I racconti di Serenella- SENZA CAPO NE’ CODA- Serenella Gatti Linares

borgo capena

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Ma che cosa c’era dunque? Che cosa aleggiava nell’aria? Mania di attaccare brighe. Un’impazienza senza nome. Una propensione generale allo scambio di parole velenose, agli scoppi d’ira che talvolta degeneravano anche in vie di fatto. Io assistevo impotente, e ne ricavavo forti mal di testa che potevano durare giorni e giorni. Perché mai succedevano certe cose? Perché non era possibile adoperare il cervello? Me lo chiedevo e richiedevo, senza trovare una risposta. O meglio le risposte erano tante, ma nessuna esaustiva.
La notte mi giravo e rigiravo nel letto. Ascoltavo il respiro della casa, percepibile, affannoso. A quei tempi avevo settantatré anni, portati malissimo, i capelli tutti bianchi raccolti in una stretta treccia, e acciacchi d’ogni tipo, dal colesterolo e la pressione alti, alla mancanza di calcio, alla vista in diminuzione, alle gambe varicose che non mi reggevano più. Ma, che ci crediate o meno, non erano questi i miei crucci principali, diretti tutti verso il mio unico figlio, Tarcisio.
Da quando era morto mio marito Benedetto vent’anni prima, quel ragazzo mi aveva creato dei problemi. Credevo che dopo i suoi quarant’anni le cose sarebbero migliorate, ma mi sbagliavo. Nel cambio di gestione del nostro agriturismo lui aveva iniziato a litigare furiosamente con mia sorella Pina. Quando la guardavo, invidiavo un po’ mio figlio per il fatto di essere unico. Più giovane di me di qualche anno, stava invecchiando malamente. Non si era voluta sposare. Le era sempre piaciuto il comando, e non voleva rinunciare al suo piccolo potere. A me non erano mai piaciute le situazioni autoritarie.
Le urla dei loro odiosi alterchi si sentivano da lontano. A volte, Tarcisio cominciava a spaccare tutto quello che trovava a tiro; sbatteva la testa, i pugni e le gambe contro il muro o i mobili; strillava bestemmie e parolacce, come del resto la sua zietta. Era come se la follia dell’una rinfocolasse quella dell’altro, in un continuo rimbalzo.
Abitavamo nella vecchia, grande casa colonica che era stata prima dei nonni e poi dei genitori. Ampi oliveti e vigneti ci circondavano; c’era un cortile pieno di fiori e si poteva mangiare anche sotto il pergolato. In un periodo di crisi economica, avevamo deciso tutti e tre di trasformare il luogo in un agriturismo alla moda e di non vendere la terra frutto di tanti sacrifici.
Quando ero particolarmente turbata da questa atmosfera negativa, facevo lunghe passeggiate nei dintorni, finché le gambe mi portavano, per ritrovare un po’ di serenità. La campagna toscana, così invidiata in tutto il mondo, mi accoglieva. Si aprivano ai miei occhi campi di girasoli, pecore e pecore dorate, cavalli fulvi, alteri e allineati, torri e castelli, cipressi uno dietro l’altro, piccole case in cima alle colline con tre alberi a fianco, come nei disegni da bambina, covoni di fieno, erba che si muoveva al vento come onde scintillanti del mare.
Il nostro borgo conta solo centoventi anime. Ci si conosce tutti. La torre con l’orologio domina la piazza centrale, da cui si diramano viuzze medievali suggestive, con una serie di botteghe artigianali, specializzate nella lavorazione del cuoio.
Anche Tarcisio ha avuto il periodo da erede dei “figli dei fiori” degli anni ’60. Ha interrotto gli studi per creare anelli, collane, bracciali, orecchini in fil di rame che poi tentava di vendere ai pochi turisti. E’ sempre stato un creativo, un po’ timido e disadattato, guardato male dai paesani, come un diverso. Non c’è molto per i giovani nel nostro borgo. Quand’era adolescente, Tarcisio, nelle profumate notti estive, riuniva gli amici nel nostro giardino e suonava la chitarra. Tutti cantavano, qualcuno ballava, sotto le foglie argentate degli ulivi, dopo una grigliata annaffiata dal nostro vino rosso. Ma a quei tempi era ancora vivo il mio caro Benedetto.
