VI RACCONTO UN LIBRO- Milena Nicolini: Paola Moreali, Oltre il cancello

vladimir pajevic

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Il grande convocato di pietra è il tempo. Già la dedica-exergo lo pone a capotavola: ”Alla mia famiglia del prima del mentre e del poi/ alla mia casa/ al giardino oltre il cancello/ alla pigna di gesso gigante”[i]; ma non si pensi ad una sorta di ripasso memoriale  della propria vicenda. Se c’è un ritorno  a quelle “mani serrate agli arabeschi/ del cancello guardiano/ a scrutare il mistero celato”, è piuttosto per tentare una decifrazione di quei segni che al vivente durante l’accadere della vita, nell’opacità della vita in atto, restano muti come visioni, fantasmi, come “sogni d’incanti e di pianti/ di bisbigli di sospiri d’amanti”. Segni-sogni come fotogrammi di “pellicole estive”, in parallelo ad un “gracidare di rane compagne”[ii] (qui misterioso come nelle favole), che si sono dati e si danno ancora nella memoria in una complessa frantumazione (“Franti o infranti”, “raccontati/ adagio a pezzi”, ritornanti -“usati” ma eppure “ritrovati nuovi”), magari trasferita anche sui sognatori, magari rintracciati “soli nel letto” della memoria a “rigare/ l’ultima parola”[iii] di lacrime. La solitudine è non di rado la compagna dell’immobilità: “sola/ a scrutare sotto l’immobilità/ della pozza stagnare gelido/ il gracidare”[iv]. La decifrazione si presenta difficile, come di geroglifici, che sarà forse possibile significare nel e del dopo, quando la memoria scopre nell’intimità più profonda del vivente la durata del vissuto, la sua persistenza. E certamente, se non soprattutto, attraverso le possibilità di scavo della poesia.[v] Un po’ alla maniera della Recherche[vi]. Un po’, ma anche tanto diversamente. Da donna. Senza, anche, la gioia di quel ‘tempo ritrovato’.

Non si tratta neanche qui, beninteso, di un tempo-trascorso immobile, intatto, fotografico. Né si tratta di un tempo che ha perso la sua dinamicità nell’essere-stato:  se è infatti un tempo che è passato, è anche un tempo che passa e continua a passare, che continua a logorare e consumare, che  radica profondamente la sua mobilità proprio nel senso della perdita, un vuoto dove non ci sono “più storie sapori/ più cose né odori/ solo una nota di silenzio”[vii],  che però suona e risuona, esistendo, come esiste la parola anche staccata dalla cosa. Un tempo che produce, certo, rimpianto, nostalgia, spaesamento: tanto dell’ieri quanto dell’oggi e dell’a-venire. Così “la gabbia argentata” dove stava il “cardellino” è vuota, “la bambola coi fiocchi/ smarrita nel giardino”, “ i sogni impalpati dei balocchi/ sfumati nel mattino”[viii]. Così:

Gabbia o non gabbia
ma rabbia rabbia
di questo nostro
“stare di sabbia”
in questa rabbia gabbia
che ci sbabbia
di trucco o di stucco
come di sabbia
in questa gabbia rabbia
che ci stabbia[ix]

