VI RACCONTO UN LIBRO- Milena Nicolini : Lucia Marilena Ingranata, Io e Lucia.

cuno amiet-ritratto di un giardino

cuno amiet ritratto di un giardino

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“Lucia Marilena Ingranata è una grande sorpresa.” dice nella prefazione Massimiliano Damaggio. Ed è vero. Perché, sempre citando Damaggio, “fa versi come si respira”, dandoci una poesia “subito riconoscibile”, che “associa a sé un universo –stilistico, poetico, filosofico –” originale, profondo, personalissimo e corale, che  “lascerà un segno”: lo si sente immediatamente. Ecco allora che scatta il bisogno di entrarci dentro, sezionare, cercare i modi del fare (poiein[Equazione]ποι͠ειν) poetico, per tentare di accorciare, se non annullare, quella “distanza” che fa potente la poesia. E poi aprire ad altri lettori il frammentato delta di questa percorrenza.

L’io (Lucia vive e Marilena scrive, ama presentarsi la poeta, ma la dicotomia è solo apparente e fortemente una, realissima, concreta è la vita che coniuga i due nomi identitari), l’io – si diceva – come la casa: “troverai il mio nome sulla porta”.i L’identificazione, quasi come in un sogno freudiano, è immediata, non razionalmente condotta:

sono stanca di nidi all’aria aperta
della mancanza di imposte per frangere la luce
(hanno vita dura anche le mosche)
occorrono pareti dove appoggiarmi
con la schiena, piantare chiodi.
Attaccare tutte quelle foto
sparpagliate.ii

E ancora: “ho un solo punto fermo, questi figli/ stretti stretti. E sono casa/ per ogni loro piccolo pudore.”iii; “Federico mi tiene in altre stanze/ ma sente la mia voce e sa/ che quando dico “torna a casa”/ non penso a costruzioni in muratura.”iv, dove l’apparente distinzione tra io e casa è anticipatamente annullata da quelle “stanze”, altre dall’intimità condivisa. E compiutamente:

Abito gli inverni con talento
la casa ingombra di asterischi
e angoli miracolosi per le dimenticanze

sotto il letto fantasmi buoni muovono l’aria
con circospezione. Riconoscerli è un segno
un testamento che dispiego sui tavoli
senza possibilità di lettura.

Ho segreti confusi mischiati alle collane
-senza testimoni- Dalle pareti
mia madre annuisce.v


Mai la casa  nel senso di una separazione, di un ‘chiuso’, un solco al di qua del quale poter dire: “Da qui non vedo fuori.”, quindi di un’esclusione dal mondo e dagli altri; come invece parrebbe  proprio significare la poesia da cui vengono questi versi, posta peraltro ad exergo dell’intera silloge e della prima sezione, dove sono presentati quasi tutti i temi della raccolta: una poesia importante, certo, e significativamente faro.

C’è un riparo nuovo, un posto per i cani
e per la gratitudine dei topi
ogni incrocio di trave si fa sopravvivenza

per me è solo prospettiva,
  diversa angolazione di domande.
 Da qui non vedo fuori.vi

