CRONACHE DI POESIA- Quaderni a cura di Loredana Magazzeni e Carlo Bordini : Australia, Byron Bay. 14° WRITERS FESTIVAL. Reportage di Anna Zoli

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Il 14° Writers Festival si è svolto a Byron Bay, in una zona verde con campo da golf a pochi minuti dalla spiaggia, dal 6 all’8 agosto 2010, come ogni anno, ma i workshops collegati col Festival sono iniziati il 2 agosto in varie sedi. È organizzato dal “Northern Rivers Writers’ Centre”, Associazione degli scrittori del Northern Rivers, di cui fa parte anche il gruppo locale dal nome ironico ‘Dangerously Poetic’ (Pericolosamente Poetico) che è stato il mio aggancio per partecipare. Ne avevo conosciuto la fondatrice Laura Jan Shore, poeta di origine statunitense, ma di recente naturalizzata australiana, pluripremiata e ampiamente riconosciuta,  nel 2005,  alla presentazione di una loro antologia al Community Centre di Byron Bay. Abbiamo subito simpatizzato sulla base di esperienze comuni, come quella, appunto, di scrivere poesia e di fare parte di un gruppo (nel mio caso il Gruppo ’98 Poesia). Devo dire che mi ha sempre sorpreso l’ammirazione e l’interesse che  suscita da queste parti l’Italia e tutto quello che è italiano, dalla musicalità della lingua, al cibo, all’abbigliamento, ecc.

Questo gruppo, pur non escludendo a priori gli uomini, in realtà è composto da circa dieci donne ed è affiancato dalla casa editrice che porta lo stesso nome “Dangerously Poetic Press” e che ricorrentemente pubblica una piccola antologia che raccoglie le voci poetiche più significative della zona.  Sensoria, che esce nel 2004, è una di queste. Scorrendo questo piccolo libro (non raggiunge le 100 pagine) si nota che ricorrono i temi comuni alla poesia in tutto il mondo (rapporti, affetti, malattie, natura, ecc.), ma con una presenza preponderante della natura sia come tema che come metafore, caratteristica non sorprendente, vista la potenza straordinaria della natura australiana sia nel paesaggio che nella fauna.
Non fanno eccezione le poesie di Laura Shore, da me tradotte e poi pubblicate sulla rivista Le Voci della Luna (n.35) nel luglio del 2006. C’è però, nel suo caso, un’accentuazione del tema, derivata dalla sua esperienza personale. Laura infatti, di recente diventata australiana, esprime sì, una forte immedesimazione con la natura, ma l’uso che ne fa è particolare. La natura, nello specifico la terra, diventa l’ elemento base di integrazione per superare lo spaesamento linguistico/simbolico e il senso di inadeguatezza che colpisce comunque chi cambia completamente dimensione spaziale, anche se è predisposto all’accettazione. E l’accettazione arriva per immersione totale: affondando le mani in questa terra lontano da casa…. per farla mia.
Tornando al festival, noto che, come spesso succede anche ai festival nostrani, gode di parecchi sponsor, ma dei nove diversi logo che appaiono sul programma, riesco a individuare  solo quelli dell’Università della Croce del Sud, dell’associazione NSW Community Arts, della stazione radiofonica ABC North Coast e del giornale locale Northern Star.
Il tema di quest’anno è promettente: “Words without Walls”, parole senza muri, (l’attualità sembra incombente!!!). Ma nel programma si legge, traduco letteralmente: ” il festival accoglie scrittori di tutto il mondo, ma tuttavia ancora una volta, il cuore del programma rimane orgogliosamente australiano (sic!)”. In compenso, ci sono voci nuove e voci affermate in tutti i campi del pensiero: dalla sociologia, alla filosofia, al giornalismo, al cinema, teatro, poca poesia, ahimè!
Chi ha potuto fare confronti con le edizioni precedenti, come le componenti del gruppo “Dangerously Poetic” ha potuto notare un fenomeno di progressiva marginalizzazione della poesia nell’ambito dei festival, fenomeno che è andato sempre più accentuandosi, specie nell’ultimo anno.

