Tre autrici in una lettura- Rita Gusso, Maddalena Lotter, Greta Rosso: tre donne in un varco di poesia come scheda madre dentro cui ricostituire un luogo- Fernanda Ferraresso

jiwoon pak

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Cosa significa:- Salvare la tua lingua ?– Rita Gusso, poeta veneziana, di Caorle per esattezza,  vincitrice nella sezione “poesia edita” del consorso ‘Salva la tua Lingua locale‘, ha avuto il  riconoscimento per la sua decennale fatica di ricerca nelle tracce di una parola madre, in cui il territorio geografico e quello della propria memoria s’innestano vivacemente dando rilievo a tutti i colori che il dialetto riesce ad acutizzare o a stemperare, quando sono di una tale drammaticità che potrebbero annientarci, come se la saggezza popolare avesse in sé il bisturi e il medicamento ma anche la leggerezza  e il riso taumaturgico che sana il corpo attraverso l’alleggerimento della gravità elaborata dal pensiero.” Gris de Luna” (Campanotto, 2013), il suo secondo libro, potrebbe riportare, come sonorità, alla memoria di un colore, il grigio, che poi è il colore della luna, quel grigio azzurrino che si carica di luce quando il sole tramonta. Il gris è un termine che appare nella lingua rumena, si dice infatti gris cu lapte, budinca de gris  o cu gris ( semolino al latte, budino di semolino) e sono tutti cibi non elaborati, che riportano all’infanzia, alla semplicità dell’infanzia. Anche la scrittura di Rita Gusso mira ad una semplicità che non significa però superficialità o una visione scontata, anzi al contrario il suo sguardo è preciso, non si ferma alla memoria per trovare conforto ma ne fa strumento per riguadagnare terreno nell’oggi, nella perdita di acume della quotidianità fattasi distratta, troppo rapida e desiderosa di non intraprendere nessuna fatica.
A pag.42 scrive:

Stasera a luna a gà sgorlà
e cotoe e na miriade

de stee co suoe de vento
xé vegnue a lucicar
ae rive dei nostri cuori
e noialtri stemo cuà

incantesimai a spetar
el xorno parchè drio a un
nasser ghe xè xà el so morir

A pag. 43 subito aggiunge, per rincarare la dose:

No so come te fà
a passar cussì de sbrisso
soe robe, cossa te resta
cossa se ferma a bever
a vita in un lanpo,
a bever mi
prima de coòrxetene

Dietro ad un nascere c’è il già il suo morire scrive nel primo testo sopra riportato e poi sotto, nell’altro quel passare in fretta, de sbrisso, come in scivolata, su qualcosa a cui non puoi appigliarti e nel frattempo non ti offre l’opportunità di comprendere le cose, che sembrano venirti addosso, mentre la vita è un lampo e tu bevi tutto in una sorsata senza accorgerti di niente.
La lingua si fa simile ad un’impronta, con i suoi timbri coloriti e pieni nella dicitura del dialetto, è quel

Pìe che tinbra
el nostro rivar
da nissuna parte
o da dove gerino xà
partìi n’altra volta
da un futuro che
no se distràvia

( Piedi che timbrano/ il nostro arrivare/ in nessun luogo/ o da dove eravamo già/ partiti un’altra volta/ da un futuro che /non si distrae.)

è la misura di quel passo e del passaggio, della domanda relativa a chi siamo e a cosa ci facciamo qui, adesso, in questo momento in cui tutto sembra essere preso in qualcosa che è molto più grande di ogni azione intrapresa. Una faglia in movimento offre l’idea della piccolezza di noi tutti, delle cose che credevamo grandi, indistruttibili e invece crollano come fuscelli, come rami secchi o foglie e tutto rientra nell’imprevedibilità.

E desso cossa riva?
se son strada spinta cuà

co cuesto da inparar
erede del perché
del no saver
soo contar i passi
da cuà a là
so de ieri e imagino el doman
ma cuà desso sdrondenài
da sta faja, chi o sa
che se deve esser?

 

Ed ora che succede?/ Se sono stata spinta qui/ con questo da imparare/ erede del perché/ del non sapere,/ solo contare i passi/ da qui a là/ so diieri ed immagino il domani/ ma qui ora scossi/ da questa faglia, chi lo sa/ che si deve essere?