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Anche se viene affermato un proprio segno distintivo, perchè quanto è “riparo” o motivo di “gratitudine” per altri viventi (non importa se nominati “cani” e “topi” o, più avanti, “ragni”: per la poeta – come si vedrà – non ci sono differenze e senza livellare al basso, quanto piuttosto innalzando al massimo del concetto), per lei, qui, “è solo prospettiva”, e prospettiva immediatamente cieca (“Da qui non vedo fuori.”); però la casa è già essa stessa spazio e vivente confusi insieme, o meglio, interconnessione fino all’indistinzione, perché si fa accoglienza e sicurezza (“sopravvivenza”) per gli altri ‘inquilini’(che sono comunque mondo, sono già il ‘fuori’), e perché è lei che l’ha predisposta e fatta “nido”, resa abbraccio, una casa dove “qualunque spazio si fa ombra, luogo/ per un sonno docile.”vii, in coabitazione, condivisione, reciproca consapevolezza, pur mantenendo la poeta, a volte come qui, un’individualità personale (umana, potremmo dire, ma va subito anche precisato: non troppo apprezzata) di ottica e problematicità. Infatti, come capiterà spesso in seguito, l’antitesi che rettifica (“diversa angolazione di domande”), anzi dice ben altro, quasi come apposizione esplicativa della precedente “prospettiva”, presuppone il ‘diverso’ (che la poeta assuma la propria e non l’altrui diversità, rispetto ad una qualche ‘normalità’ di riferimento, è anche importante), lo afferma, quindi apre al contatto con l’altro-da-sé, e riverbera sul verso finale, nonostante la frattura visiva, un senso di comunanza, interiorizzata nella prima persona, come a sottintendere: comunque il mondo è già entrato dentro; in diversione con l’interiorità personale della ‘domina loci’ forse, ma con essa coesistente.

Così anche gli stati intimi, le ‘cose’ personali, reciprocamente, diventano ‘cose-casa’ e ‘cose-mondo’. La connessione è sempre svelata, evidente: “Ho avuto un dolore che mi teneva lontano dalla porta”.viii Appena prima ha detto: “Questa è la casa con la panchina/ per le solitudini”, dove la diversità-“solitudine” è prevista e possibile, e dove, importante, la “panchina” è fuori, all’esterno. Là, “fuori” fuori, non c’è il ‘diverso’, ma l’‘estraneo’. Chi entra nella casa entra in lei, diventa un pezzo di lei; e se va via, stacca un brandello di lei e lascia un vuoto vacante di vita: “te che sei precipitato/ sparpagliando le linee già tracciate// Ora ti tolgo e poi mi dolgo/ di questo vuoto a perdere che sono.”ix; “trattenevo la lingua sui denti del giudizio/ mentre disabitavi il nido.”.x Anche i “figli persi”, “senza nome”, “uova interrotte/ senza alcun commiato”xilasciano profondi buchi neri. Che però quasi mai si fermano ad essere disperazione cieca, definitiva: “Ho voluto morire tutta intera, chiedendo che fosse una cosa duratura/ ma se adesso baciandomi la fronte pronunciassi la parola amore/ potrei anche rischiare una risurrezione.”xii

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cuno amiet

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C’è in tutta la silloge un dilatarsi dal ‘dentro’ al ‘fuori’ fino a comprenderlo, esserlo profondamente. Che è appunto il modo di essere necessario all’interiorità di Lucia-Marilena (i suoi dolori, amori, lutti, le sue maternità reali e possibili, le sue sororità familiari ed amicali, le sue delusioni e le sue speranze), che non sa di sé se non esprimendosi, trovandosi – non specchiandovisi da separata, ma proprio entrandoci – nell’altro-da-sé, dove si esterna nell’oggettività fisica, concreta, del mondo empirico, in un rapporto-testimonianza che la rassicura esistenzialmente (le dà ‘stanza’ nel vivere delle cose) e che insieme le fa dare esistenza al mondo, da lei toccato, garantito, anche ‘ri’ e ‘generato’. Così dice, tra i tanti possibili esempi: “nel cuore ho un ricordo di cane”xiii, dove “cane” non è il contenuto, ma la qualità del ricordo; e ancora: “ho speranze da cane”, che non riprende una trita metafora, ma un’esperienza profondamente acquisita:

 

I gatti aspettano, senza guardare l’ora
hanno espressioni senza punti di domanda
speranze brevi, quando nessuno arriva
svoltano l’angolo con sussiego

 

invece io ho speranze da cane, una coda immaginaria
punto il naso all’imbocco della strada
e lascio sempre fuori un piede, l’altro scrive
credendosi poeta.xiv

 