Ne ho poi scoperto la ragione, che spiegherò in seguito

 

 

 

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Attenzione!!A differenza dai nostri festival, partecipare come pubblico costa! Infatti, mentre per la sessione di poesia, a cura del gruppo “Dangerously Poetic” in sede distaccata, in cui ho letto a due voci una poesia dall’antologia Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, Sasso Marconi, 2009), non ho pagato, per il resto del festival sì. Ho preso un biglietto per il primo giorno, il venerdì, a 95 $ australiani (circa 70 Euro) – sconto studenti 80 $. Per tutti e tre i giorni, partecipare costava 210 $… e ci ho rinunciato, anche perché ho considerato che non ce l’avrei fatta a prendere appunti in italiano per tutto il tempo, con traduzione simultanea dall’inglese.

Nota ecologica: quattro giorni prima dell’inizio del festival, tutti coloro che hanno comprato il biglietto via internet, compresa io (tramite mia figlia), hanno ricevuto una mail con l’invito a portare con sé la propria bottiglietta d’acqua riempibile, per pochi spiccioli, con acqua depurata offerta dall’acquedotto di Cape Byron.

Questo, era specificato, per evitare la montagna di bottiglie di plastica che sarebbe necessaria per soddisfare le necessità di tutti i partecipanti. Bisogna dare atto che c’è una grande attenzione all’ambiente in Australia, anche nelle piccole cose, che poi tanto piccole non sono!

La mattina di venerdì 6 agosto, alle ore nove circa, incoraggiata dalla bella giornata di sole con vento fresco, ho inforcato la bici e ho raggiunto la sede del festival, distante una ventina di minuti dalla casa di mia figlia, situata in Sunrise Boulevard (un bel nome che corrisponde ad una felice esposizione a nord-est!).

L’ambientazione, con le dovute differenze di prati verdissimi e vegetazione rigogliosa, mi è apparsa simile a quella della Festa dell’Unità italiana per i quattro stand (detti Marquee), la libreria, due ristoranti, la gente che, a gruppetti, va in cerca dell’iniziativa che interessa. Alcuni giovani sono già distesi sui prati  (doverosamente transennati) con vicino bottiglietta d’acqua d’obbligo e sacco a pelo – per fortuna poche le bottiglie di birra, che sono invece la piaga della gioventù australiana. Attorno ci sono ampi parcheggi – giustamente, visto che qua lo spazio non manca!
All’ingresso due impiegate sorridenti mi indicano dove parcheggiare la bicicletta.

Scegliere fra i vari e variegati argomenti, temi e conversazioni in programma, fra cui anche svariate presentazione di libri, non è facile: politica, editoria, problemi ambientali, cambiamenti climatici, rapporto fra lettura e scrittura, storie di resistenza e sopravvivenza di donne a Timor Est sono solo alcuni dei temi proposti.

Dò la priorità alla poesia, e mi dirigo allo stand Macquarie Marquee, dove mi hanno detto sia prevista, insieme ad altri tre ospiti (fra cui solo un uomo), una brava scrittrice e poeta, Cate Kennedy.

 

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Il pubblico è folto, composto prevalentemente da anziani, qualche handicappato in carrozzina ma, guardando meglio, anche molti giovani, seduti sull’erba. Ci si può sedere sia al sole che all’ombra, ma è difficile comunque trovare una sedia, perché è strapieno.

La brava poeta – simpatica e d’aspetto dimesso-  non legge poesia però, come speravo, magari solo una piccola!, ma discute brillantemente con gli altri il tema “Creare personaggi autentici arricchendo il quotidiano con lo straordinario” – intervallando la discussione con la lettura di brani di un suo racconto, molto piacevole, pieno di umorismo applicato alla vita quotidiana, che provoca frequenti risate sonore fra il pubblico.
Ho notato, anche negli altri ospiti, la ricerca di un contatto diretto col pubblico e l’abilità nel fare battute spiritose, prendendo in giro soprattutto se stessi.
Alle 10.30, fuori programma, vengo a sapere da Laura Shore (l’amica poeta del gruppo Dangerously Poetic, che finalmente ho incontrato) che alla Chat Room (un piccolo stand per fortuna lì vicino) c’è la presentazione di un’antologia poetica: The Green Fuse, dove anche lei è inclusa (il titolo è una citazione di un verso di Eliot).