(Dove le rime, più che un gioco sonoro, sembrano mimare sbavature prolungamenti di senso, trasfusioni da un piano di realtà all’altro, incongruenze di sintassi esistenziale.) Così ancora: “e il bianco del volo/ che ritorna/ al suo posto/ dove tutto/ non è più a posto/ ma non può/ essere che lì”[x]. E’ solo una faccia del tempo, però, del suo ‘ex-sistere’, forse quella più immediatamente percepibile, materica, diacronica; perché invece il tempo anche con-siste,  con tutto il suo spessore, nella durata interiore, sincronica e continuamente interagente. Già il tempo  fermo nel passato (“un orologio stanco”, “con la noia appesa ai tetti”) in un’eternità ghiacciata (“lividi cieli”) e universalizzante (il plurale “cieli”) era possibile che venisse smosso e mutato, e non da eventi del mondo, quanto piuttosto da una “fantasia” che faceva, ad esempio, immaginare il mondo tutto “di biondi croccanti/ distesi sui marmi”, con un soprassalto sensuale che strappava la superficie immobile del vivere – ieri, ma anche oggi –  con l’”idea improvvisa/ di zucchero, mandorle, un limone”[xi] (i dolci tornano spesso come “spazio di flauto”, medium di riscatto da “giorni di pioggia di voglia/ di febbre di noia”[xii]). Questa fantasia ridà vita ad un’”attesa” che fa “felici”, anche se “un po’ ansanti”; è un’”attesa” che torna e ritorna in questa silloge, quasi sinonimo di scuotimento alla vita, indicativa di un desiderio aperto, ancora inappagato e forse inappagabile, ma comunque proiettato avanti, capace di scardinare un tempo impigliato nella noia, che ricorda la grande lezione di Leopardi. Il tempo che con-siste nella durata interiore è un tempo-trascorso in interazione con il tempo-attuale e con tutto il vissuto intermedio e con tutto il desiderare al futuro, così che lo “scorrere/ del passato” a volte può farsi “appiglio/ per riaccendere/ il fiato del presente”[i], perché “ la fine delle storie/ l’inizio delle altre/ e voglie e voglie/ di quell’ancora nuovo/ tardo ma felice”[ii], quasi come un tornare su se stesso, ma da uroboro, per cambiare pelle. Non sembri, infatti, un “eterno ritorno dell’uguale”, perché niente può ritornare uguale; se qualcosa si ripropone, si tratta tutt’al più della sovrapposizione di ricorrenze nel passato  (“l’8 settembre/ la Madonna di Fiorano/ come ti arrampicavi/ a vezzeggiare le stelle” [iii] ). L’ emersione del tempo-trascorso è in barlumi, lacerti apparentemente casuali (il cigolìo de “l’uscio/ in solaio”), che poi sono riconnessi e risistemati per adiacenze (“come gemito/ di bimbo castigato”), rifrazioni, opposizioni, simpatia (sumpàtheia). Non solo sfociano in una diversa lettura del vissuto, ma anche proprio in una diversa realtà: “quando entrò il presente/ al braccio del passato.”, quando, cioè,  lo sguardo del presente è capace di smuovere, cambiare, costruire altro con l’accaduto. Se, molto semplicemente, le antiche “emozioni illibate” possono essere “bevute da occhi/ avidi di ricordare”[iv] e – aggiungiamo noi – di ri-viverle, ri-percorrerle alla luce dell’esperienza, però, più inaspettatamente; è anche possibile, da un luogo trito e ritrito (“fra Natale e Natale”) del vissuto, ribaltare (in apparenza, perché in realtà si tratta di un mettere in luce, oltre la consuetudine di una forma che con l’usura è scaduta in banalità di superficie) un assioma morale dei più formalmente accettati  e citati (come massima kantiana o principio primo evangelico), per farne emergere una sollecitazione tanto – forse – non originale quanto più difficile da seguire, nel rischio soprattutto di un fraintendimento:

E poi
che rimanga
fra Natale e Natale
quel pugno di sale
racchiuso in un palmo
fino a far male
lanciato con forza
come pioggia sul mare
sul capo di tutti:
amiamo noi stessi
amando anche gli altri
e salviamo il Natale

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vladimir pajevic

pajevic Playmate

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Una diversa lettura della realtà però non significa che si cancellano, si negano le approssimazioni precedenti, in quanto essa le ha inglobate, da lì nascendo, venendo, di-venendo. Inoltre occorre accettare che non tutto si  lascia trasparire, non tutto si lascia esporre alla luce, non sempre si trovano risposte “ai nostri perché/…/ ai come, ai quando/ ai se”[i].