Se guardiamo i caratteri di questa oggettivazione di stati interiori, vediamo come spesso si tratta di un semplice spostamento metonimico nell’adiacenza empirica ed oggettuale immediata, adiacenza quasi necessaria o comunque naturale e più spesso corale, comune. Ma non si tratta di ‘correlativo oggettivo’ o di ‘simbolo’, almeno come Eliot e Montale – e anche Baudelaire – lo intendevano: una relazione osservata ed indagata molto più intellettualmente, anche se ‘rivelata’ intuitivamente e capace di  misteriosamente coniugare un contesto empirico con una significazione metafisica. Qui, invece, è un elemento del mondo, direttamente esperito, afasicamente conosciuto e assunto nella sua fisica immediatezza, ad avere già dentro sé significanza, nel suo aprirsi epifanicamente ad adiacenze, emozioni, pensieri durante il concreto di un vissuto, nel suo abbracciare e sviluppare altri limitrofi sensi e ambiti del vivere: non rimane però una limitata esperienza empirica, ma risulta capace di universalità, quella che sta dentro la comunanza-connessione delle cose del mondo, dentro la coralità dei viventi. Ed ecco perché in Io e Lucia il corrispettivo oggettuale dell’evento interiore o di pensiero non appartiene quasi mai ad un mondo rarefatto, indifferentemente universale, ma al concreto, preciso, spesso personalissimo mondo della poeta, alle sue specifiche situazioni vitali (che a volte paiono ‘gusci’ entro cui per pudore o reticenza lei vela la sua anima). Dove, comunque, in questo ‘suo’ mondo personalissimo, noi ci ritroviamo, annuiamo, capiamo (nel doppio senso di comprendere e prendere): in una certa ‘occasione’ empirica si dà, in adiacenza, quella certa emozione – o riflessione – corrispondente e per noi va bene, va proprio così, ci è spontaneamente propria. Senza che  si tratti di banalità o consuetudine trita o convenzione usurata. L’adiacenza (più spesso metonimica, ma a volte solo connettiva di eventi, che in queste poesie sconfina e coinvolge quasi sempre la metafora, nelle sue forme meno eclatanti, ma più feconde di polisensi) delle cose-eventi del mondo alle cose-eventi dell’anima e del pensiero porta ad una significanza più che simbolica. C’è sì un’epifania, uno svelamento, ma dentro i sensi dell’esistere comune, proprio dentro il ‘senso comune’; si tratta di correlazioni tra cose che hanno contatti, tra campi mai troppo lontani, che già cadevano sotto la nostra vista ma senza che le vedessimo, o senza che le vedessimo in quel particolare modo con cui Lucia Marilena guarda e che ci propone, appannati noi da consuetudine, superficialità, disattenzione ai dettagli minimi. I quali, invece di ‘significare minimalmente’, più spesso fanno la realtà (basta saperli proporre nel modo giusto), perché addentrano nella polpa empirica, particolare di un preciso stato di esistenza e lo testimoniano irripetibilmente avvenutoxv:

Un falco ha pranzato sul terrazzo (dato di un preciso evento) /

si ferma un po’ (il riferimento minimale fa vera l’osservazione) di neve (adiacenza al primo evento di un altro evento casuale) copre i resti (li cela quindi alla vista, li nasconde, annulla il raccapriccio, inoltre interviene la metafora per il significato comune traslato  di ‘ritualità funebre’ dell’espressione: la sottrazione alla vista diventa modo per compensare il dolore, dando rispetto e sacralità ad un evento esistenziale altrimenti intollerabile)/

credo si possa ammettere l’inverno. (che normalmente è detestato, per varie spiacevolezze come quelle della neve, appunto, anzi, neve in primis, che però può attutire la sofferenza se l’impedimento, il nascondimento, l’essere tagliati fuori, e, in derivazione, la forzatura all’immobilità, l’ozio, la noia, ampliando metaforicamente, si fanno possibilità di rimozione del trauma, se non proprio dimenticanza, oblio ) xvi.