Mi precipito per prendere un posto in prima fila, ma trovo lo stand quasi vuoto – praticamente ci sono solo coloro che devono leggere e sono tutte donne – come spesso succede anche da noi.
Sono delusa dalla scarsa attenzione data alla poesia (di cui ancora ignoro la ragione) – un fuori programma con nessuna pubblicità non può raccogliere alcun pubblico, mi dico rassegnata e mi accingo all’ascolto.
Introduce Peter Bishop, direttore creativo della Casa degli Scrittori di Veruna, persona apparentemente un po’ apprensiva e nevrotica (cosa rara da queste parti), ma apprezzabile per il lavoro che fa di “scopritore di talenti”, attraversando ogni anno l’Australia in lungo e in largo in cerca di voci, anche se sconosciute, ma meritevoli di pubblicazione. Ha pubblicato anche testi di scrittori aborigeni (cosa ancora più meritevole, perché poco diffusa – forse una forma assimilabile a quello che noi intendiamo per “resistenza creativa”?)
Leggono a turno le poete presenti, inserite nell’antologia. Tema comune il quotidiano e la vita familiare, ma anche, molto frequentata, la guarigione dopo il cancro –  penso a quante trasmissioni conversazioni e dibattiti radiofonici ascolto ogni giorno su questo argomento (a casa non abbiamo televisione).
Sento in alcune un forte accento Aussi (diminutivo comune per Australiano), che non mi piace, specie in poesia, e disturba un po’ il mio orecchio di ex insegnante di inglese, educata all’Oxford English – ma qua in giro si sentono gli accenti più svariati: americano, neozelandese, asiatico, indiano…italiano ecc. e.. bisogna imparare a non farci caso.
Fa eccezione la perfetta pronuncia e l’ottima dizione di Kathrin Reading,  non a caso ex attrice, attualmente insegnante di yoga e abitante a Byron Bay, quindi una “local”, come si dice qui, che legge una sua bella poesia riguardante aspetti di vita quotidiana.

Nota di colore: ogni tanto si sente il verso di un uccello tropicale.
Nota personale: pare che Kathrin Reading anni fa si sia ispirata, per una sua poesia, a una “Valentina”, ragazza italiana che l’ha colpita per la sua vitalità e vivacità (che poi è risultata essere mia figlia!).

Nel frattempo l’apprensivo e nervoso Peter Bishop si è scusato e se ne è andato per presenziare a un altro stand, lasciando le redini di questo a Kathrin. Ecco, forse, la ragione del nervosismo, ecco la fretta.

Scopriamo, con disappunto, che, quasi contemporaneamente, infatti, è previsto un altro incontro (questa volta ben evidente in programma), con un titolo accattivante “Three poets went into a bar” (tre poeti sono andati al bar) a cui però nessuna delle presenti partecipa. Non sappiamo quindi se si è trattato di una conversazione o di una lettura vera e propria. Anche la televisione ABC, annunciata presente, invece non c’è. Pare che sia arrivata a lettura finita, ma abbia fatto in tempo a intervistare alcune poete – mentre io ero già andata via.
Serpeggia un dubbio: è stato un errore dell’organizzazione o un intenzionale attacco alla poesia? La seconda ipotesi sembra la più probabile, visto che da quando ha preso in mano la direzione del festival Jane Caffin, (una tipa dai capelli rossi cortissimi, tipo punk) la poesia è stata marginalizzata  ogni anno di più. Ma è solo un’ipotesi.
A questo punto compro l’antologia e mi unisco alle amiche di “Dangerously Poetic” (che sento vicine per motivazioni e scopi) per una pausa e uno spuntino. Il cibo è buono e multiculturale, come del resto tutto qui.  L’antologia evidenzia un approccio pragmatico alla poesia, che si esprime con un’attenzione attenta e lucida per i dettagli attraverso i quali si dipana il discorso poetico, caratteristica che mi sembra comune a tutta la cultura australiana.