Forse è e fu
per il campo
che ci accolse
non so più
se era di grano
o se rinverdiva
l’aria che ci avvolse.
Se era un giungere
o un rimanere
certo non un partire
da braccia tese
pronte ad abbracciare.
Se furono allora
carezze vere
o solo quelle “nate
da un pugno chiuso”
a stordire
pensieri fioriti
filtrati lenti
nell’angolo ospitale
di una nube
in volo
nell’attimo di opale[i]

Così, ad esempio, resta misterioso l’impulso della bambina (“volevo crederci”) a mangiare un “veleno” assurdamente affermato “neve” in piena estate da un bizzarro giardiniere, e per di più  ricordato come “leccata/ di vita”[ii]. La morte della madre, pure accaduta e dichiarata in semplicità e naturalezza, si sposta comunque su una misteriosa linea di interscambio ed intreccio tra fato e tempo-parola: “e mia madre/ che diceva/ devi tornare presto/ e poi se ne è andata/ presto lei”[iii]. La morte, in effetti, soprattutto la morte, non ha mai decifrazioni accettabili: “come quando scompari/ e tutt’intorno intride/ di te il solo chiedersi/ se c’è poi qualcosa che vale/ la pena”[iv]; “Dura come l’eternità/ come quando sai/ che devi prendere/ un calcio di dietro/ ma intanto fai e disfai/ fintanto che il dolore/ si sfiata o forse mai”[v]. Ma il tempo che respira morte della sezione Ha-tikvà/Speranza, è stranamente, apertamente rovesciato: se quasi sempre il punto di partenza sono attimi congelati in fotografie di vita ebraica che precede la Shoa, per di più raccolte in un album intitolato “Un mondo scomparso” – quindi si parte da un tempo davvero perduto per sempre, con quell’ulteriore affondamento portato dall’immane tragedia seguita – , però Paola Moreali vi entra dentro (o lo prende dentro di sé) con la sua passione, e vivifica quegli attimi, ci costruisce, ci sente-vive precise vere sensazioni materiche, parole, respiri, storie:

Uscirono
a mescolar sussurri
al vento brulicante
fra le fronde
scricchiolò
due volte
il legno della soglia
a piccoli passi intimiditi.
“Se il legno scricchiola tre volte
i lillà saranno fioriti”.
Si strinsero
le mani tutti in tondo
le teste impiccate
a scrutare cieli infiniti
gli orecchi tesi fino in fondo:
i lillà erano già fioriti.

(…)[i]

Che strappano il gelo dell’immobilità e fanno ri-sorgere nella  vitalità della poesia chi non c’è più o comunque non c’era come c’è adesso.

Così  le tante citazioni di poeti, che quasi ‘introducono’ ogni sezione con cui condividono il tema-chiave, più che costituire un avamposto dotto di riferimenti culturali, dipanano un filo di coniugazione attraverso spazi e tempi diversi che quasi ‘riduce’ i tanti e diversi nomi ad una sola voce, umanissima dentro l’esistere, e proprio per questo complessa ed anche  contraddittoria nelle domande e nelle risposte, nelle reazioni al vissuto, nella memoria, nello sguardo al futuro. Ed insieme dispiegano una esemplificazione di questo modo di  stare nel tempo di Paola Moreali: barlumi che suggeriscono amori poetici, emozioni, sensazioni ognuna particolarissima, letture diversamente dislocate, ed insieme un tessuto compatto esperienziale di poesia che non solo introduce, ma anche illumina i testi che verranno dopo.