Ciò che sembra argomentare dunque la poesia è che  materia viva è ogni cosa con cui ci misuriamo, ci relazioniamo ed è quell’intero, che ognuno assume, riassume in sé, per sé e per gli altri, senza escludere nessuno, la reale ricchezza , quella che costituisce la tra-dizione, il dire tra e attraverso, attraversando questo percorso terrestre e celeste, perché è di luna che si parla, non di terrestrità semplicemente. la luna come artefice della vita, delle nascite e delle colture, oltre che delle religioni e delle credenze, delle usanze tra-man-date, che si sono fatte date di ricorrenze, in cui ri-conoscerci nel tempo.


Pare de soriso-
pag 52

Acua de porto
corde e teraferma
acua de spassio
ocio sfesa che varda lontan,
soto a trasparensa a veo
curva s’ciame lucicanti.
El to mondo fato de salso e rughe
a fadiga che sa spetar
el tenpo del distaco,
i ossi come sassi
sul leto ancora tacà
nel ricordo dea sposa.
Anca ti fiol che porta memoria
co e agreme discoàda
ne l’urna dee me man
che strinxo forte come testimonio
caldo involtoà ne l’inverno:

el mar ghe xé senpre
se alsa e se sbassa
el movimento plasma
el cristal del sal.

– Come stee marine e man.

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Padre di sorriso.

Acqua di porto/ corde e terraferma/ acqua di spazio/ occhio
fessura che scruta l’ignoto,/ sotto la trasparenza a velo/ curvano squame
iridescenti./ Il tuo mondo fatto di salso e rughe/ la fatica che sa aspettare/ il tempo del distacco,/ le ossa come sassi/ sul letto ancora unito/ nel ricordo della sposa./ Anche tu figlio che porta memoria/ con le lacrime disciolta/ nell’urna delle mie mani/ che stringo forte come testimone/ caldo avvolto nell’inverno:// il mare c’è sempre/ si alza e si abbassa/ il movimento plasma/ il cristallo del sale.// – Come stelle marine le mani.

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Leggendo il libro si comprende il perché dell’epigrafe di apertura, un testo di Peter Handke, che viene utilizzato ne ” Il cielo sopra Berlino“, un film di Wim Wenders, ed è la chiave che nel libro della Gusso apre la porta, s’incammina nel varco della parola,  si sbozza come pietra di ogni domanda, e mai si fa selciato e casa per una sosta comoda. Scrive Handke

Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente;
e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.

Quando il bambino era bambino,
su niente aveva un’opinione.
Non aveva abitudini.
Sedeva spesso a gambe incrociate,
e di colpo sgusciava via.
Aveva un vortice tra i capelli,
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lí?
Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?
Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’é veramente il male e gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?

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Ed è arrivati alla fine che si comprende il senso della curvatura, sia della parola orizzonte, sia della non linearità dell’esistere, del  consistente tesoro delle domande che il bambino propone agli altri per cercare il suo varco e addentrarsi nel mondo, di cui comprende o meglio sente con ferocia l’illusorietà tragica e la magnifica bellezza del giocarsi, in un tutto per tutto e con tutto, senza mai perdersi, perché si è quel tutto.

 

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mi somigliano le mie parole
strette, dismorfofobiche
nella mischia del mondo
sempre in lizza per la distruzione
nessuna fenice, magari compostaggio
o un tocco di velata mancanza
a farmi scrivere rifrazioni.

*

i contenuti non diversi, a volte la forma,
la parola nel lavoro fisico – non c’è voto
che non abbia visto compiersi nel pugno
stretto nei denti. dove andiamo. che cosa
abbiamo visto o sentito. cosa non abbiamo
guardato o ascoltato. il sonno buio degli
indifferenti. la mezza scatola chiusa e non
conferibile del nostro annoiato scorrere.

da  Manuale di insolubilità, Greta Rosso

.