Interessante la conversazione, che inizia alle 14 in punto, presso lo stand dell’Università della Croce del Sud (SCU Marquee) sull’importanza dei luoghi in narrativa e poesia. Fra i quattro ospiti – un cinese, uno di origini cecoslovacche, uno di origini arabe, c’è anche un’aborigena, Judith Beveridge, appartenente alla cosiddetta “stolen generation” (uno dei peggiori soprusi subiti dagli aborigeni da parte dei colonizzatori – bambini piccoli sottratti alla famiglia di origine e adottati da qualche famiglia anglosassone). Racconta di aver ritrovato la sua città natale solo dopo quindici anni. Tutti e quattro sono accomunati dal dolore per la mancanza di una “patria di origine conosciuta” (sense of place)  e dalla grande risonanza che sentono per elementi del paesaggio quali acqua, luce, vento, spazio, silenzio, oscurità.  Qualcuno mette in evidenza quanto sia importante “rallentare” per captare il “genius loci”.

Per distrarmi un attimo guardo in giro e in quel momento vedo passare un aborigeno con macchina fotografica a tracolla e un giubbotto con la scritta provocatoria, ma vera, “First Australian” (Primo Australiano) e subito dopo un’anziana signora con cappello di paglia e carrozzella con tanto di bandierina (se ne vedono spesso in giro anche per il paese).

Altro argomento molto sentito e interessante è l’identità e i clichè culturali. Se ne parla verso le 16 allo stand ABC3 riconoscendo come molto diffusa l’“identità fluida fra due culture”.  Akmal Saleh, un egiziano sposato con un’australiana, cresciuto in una comunità cristiana ortodossa, in cui “viene usato il crocefisso contro tutto, anche contro le zanzare” parla animatamente, come fra amici, usando espressioni anche triviali come “diploma di fucking idiot”, riferendolo però a se stesso.

Mohezin Tejani, proveniente dall’Uganda, poi passato in India, parla del trauma dei rifugiati, del perdere la casa, la famiglia, il paese e conclude: “non voglio nessuna cultura in particolare, voglio la mia che mi sono costruito nella vita con le mie esperienze e i miei viaggi, mi sento “global citizen”, cittadino del globo, con un’identità globale”. Anche Randa Abdel, giovane musulmana australiana, dichiara che tutti i clichè culturali sono dannosi, soprattutto per le giovani donne e, nel suo romanzo “Dieci cose che odio di me”, si dice stanca di cercare la sua identità.

A quel punto mi accorgo che siamo rimasti in pochi:  molte persone si sono alzate e sono affluite da varie parti verso lo stand centrale – guardo nel programma e vedo che è già in corso una conversazione su un tema che sembra attrarre più degli altri:  “Scrivere di sesso e di cose intime”.

 

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aborigeni e byron bay

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Popoli aborigeni

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Vinco una istintiva e, forse, ingiustificata diffidenza e, spinta dalla curiosità, mi avvio anch’io allo stand – una folla incredibile, nessuna sedia libera, tantissime donne di tutte le età, ma prevalentemente giovani, i pochi uomini, un po’ intimiditi, si contano sulle dita di una mano. Anche sul palco ci sono solo donne: quattro ospiti, tutte scrittrici di libri classificati erotici e una moderatrice. Mi siedo sull’erba e cerco di afferrare qualcosa della conversazione già iniziata.

Una afferma che per lei scrivere di sesso, alla fine, è stato come scrivere di che cosa aveva mangiato a colazione, un’altra legge un pezzo di un suo romanzo sull’amore/sesso dopo il matrimonio, analizzando con un certo umorismo le strategie che una donna deve usare per evitare il sesso, che in genere non desidera, dopo la nascita di un bebè.

Un’altra, che si definisce “ricercatrice e studiosa della pornografia”, è a suo agio a scrivere di sensazioni erotiche sia di donne che di uomini, facilitata in questo dall’aver avuto esperienze sessuali di rapporti a due e a tre, a seguito di una sua lunga relazione con un omosessuale maschio – ma critica la pornografia su internet e su certi giornali in quanto non reale, non autentica, troppo levigata, e rivendica la presenza di donne più reali.