In questo quadro temporale complesso avviene la ricerca dell’ ‘io’. E il suo, di Paola, il suo “essere donna”, abita nel “silenzio”: un silenzio vivo, polemico, carnale, che non ha parole, ma “battito sordo/ suono che si ascolta/ nell’assenza di pensieri[i], non perché incapace di logos, ma perché si cerca si trova, si veicola attraverso un altro modo di comunicare, materico sensuale anche nella pronuncia del pensiero, e altro soprattutto rispetto alle “frasi complici” di  uno stanco “esserci ancora”[ii]. E dove indica questo “ci”, lo si scoprirà nella lettura che prosegue. Altro, quindi: a volte indicibile, a volte fatto tacere sotto, a volte dimenticato, ma capace di riemergere. Tutt’uno con l’‘io’ che si nasconde, scompare o a volte ricompare  nonostante gli altri che lo disperdono, con un’ identità che non si ritrova mai in un fluire ordinato continuo, in un qualche illusorio ‘eterno ritorno’: “se tornare/ sui propri passi/ fosse come guardarsi/ un occhio allo specchio/  e non vedersi/ persi persi persi/ come lo sono io ora”, dove l’inquietudine si fa massima per la domanda di partenza: “e se fossi come era”[iii]. Infatti, chi “era”? Un neutro soggetto sotteso come ‘passato’? O proprio un’entità esistita altra rispetto all’‘io’ attuale? Il vissuto, d’altra parte, appare più come una costrizione esterna (“vittime o schiavi/ del nostro vissuto”) che come responsabilità propria: “non siamo rei/ ma nemmeno liberi/ nelle carceri/ di noi stessi”[iv]. Anche tentare di raccontarsi, per accertarsi di sé nell’altro che ascolta, non serve, perché la propria impermanenza (la “fragilità” del proprio “essere”) diventa l’impalpabile evanescenza della comunicazione:  chi ascolta è lui stesso fuggente come il “riflesso” di un “raggio azzurrato” che viene dal “coccio di bottiglia” e sosta un attimo “sul tuo viso” e subito se ne va, segno appunto della propria e della “provvisorietà”[v] dell’altro. E’ vero che nell’intimità più profonda, “dentro di me”, l’‘io’ c’è, ed è capace di risposta, capace di “riempire” “i vuoti del mondo”, “le anse vuote”, è vero che c’è un’attesa aperta ai “rivoli del mondo/ le memorie limpide/ le acque terse”, perché “Esiste un posto/ in me segreto/ dove dimora/ il mondo”[vi]. Ma. Appunto, ma. Anche l’”attesa”, che pure sembra identificare uno dei pochi modi davvero mobili e vitali nel vivere dell’‘io’, è, alla fin fine, solo una  inappagabile volatile tensione di “voglie e voglie/ di quell’ancora nuovo”[vii],  che troppo spesso si accomoda in un più semplice desiderio di “quiete”, in un  rassicurante “ritorno”-”abbraccio/ delle cose di sempre”, e che, peraltro,  conduce tanto inavvertitamente quanto inesorabilmente alla “fissità/ dell’ultimo battito”[i]. L’aspirazione dell’“attesa” è quasi autodistruttiva: è, infatti, a una libertà tale da essere al di là del possibile, utopica, da “sembrare/ essa stessa libera/ dalla sua libertà”[ii]; di cui sanno qualcosa giusto le cicale “impazzite d’amore” nel “calore l’arsura/ del tempo non consumato”, invidiate dalle “formiche/ che stanno girate all’insù/…/ a guardare”[iii], tanto letteralmente favolose quanto comunque tragiche.  Perché è molto rischioso rispondere al “canto delle sirene/ ammaliante/ ma senza risposta”[iv]. Allora meglio il rifiuto del rischio? C’è come un’ansia ad entrare nella ripetizione, nel “déjà-vu”, dove potrebbe essersi fissato un qualche “senso”, rispetto a una consumazione inutile, temuta, del proprio intero esistere: “Via via di qua/…/ ripresa dal senso/ dal déjà-vu delle cose/ per non trovarsi/ a fine stagione/nella borsa di carta/degli indumenti scartati/ per scoprire/ che ci saresti stata comunque/ anche all’inizio stagione”[v]. Anche se la “replica”, “replay su replay” porta sempre a “qualcosa di rifatto”[vi] ed inautentico,  pare però che si avverta come troppo problematico l’imprevisto, l’impensato, ciò che non è radicato: “amo quanto di stabile/ sul provvisorio/ d’attecchire ancora/ è capace”[vii]. Ci si chiede (rimprovera?) addirittura il senso di quell’innocuo spostarsi dal proprio tracciato, sempre di poco, giusto “quattro passi” “di qui o di là”, che lascia comunque “insapore/ quel lento ascendere/ dei fossi”, i quali, peraltro, “non infossano/ in testa/ quei due tre pensieri/ proibiti… orditi/ dietro le spalle nude/ di un ripetuto/ punto e a capo”[viii]. Se c’è un desiderio di trasgressione, lo si nega per la “paura di volare/ con nuove ali più grandi”, accettando i “giorni/ di rinuncia/ la resa dell’attesa”[ix]. La vita, quindi, come “fuga” “dalle zolle della vita”, dove la negazione di sé – o meglio, di quella parte di sé di cui “non si deve sapere/ si tace/ nascosti tra i cactus”[x]– è nientificazione, dopo lo smembramento: “mi risalivo/ in fretta/ in giù/ da mano a piedi/ e non sostavo:/ in mezzo/ il vuoto più profondo”[xi]. Spaventa o anche solo sgomenta la mobilità della vita, quell’impermanenza che viene percepita soprattutto come un insensato via-vai: “si continua a venire/ che strano/ o forse solo ad andare/ ad andarsene/ sicuramente/ ad andarsene”[xii], “come aquile/ che non conoscono/ più preda/ se non quella/già segnata/ da un caso/ di passaggio che/ proprio perché passa/ o è già passato/ non è mai una volta/ in loro attesa”[xiii]. Il tempo è allora come un “asse” direzionato intorno a cui i giorni non si dispongono quietamente in parallelo, ma brulicano: se ripetitivi nelle loro “cadenze rituali”, sono anche possibili di imprevisti, per quell’essere “in bilico/ fra decisioni inattese/ e scontri immobili/ di un solo momento.”. La vita è quindi “tortuosa/ attorcigliata come un/ guscio di lumaca”, un’alternanza tra una ripetitività lenta fino all’immobilità (quell’immobilità dove appunto la fine arriva così uguale da coincidere con l’inizio) e una illusoria uscita dai ranghi canonici per, “un poco”, “esplorare all’orizzonte”, dove però, a ben vedere, si accampa solo la piatta “linearità del prato”[xiv]. Infatti:

Se appare vitale
translucido
re
il bruno limaccioso
del fosso
allora reclami
a mani vuote
amore
perché tutto ciò
che è darsi
non digradi
nel niente
di perdersi[xv]

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vladimir pajevic

Pajevic

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La vita è un’infilata di “brandelli/ ormai sfrangiati” che si tenta, poi, dopo, di rimettere insieme, “ricucire”.  Le cose, e anche le poche persone, le zie ad esempio, tornano in una visione a brandelli, quasi omerica, dove non c’è unità del corpo, ma un puzzle di membra (“crocchie castane”, “colletti di trine”, “dita scarne tremanti”, “pomelli rosati/ su volti sbiancati”) e di oggetti metonimicamente limitrofi (“argenti su ebano”, “violette di Parma”, “prigioni di mura”), un puzzle che magari si anima una sola volta l’anno, a Natale, quando la sacralità non è della festa, ma “della vita di casa mia”[i], peraltro non meglio precisata, solo indicata, da lontano, molto lontano. O solo gelosamente custodita in un personalissimo secrétaire? La vita, allora, senza mai riuscire a superarne le antitesi; eppure, insieme, senza mai smettere di  sapere che “se volgesse al bello/ bianco e nero/ sarebbero un unico colore”[ii]. Se. La condizione dell’umano, infatti, è quasi tutta concentrata in un “se”, che non è un’ipotesi, ma solo definisce la vita in un’alternanza biunivoca con qualcosa d’altro, apparentemente opposto, ma in realtà sempre solo spostato in un altrove- dal- dato, forse da esso generato, ma mai con esso coincidente: forse una specie di sensucht.

E se poi domani
piove o c’è il sole
se sei germoglio o foglia
se sei sorgente o foce
(…)
se sei jin i jang
e se poi domani o oggi
sei o non sei
o solamente
se[iii]

Qualcosa, però, a lunghi momenti, sembra potersi opporre “al macero del tempo”, “al caso”: è un “fuori” (troppo limitativo dichiararlo univocamente ‘natura’) che associa a sé la “gamma appesa/ dei colori”, gli ”sciami di luce/ filtrati dalla porta”, “come a una svolta”[iv], che sbiadisce, smarrisce i “sogni pigri/ le rime vuote/ i ninnoli, i nomignoli”[v]. Con certi squarci di così alta consapevole appartenenza, da far dimenticare tutto il resto (che comunque resta):

Lo sapevamo tutti
lo sapeva anche il mare
dentro ai suoi flutti
lo sapeva anche il vento
non s’alzava neanche
un momento
che non fosse mare
terra flutti
lo sapevamo entrambi
lo sapevamo tutti[i]

