A COLPO D’OCCHIO- Milano. Giotto a Palazzo Reale – Silvio Lacasella

mostra Giotto Milano

giotto di bondone e aiuti (Colle di Vespignano 1267 ca. – Firenze 1337)- trittico stefaneschi, lato raffigurante la Crocefissione di San Pietro, Cristo in Trono e la Decapitazione di San Paolo e nella predella Madonna in trono con angeli e discepoli, tempera e oro su tavola con cornici dorate, 1320 ca., Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana

Giotto di Bondone e aiuti (Colle di Vespignano 1267 ca. - Firenze 1337), Trittico Stefaneschi, lato raffigurante la Crocefissione di San Pietro, Cristo in Trono e la Decapitazione di San Paolo e nella predella Madonna in trono con angeli e discepoli, tempera e oro su tavola con cornici dorate, 1320 ca., Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana, inv.40120

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Giotto, Trittico Stefaneschi. Particolare lato anteriore

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Non vi sono cieli azzurri a Milano. Prevale l’oro,  nella pur bellissima mostra allestita a Palazzo Reale, dedicata a Giotto, negli stessi spazi dove negli anni finali della sua vita (attorno al 1335-36) l’artista eseguì per Azzone Visconti una serie di dipinti murali oggi purtroppo perduti. Mostra  pensata per accompagnare le settimane conclusive dell’Expo ma, a differenza di altre, studiate per trovare collegamenti diretti coi temi della nutrizione e dell’alimentazione (a Verona, “Arte e vino”; a Brescia, “Il cibo nell’arte”)  ha forse involontariamente presentato l’artista che più d’ogni altro ha “nutrito” e “alimentato”  l’intero corso della pittura europea: Giotto di Bondone, appunto (Vespignano, 1267 circa – Firenze, 8 gennaio 1337).

Per l’occasione i due curatori, Pietro Petraroia e Serena Romano, sono riusciti a raggruppare quattordici opere, un’enormità per Giotto. Anche perché, tra queste, compaiono alcuni polittici di straordinaria bellezza, valorizzati nel percorso grazie ad un allestimento impeccabile, sobriamente “francescano”, studiato da Mario Bellini: quello di Badia, prova altissima della prima maturità, ora alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Per non dire dei polittici di Santa Riparata, di una decina d’anni successivo (giunto da Santa Maria del Fiore) e Baroncelli, databile agli inizi del 1330, per l’occasione riaccostato alla cuspide della parte centrale, raffigurante l’immagine di “Dio Padre”, inopinatamente segata nei secoli successivi  pur di incastonare il dipinto in un’unica cornice. Non manca il polittico di Bologna (1332-34), solitamente custodito nella  Pinacoteca Nazionale.

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giotto- polittico baroncelli- particolare Incorornazione della Vergine

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Però, all’emozione si aggiunge incantato stupore quando il visitatore percorre l’ultima sala, nel momento in cui incontra uno dei massimi capolavori: l’imponente polittico Stefaneschi (secondo decennio del Trecento), in origine collocato sull’altare maggiore della Basilica di San Pietro, in Vaticano. Dipinto in entrambi i lati (come il polittico di Santa Riparata peraltro) per essere visto non solo dai fedeli, ma anche dai canonici officianti, durante le funzioni religiose.  Esso fu realizzato da Giotto con l’aiuto di fidatissimi collaboratori di bottega, quando, probabilmente per la seconda volta, si recò a Roma, chiamato appunto dal cardinale Stefaneschi, per eseguire un ciclo di affreschi nell’abside della medesima Basilica.  Determinante, nella concessione del prezioso prestito, è stato il parere favorevole di Antonio Paolucci, direttore dei musei Vaticani, nelle cui sale oggi l’opera è custodita, nonché a capo del comitato scientifico della mostra milanese (visitabile sino al 10 gennaio 2017 – Catalogo Electa). Dopo sette secoli è la prima volta che esce dal suolo pontificio.