Una ventata di femminismo pare arrivare con un’altra scrittrice, Kathy Lette, molto brillante e disinvolta, arrivata al successo grazie a libri erotico-umoristi, ma, ho poi saputo, di scarso spessore. Dimostra comunque una certa sensibilità nei confronti delle donne, criticando la pornografia che offende il corpo femminile e dichiarandosi molto attenta, nei suoi libri, alla solidarietà fra donne e alla loro dignità.

Una ragazza dal pubblico domanda – qual è il modo migliore  per scrivere di sesso?

Risposta: – essere autentica, onesta, anche ironica, non pensare alle parti anatomiche, ma alle sensazioni.

Devo dire che, complessivamente, l’iniziale diffidenza si è sciolta – nessuna pruderie, nessuna morbosità, nessuna volgarità, ma un sano pragmatismo nel tono serio e professionale di alcune e nella leggerezza di altre.

Nota a margine: quasi la totalità dei pochi uomini presenti sono sgusciati via nel corso della discussione – solo uno ha resistito stoicamente, inchiodato dagli sguardi della compagna.

Mi sono chiesta perché in generale agli uomini non piaccia sapere come vivono le donne il sesso e…mi sono anche data la risposta…
Alle 17 gli incontri proseguono, ma il sole sta calando e io sono in bici, quindi per il momento chiudo. Ma non è finita, perché alle 19.30, al Community Center,  -al centro del paese-  è  prevista, finalmente, la serata dedicata alla poesia, attesissima da chi desidera ascoltare i grossi nomi di poeti invitati al festival. L’ingresso è gratuito solo per chi ha comperato il biglietto di tre giorni e quindi io, che ho il biglietto per una sola giornata, dovrei pagare i miei 20 $ per entrare ma, grazie alla mia precedente performance con D. Poetic, entro gratis.

Grande sala, pubblico foltissimo, telecamere, qualche signora elegante (rarissima da queste parti dove esiste solo il casual), ricco buffet in una saletta attigua, insomma tutto fa sperare bene.

Ma – sorpresa –  i grossi nomi se ne stanno seduti fra il pubblico, mentre sul  palcoscenico si dimena un ragazzo di colore, Omar Musa, che, bravo nel suo genere, fa il rap ritmato dai tamburi e, fra un rap e l’altro, presenta gli ospiti, prevalentemente asiatici, ma, mi è parso, non di grande livello.

Dopo un ragazzo di Singapore che legge in maniera soffice versi riguardanti componenti della sua famiglia, è la volta di una ragazza aborigena, molto naive, con una specie di filastrocca a rima baciata che parla di natura.

Uno scroscio di applausi accoglie Maria van Daalen, poeta olandese multiforme e poliedrica, dall’aspetto androgino, famosa in Olanda per i suoi corsi di scrittura creativa all’Università di Amsterdam e per sperimentazioni linguistiche ed editoriali – scrive in olandese e traduce poi in inglese.

Io rimango perplessa quando, dichiarandosi sacerdotessa Vudu, canta una specie di mandala accompagnandosi con campanellini, per “aprire le porte agli spiriti, in particolare allo spirito della lingua”. Onestamente, anche per come legge con forte pronuncia olandese e per i contenuti del tutto visionari dei testi,  non vedo la ragione dello scroscio di applausi. Ma metto in conto di essere io a non essere in grado di capire…

 

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Per reazione, ascolto con più attenzione il rapper di colore e afferro alcune parole di critica rivolte al sistema australiano troppo protezionista nei confronti degli immigrati (e ancora di più dei rifugiati), parole che fanno alzare il livello del mio interesse, mentre sembrano lasciare indifferente il resto del pubblico.

E qui butto là alcune considerazioni generali, che però mi sembrano pertinenti. Ho notato che la contestazione, la protesta, la critica “contro” (come la pratichiamo noi) non è molto diffusa, né in poesia né, per quanto mi risulta, in altre forme espressive. Al massimo si parla di problemi ambientali, che, con l’attenzione che c’è per la natura, sono indubbiamente molto sentiti.

