si disperda e si riconfiguri secondo matrici visive che affiorano in modo che, pur rimanendo talune ancora celate e altre accorciate, la figura conserverà in tale complessa molteplicità una unità e una coerenza normale, o meglio fondamentale non tanto per ciò che è stata ma per quanto è agita ora ripescandola da questi scorci  del suo essere noi. Difficilmente si eseguono prospetti o profili perfetti (dal verbo fare, essere fatti per) e in questo l’astrazione ne compromette la percezione reale, lasciandola filtrare dalla logica e dalla sequenza delle rappresentazione, dando perciò, alla fine, un insieme di immagini in cui l’oggetto osservato è stato scomposto. La maggior parte delle figure e dei corpi ognuno di noi li percepisce interi ma, la relazione delle posizioni, non solo spaziali ma anche temporali occupate da osservatore e osservato, mettono in evidenza una obliquità che in questo modo realizza uno scorcio di quanto stiamo guardando, pur convincendoci che questo è l’allineamento corretto. A ben guardare questo modo di percepire le cose risulta falsante anche se lo riteniamo la norma a base dell’apprendimento.
Eppure un qualsiasi volume ha una complessità che dovremmo rilevare sia esternamente che internamente, scomponendolo e dunque scomponendo anche il nostro sguardo e la percezione e richiedendo poi una ricomposizione e un aggiustamento che comunque produrrà una manipolazione e deformazione come prima detto. Il percorso di Di Palmo è costituito da questo  ricostruire  un complesso volume, guardandolo da finestre temporali e spaziali differenti, di scorcio, ogni volta, senza riprodurne mai tutta la volumetria, pur cercando di derivarla, come si potrebbe fare da equazioni derivate di funzioni, cioè utilizzando tecniche rappresentative diverse, quale possono essere la geometria analitica e quella proiettiva che, pur mostrando affinità, sviscerano l’oggetto secondo scorci non ricomponibili. La proiettiva utilizza infatti la bidimensionalità per tradurre la spazialità e anche il tempo, come derivato di posizione spaziale, la analitica deduce da funzioni in cui una variabile trasforma l’altra e questo ponendole su un solo piano. Credo sia abbastanza chiaro ciò che sto tentando di dire, utilizzando le discipline d’indagine che più mi sono familiari per formazione, relativamente ad un percorso di poesia e prosa, in cui Pasquale Di Palmo, ripercorre vie, vicoli, case e territori della sua vita, mettendole in interferenza con la figura del padre e con altri, soprattutto amici e parenti coetanei, con cui la sua vita si è annodata nel tempo e nello spazio.
Trittico del distacco, questo il titolo della raccolta edita da Passigli Editore, mi ha richiamato alla mente  l’arte pittorica e proprio l’arte, attraverso il trittico, ha cercato di rappresentare quanto raramente è riuscita a riprodurre relativamente all’oggetto osservato, sempre da un “es-terno”, tutto il  volume da cui l’oggetto prende corpo. Ciò che si vede è sempre una modificazione (rimpicciolisce la realtà, la rappresenta con visioni, dall’alto o dal basso, in posizione centrale o lateralmente,… , e tutte queste, fosse anche solo per la scala di riproduzione, sono modificazioni,  deformazioni che determinano un’immagine che non è più la realtà, ma una sua traduzione, secondo leggi-griglie che traducono una ma non un’unica percezione. Sfondo e oggetto sono immersi nel “colore” e stanno nel nostro cono visivo. Questo si appiattisce nel “quadro”, che ne è sezione,  in cui la descrizione su un piano temporale non può cogliere tutte le interferenze che s’innestano all’immagine  in cui lo scorcio, non tanto del paesaggio, scena in cui il corpo, o figura, nella sua complessiva volumetria si trova appiattito e s-tirato, s-teso, a seconda della deformazione, mostra l’alterazione che noi che lo osserviamo  gli imponiamo, offrendoci così una verità apparente, a causa della “vista” stessa. La consapevolezza della deformazione, che nel libro potrebbero essere la percezione giovanile e poi quella dell’età adulta, ma mai parallela, mai normale, ortogonale all’oggetto guardato, sembrano uscire qui e là da brevissimi accenni a quelli che il poeta afferma essere “gli ebeti”, che non si rendono conto di quanto guardano mentre la materia osservata è la vita, l’essere più mutevole e inafferrabile, contorto, paradossale, l’inestricabile che mai ha dato un es-tratto di sé ma continue comparse, bruciate subito dalla modalità con cui le percepiamo, le de-formiamo secondo quanto la nostra postazione, altezza di osservazione e volumetria (e in questo elemento metto dentro ciò che sfugge ai parametri puramente geometrici, cioè quelli ego-metrici).
Tutto ciò che ci sembra vero è frutto di una prismatizzazione, in cui la luce interiore con cui guardiamo, ci offre una distorsione della realtà, una rappresentazione e come tale  una verità apparente e illusiva (illusoria), a volte allusiva. Lo spessore dell’oggetto osservato viene  ridotto, viene contratto, in conseguenza del punto di vista, e l’oggetto stesso ne risulta a torto, rispetto alla sua realtà, contorto, e incapace di esprimere efficacemente il movimento di quel corpo-oggetto nel tempo e nello spazio della sua vita, tra cose domestiche e sogni, tra altre forme che lo s-con-tornano e la distensione obliqua nello spazio che è frutto solo di un metodo descrittivo, tanto quanto riesce a fare ogni linguaggio.
Non c’è perciò alla fine nessuna sapienza con-seguita ad ogni fatto se non per l’osservatore  e non per l’oggetto osservato ed è questo che fa, secondo me, Di Palmo recuperandosi e recuperando il suo vissuto, incarnandolo, ritorcendo il suo raggio visivo verso di sé,  incurvandolo e incuneandolo nel suo spazio antropomorfico, dis-perdendo in se stesso il padre e ogni altro “ritrovato” nel suo viaggio e ritrovando, attraverso il presagio la sua finitezza e la fragilità che lo mettono in situazione di parallelismo con gli oggetti ormai privi del loro diverso corpo e vivi e maturi nel suo. Vaso, e-vaso, fantasmagoria di una cos-me-si antropologica e apotropaica, un caos mai calmo, in cui lo scorcio della curvatura, dell’occhio, dello sguardo e quindi della mente che percepisce, della mimesi che subisce l’oggetto osservato sono funzionali all’uomo, al suo farsi parola in un dis-corso che evolve, riparandosi e ri-sanandosi da quanto nel percorso lo rende ferita fertile.
Quanto all’impudicizia delle persone anziane, e il padre per Di Palmo non fa differenza da padri e madri di altri, soprattutto se colpiti da una malattia che, spesso è un acuto invecchiamento, non una pato-logia specifica, mi ha fatto ricordare le foto dell’ospizio di Giacomelli. Eppure, osservandoli, non ho pensato affatto ad una impudicizia quanto ad un ostensorio in cui il dio si mostra, finalmente sguarnito del superfluo e muove dentro chi osserva una irrefrenabile frana verso quanto è riconoscibile come umana tenerezza, il disarmo dalle impalcature con cui ci siamo eretti tutta la vita, inutilmente.

