VOGLIO MORIRE! – di Gianluca Mungo

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I

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“Voglio morire!” è un’espressione ancora, in fondo, tutta da analizzare e meditare nel profondo del suo significato. Se facessimo una statistica nell’ambito dell’uso comune di modi dei dire, è quasi certo che una simile frase risulterebbe molto più usata della sua antitesi  “Voglio vivere!”.

L’aspetto più curioso è realizzare come, di frequente,  l’enunciato “Voglio morire!” sia usato, probabilmente, eccezion fatta, ovviamente, di specifici casi, più dai viventi che non dai morenti,. Sentiamo riecheggiare simili parole nei contesti più svariati,: sulla bocca dei depressi e di chi è affitto dai classici malesseri esistenziali, di chi è nel pieno delle sue crisi adolescenziali (e non solo),  ma anche sulle labbra di massaie disperate quando scoprono che qualcuno ha sporcato dove avevano appena pulito. I padri di famiglia urlano al cielo le stesse e identiche parole quando si trovano nel bel mezzo di piagnistei familiari in cui da una parte la solerte consorte solleva questioni di ordinaria follia/amministrazione quotidiana e dall’altra, al pari delle trombe del Carmignola, si sentono risuonare i filiali “Tu non mi capisci!” e, ovviamente, tutto questo al termine di una pesante giornata lavorativa.

Sul fronte militare, potrebbe non esser difficile trovare il soldato, stretto tra due fuochi e terrorizzato, arrivare ad auspicarsi una fine immediata, magari con la medesima enfasi di come rammenta l’abbraccio materno. Vi sono poi i casi dei suicidi, sia tentati che portati a termini, ma anche, semplicemente abbozzati dei malati all’ultimo stadio, i quali  non sopportano più la propria sofferenza fisica e, con ogni probabilità, vorrebbero, con un simile gesto, esprimere un atto estremo  di libertà e di dignità.

In tutti i casi sopra esposti, seri o faceti che siano, diversissimi sicuramente tra loro, emerge una caratteristica comune: l’insoddisfazione.

“Insoddisfazione”, spesso, significa  desiderio non appagato e ‘desiderio non appagato’, a sua volta, rimanda ad un autentico atto di ‘volontà di vita’. Inviterei, pertanto, a riunirci tutti a riflettere su ciò che l’espressione “voglio morire!” davvero significhi al di là del proprio valore semantico. E’, anzitutto, per fare solo un accenno al pensiero schopenahaueriano, atto di “Voluntas” o, piuttosto,  di “Noluntas”? E’ sicuramente manifestazione di un desiderio di non esserci, di scomparire, di annichilirsi, eppure, proprio in quanto desiderio, è atto di “volontà” e, come tale, sintomo di appartenenza (ancora)  alla sfera della vita. Il desiderio è, i sé, un atto del vivere anche quando esso coincide con lo scopo di porre una fine alla vita stessa e l’espressione “Io voglio morire” racchiude un’essenza quasi paradossale: la vita che spinge alla non vita, ma che, fino a quando si manifesta in questo suo spingere, rimane, pur sempre, “vita”. Il problema diventa, a volte, quasi buffo quando si fa abuso di una simile espressione poiché  è evidente a tutti che chi la esclama vuole, in realtà, più semplicemente, una vita diversa o sia pure vivere un diverso episodio o contesto che non la fine reale della propria esistenza. Se ben ci meditiamo sopra “Io voglio morire”, in quasi tutti i contesti, significa “voglio una vita diversa!” e, come tale, il grido ‘Io voglio morire’ equivale ad  un più autentico “voglio vivere!”. Eccetto casi sporadici e patologici, è assai raro vedere persone, che rientrano nell’elenco dei casi prima citati, passare dal piano del volere a quello del fare, dalla volizione all’atto. Come mai, infatti, la massaia che, di fronte allo sporco appena creatosi dopo le fatiche passate per pulire, esclama “voglio morire!” , non si reca, successivamente, mai in cucina ad afferrare uno dei suoi fidati coltelli per ficcarselo prontamente in gola e porre, così, fine alle proprie domestiche faccende/sofferenze? Perché il Paterfamilias che giudica insopportabili le proprie, casalinghe, trombe di Carmagnola, non si getta lesto dalla finestra per salutare così, in maniera definitiva, tutti i musicisti presenti?  Perché il soldato impaurito dai rumori e dai colori della guerra preferisce, il più delle volte, continuare l’operazione dell’assalto o della difesa quando, tra fuoco nemico e strumenti propri, avrebbe tutti i mezzi e i modi per passare all’azione e realizzare il pensiero di morte in quel momento preciso? Come mai non dirige contro la sua persona il colpo in canna o serenamente non espone il proprio corpo alla mitraglia nemica? E’ dunque ovvio e scontato che la frase “Voglio morire!” sia, di per sé, fuorviante e spesso tende a coincidere più con una piena manifestazione di vita se non anche come un attaccamento ad essa. La speranza o l’aspettativa che la battaglia il giorno dopo cessi, le trombe familiari smettano di suonare o che nessuno passi nuovamente a sporcare è troppo forte per far cessare di colpo le proprie funzioni vitali e d, anzi, sottolinea che il desiderio di morire  sia più desiderio di vivere “diversamente” e, di conseguenza, di fatto, di “vivere”…