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Ho sempre avuto dubbi su mia madre/

 

diceva troppo spesso che ero bella (da un’affermazione di campo molto largo ci si stringe ad un minimissimo particolare che irradia verità esatta su questa madre)/

 

ma aveva lenti doppie e poi mi amava. (l’adiacenza metonimica lenti-sguardo, che sfocia immediatamente nella metafora-metonimia di uso comune: ‘occhiali’ per ‘sguardo ottenebrato’, serve qui per riversare su quell’amore materno tutta la ‘cecità’ di un affetto indomabile)xvii

Così ancora: “Qui tra una nebbia e l’altra i ragni/ presidiano gli angoli, pazientemente/…// a tavola i pasti sono brevi, il piatto unico”xviii; e ancora:

sono contenta
di avere tutti i denti e un’anima tagliente

 

solo ieri a tavola ho perso la ragione
hanno messo troppe sedie, non riuscivo a dirlo
che adesso stai nell’altra stanza

per questo in piedi ho urlato buon natale.xix

 

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Certe domeniche
salgo sui tacchi da signora, assumo
l’incedere festivo – o festoso –
bacio i parenti tutti pratico la sorellanza

spianando le rughe alle mie madri
in un vestito turchese e aspetto lunedì
per non amarti.xx

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Molto spesso le situazioni psicologiche ed emozionali sono metaforicamente calate in riti, convenzioni, modalità della concreta vita comune della gente: “Avremo un buon settembre/ senza argini da sorvegliare”, dove la metafora diventa concretissima col riferimento all’ormai – purtroppo –consueto evento calamitoso autunnale delle esondazioni; sciolta poi nel verso successivo con la nominazione del termine di paragone  originario sotteso: “questi dolori”; per poi venire allargata nei versi seguenti, dove da un più generico stato di sofferenza si passa ad un  quasi altro ambito di significanza, concretissimo, ma ulteriore: “che inchiodano le croci delle ossa/ saranno vaghi”; infatti le “croci” congiungono le ossa, ma anche, appunto, “inchiodano”, segno di dolori non solo fisici, di lutti. La chiusa metaforica, quindi, risulta di grande potenza, proprio per lo spessore materico e significativamente complesso acquisito dai versi precedenti e per la quasi antitesi che propone: “e ad ogni ospite diremo di giugno,”, come se “giugno” fosse stato bello – viene istintivo immaginarlo –, ed invece: “di giugno che pioveva sempre.” xxi, dove la ripresa di “giugno” esalta l’amarezza della constatazione. E ancora: “io sono padre e madre a giorni alterni/ santifico soltanto con l’amore”, un amore che può essere definito allora solo in adiacenza significativa: “io ti amo inoltre.”xxii; “Conserviamo nelle curve degli armadi/ decine di abiti irrisolti”, nella caparbia scelta della speranza, contro ogni logica di saggezza o esperienza, e nonostante la parziale resa alle convenzioni: “abbiamo imparato a far l’amore sottovoce// e per la strada rubiamo solo qualche bacio.”xxiii; proprio perchè “Le domande hanno avuto/ degna sepoltura, il rito è stato pagano”xxiv, e ormai “ho licenziato ogni perché”xxv, e anche “ho smesso l’amore come un vestito stretto/ come un lutto dai termini scaduti”xxvi. D’altra parte – a conferma o in contrasto? –: “Ho divorziato troppo presto da me stessa”xxvii, così che “Di me so poco, non mi ascolto/ o forse preferisco improvvisare”xxviii, “dico di non essere – ma sono”xxix, e “non sapranno mai chi sono stata veramente,/ ho immagini sbiadite e negativi persi negli scatoloni.”xxx. Lei non ha nemmeno un nome vero e proprio, soprattutto uno, un unico solo nome: fin dal titolo emerge una dualità identitaria. A chi vuole avvicinarsi, però, entrare nella sua casa propone: “vienimi oltre, passami la curva/ ogni ritorno ha un posto, questo/ è senza nome proprio, se non rispondo/ usa gli aggettivi per chiamarmi.”xxxi, perché le qualità, invece, che sono il dispiegarsi in essere dell’io, la dicono meglio, l’identità. E allora, a chi entra, può chiedere: “mettimi alla fine, dopo il punto.”.xxxii Perché la vita, le vicende esistenziali e psicologiche, si muovono spesso per assonanza, metonimia, metafora, insomma secondo la grammatica del linguaggio intimo profondo, soprattutto quando è la poesia a guardarle: “potresti diventare uno che resta/ togliermi un aggettivo dalle spalle.”xxxiii, dove, come si è già detto, non si vuole traslitterare sul piano linguistico la situazione esistenziale, ma usare i mezzi del linguaggio per dipanare i geroglifici dell’esistenza: qui l’“aggettivo” è una qualità del vivere, attinente alla solitudine, ma non è soltanto come dire: potresti non farmi sentire più sola. “Scriviamo del dolore nelle pieghe/ di poche poesie// … che non siamo felici possiamo dirlo dopo”. Tra ‘dire’ e ‘scrivere in poesia’ c’è una grande distanza. Il rimando, poi, altrove dalla vita concreta, che di per sé è quasi afasica, della propria intimità dolente, sembra richiamare quel “fuori” dell’exergo, che non si si vede mentre si vive, in acto. Forse quel ‘dentro’ rispetto ad un “fuori” dalla casa (ma anche da se stessa, di “cani” e “topi”) è la poesia, come luogo, pure fisicissimo, in cui ci si può fermare a ‘dire in scrittura’ (“dopo” la vita o, meglio, in adiacenza alla vita, all’essere in atto, cambiando solo “prospettiva” e “angolazione di domande”), a riflettere magari con “la saggezza dei proverbi” e l’esperienza della “semina incrociata con le lune”, così, forse, da poter decidere degli “abiti irrisolti”xxxiv. Non sarà senza emozione perché lei è “capace di dolore retroattivo”xxxv, e comunque sarà un riflettere del tutto speciale, perché lei ha “ancora il privilegio dell’irragionevolezza/ quello che dico si disordina nelle stanze”xxxvi.

