A COLPO D’OCCHIO: Aperture senza via d’uscita- Silvio Lacasella

william turner – the shipwreck

William Turner 'The Shipwreck'

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Sollecitato dall’ansia di chi lo abita, il tempo sembra abbia imparato a sovrapporre il proprio battito – scandito dai ritmi della natura – ad un altro battito, e ad un altro ancora. Così da formare all’interno dello spazio e del pensiero, più che un ritmo, una disorientante aritmia.

Forse, è anche questo il motivo per cui l’espressione artistica, pur di non restare imbottigliata nel traffico visivo e sonoro formato da ciò che la circonda, tende a delimitare sempre più i confini della propria ricerca. In pratica, essa pare stabilire in anticipo in quali territori avviare l’esplorazione, rendendoli accessibili solo a chi dimostra assoluta fedeltà e senso d’appartenenza. Questo sorprende, poiché contemporaneamente si va allargando la pluralità dei linguaggi e, al contempo, si va assottigliando, giorno dopo giorno, il confine tra le arti: video, cinema, fotografia, parola recitata, parola scritta, parola cancellata, il gesto che diviene performance, l’oggetto sottratto dal vivere quotidiano e trasformato dall’idea in istallazione, il suono che diviene colore e molto altro ancora si intreccia, si innesta, si “contamina”.

Tutto ciò che può, trasformandosi in motore economico, fiorisce e sfiorisce con impressionante velocità. E’ persino ancora permesso usare i pennelli e dipingere. Dopo aver detto con Gombrich che: “l’arte è il miglior mezzo per esprimere individualità, purché un artista abbia un’individualità da esprimere”, è opportuno tener presente una cosa ovvia: l’insieme di queste individualità restituisce visivamente e in modo molto fedele il caos esistenziale nel quale siamo immersi e del quale siamo in parte complici, più o meno volontari.

Viene da pensare che sia proprio la mancanza di una strada maestra in direzione della modernità, essendo essa, appunto, formata da un intreccio di espressioni contrastanti, l’elemento caratterizzante dell’esperienza contemporanea. Questo aspetto contiene un suo aspetto positivo. Mai, infatti, l’arte è stata così vicina a chi la vuole incontrare, a chi la vuole comprare, a chi vuole scriverne, a chi la vuole esporre. Eppure, nel momento in cui ci si avvicina con passo meno leggero, la sensazione che ci accompagna è lo smarrimento. Uno smarrimento non certo provocato dall’abbondanza dell’offerta, ma da quello che percepiamo essere il suo meccanismo interiore: il mercato. Un disagio inespresso, spesso mascherato da una sorta di sipario calato durante lo spettacolo. Tutto e il contrario di tutto può trasformarsi in avanguardia. Tutto e il contrario di tutto penetra nei pori dello sguardo. Al punto che non è azzardato sostenere che persino ciò che non ci appartiene, diviene parte integrante di noi stessi, non fosse altro che per effetto di contrasto, come la notte è debitrice del giorno.

Succede anche a chi insegue interiormente poche voci importanti. Esse contengono l’eco di altri suoni e di altre, martellanti e non più lontanissime, voci. In sostanza, quella che oggi vediamo, visitando musei e mostre in quantità stordente, potrebbe essere un’unica, enorme opera.

Lo scrivo facendo forza su me stesso, poiché ho sempre avuto fiducia assoluta nel valore singolo dell’esperienza artistica. Quindi spero di essere in errore. Però, purtroppo, ciò che non vorrei è presto verificabile: nel momento di maggiore libertà espressiva si è ristabilito un preciso rapporto con la committenza, anche in assenza di precisi committenti. Chi può aprire le porte alle grandi manifestazioni espositive, sorrette da un gigantesco apparato mediatico, veicola il gusto. Se non per questo, per quale altro motivo una crescente quantità di artisti, di critici, di galleristi, di illuminati collezionisti, anziché tentare di allargare l’orizzonte visivo per individuare l’origine delle proprie emozioni o delle proprie inquietudini, scavano con foga profondi fossati per creare uno stacco? Semplice, lo fanno per creare una divisione netta tra il bene e il male, tra il positivo e il presunto negativo. Un fiero e inviolabile isolamento. un’unica verità. Ed ecco che l’assoluta libertà si trasforma in solitudine, come se tutto il resto, che pure questo meccanismo ha creato, non esistesse.
E’ incredibile l’arroganza con cui decidiamo ciò che ci riguarda o non ci riguarda” scriveva Elias Canneti.

Sono, queste, non altro che riflessioni a voce alta e testa bassa, mischiate ad  altre a testa alta e voce bassa, in attesa di capire meglio.

Silvio Lacasella

 

 

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2 pensieri su “A COLPO D’OCCHIO: Aperture senza via d’uscita- Silvio Lacasella

  1. nell’arte come nella vita quando qualcuno emerge te ne accorgi, è proprio nella diversità riconoscibile che si annida il talento, in quell’unicità che si deve difendere ad ogni costo per restare se stessi. Ciao!

  2. Sono d’accordo, anche se, nell’arte come nella vita, non sempre chi emerge rappresenta punto di riferimento positivo.

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