Anche in questo “fuori”, anche nella simbolica natura, comunque, si ripresenta l’opposizione-alternanza tra l’immobilità dell’inverno (la “quiete opaca dei campi”, i “vicoli asfittici”, l’“indifferenza totale”[ii]) e “la vita in boccio” della primavera, con le “gettate” di “rampicanti” capaci di avvinghiarsi alle “muffe” delle “vecchie case”[iii] per ridare vita. Si ripresenta anche qui “nel dopo-dove/…/ l’ombra abbaiante alla sera/ del cane nero”[iv]. E la frantumazione e la consumazione dentro la ripetizione, il ritornare: “colori rotti, sfatti/ sbiaditi se non a pezzi/ scordati, dimenticati/ dal non vedere più niente/oltre il niente di cose/ che poi passano/ e ripassano ogni anno/ ogni stagione”; se “ritorna ancora il nostro/ verde, verde smeraldo appena/ che abbassa in noi la pena”, però non si cancellano i “toni vuoti, piatti/ incolori fino ai margini/ abbandonati intatti/ oltre la linea di un tempo/ che poi indaga/ e reindaga il passato/ che non è mai passato/ per noi per l’altro/ e che ci svena”[v].

E poi c’è la poesia. Del passato “Le parole/ contano/ granelli di polvere/ su fasci di giorni/ sbriciolati/ dalle attese/ che non finiscono/ oltre l’orizzonte/ dei nostri pensieri.”, ma “anche la polvere/ mostra le sue fragili/ paglie dorate/ come reliquie”[vi]. Come un’accettazione minuscola, ma un’accettazione, dell’esperienza, della necessità – medium la poesia, che, col suo “vecchio sguardo largo/ gettato sulle ore bagnate”[vii], anche se può “non capire/ il forse delle cose/ che si afflosciano lì/ dove non si può più dire”[viii], però può ri-creare, plasmare a nuovo, intervenire sul vissuto, non limitandosi a far risalire memorie in superficie:

Ti forgerò
creta della mia carne
contro l’apatia del fare
la noia del disfare
vecchio pensiero
nuova congettura
dell’anche oggi
del dopo ieri
dei giorni che verranno
a  ribaltare storie
tempi sentimenti
minuti ore
che sciupammo ignari
di non poterli ripagare[i]

E con una rinnovata capacità di vivere il possibile anche dell’impossibile, purchè la possibilità abiti  la propria profonda intimità: “Ah, se non sapessi che non esistono giardini/ sfioriti al limite del mondo/ li cercherei ovunque per ripulirli/ nel mio giardino al limite del mondo/ alita solo la vita”[ii], perché “Io esco dalla solitudine/ di circoli vuoti di pensiero/ di angosce inespresse/ …/ dal niente di un vago/ cenno di esistere/ e rinasco”. Ed allora è ricchezza l’apertura che continua a spaziare nell’indefinito:  “non so ancora se sono una meteora/ che risale/ una bandiera senza colori/ oppure un’idea strana”[iii].

Milena Nicolini
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vladimir pajevic

pajevic2

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Note:

[i] Paola Moreali, Oltre il giardino, Incontri Editrice, Sassuolo (Mo), 2005, p. 13

[ii] Oltre il cancello, ivi, p. 18- 19

[iii] Romantische Träumereien, ivi, pp. 32-3

[iv] Ibidem

[v] “la ricreazione ad opera della memoria di impressioni che bisognava poi approfondire, illuminare, trasformare in equivalenti intellettuali, non era forse una delle condizioni, quasi l’essenza stessa dell’opera d’arte?” Marcel Proust, cit., p.286

[vi] “Deleuze… ha configurato la Recherche come “ricerca della verità”, come un “apprendimento di segni”. (…) è proprio lo scrittore a fornirci le leggi che ritmano il suo universo… in uno “spazio illustrato” e commentato, e che può benissimo chiamarsi “tempo vissuto”, con quei frazionamenti della memoria, quei paesaggi-chiave in cui continuo e discontinuo si accordano, quelle inversioni costanti fra macrocosmo e microcosmo, con quel tempo spostato, giustapposto, sovrapposto. In definitiva, questa… gioia extratemporale è la sola che permette al poeta-filosofo Proust di decifrare i simulacri dell’esperienza (…) egli ha saputo sfruttare non tanto il “meccanismo esterno”,… quanto i “sensi segreti, misteriosi, quasi sacrali” dei dati conoscitivi legati alla nozione del tempo e della memoria.” Giuseppe Grasso, Postfazione, in Marcel Proust, Il Tempo ritrovato, Newton Compton, Roma 1990, pp.338-9