Non vi sono cieli azzurri per una ragione ovvia: a parte qualche frammento salvatosi da muri martellati dal tempo, le opere trasportabili di Giotto sono tutte su tavola. E’ nei grandi cicli dipinti ad affresco,  Assisi prima, Padova e Firenze poi, che il grande artista, dopo aver dato espressività ai volti, dopo aver fatto rifluire il sangue nei corpi, dopo aver ridato significato ai gesti, completerà la sua opera rivoluzionaria, rimuovendo la preziosa, ma vincolante pellicola bizantina, stesa in un tempo senza tempo attorno alle figure proprio per nascondere quello che si riteneva dovesse essere nascosto: elementi superflui e distraenti. Giotto, messo sulla giusta strada come sappiamo da Cimabue, ma non meno da Pietro Cavallini e da Arnolfo di Cambio, sente l’urgenza del rinnovamento. Quelle immagini avevano determinato per secoli un’intimorente via di accesso, imponendo allo sguardo un contatto diretto con i protagonisti della fede, così da aumentare il distacco tra il sacro e la transitorietà dell’esistenza. Era arrivato il momento d’inserire all’interno della composizione le tonalità di un mondo verificabile, reale, quotidiano, fatto di oggetti, di architetture, di prospettive. Fatto di primi e secondi piani, di momenti tra loro molto contrastanti, però anche di passaggi graduali, di sfumature. Un mondo illuminato e reso vivo dalla natura, sia pur sintetizzata per volumi, in una sorta di precubismo spirituale. Un mondo, talvolta, condizionato dal male, ma in altri momenti intensamente azzurro.

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Persi gli affreschi di Milano, persi quelli di Roma, sparite le prove del non breve soggiorno a Napoli, tra il 1328 e il ‘33, chiamato da Roberto d’Angiò,  altro ancora cancellato per sempre, però, quello che rimane, ne testimonia il genio e la grandezza. Basterebbe la sola Cappella dell’Arena a Padova, commissionata da Enrico Scrovegni e terminata in un paio d’anni nel 1305, per porre Giotto ai vertici assoluti della storia dell’arte (in mostra: “Dio Padre in trono” tempera su tavola pensata per la Cappella degli Scrovegni e ora ai Musei Civici).  Andò a Rimini, a Bologna, forse ad Avignone, fu conteso, richiesto da Papi e da regnanti. “Il primo artista ufficialmente viaggiatore”, scrive  Serena Romano nel suo testo in catalogo. Occorre immaginarselo negli spostamenti con a seguito una piccola impresa, fatta di aiutanti e di maestranze come Cimabue, più di Cimabue.

Una lingua nuova, scritta coi pennelli negli stessi anni in cui Dante, la scriverà con la penna. I due si incontrarono a Padova, forse a Ravenna. Il poeta lo stimò al punto da dedicargli alcuni versi nel Purgatorio: “Credette Cimabue nella pittura/ tener lo campo, e ora ha Giotto il grido/ sì che la fama di colui è scura”.  Passa qualche anno e tra le pagine del Decamerone anche Boccaccio lo inserisce in una sua novella, definendolo: “Il più grande pittore che sia mai vissuto”. Ma il giudizio critico più preciso e acuto lo si deve a Cennino Cennini, il quale, nel 1390, scrisse: “Rimuttò l’arte di greco in latino e la ridusse al moderno”. Dall’immagine bidimensionale alla plasticità delle forme, da una rappresentazione dogmatica ad una proiezione spirituale nutrita dal racconto. Improvvisamente, grazie a Giotto, la pittura crea stati d’animo, offrendo all’osservatore la possibilità di riconoscere se stesso in ciò che sta guardando. Nella forza penetrante di un’espressione, nella spontaneità di un gesto, in spazi abitabili o nella sconfinata immensità di un cielo finalmente azzurro.

Silvio Lacasella
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giotto-  palazzo reale

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RIFERIMENTI IN RETE

http://www.mostragiottoitalia.it/it/home.html

http://www.mostragiottoitalia.it/it/mostra.html

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