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cuno amiet- studio

cuno amiet studio

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E’ certamente interessante percorrere allora alcuni dei nodi stilistici di questa poesia. Che, nonostante l’apparenza di versi irregolari, mantiene l’endecasillabo quasi come unità di misura (occultato in versi più lunghi e in varianti particolari), con una cadenza ritmica regolare ed una musicalità costante e sobria che pare riprendere il suono trascinante di un’oralità tanto appassionata quanto pacata. Come si è già messo in evidenza sopra, la metafora spesso riprende modi di dire consueti, se non addirittura usurati; però, invece che ricadere nella banalità, troviamo sempre una ripresa che rinnova, magari allungando la metafora in un’adiacenza concreta ed originale: “Sono arrivata tardi”, modo comune per dire: sono nata tardi rispetto ad un qualche ‘meglio’ supposto, “e ancora arranco/ i miei fratelli sono già lontani”xxxvii, e qui la fatica di una rincorsa rinvigorisce quel “tardi”; si può dire che la metafora ingloba, diventa la realtà, quasi un percorso inverso del processo comparativo metaforico. E ancora, simile: “Sono stata fuori di me cercando forte/ non mi sono trovata – nemmeno lì – ”xxxviii. Abbastanza frequente la litote, sempre proposta in modo originale: “per non renderti colpevole/ ho ancora occhi troppo grandi”xxxix ed usata perlopiù non per attenuare, ma, come qui, per sottolineare l’affermazione indiretta. Le metonimie hanno in genere come effetto quello di calare molto addentro alla più concreta realtà: “Avevamo bisogno di questa tessitura d’orto/ un vago ripristino di scadenze/ da rispettare.”xl; “Ti hanno allineato alla rigidità del legno”xli, dove l’innaturale linearità imposta al cadavere è accentuata dall’innaturalezza della “rigidità del legno” – per ‘bara’ – che invece è tronco contorto e tondo insieme di anelli. Si incontra spesso anche la figura della reticenza, che scava misteriose lacune come frecce acuminate: “sogno// che mio padre muore. Se avessi una madre/ adesso tornerei a casa.”xlii Probabilmente non a caso, sono frequenti l’ossimoro e l’antitesi, anche se spesso solo apparenti, così come il contrasto tra Lucia e Marilena è solo mezzo di scavo, di indagine. A volte è quasi solo un gioco delle parti: “sotto l’argine del fiume/ dove tace il mio ridere bambina.”xliii; “so mentire// come in quella foto dove rido/ e accanto sono tutti morti.”xliv, dove comunque profondissimo è detto il ‘buco’ del tempo. Altre volte è un’ironia amara: “Tu entra di spalle, e chiudi/ conosco bene solo la tua schiena” xlv. Il paradosso pare un grimaldello con cui la poeta tenta di forzare chiusure esistenziali fortissime: “ricordi quello che ti darò domani?”, chiede lui, per recuperare assenze probabili future; e lei risponde: “Ricordo.