fernanda ferraresso

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alexander grishkevich- winter

Alexander Grishkevich13

mario giacomelli

mario giacomelli- ospizio

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Da Trittico del distacco sezione Addio a Mirco

Gescal

Sogno ancora di essere l’adolescente
che gioca interminabili partite
sulla piattaforma in cemento della Gescal,
con il vento che affila volto e fianchi,

la palla servita
al compagno più imbranato
che spreca l’occasione imprecando
nel sole allucinato delle due e quaranta.

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Da Centro Alzheimer

di palmo 2036

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di palmo 3037

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da I panneggi della pietà

di palmo

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di palmo

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cover di palmo

Pasquale Di Palmo, Trittico del distacco– Passigli Editore 2015

prefazione  Giancarlo Pontiggia, postfazione  Maurizio Casagrande

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7 pensieri su “La consapevolezza del viaggio nello scorcio dello sguardo – A proposito di Trittico del distacco di Pasquale di Palmo- Note di Fernanda Ferraresso.

  1. so che comprendi Cristina perché ti occupi di rappresentazione visiva, non solo di scrittura e di prospettività.
    Più di me, che ho letto il libro secondo le linee guida della disciplina che mi ha formato sguardo e “intelletto”, penso sia da ringraziare Pasquale Di Palmo per avermi dato la possibilità di leggere la sua raccolta, dopo dieci anni di silenzio e assenza dalle pubblicazioni.
    f

  2. asciutta, sobria, scortica la retorica e cammina dentro i cumuli di detriti, l’inquinamento, le nebbie confusionali sociali e esistenziali senza perdere essenzialità lirica, riflessione, e bellezza. C’è un abbassamento linguistico, antiletterario, e l’affaccio al dialetto: qui Pasquale Di Palmo emerge con spessore.
    Mi piace scrivere questa nota alla conclusione dell’anno, stringendo la mano a Pasquale, dicendogli che forse ma non forse è la sua opera più esposta e più interessante. Auguri a lui e alla sua poesia, che abbia tutto il futuro che merita.
    anna

  3. l’unica cosa che del libro mi infastidisce è la presenza di pre-fazione e post-fazione, in cui la poesia si fa frazione di una cordata. La sua poesia invece vivrebbe benissimo, pulita di ogni incrostazione pre-cedente e seguente. Detesto le cordate!
    La poesia vive senza i nomi

  4. ci congratuliamo con Pasquale di Palmo per la vincita del Premio Internazionale Alda Merini 2016-Sezione poesia edita.
    Premio internazionale di Letteratura Alda Merini – Brunate
    11 settembre alle ore 22:12 ·
    Ed ecco i nomi dei vincitori della 5a edizione 2016 del Premio Internazionale di letteratura Alda Merini:

    Sezione “B” – Volume edito di Poesia
    1° classificato: Trittico del distacco di Pasquale Di Palmo
    2° classificato: Metà di niente di Mauro Macario
    3° classificato: Non siamo noi che andremo all’inferno di Francesco Romanetti

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