CRONACHE DI POESIA- Loredana Magazzeni e Carlo Bordini : Şiir Festivali (Istanbul -Poetry Festival 2012). Cronache, riflessioni, immagini di Piera Mattei

Alamy -istanbul- moschea blu

La Moschea Blu, capolavoro dell'arte islamica voluto nel '600 dal sultano Ahmet (foto Alamy / Milestone Media)

Şiir Festivali 2012

Şiir Festivali

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La traduzione

Lingue e linguaggi non verbali

Dunque noi, i poeti “stranieri”, provenienti da paesi diversi, in vario modo incontrati e scelti da Adnan Özer, organizzatore del festival, eravamo un piccolo gruppo, in tutto undici, tutti ospitati nello stesso albergo.

Il ritmo scandito delle nostre giornate permetteva di incontrarci non solo in occasione delle letture comuni, ma anche alla colazione del mattino, a pranzo, la sera a cena. Parlavamo tra noi in inglese, per lo più, ma anche uno strano impasto d’italiano-spagnolo, dato che due erano i poeti spagnoli invitati, e poi c’era una poetessa di Malta, così prossima all’Italia. Infine lo spagnolo è la seconda lingua parlata da Adnan Özer, come da molti ebrei che trovarono la loro nuova patria a Istanbul, dopo la cacciata dalla Spagna, ancora ai tempi della regina Isabella.

Tranne che con lui, che del resto con grande discrezione si è escluso dalle letture, con gli altri poeti turchi – alcuni invitati da altre città, altri residenti a Istanbul – con rare e fugaci eccezioni di scambio in inglese, abbiamo comunicato molto con sorrisi, con cenni di simpatia, con applausi, quasi in una dimensione prelogica.

Infatti la lingua, le diverse lingue, nella maggior parte dei casi si sono dimostrate uno scoglio davvero ingombrante, posto di traverso al tentativo di una comunicazione più ragionata.

Quanti amori, quante amicizie nascono così, sulla base di un sentimento di riconoscimento, di simpatia, che non si lascia fermare “sulla soglia “ della comunicazione verbale, ma con naturalezza la supera? E la poesia può essere un modo di comprendersi “oltre”?

Queste domande mi sono posta durante la settimana circa di scambi, di letture: noi “europei” nella nostra lingua, e poi nella traduzione turca delle stesse poesie; i poeti turchi nella loro.

Qui, credo sia necessaria una breve nota, che spieghi come la lacuna linguistica sia stata superata, e grazie a chi le poesie, dall’originale, siano arrivate ad essere presentate e lette nella versione turca. Non so bene come sia andata per gli altri poeti, per quanto mi riguarda è a Erkut Tokman che devo la traduzione, lui è il tramite, anche se non ha potuto essere a Istanbul durante le giornate del festival, trattenuto a Ankara per motivi di lavoro. Ho conosciuto anche Erkut, come Adnan Özer, nel maggio 2012 nel primo dei due viaggi a Istanbul di quell’anno. Poeta e traduttore, Erkut conosce molto bene l’italiano per essere vissuto a Milano, è inoltre perfetto conoscitore dell’inglese, del rumeno e di altre lingue europee. A Erkut devo anche il ricordo non facilmente cancellabile di luoghi in cui ci ha fatto da guida, a maggio, nella “sua Istanbul”, spazi di bellezza non-turistica nella parte sia europea che asiatica della città.

moschea di Ortakoy

La moschea di Ortakoy

basilica cisterna

lucamoglia. BASILICA CISTERNA. Istanbul, Turchia

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Ma torno a riflettere sull’ascolto di una lingua di cui mi è impossibile afferrare il significato. Al mio orecchio e contemporaneamente, direi, agli altri miei sensi, la lingua turca ha questo di particolare, me ne ero accorta già nei luoghi pubblici, per la strada: suoni che si modulano discreti, senza risultare in asprezze (come ad esempio l’arabo, e lo stesso olandese che ascolto qui) o in misteriose cantilene (come quelle che al mio orecchio restituiscono lo svedese o altre lingue nordiche).

Potevo notare inoltre che la lettura dei poeti turchi contiene più frequentemente un elemento di drammatizzazione, che giunge all’accompagnamento musicale o addirittura al canto (a cantare nella lettura sul battello, l’ultimo giorno, è stato Mevlana İdris).

Mi colpisce, anche se potrebbe essere casuale, che le due poetesse turche invitate siano veramente rappresentanti di due modi opposti di proporsi, nella forma fisica, nell’abbigliamento. Una in abiti scollati, i capelli sciolti sulle spalle, l’altra con lunghe gonne e giacche coprenti, e il fazzoletto sul capo. Nessun atteggiamento polemico dell’una verso l’altra, così mi pare. Ma su questo tornerò più tardi.