// Avrò i capelli in ordine – per l’occasione –/ e camminerò all’indietro con una gamba sola” xlvi, che noi sappiamo ormai essere un segno tanto di fedeltà leale (il cane in attesa che ha sempre un piede fuori della porta) quanto di faticosa accettazione di una relazione ‘di schiena’ o di irrisolutezza, come il figlio dai piedi divergenti. Anche lei gioca con il tempo attraverso il paradosso a volte: “Ci avresti pensato/ che dovevamo ancora incontrarci?”xlvii, ma il suo senso del futuro è molto meno semplice e fiducioso: “Adesso aspetto, …/ Raccoglierei le foglie del tè verde/ se leggessi il futuro nelle tazze.”xlviii; e “torno con ginocchia frantumate/ con te dovrò ricominciare adagio/ senza guardare mai troppo lontano.”xlix; perché non ci sono garanzie scaramantiche né  nelle convenzioni né in qualche gesto speciale: “Il treno fischia, esibisco con orgoglio/ l’obliterazione… / … Un solo gesto e ad occhi chiusi/ potremmo tollerare anche il futuro”l. L’unica certezza è il mutamento: “Il mio vicino è morto stamattina, non gli volevo bene/ ma dispiace e ad est mi cambierà il paesaggio.”.li Le tantissime antitesi sono quasi sempre apparenti: “un foglio che spiega chi non sono// bruciatemi se muoio, col vestito/ quello nero che mi fa tanto snella”lii. Qui la particolare litote e poi l’apparente paradosso antitetico fanno emergere un’ironia tenera verso la vita e le sue illusioni. Invece nell’antitesi “io ero in ginocchio ma senza santi in croce”liiisi sposta il contrasto dalla situazione specifica rituale a quella più vasta tra una fede-speranza e la disperazione di una resa sconsolata. L’opposizione vita-morte in questi versi: “la Gina/… – adesso è morta –/…// Stanotte Gina mi ha telefonato/ voleva sapere se sto bene/ – dimmelo tu Gina se io sto bene –”liv si smorza nella naturalezza della paradossale domanda e dell’ancora più paradossale risposta, le quali rimandano così vivacemente ad una consuetudine vissuta da affermare un’adiacenza non oppositiva di vita e morte. Come pure avviene in altri versi: “Dovrò credere al vicino…/ …/ lui è morto – sa le cose come stanno –”lv. A volte l’antitesi si sviluppa da un nucleo di maggiore evidenza, ma minore profondità, ad un corollario apparentemente minore, dove invece il particolare minimo – come s’è già visto tante volte – traccia un solco ben più affossato: “Dicono che i fratelli si assomigliano// non trovo tracce negli specchi/ piuttosto differenze nel prendere il caffè”, dove è quasi pleonastico il verso successivo che dispiega: “il caffè o la vita.”lvi. A volte l’antitesi ribalta e poi riafferma una contraddizione di partenza: “Ho chiesto a Fosca dei suoi capelli rossi/ del nome improprio che le hanno dato”, ma questa convinzione viene poi smentita: “dice che vivo come se fossi un uomo,/ come se dal cielo mi avessero già assolta./ Fosca non sa di ogni penitenza”lvii. Oppure l’antitesi trasporta in una dimensione quasi metafisica:

Federico ha diciott’anni e spalle curve
ha trascorso le vite ad una ad una
e le ricorda tutte.

L’antitesi potrebbe diventare apparente se si allargasse il senso di quel “trascorso”: vite adiacenti, attraversate molto da vicino; vite ipotizzate, sognate, desiderate, ma la strofe successiva scava ancora più in una direzione misteriosa:

Porta negli occhi la fatica di dimensioni
eterne, senza riferimenti come i suoi piedi
che hanno direzioni opposte
uno ritorna sempre.

Come lei, che, con le sue speranze da cane e la sua zoppaggine sciamanica con cui accoglie i ritorni ‘di schiena’, vive esperienze dicotomiche, quasi vite parallele (“sempre fuori un piede, l’atro scrive”lviii), anche transpoetiche, come qui dove potentemente, a Federico, che porta negli occhi “dimensioni eterne”, si sovrappone quell’antica magia di Dante: “Ne li occhi porta la mia Donna amore”.

Si può concludere che “gli equilibri instabili”lix paiono essere un carattere distintivo, la cifra stessa della poeta, in cui “la predilezione … per le tempeste/ e per il nero” convive con il bisogno di dormire “con la luce accesa”lx. Forse da lì le viene la capacità di una “vista”  che le “concede smisurate longitudini” entro lo spazio di “un porticato e travi grezze, un gatto magro/ da sfamare.”lxi. Una “vista” più che sciamanica: una vista, pienamente, di donna.

Milena Nicolini 

 

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ingranata-prima-copertina

Lucia Marilena Ingranata, Io e Lucia- Edizioni NoUbs Chieti 2014

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RIFERIMENTI IN RETE

https://noubs.wordpress.com/2014/06/11/io-e-lucia-di-lucia-marilena-ingranata/

https://antoniobux.wordpress.com/2014/06/28/lucia-marilena-ingranata-poesie-tratte-da-io-e-lucia-edizioni-noubs-2014/

http://poetarumsilva.com/2014/07/08/lucia-marilena-ingranata-io-e-lucia-alcune-poesie-e-una-breve-nota/

http://it.paperblog.com/lucia-marilena-ingranata-la-quotidiana-somministrazione-di-un-dolore-2362684/

https://perigeion.wordpress.com/2015/02/12/lucia-marilena-ingranata-la-quotidiana-somministrazione-di-un-dolore-2/

https://rebstein.wordpress.com/2013/03/08/io-e-lucia/

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5 pensieri su “VI RACCONTO UN LIBRO- Milena Nicolini : Lucia Marilena Ingranata, Io e Lucia.

  1. che meraviglia questa poesia così lieve così profonda. Non lascia impronte tanto è leggero il suo passo ma l’eco di questa voce, così disarmata e sorprendente nella sua capacità di stanare la vita, continua a risuonare nell’orecchio.

  2. con disdicevole ritardo ringrazio Milena, anche se l’ho già fatto personalmente, per questo splendido ed impegnativo lavoro così minuzioso e capillare, ringrazio Fernanda per avermi pubblicato ed i gentili lettori per aver commentato. Sono veramente commossa per l’attenzione e l’entusiasmo che Milena mi riserva, grazie di cuore.
    Marilena

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