La tautologia tra il “Voglio vivere!” ed il “Voglio morire!” è tale soltanto perché, il più delle volte, per una questione di mera enfasi o di retorica, piace a tutti (o, forse, addirittura affascina), di fronte a certi spettacoli,  dire di più “Voglio morire!” che non “Voglio vivere!”.

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 II

 

E’ oramai di pubblico dominio che un cospicuo numero di persone abbia, negli anni, valicato i confini italiani per compiere, alla volta della Svizzera, quello che letteralmente è da considerarsi come il loro ultimo viaggio. A Fach, nelle vicinanze di Zurigo, sorge la clinica “Dignitas” dove, al pari di quanto avviene in altre amene cittadine elvetiche, è legale e, pertanto, trova piena possibilità di applicazione, la pratica del suicidio assistito. Morire con dignità significa, in fondo, riconoscere e rispettare, sino all’ultimo, il valore della vita intesa come esistenza gaia e piena e non certo quale cagionevole status fonte di sofferenza sia fisica che morale. Personalmente, mi dichiaro a favore sia dell’eutanasia che del suicidio assistito: è probabile che io sia talmente attaccato al vivere da rifiutare o comunque dal non accettare la sola idea di sofferenza. E’ chiaro che chi così ragiona non identifica il vivere con il conteggio globale dei giorni di esistenza, bensì con la gioia stessa e “vivere” significa per costui, essenzialmente, “piacere di vivere”. Quando la vita non è più fonte di un minimo sentore di ciò che rende piacevole la nostra esistenza e, pertanto, non s’identifica più con ciò che da’ gioia e senso ai nostri giorni[1] , ma, all’opposto, diviene angoscia continua, disperazione, dolore incessante forse è meglio che cessi, specie se non si intravvede alcuna via di uscita al proprio malessere. Non si tratta solamente del rispetto del principio del “Corpo è mio e lo gestisco io” o del volere essere pienamente padroni non solo della propria vita, ma anche del proprio tempo, sino a rendersi direttamente responsabili dell’ultimo atto e della scelta del quando far calare il sipario. Visto da una certa angolatura, il suicidio non è solo un gesto estremo di libertà individuale, ma, paradossalmente, un capriccioso e cocciuto attaccamento alla bellezza del Vivere, sino a rifiutare e al non riuscire, dunque, ad accettare che la presenza di un turbamento continuo possa oscurare ciò che prima era radioso ed armonico.  Nella clinica Dignitas, i “clienti[2]” non sono solo malati terminali o, comunque, pazienti senza più speranza di guarigione fisica, ma anche i depressi. Probabile che qualcuno abbia pensato che sia più dignitoso morire con il classico medico che “tiene la mano” e circondati da ogni comodità, ben vestiti e profumati, seduti su una moderna poltroncina o stesi su un ergonomico lettino mentre si sorseggia una bibita velenosa quanto soporifera che non gettandosi sotto le ruote di un treno in corsa o sfracellandosi da un ponte piuttosto che spararsi un colpo in testa o spaccarsi l’osso del collo, lasciandosi penzolare da una forca fatta in casa. Qualcun altro, in maniera decisamente più maliziosa, ha, però, potuto anche pensare che se un depresso, che è stato, fino ad ora, disposto a spendere soldi in cure psicoterapeute, non abbia trovato una soluzione al suo male di vivere, per quale motivo dovrebbe fermarsi di fronte alla spesa da sostenere per porre la parola ‘fine’ alla propria poco bene accetta esistenza? Perché mai  non dovrebbe incrementare la domanda di quanti vogliono usufruire dei servigi di coloro che sanno preparare certe bevande, sanno predisporre le noiose carte burocratiche da compiere (anche la morte ha bisogno della sua buona burocrazia in questo mondo, ergo, direi, di cessare una volta per tutte col considerare la fine della vita come l’opposto di essa: la burocrazia dimostra che ne è parte integrante!), sanno accompagnare il “paziente” (ammesso che chi è tanto desideroso di morire abbia davvero la ‘pazienza’ di aspettare) nel suo percorso conclusivo e  si preoccupano di cremarne poi il corpo per spedire, poi, le ceneri del caro estinto ai suoi parenti. Ogni potenziale vivente diventa un potenziale fruitore di tutta una macchina organizzativa e se la malattia è la motivazione principale del suo perché e, nel contempo, è parte integrante dell’esistenza stessa di ogni essere umano/cliente, la depressione vi rientra a pieno titolo e, pertanto, anche i depressi, purché paganti, hanno diritto a morire ‘con dignità’. Se qualcuno scorge dell’ironia nelle mie parole, vorrei precisare che non si tratta di sarcasmo nei riguardi di chi è colpito dal “cane nero”, ma, semmai, esse vogliono semplicemente costituire una scherzosa riflessione su chi ha, grazie ai tanti cani neri, trovato un lavoro e una fonte di reddito e questo senza dover necessariamente percorrere le strade della città,al pari di ogni altro dog sitter. La presente trattazione non vuole, però, rivelarsi né un’apologia e nemmeno una denuncia del suicidio assistito come non intende neanche aprire un dibattito su di esso: semplicemente, si è presa una licenza atta a fare un po’ di leggero umorismo (si ride della vita, si rida anche della morte e dei modi a disposizione per raggiungerla!) e, quindi, veniamo all’uopo e torniamo all’espressione “Io voglio morire!” colta, questa volta, all’interno del contesto del suicidio assistito.  Quanto finora scritto vuol, infatti, esser da premessa alla seguente domanda: “Per quale motivo molte persone, le quali vogliono porre fine alle proprie sofferenze preferiscono farlo anche a costo di spendere somme considerevoli di denaro e di addentrasi nei meandri di carte burocratiche, pur di essere assistiti durante l’atto estremo? E’ plausibile che quanti ricorrano a tali metodi, vogliano pure un ultimo contatto di calore umano nel momento per loro decisivo, sia pure una stretta di mano o un tono, una parola o anche una semplice figura di uomo o di donna, che, con la sola sua presenza, dia un qualche, inconsapevole, estremo e ricercato conforto. Perché chiedere un supporto umano nel mentre di tutte le operazioni che condurranno ad un sonno senza più risveglio? Generalmente, si è tentati a guardare al suicida come ad un solitario che compie il gesto finale nella più totale individualità, ma il suicida assistito ha, in questo, un che di diverso: egli o nell’organizzazione e nella pianificazione del percorso verso la fine o nel mentre del compimento del salto nel buio o in ambo le cose ricerca la “compagnia” (è superfluo sottolineare che tale parola ha un suffisso ‘con’ che rimanda al ‘cum’ latino con tutti i suoi significati). Per quale motivo, dunque, chi ha o dovrebbe, in teoria, avere in disdegno la vita non intende affatto oltraggiarla, compiendo un gesto che implica una dose di dolore e che, sicuramente, sarebbe anche più economico rispetto a tutto ciò che gira attorno all’assistenza al suicidio?  