Gli stranieri dunque venivano tutti dall’Europa. “Questa è una conferma, vedi, della loro volontà di farne presto parte anche loro, sganciandosi dagli altri paesi musulmani” commentava giorni dopo, in Italia, in occasione del festival di letteratura Pordenonelegge, un amico-poeta tunisino. Ma non credo lui avesse ragione. Ho sentito tutta l’organizzazione molto libera, indipendente da un progetto politico.

E non c’è dubbio che Istanbul, la sua cultura, la sua identità è legata all’Europa da sempre, non si tratta, o non solo, della politica d’integrazione europea di oggi. E per quanto sul taxi di ritorno a Fiumicino ascoltassi senza ribattere il conducente che mi diceva, forse per dimostrarmi simpatia, che un giorno di questi se lo farà anche lui un bel viaggio “in quei paesi arabi”, la lingua turca non ha certo nulla da spartire con l’arabo, dopo che Atatürk ha eliminato anche l’uso di quell’alfabeto.

Nulla da spartire, se non fosse per i testi sacri all’islam, se non fosse per il richiamo del muezzin, che, in molti quartieri riempie l’aria, a diverse ore del giorno.

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aya sofia

istanbul

Istanbul (5)

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Il bagaglio, le mercanzie, l’abbigliamento

Le cose che avevo messo in valigia e che non ho utilizzato

  1. un ombrello
  2. una sciarpa di lana
  3. tutte le poesie di Hikmet tradotte in italiano da Joyce Lussu

Infatti non ha piovuto mai, e la temperatura non è scesa, come era nelle previsioni, e, soprattutto gli ultimi due giorni, in particolare il giorno che abbiamo fatto la lettura sul battello che fa il giro del Bosforo, ha fatto un caldo estivo.

Quanto alle poesie di Hikmet, ne ho accennato col portiere dell’albergo, quello che voleva parlare con me di poesia, ma non si è dimostrato un interlocutore valido. In nessun’altra persona che ho frequentato il nome di Hikmet ha suscitato interesse, e con nessuno il nome di Hikmet ha aperto una conversazione.

Le traduzioni di Joyce Lussu che avevo portato con me sono bellissime, anche se lei non conosceva una parola di turco e Hikmet non conosceva l’italiano. C’era tra loro il tramite di una strana lingua composita e solo ausiliarmente, quando a causa di avventurosi viaggi e spostamenti di lui, e internet non c’era – il rapporto diretto era impossibile, il tramite di altre lingue, di altre persone. Il caso Hikmet-Joyce Lussu è una delle conferme più evidenti di una verità: le traduzioni che arrivano a “comprendere” l’autore sono sempre miracoli, incontri straordinari di due sensibilità e di due intelligenze.

Chi infine affermava che il primo moto di un traduttore è l’invidia? Credo di averlo letto da Antonio Porta. Invidia per quella bellezza che qualcuno per primo è riuscito a esprimere in un’altra lingua.

Hikmet, rifletto, compare assai poco anche in “Istanbul” di Pamuk, anzi non ricordo che ne parli. Tra le sue poesie d’amore ce n’è una che prediligo: lega in una stessa passione –nei toni dell’ intelligente ironia, del gioco amoroso – la nostalgia e il desiderio per la donna amata e per la città che non dimentica. La riporto qui di seguito, appunto nella traduzione di Joyce Lussu:

SE PER I BUONI UFFICI DEL SIGNOR NURI SPEDIZIONIERE

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l’aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinn...
due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì
ti farei sedere sull’orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta’ attenta
sta’ attenta non dirmi “avvicinati”
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

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istanbul

Istanbul

KANUNI SULTAN SULEYMAN TURBESI, . Istanbul, Turchia.

lucamoglia. BOSFORO DA PALAZZO TOPKAPI, . Istanbul, Turchia.

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Ora accenniamo a quello che non mi sarei attesa e che invece  si è verificato:

un’organizzazione piuttosto precisa del nostro tempo, affidata a giovani professionisti del turismo. Il maggiore responsabile, che mai ci lascia – rimane sempre presente in albergo e si trasferisce con noi nei luoghi previsti per le manifestazioni – si chiama Musa. “Cioè il profeta della Bibbia, Mosè”, si era presentato subito, al primo giorno, quando era venuto a prenderci all’aeroporto. Ha una capigliatura rossiccia, come quella del poeta Hikmet, ma non altrettanto riccia.

Per i doppi turni di lettura, in località diverse, tutti i pomeriggi, siamo trasportati nel traffico cittadino su comodi pullman. Il risultato è stato quello di conoscere luoghi non-turistici, spingendoci in quartieri che forse sono quelli cantati da Tupinamar. Così l’immagine esaltante della città che mi ero fatta lo scorso maggio 2012 si è modificata nella mia mente. Ne risulta un quadro, una geometria, un significato, anche estetico, meno nitido, più complesso. Non risulta in tutto confermato quella caratteristica di città “pulita” che tanto era piaciuto alla mia conoscente turca di Roma: carte e plastica in giro, macchie scure sui marciapiedi, pavimentazione dissestata, non mancano. Ma in tanta confusione mi colpisce la constatazione di non sentirmi mai soffocata, assordata o aggredita in mezzo alla folla.