Il problema qui è entrare  nel testo- stanza quando la porta è aperta ed è della stessa sostanza di quanto lì vi si incontra, per cui il problema è che non sai cosa raggiungere visto che gli oggetti sono fatti di parola e le parole sono gli oggetti, i varchi e le suppellettili che si mostrano dando adito a credere di avere un corpo configurato secondo le indicazioni del loro nome, come a dire:- ma alla fine hanno un nome vero, le cose? Oppure il vetro dietro cui si nascondono le deforma e le rifrange spezzandone l’anima e l’insieme che le compone?-
Manuale di insolubilità di Greta Rosso (LietoColle, 2015), riversa l’isolamento di tutto ciò che ha la sua concretezza e viene a noi con una interpretazione che in realtà la allontana da ciò che è, che ci sfugge. Ci si trova in un rettilario in cui pietre disposte qui e là sono isolari dove mettere in quarantena tutte le parole e i codici cifrati, è strappare le toppe con cui si è fatto testamento ad un moribondo, mondo che si delinea defilandosi tra righe evase dalle proprie celle. Eppure sotto sotto, dentro quello sfascio continuo di storie sonnambule senti le cellule di Greta Rosso friccicare, come due capi della corrente che vorrebbero produrre il cortocircuito e innescare la scintilla illuminante e fanno tremare qualcosa anche dentro di lei, non fosse che un filo rosso di rabbia in alta tensione, quella che produce per scandagliare lo scandalo della perdita, la poesia che perde se stessa, la sua con-vincibilità, rendendosi solubile e per questo introvabile, in-com-prensibilmente nel solvente della mente che tutto allaccia e scioglie, in una gerarchia di umori chiusi in un comune stabile: la pro(v)visorietà e l’imprevedibilità della vita di cui si nutre comunque. Mi domando se anche il nostro sistema corpo-reo, la rete del sangue, lo scheletro, la sostanza delle ossa, e tutto quanto ci regge sia anch’esso, alla fine insolubile rispetto all’altra componente che si annida nel verde vescica di un piccolo organo, la cistifellea, detta anche colecisti o vescicola biliare, la visica fellea, che aiuta la digestione immagazzinando la bile prodotta dal fegato, e spesso smandolina una musica fallosa dalla sua piccola mandorla facendosi sentire l’insolvibilità dei suoi legami.Certo si può eliminare e si può vivere senza, come si potrebbe vivere senza la parola e allora, mi domando, perché scrivere un libro, addirittura più d’uno, per sverginare qualcosa che non si lascia prendere?

 

un complesso sistema di eventi intempestivi
le lacerazioni accurate a sentenziarne la lontananza
le separazioni concatenate, devastanti, definitive
l’avvicendarsi crudele di offerte fittizie e impraticabili

era un piano inclinato che fuorviava allontanandosi dalla vetta
era la vetta vietatissima, desiderabile e increata.

*

atti colmi di logica e privi di spiegazione
come i lividi bluastri sulle cosce in estate
l’ansia feroce dei pomeriggi, lunghi al capo
dolente, col sonno che pressa e non passa
– partorì, in agosto, un’idea di tempo instabile
mi tolse il padre e mi diede il temporale a
tuonare fra le mani –
tratteggio una mappa delle mia pelle.

la galassia non conviene, resto analitica,
coerente e impraticata.

*

sulle porte azzurre inchiodiamo
il mosaico dei giorni
ormai è difficile notare la differenza
fra vecchio e nuovo
le spore che ci assegnano irritazioni
a livello superficiale
non è lo stesso materiale che
compone gli occhi, non è
assembrare le ansie adiacenti,
non è essere più o meno
in gamba. piccoli e pratici. oppure
destinare le forze a problemi minori.

talvolta chiudiamo le finestre e da dentro
guardiamo l’ombra del nostro capo
sul cortile. è l’ennesima dimostrazione
che il giorno non muore. ma noi
lo seppelliamo.

*

tutto è materia allora cosa dire dei sentimenti
del loro schiantarsi e continuo cambiar massa
fosse vicina la morte definitiva ma sia mai
sempre comparsi e scomparsi e ricominciati
luce del più nero e buio di ogni giorno.

mai uguali e indistruttibili.

*

i miei amori molto stanziali
calcolati annualmente
sulla base di rinunce e disastri
i miei amori fratti, morbosi,
talora persino morosi, in totale
disfacimento e conservati sotto
formalina, i miei amori
autoimmuni, affetti da morbi
esotici e rari o cronici e raffreddori,
i miei amori ostrica terrorizzati e assenti nell’angolo della notte,
quando mi sveglio e non conosco
il mio letto né il mio nome.