E’ lapalissiano che chi compie un simile gesto e in tali modalità non ha, in realtà, in disdegno la vita in sé, ma, semmai, il non poterla vivere come prima o come più gradirebbe farlo. In questo, il suicidio assistito è un omaggio, in extremis, alla vita. Addirittura tutto viene organizzato per abbassare il livello di disperazione di chi compie tale decisione: pensiamo all’idea di compiere materialmente un ultimo viaggio, alla possibilità che viene offerta per ripensarci e, quindi, alla consapevolezza che ogni cosa si svolge nella piena libertà decisionale dell’assistito, all’opportunità sicuramente offerta di poter visitare un ultima volta una città, di sorseggiare per l’ultima volta un bicchiere di  vino o della propria bevanda preferita, per chi lo voglia fare, specie la sera antecedente il gesto, una conclusiva buona cena e di provare, per un’ultima volta, quei sapori che non si potranno più testare e che, ironia della vita, magari non lo si sarebbe potuto fare nemmeno nei giorni precedenti perché la dieta prefissata dal medico, atta a preservare il più possibile il corpo, vietava o categoricamente imponeva di porre blocchi, limiti e radicali modifiche nel proprio regime alimentare. Pensiamo anche, probabilmente, alla clinica che avrà, magari, un aspetto estetico rilassante e confortevole per dare una certa atmosfera di pacatezza a chi vede per l’ultima volta un mobile o uno spiraglio di luce. Tutto induce a pensare che sia un omaggio alla piacevolezza del vivere dedicato a chi ha perso l’opportunità di non possederla più e, quindi, nelle ultime ore ha il diritto a riassaporarla, qualora rientri nelle sue possibilità fisiche. Se il malato terminale potesse guarire con la medesima certezza di come potrebbe morire tra tremendi tormenti, è probabile che sceglierebbe  di continuare a vivere e di ritornare, così, alle vecchie abitudini e, parimenti, se al depresso venisse offerta la materiale occasione di poter ritornare indietro nel tempo e modificare alcune scelte e atteggiamenti che hanno condotto la sua esistenza all’epilogo che ha ora di fronte,  ritengo che non penserebbe più minimamente al suicidio, ma, più semplicemente, a rientrare in quegli stati di animo precedenti agli episodi che li hanno fortemente modificati, deciso a riprendere il corso delle sue scelte e dei suoi momenti e, magari, di annichilire ciò che ha causato il crollo del proprio umore. D’altronde, il ricorso al suicidio assistito è più una fuga dalla sofferenza che non dalla vita e, come tale, è la scelta di manifestare il proprio ‘NO!’ al dolore, il più delle volte fisico, che non al vivere in sé e per sé. Il desiderio di non soffrire non è, però, un autentico, il più autentico, desiderio a vivere? Anche se il soffrire è sicuramente parte integrante dell’esistenza e, di conseguenza, della vita, non è e non resta, comunque, in antitesi con quel motore del vivere che è la gioia stessa? Se l’esistenza stessa è finalizzata a perseguire la vita e, come tale, ciò che la tutela e non ciò che la limita o la distrugge, come non guardare alla sofferenza come ad un freno all’impulso del vivere ed anche dell’esistere? Il desiderio di morte non è desiderio di dire “NO” alla vita, ma a ciò che la rovina e che quindi rende nullo ogni  moto a continuare a vivere.

