LA PUNTINA SUL VINILE- Rudi Ghedini: Jackson, Evans, Barton & friends e Keith Jarrett

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07 – The Long Hello. Jackson, Evans, Barton e friends, United Artist 1974

David Jackson, Guy Evans, Hugh Banton, Nic Potter… in pratica, i Van der Graaf Generator senza Peter Hammill.

Quando vengono incisi questi sette brani strumentali, Hammill pare aver deciso di abbandonare la barca e dedicarsi a progetti solisti; invece, un anno dopo ci sarà la reunion, con il non irresistibile Godbluff.

Qui, sembra quasi che i quattro quinti di una band di successo vogliano mettersi alla prova senza il leader, sperimentare un’altra via musicale, più folklorica e meno potente, più suadente e meno ideologica rispetto a quella imposta dalla straripante personalità del vocalist di Manchester.

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L’impronta sonora viene da Jackson, che compone cinque brani e alterna vari fiati, il flauto e il piano. Lo affiancano Banton (basso e a molti altri strumenti), Potter (al basso in un paio di brani), Evans alla batteria, Pietro Messina alle chitarre, con prevalenza dell’acustica. Ne deriva un prodotto di mirabile qualità tecnica, un progressive con venature jazzistiche, che suona un po’ esangue e cerebrale.

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Le mie preferite: Brain Seizure, Lookin’ At You, Fairhazel Gardens.

La copertina, due paesaggi fiabeschi, è dipinta da Pietro Paglia.

The Long Hello sembra finire qui. Invece avrà un seguito in tre atti, un album in ognuno dei primi anni Ottanta.

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08 – Byablue. Keith Jarrett, Impulse 1977

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Oltre al piano, Jarrett suona il sax soprano, Dewey Redman è al sax tenore, Charlie Hade al basso, Paul Motian batteria e percussioni. Incidono sette composizioni di Keith e Margot Jarrett e dello stesso Motian, prodotto da Esmond Edwards, l’album viene registrato al Generation Sound di New York City.

Sonorità potenti, il piano resta spesso in sottofondo, senza particolari acrobazie e con rari virtuosismi solistici. Piuttosto, ci si imbatte in panorami africani, sommovimenti tribali, free jazz e andamenti da be-bop lisergico. Byablue è il terzultimo di 14 album – seguiranno The Survivors’ Suite e Eyes of the Heart – incisi nei Settanta dalla stessa formazione, spesso definita come “il Quartetto americano” per distinguerlo dal “Quartetto europeo” (quello che il pianista edifica insieme a Jan Garbarek, Palle Danielsson e Jon Christensen).

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Jarrett ha appena compiuto 70 anni, all’epoca ne aveva 32. La sua tecnica d’improvvisazione svaria dal jazz ai più diversi generi musicali: gospel, blues, classica, etnica… e con il Quartetto americano si può permettere di alzarsi dallo sgabello del pianoforte e imbracciare il sax.

Di jazz capisco davvero poco, ma i passaggi che ho trovato più coinvolgenti di questo album sono Rainbow, Trieste e Yahilah.

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Buon ascolto!

Rudi Ghedini

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