 

jiwoon pak

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E dopo questo pellegrinaggio nelle suburbane metropoli della parola prendo la direttrice della verticale, dipende tutto da dove si esegue questa operazione, e m’incammino nel tratto lucido della parola di Maddalena Lotter, attraversando il suo  VERTICALE,  Collana pordenonelegge.it, LietoColle Editore.
Mi addentro in luoghi di cui sento odori, rumori, voci, sento di ognuno l’addensarsi tranquillo dei corpi, gli uni accanto agli altri in un’attesa che li mantiene coerenti. L’apertura è la prima freccina della mappa, riporta le notizie con cui percorrerla. E si sa subito dove ci si trova, un luogo preciso che abbiamo di certo conosciuto tutti, anche se non c’è il nome riportato, se non alla fine, come fosse un richiamo ad un luogo conosciuto in poesia, come di fatto accade anche ora. Ma non ci sono i cipressi che alti e schietti se ne vanno in duplice filar, qui a filare ci sono i cinghiali, come accade anche qui, nel folto dei miei colli, gli Euganei dove i cinghiali si trovano come a casa propria.

 

Notizie

Il signore del posto calpesta le spighe
al suo passaggio è un ritiro di lucertole;
per ogni specie d’albero o arbusto
il suo richiamo
nel vento morbido del pomeriggio.
Anche quest’anno
la fiaccolata che si fa ogni anno.
Una notte invece i cinghiali
hanno mangiato tutti i meloni dell’orto,
se ne parla a Bolgheri e a Castagneto.

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Subito dopo (something) more, le more che ci portano dal basso in alto di una precisa scalata al tempo dove si perdono le cose che contano, scomparse in un imbuto, quello del tempo appunto, che si è ingoiato luoghi e persone.

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More

I piccoli volevano andare alla secca delle more
che si chiama così perché c’era un torrente.
Ora bisogna badare agli scorpioni,
camminare con il bastone avanti
nel deserto di scheletri d’insetto.
Ma i piccoli sono diventati padri
e alla secca non ci va più nessuno
non si raccolgono le more nel roveto,
non è nemmeno un cimitero
ormai forse è scomparsa in un imbuto.

Eppure, ogni volta l’autrice riprende il filo del discorso, riprende di fatto qualcosa di sé e lo riannoda al mondo, che alla fine è un macramè che non abbaglia né per toni né per colori sgargianti ma per disegni in cui il filo, torcendosi, incuneandosi nel nodo, segue percorsi che non sono mai del tutto abbandonati, mai del tutto scordati e mai appartengono solo a se stessi o solo agli altri. C’è sempre una ricucitura, vista nella breve sospensione di una specie di miniatura, che produce un innesto tra un prima e un poi, tra un io e un altro, tra il filo di una vita che è propria e quella degli altri, quasi accorgendosi che quello che sembra un disegno casuale è invece la causale di uno svolgimento davanti a cui l’autrice si stupisce della possibilità di coglierlo in un attimo, brevissimo ma fulminante.

da VERSO DOVE. UNA VITA NORMALE

 

Lasciarsi fare, affidarsi;
perché venga giorno ogni giorno
e non si disperdano i pezzi,
rimpicciolire ad occhi chiusi
nell’abbraccio di un uomo
che mi solleva dall’incarico.

*

Quello che faccio è organizzarmi
la giornata la mia minima sicurezza;
a qualcosa si deve pur credere
e per forza almeno il domani sarà
come ho deciso, sveglia presto
e a letto mai dopo le due:
una vita normale
per non diventare matti
di quel mistero che fa sragionare,
che io sono io e non un altro.

*

Mi trovo in una sala d’attesa
e il numeretto di carta in mano,
fra poco tocca a me. Una donna
mi guarda con la testa tremula
e un leggero tic nervoso dell’occhio,
– tocca a tutti – mi conferma.

 

La magia dello stupore vive nell’ora, dove ogni cosa convive con tutto e noi possiamo, se solo rallentiamo, come accade in questi versi dal passo morbido, lasciarci abitare, in maniera discreta, con la possibilità di ascoltare e parimenti osservare o immaginare un mondo come noi in attesa di essere conosciuto, attraversato in un sentiero che è arrampicata, in cui il silenzio è l’artefice dei paesi che si tracciano nell’intimo nostro, sguardo,  in una misura che è il nostro luogo-corpo profondo.

fernanda ferraresso

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cover gris de luna

Rita Gusso, Gris de luna– Campanotto Editore 2013

 

cover Manuale-di-insolubilità

Greta Rosso,  Manuale di insolubilità -LietoColle Editore- Collana Pordenone legge

 

cover-Lotter-

Maddalena Lotter, Verticale -LietoColle Editore- Collana Pordenone legge

 

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