 

marina richterova

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III

 

“ Invidio chi ha sempre sofferto:

è cresciuto nel male,  non patisce.

Il mutamento è sventura: se

sei stato felice una vita divenuta

avvilente ti schiaccia.” (Euripide – Ifigenia in Tauride)

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Ancora una volta mi capita ci citare e di pensare a questa frase di Euripide: in essa è come contenuta l’essenza stessa del cosa sia la sofferenza e di come essa si rapporti alla nostra vita. La questione centrale, infatti, è che soffriamo maggiormente quando realizziamo che la nostra esistenza è cambiata in maniera tale da non essere serena e spensierata come i periodi di vita precedentemente vissuti. Tutto o una sua parte sostanziale è cambiato, i nostri giorni non sono più i medesimi di quelli di un tempo, le abituali sicurezze, gli abituali punti di riferimento, forse le nostre stesse abitudini non ci sono più o non hanno più senso di essere. La felicità è, in fondo, un’abitudine e l’infelicità è ciò che spezza tale abitudine. All’infelicità ci si rassegna o meno; alla felicità ci si abitua fino, quasi, a non farci più caso e pare illogico o innaturale rinunciarvi. L’abitudine è la normalizzazione di uno status profondo delle cose, per quanto bizzarro o banale esso possa apparire, ma quando essa cede il passo alla rassegnazione diventa il callo allo status delle cose, l’assuefazione, l’abbandonarsi ad esse.  Quando lo status delle cose non ci turba, invece, si vive in esso nella maniera più libera e spontanea, “come piace a noi” ed è per tale motivo che è l’abbandono a tale quotidiano modo di esistere a generare il dolore e la malinconia.  Si è, così, più tristi e sofferenti quando si perde un bene rispetto a quando non lo si è mai avuto. Quando si perde un bene, la sera d’inverno arriva presto e con essa la nostra malinconica attesa di un domani che non sarà mai nuovo, ma solo il ripetitivo trascorrere dei momenti, dei giorni, degli anni nella speranza che prima o poi il sipario cali per sempre o che, almeno, qualcosa cambi e torni a sorridere. Sono tali i momenti in cui realizziamo il nostro egoismo, il nostro egocentrismo ed il nostro egotismo in una sola parola la nostra superficialità nel non essere stati capaci di apprezzare ciò che sembrava essere immancabilmente nostro e che non pareva essere possibile perdere. La separazione da quel che pareva essere ‘propriamente nostro’ comporta, dunque, la disperazione nella misura in cui essa risulta improvvisa quanto inaspettata. Il cambiamento genera crisi e la crisi, come suggerisce il vero significato della parola greca, è essa stessa un cambiamento. E’ sotto gli occhi di ognuno che nei periodi di crisi globale, specie se di natura economica, sia più facile leggere di imprenditori, magari un tempo di successo, che arrivano a suicidarsi che non lo stesso di gente che è sempre stata povera. Può sorprendere anche che il suddetto imprenditore di successo, che vede sfuggire di mano la propria abitudine, appunto, al successo, giunga a compiere l’estremo gesto quando aveva ancora di che continuare a vivere abbastanza dignitosamente, sia pure con una qualche rinuncia e maggiori restrizioni.  Medesima cosa dicasi per il dipendente che aveva prima una sistemazione stabile e, con essa, una esistenza che poteva essere più o meno agiata e che ora non contempla più all’orizzonte le proprie abitudini.  E’,  in fondo, naturale che qualcuno non se la senta più di modificare quello che era divenuto il proprio status quo. Non si suicida, invece, con la medesima intensità chi non aveva mai avuto nulla, il clochard, l’eremita, l’asceta etc.

E’ evidente come allora la frase ‘Io non voglio più vivere’ non significhi tanto ‘desidero morire’ quanto ‘Non sono disposto a vivere diversamente di come vivevo prima! ’ e, come tale, sia un grido alla non accettazione di voler modificare nulla, di perdere ogni giorno qualcosa, di lasciarsi spegnere  momento per momento, di volere, infine, rinunciare a quella che era la propria felicità e, di conseguenza, la propria vita.

 

marina richterova

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IV

 

 “Anch’io sono ritornato. Solo che sono paralizzato da qui in giù. Le gambe e tutto il resto. Non mi si rizzerà più.  Avrei preferito crepare subito, ah si, restarci sul colpo.”

Un’altra donna dice:

Non siete mai contenti. Quelli che vedo morire all’ospedale dicono tutti: << Quale che sia il mio stato, mi piacerebbe sopravvivere, tornare a casa, vedere mia moglie, mia madre, non importa come, vivere ancora un poco. >>”

                                                                                  ( Agota Kristof, Trilogia della città di K[3])

 

 