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istanbul istiklal street

Taksim Tunel in Istanbul Istiklal street.

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Poca brigata, vita beata (Menno Wigman)

Questo antico proverbio nel suo morbido misantropismo ben sia adatta alla mia fobia dei gruppi, delle masse. È così, anche se in certe situazioni cerco di superarmi. Pertanto, dopo tre giorni che lo diserto, decido di farmi trovare all’appuntamento per il lunch. Nei giorni precedenti, dopo la colazione così consistente, non avevo avuto desiderio di un vero pasto, a mezzogiorno. Avevo preferito restare ad aggirarmi per mio conto, per imprimermi nella mente la topografia della città.

Oggi quindi mi faccio trovare al pullman e con sorpresa, ci ritroviamo solo in tre: Menno Wigman, io e un ragazzo giovanissimo dell’associazione turistica che si prende cura dei nostri movimenti. Non ricordo il suo nome, ma il volto, un volto intelligente e aperto come quello di tanti ragazzi del nostro sud. Mi dice che ha una ragazza italiana, di Lecce (noto ancora una volta questo rapporto privilegiato con la parte più orientale della nostra penisola). In questi giorni, poiché la sua ragazza ospita la cugina, che è informata solo di una loro “amicizia”, devono essere molto cauti, misurati, mi dice.

Per arrivare al luogo del lunch il pullman fa un lungo giro. Passiamo a ridosso delle antiche mura, imprendibile cinta dell’antica Costantinopoli, che la proteggeva per diciannove miglia da terra e da mare, finché un cannone di lavorazione ungherese che lanciava a distanza proiettili del peso di sei tonnellate, non riuscì ad aprirvi una breccia. Siamo in una zona popolare, ma non chiassosa. Non smette di stupirmi piacevolmente questa misura turca nell’emissione dei suoni. Il ristorante – anche qui – non ha altri avventori che noi. Appartiene alla municipalità ed è gradevolmente situato in un giardinetto con rose ancora in fiore, dove è molto piacevole conversare.

Menno mi dice che, nella sua città, Amsterdam, è stato nominato city poet, e che per la durata di questa carica dovrà impegnarsi a lavorare molto, scrivere e pubblicare sulle più prestigiose riviste. Mi parla di una consuetudine entrata da alcuni anni nel costume della città: se una persona muore non lasciando nessuno, quando non ci sono parenti o amici a occuparsi delle onoranze funebri, la città incarica ufficialmente, dietro compenso, un poeta di scrivere una poesia per l’estremo saluto. Di solito, mi dice, sono poesie piuttosto belle. Sarà una di queste poesie che leggerà, nel pomeriggio, presso l’ambasciata d’Olanda.

Il luogo è discreto, segreto. È quasi possibile ascoltare, accettare come una constatazione, che nella civilissima Europa così frequente sia la morte solitaria e “illacrimata”, che sia la municipalità a doversi mostrare pietosa di un canto-pianto di commiato. Ora, ad Amsterdam “l’ultima offerta che si

Il luogo è discreto, segreto. È quasi possibile ascoltare, accettare come una constatazione, che nella civilissima Europa così frequente sia la morte solitaria e “illacrimata”, che sia la municipalità a doversi mostrare pietosa di un canto-pianto di commiato. Ora, ad Amsterdam “l’ultima offerta che si  deve ai morti”, ”l’amaro dono per un rito estremo” che era in Catullo il canto del fratello al fratello, un estraneo poeta, con civile religiosità, lo porge al morto sconosciuto.

Piera Mattei

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I testi riportati sono di Piera Mattei – Istanbul – Poetry festival 2012 Gattomerlino edizioni

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istanbul

lucamoglia. STRADA, Istanbul, Turchia..

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NOTA BIOGRAFICA

Piera Mattei è autrice, traduttrice e critico.

Dopo una laurea in filosofia, e studi di comunicazioni, cinema, teatro, in Italia e all’estero, ha lavorato nell’ambito del corto documentario, del giornalismo culturale e del teatro, sempre privilegiando il momento e la funzione della scrittura.

Ha pubblicato raccolte di poesie, di racconti, di saggi e di commenti critici, ha curato e tradotto poeti dell’Otto e Novecento e soprattutto contemporanei.

Suoi racconti e poesie, tradotti in inglese, spagnolo e francese, estone, turco, sono comparsi su riviste straniere.

Dal dicembre 2010 è responsabile e curatrice delle edizioni Gattomerlino.

www.gattomerlino.it

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