Poi si sono succeduti due eventi importanti nella vita di Tarcisio: la ripresa degli studi e la storia d’amore con Silvana. Comincerò a narrarvi di quest’ultima. E’ una bravissima ragazza, un po’ sfortunata. Coetanea di Tarcisio, è stata già operata due volte per il cancro al seno, ma si è ripresa con coraggio. Si arrangia con vari piccoli lavori. Mi chiedo perché mai ci si ammali gravemente anche in paesini come il nostro, dove l’aria non è inquinata e il cibo è sano e biologico.
La prima volta in cui l’ho vista stava seduta, con in grembo le mani raccolte, che ogni tanto muoveva intrecciandole come per gioco e in volto aveva lo stupore luminoso di chi si sveglia appena e non riconosce ancora le cose che vede. Chissà quali pensieri le passavano per il capo leggermente inclinato. Il suo profilo puro accarezzato dalle lunghe onde dei capelli castani mi ricordava certe immagini di madonne rinascimentali nei crocicchi delle nostre strade. Era seduta davanti alla bottega-studio di Tarcisio, ricavata dal garage con tanta cura, e teneva accoccolato sulle ginocchia un gatto grasso e grigio. A parlarle, faceva un sorriso ingenuo, pieno di serenità e quasi di gratitudine, ma era inutile attendersi da lei qualche risposta, anzi sembrava percepire a malapena le voci, senza, forse, distinguere nessuna parola.
Io sono sempre stata una gran chiacchierona e per me era quasi incomprensibile questo tipo di atteggiamento. Però, ho pensato che Silvana fosse angosciata per la propria salute e grata al destino per averle fatto incontrare Tarcisio. L’importante era che loro due andassero d’accordo.
Anche Tarcisio è un po’ ingenuo. Nel suo volto si ravvisano i tratti di quand’era ragazzo. Le guance sono arrossate e screpolate come di chi stia molto all’aria aperta. Ha qualche chilo in più, a causa della cucina della zia, i capelli corti, biondi e ricci, gli occhi celesti e ritiene che un uomo debba essere ancora un uomo, senza depilarsi. Prima di conoscere Silvana, andava a dormire alle nove di sera, ed era stufo di incontrare al bar del centro sempre le stesse facce, i soliti vecchi che si lamentavano dell’ultima malattia delle loro pecore… Credo si sentisse molto solo. Sono contenta che stia con Silvana, anche se, lavorando molto e avendo pochi soldi, non hanno tante occasioni di divertimento. Si vede che era destino così, che tutto ha un senso che noi ignoriamo.
Vi dicevo dell’altra grossa novità di Tarcisio. Ad un certo punto, ha deciso di riprendere gli studi umanistici. Si è laureato, dopo avere fatto per anni il pendolare per l’università più vicina. E poi ha ripreso per lavorare nei paesi intorno. Non credevo che potesse cambiare così tanto. Certo ha influito l’incontro con Silvana, questa giovane donna dolce ma insieme risoluta. In quel periodo sentiva che finalmente cominciava a essere un insegnante, ovvero un uomo che semplicemente dice quello che sa, traendo dalla sua professione una dignità che ha poco a che fare con la follia, o l’inadeguatezza dei suoi comportamenti privati. Un uomo che esprime concetti complessi e profondi, tramite parole semplici e comunicative. Così, finalmente, i paesani non hanno più preso in giro Tarcisio per il suo modo di fare, ma hanno cominciato a rispettarlo come rappresentante della cultura.
Ora Tarcisio ha smesso di litigare con sua zia, le ha restituito tutto il suo comando, si occupa solo della scuola e degli studi. Spero che si sposi con Silvana, anche se lei non potrà mai avere figli. In quanto a mia sorella Pina, molti clienti locali e di fuori paese sono attratti dalla sua cucina. Sono deliziosi i suoi crostini ai fegatini, le pappardelle al cinghiale bianco, le tagliatelle all’anatra, la zuppa al cavolo nero, annaffiate dal nostro impareggiabile vino “Morellino”. Nessuno si intende di gastronomia come lei.
Venite a trovarci, se non ci credete, nel nostro pittoresco borgo, per assaggiare le specialità, o per dare una mano: qui da lavorare ce n’è per tutti. Sempre che esista nella realtà e che io non l’abbia inventato per voi, per questo racconto forse senza capo né coda.

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