Ricordo bene come una volta vidi una scritta su un muro di una scuola a Belluno che così recitava:  “Quando stai vivendo e vorresti morire, pensa a quelli che stanno morendo e vorrebbero tanto vivere!”. E’ uno sberleffo della vita quanto un’amara verità che si debba apprezzare un bene solo dopo che lo si perde. Vi è gente che decide di suicidarsi poiché non se la sente di vivere diversamente da come era prima o anche perché vorrebbe vivere diversamente da come si trova al momento del gesto estremo, ma vi è anche gente che sta morendo e che sarebbe disposta a vivere in situazione precaria e con qualche sofferenza, sia pure costante, pur di continuare a vivere. Lamentarsi è il segnale di una insidiosa tendenza che si chiama abitudine, la quale, quasi sempre, porta ad uno status di insoddisfazione costante, ma l’abitudine, d’altro lato, la routine, è la via che conduce ad un circolo di vita che gira all’insegna della costanza. Quando il dolore irrompe e spezza il filo conduttore dell’habitudo, emerge la tendenza al confronto tra il ‘prima’ e il ‘poi’ e, pertanto, alla constatazione di aver dato per scontato il mondo ‘proprio’ o di avere, con ogni probabilità, calcolato male la propria strategia esistenziale. Il desiderio di morire risiede tutto nell’irrompere non di un dolore qualsiasi, ma di un dolore che, con chirurgica precisione, spezza, appunto, quella che era “un’abitudine”. L’abitudine che prima era causa del nostro lamentarsi, scopriamo, così, che, in realtà, ci era cara e quel circolo di “insoddisfazione costante” altro non era che la nostra stabilità esistenziale, probabilmente essenziale alla nostra stessa sopravvivenza e, talora, al senso stesso del nostro esserci. Perdere un’abitudine consolidata può tramutarsi inevitabilmente nella perdita di un bene passato inosservato. La spontaneità del vivere evidentemente si manifestava proprio in quella routine che pareva essere fonte del nostro tedio, tanto e mirabilmente studiato da pensatori come Pascal o Schopenhauer. Se davvero, dunque, il nostro vivere è simile a quel pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, non deve sorprendere che ambo gli estremi possano dare due motivazioni al suicido, ma che è, soprattutto, il primo a causarne, probabilmente, la quantità maggiore, la quale ha, pertanto, la sua spiegazione nella inevitabile perdita della “noia” cui è subentrata l’acquisizione di un dolore sempre più martellante. Se, come sentenziava il grande Eraclito, è la malattia che rende cara la salute come la fame fa con la sazietà, per la stessa logica che regola l’armonia degli opposti, il dolore ci rende prezioso e ambito ciò che prima causava abitudine, ovvietà, noia.

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V

 

Prima che il sipario cali: discoro ad un pubblico

 

Alla fine della storia, il teschio ride…!

Tutto questo tram tram per una immobile risata!

Forse che la morte è lo sberleffo tanto di chi si è affannato a vivere sino all’ultimo quanto di chi ha voluto interrompere il circolo della sua esistenza?

Il sorriso del teschio è, forse, la lezione di democrazia che ci giunge alla fine del nostro pluralistico rincorrere la fine che più speriamo di avere?

Una risata per ciascuno e il melodramma si chiude definitivamente.

Il sipario è calato e dietro le quinte si respira aria di vuoto.

Nel buio, il perimetro della bocca del teschio continua a tenere la forma del suo sorriso.

Chi prima moriva e decideva coscienziosamente di farlo poiché temeva di aver perso, magari da un pezzo, la gioia di vivere, si ritrova ad avere impressa nel proprio corpo la forma della più costante e inconfondibile risata.

La vita iniziata col pianto del neonato, si chiude con lo sberleffo dello scheletro: tanto vale riderci sopra finché possiamo farlo noi stessi, da vivi…

 

Gianluca Mungo

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Note

[1]  Gioia e senso di esistere, talvolta, sono l’uno complementare all’altro poiché è il senso alle cose che da’ importanza ad esse e, pertanto, letizia di viverle e, viceversa, la gioia che un aspetto dell’esistenza ci offre da’ senso al nostro ‘esserci’

[2] Possiamo, in fondo, definirli tali: spendono, infatti, una cifra considerevole per giungere alla meta finale, tanto da indurre, talune testate giornalistiche, a parlare di “turismo dei suicidi in Svizzera”.  In questo mondo – verrebbe da esclamare – tutto viene scandito da un ritmo di spesa ed ogni cosa comporta un esercizio economico con relativo mercato attorno: il nascere, il vivere ed anche il morire. Il genio umano, considerati i costi richiesti per il servizio del suicidio assistito, è arrivato, quindi, ad escogitare il modo per far pagare anche per poter morire. D’altronde, se la morte è l’ultimo tassello della vita, come la vita ha permesso che grazie ad essa sorgessero mestieri e guadagni, per quale motivo non dovrebbe continuare a farlo anche per l’ultimo suo capitolo che è, appunto, la morte?

[3] 2014, Torino, Einaudi, pag. 76

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2 pensieri su “VOGLIO MORIRE! – di Gianluca Mungo

  1. le riflessioni contenute qui hanno ancora più rilevanza alla luce dei suicidi per incapacità a risolversi in lotta contro i soprusi e l’inasprimento di una delinquenza legittimata con leggi che di fatto espropriano al diritto di vivere con onestà e in pace.

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