L’approccio pragmatico alla vita e all’arte, tipico di questo paese di stampo anglosassone, fa sì che, quando i problemi ci sono, vengano discussi, e in genere risolti, nelle opportune sedi e, se non sono risolvibili, non ci si soffermi troppo su di essi – si privilegiano magari, forme di protesta “in positivo”, come l’impresa in canoa compiuta da un gruppo di ragazzi qualche tempo fa per dimostrare che non è comunque facile approdare sulle coste australiane!

La serata, tutto sommato abbastanza deludente, si conclude con la presentazione dei vincitori del premio indetto dalla casa editrice Picaro Press (nome che non ha niente a che fare col genere picaresco) che, almeno dal mio punto di vista, presenta degli aspetti interessanti. La piccola casa editrice, infatti, oltre a indire annualmente un concorso, ha come suo scopo principale quello di incentivare la buona poesia australiana, ristampando e rimettendo in circolazione quei libri che, pur di valore, rimangono poco tempo sugli scaffali delle librerie e vanno in breve fuori catalogo –  “tutto il mondo….” mi viene naturale pensare!

Fra i vincitori c’è Max Ryan, anziano poeta del luogo, molto apprezzato e molto conosciuto in quanto cofondatore di Dangerously Poetic Press, che legge un suo lungo testo sulla sua recente guarigione da una grave malattia (ictus, credo). La poesia di nuovo nella sua funzione di “resistenza creativa”?

Il momento del buffet, con le sue chiacchiere e con lo scambio di idee, mi svela il mistero di questo “attacco alla poesia”, strisciante ma evidente, per chi può fare il confronto con gli anni precedenti.  Ho la conferma che la direttrice del festival, la signora dai capelli rossi sopra menzionata, ha dichiarato apertamente, anche se non ufficialmente, che la poesia non le piace proprio, ad eccezione del rap! Ecco spiegata la presenza del pur bravo rapper tuttofare di cui sopra!

Vengo anche a sapere che la stessa signora lascerà l’incarico e che l’anno prossimo ci sarà una nuova direttrice, che promette di essere più equilibrata. I cuori poetici si aprono alla speranza…ma io l’anno prossimo non ci sarò a testimoniare il cambiamento. Peccato!

Chiederò naturalmente di tenermi informata alle amiche del gruppo Dangerously Poetic, che, come impostazione di fondo e scopi, sento le più vicine. Si può verificare sul loro sito: www.Dangerouslypoetic.com

La lunga giornata è finita.

Mi danno un passaggio a casa sotto un cielo nero (c’è scarsa illuminazione stradale),  illuminato solo da stelle grosse e brillanti come da noi qualche volta in montagna. Ma qua, dove non c’è inquinamento, un cielo così è normale, come è normale vedere la Croce del Sud invece della Via Lattea.

Anna Zoli

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Anna Zoli  da anni si occupa di volontariato culturale pubblicando poesie, recensioni e racconti su giornali, riviste e antologie e facendo ricerca sulla scrittura delle donne con il Gruppo ’98 Poesia di Bologna. Per alcuni anni si è avvicinata al teatro ideando e partecipando alla realizzazione di spettacoli multimediali di poesia, musica e danza come Cangianti Umori (1999); poesia, musica e canto come Un Filo di Blues, nell’ambito dei progetti di Bologna 2000. Tra i volumi di poesia si ricordano Punti di fuga (Albatros, 1988) La Linea oltre la quale (Ponte Nuovo, 1994), Cangianti Umori (Gabrieli, 1998). Il racconto lungo Diario di una statale inquieta, ha ricevuto il primo premio al premio nazionale “Riccione” nel 1991. Nella raccolta poeticaSpaesamenti (Giraldi, 2008) è incluso il diario in versi Ballata dall’Australia, dedicato alla figlia che vive in Australia.

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Un pensiero su “CRONACHE DI POESIA- Quaderni a cura di Loredana Magazzeni e Carlo Bordini : Australia, Byron Bay. 14° WRITERS FESTIVAL. Reportage di Anna Zoli

  1. Grazie, Anna Zoli, per questo inaspettato e originale ritratto della poesia in Australia, con le sue punte di forza e di popolarità e le sue contraddizioni, ci sarebbe da parlarne ancora, assieme… grazie di cuore

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