[vii] C’era una volta un re…, cit., p. 28

[vii] Zauberei, cit., p.22

[viii] Gabbia rabbia, ivi, p. 147

[ix] Dove tutto non è più a posto, ivi, p. 122

[x] Paola Moreali, cit., Bambini e croccanti, p. 20

[xi] C’era una volta un re…, ivi, p. 27

[xii] Pomeridiana, ivi, pp. 34-35

[xiii] Da “Sullo stagno che non si muove”, ivi, p. 156

[xiv] Epifania magica, ivi, p.30

[xv] Zauberei, ivi, p.21

[xvi] Il viaggio, ivi, p. 115

[xvii] Forse è e fu, ivi, pp. 123-4

[xviii] Il vecchio giardiniere, ivi, p.31

[xix] Modernariato, ivi, p. 36

[xx] Come quando scompari, ivi, p. 112

[xxi] O forse mai, ivi, p. 113

[xxii] Il rito della Mikvè, ivi, p.42

[xxiii] Mia la sottolineatura.

[xxiv] In ascolto, ivi, p. 56

[xxv] Cercandosi, ivi, p. 57

[xxvi] Siamo tutti confessi, ivi, p. 58

[xxvii] Riflessi, ivi, p. 59

[xxviii] Studio di armonia, ivi, pp. 81-2

[xxix] Da “Sullo stagno che non si muove”, cit.

[xxx] Ich kann nicht auf den Frūhling warten, Io non posso aspettare la primavera, ivi, p. 60

[xxxi] Anima libera, ivi, p. 74

[xxxii] La rivincita, ivi, p.75

[xxxiii] Secrets, ivi, p. 76

[xxxiv] Déjà-vu, ivi, p. 61

[xxxv] Replay su replay, ivi, p. 65

[xxxvi] Le vecchie case, ivi, p. 92

[xxxvii] Quel lento ascendere dei fossi, ivi, p.66

[xxxviii] Paura di volare, ivi, p.72

[xxxix] Secrets, cit.

[xl] In fuga, ivi, p. 67

[xli] Si va e si viene, ivi, p. 62

[xlii] Si vive alle porte, ivi, p.63

[xlii] La linearità del prato, ivi, p.69

[xliii] Se appare vitale, ivi, p. 78

[xliv] Le zie, ivi, p.23

[xlv] Per ricominciare, ivi, p. 70

[xlvi] Se, ivi, p. 71

[xlvii] Pensavo al macero del tempo, ivi, p. 88

[xlviii] Luce, ivi, p. 89

[xlix] Lo sapevamo tutti, ivi, p. 98

[l] Brutaler Winter, ivi, p. 90

[li] Le vecchie case, cit.

[lii] Nel dopo-dove, ivi, p. 100

[liii] Verde, verde smeraldo appena, ivi, pp. 105-6

[liv] Dust of days, ivi, p. 137

[lv] Verso casa, ivi, p. 138

[lvi] Cose che scottano, ivi, p. 148

[lvii] Creta, ivi, p. 139

[lviii] Da “Autunno”, ivi, p. 159

[lix] Da “Io vivo la mia vita”, ivi, p. 161

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moreali cover

Paola Moreali, Oltre il cancello, Incontri Editrice- Sassuolo (Mo) 2005

4 pensieri su “VI RACCONTO UN LIBRO- Milena Nicolini: Paola Moreali, Oltre il cancello

  1. leggendo i versi proposti da Milena Nicolini viene voglia di leggere tutto il libro. Provvederò.

  2. Ho letto con sempre maggior coinvolgimento il “Racconto di un Libro” e mi sento di dire che anch’io desidero capire cosa c’è “Oltre il Cancello” e provvederò in tal senso. Complimenti per ora alla relatrice in attesa di farli all’autrice del libro..
    Dino.

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